Archive for Novembre, 2015

Nov 26 2015

IL COLLARE

Il cane gli zampettava accanto: la solita passeggiata.

Ma quel giorno decisero di accostarsi al bosco, senza attraversarlo.

Volevano solo percorrerne i margini.

*** *** *** *** *** ***

Dopo aver fatto i compiti, di pomeriggio il ragazzino chiamava il suo cane e correvano tutti e due, lungo la strada che portava ai campi.

Un bastone lanciato in aria: il cane lo inseguiva a perdifiato, lo agguantava saldamente e lo riportava indietro.

Il gioco li divertiva entrambi.

Poi tornavano affannati, il cane che precedeva il ragazzino e poi si voltava a guardarlo, ansioso che lui lo seguisse.

Erano attratti dal bosco, loro due, ma ne temevano le insidie.

Il padre raccomandava al figlio di non attraversarlo mai, soprattutto la sera: lui obbediva, anche se gli restava un acuto desiderio di vedere le ombre degli alberi allungarsi, di sentire i versi degli animali notturni, di avvertire una paura sottile scorrergli sotto la pelle.

*** *** *** *** *** ***

Quel giorno, forse più annoiato del solito, forse più triste, il ragazzino decise di abbandonare la strada dei campi.

Lui e il suo cane si accostarono al bosco.

Ma attratti dalle chiome corpose e intricate, abbandonarono ogni prudenza e si addentrarono.

Li accolse una umidità ombrosa, un frusciare di foglie, un bisbigliare sommesso di presenze nascoste.

I due andarono avanti, la mano del ragazzino sul collo dell’animale.

*** *** *** *** *** ***

Si stupirono per la vastità del luogo: procedevano accostati, provando un timore crescente perché la luce che filtrava tra i rami si andava affievolendo.

D’improvviso l’attenzione del ragazzino fu attratta da una polla d’acqua: dentro, qualcosa di indistinto.

A guardar meglio, capì che era una lucertola, immobile.

Pensò fosse morta, ma la tolse comunque dall’acqua e la osservò rattristato.

Se fosse arrivato prima, forse l’avrebbe salvata.

Già un’altra volta aveva fallito…

*** *** *** *** *** ***

Qualche anno prima alcuni suoi amici avevano catturato una lucertola.

Per noia e per malvagità la legarono a un ramo e le diedero fuoco: il supplizio di quella creatura riuscì a divertirli molto.

Ma a lui quell’esperienza segnò il cuore: per timore di opporsi, per vigliaccheria, era rimasto a guardare quel contorcersi straziato, tra i versacci smodati degli amici.

E la sofferenza della lucertola era diventata la sua.

Per questo da allora, appena gli era possibile, correva in aiuto di un animale o di un insetto o di un albero dolente.

Tutto perché lei, quella lucertolina, potesse perdonarlo.

*** *** *** *** *** ***

Mentre si struggeva al ricordo, vide che la gola dell’animaletto prendeva lentamente a pulsare.

“Era solo raggelata”, pensò consolato, e col tepore delle mani continuò a ridarle calore.

Con grande sollievo, aspettò che la lucertola si riprendesse del tutto e poi la vide dileguarsi rapidamente.

Sentì conforto nel cuore e sperò che l’altra lucertola, quella morta anche per sua colpa, potesse sapere…

Ma il tempo intanto era trascorso e lui e il suo cane si erano allontanati abbastanza.

Il ragazzino decise quindi di tornare indietro.

*** *** *** *** *** ***

Nel ripercorrere la strada, si affidò al fiuto dell’animale e per un breve tragitto ne seguì l’andare sicuro: ma, all’improvviso, il cane si fermò.

Gironzolò incerto per qualche tempo e ritornò indietro, guaiolando.

Non riusciva più a trovare il cammino.

Si erano persi, pensò il ragazzino afflitto.

E il padre si sarebbe disperato: suo figlio non disubbidiva mai.

Con lui c’era anche il cane.

Sicuramente era accaduto qualcosa di grave, avrebbe pensato.

E, apprensivo com’era, sarebbe subito uscito a cercarli.

*** *** *** *** *** ***

Con il freddo serale e l’umidità crescente, i due cercarono affannosamente un riparo: finalmente il tronco cavo di un albero li accolse e la stanchezza sconfisse la paura.

Si addormentarono accostati.

Ma silenziosamente qualcosa si avvicinava.

Un chiarore colpì le palpebre del ragazzino, appena chiuse nel sonno: aprì gli occhi e prodigiosamente si trovò davanti due figure, diafane e sorridenti.

Con stupore immenso, nelle linee di quei volti riconobbe i nonni, che guardavano inteneriti lui e il suo cane.

*** *** *** *** *** ***

Erano morti molti anni prima, ma il ragazzino li ricordava con amore e talvolta gli era sembrato di sentirseli vicini, quasi a consolarlo o a fargli una carezza.

A vederli all’improvviso, luminosi e sorridenti, provò una gioia estrema e tese le braccia verso di loro.

I nonni gli si accostarono per accarezzarlo: e con tenerezza struggente lui sentì che le loro mani, anche se diafane, erano calde.

Ma un altro chiarore attirò, sul terreno, la sua attenzione.

Dalle movenze morbide e dalla coda sinuosa riconobbe in quell’immagine di luce una lucertola.

*** *** *** *** *** ***

Lei, dal luogo eterno in cui si trovava, aveva visto il ragazzino aiutare piante dolenti, insetti offesi, animali feriti e, proprio quel giorno, salvare un’altra lucertola.

Allora finalmente il suo cuore inerme e sofferto di rettile riuscì a placarsi…

Almeno lui poteva perdonarlo, almeno quel ragazzino poteva assolverlo, si disse la lucertola.

La pietà di lui aveva infine lavato la colpa di un tempo.

E quando vide che i nonni si affrettavano ad aiutare il nipote, chiese di poterli accompagnare.

*** *** *** *** *** ***

Il ragazzino si chinò verso di lei: la lucertola gli si avvicinò senza timore.

E contemplando quell’essere luminoso, lui capì di essere stato perdonato.

I nonni, intanto, lo rassicuravano: avrebbero guidato lui e il suo cane sino ai margini del bosco, prima di andarsene.

Il ragazzino sentì le lacrime urgergli dentro.

“Restate con me”, chiese.

Il sorriso dei nonni si fece più tenero: “Non possiamo”, risposero “ Ma vogliamo farti un regalo. Prendi questo”.

E posero in mano al nipote un collare robusto di stoffa, ornato di borchie in ferro.

Sembrava usato, ma era certo molto bello.

Il ragazzino ringraziò e lo fece indossare al suo cane, che si era svegliato solo allora.

Arrivati alla fine del bosco, i nonni si fermarono e accarezzarono ancora il nipote.

“Saremo sempre con te”, gli dissero. “Ti protegge il nostro affetto”.

Il ragazzino, scosso dal pianto, non riusciva nemmeno a rispondere, ma lo fece sorridere la lucertola quando, per salutarlo, gli sfiorò dolcemente i piedi con la coda.

Poi lui restò a guardarli, mentre loro tre se ne andavano.

Erano luminosi.

E ormai lontani.

Sembravano lucciole danzanti.

*** *** *** *** *** ***

“Ma cosa è successo?”, chiese il padre angosciato.

La gioia di ritrovare il figlio era tale che non aveva neanche la forza di sgridarlo, nel vederlo ai margini del bosco.

Il ragazzino, inoltre, non parlava, non si scusava.

Sembrava assorto, distante.

Il cane, intanto, era accucciato per terra.

E fu allora che il padre vide il collare e sbiancò: non era possibile che fosse quello, si disse.

Guardò più attentamente: la stoffa, le borchie erano davvero uguali e, proprio sulla fibbia di metallo, lesse una lettera.

L’iniziale del nome del suo cane.

Quella che lui stesso, a nove anni e affranto, aveva inciso sul collare del suo animale splendido.

Un atto di omaggio.

L’ultimo, prima di seppellirne il corpo vicino all’ulivo centenario.

Proprio quello che ancora segnava l’inizio del bosco.

*** *** *** *** *** ***

Era lo stesso collare.

Guardò attonito il figlio, ma lo sguardo di lui, stupito e sofferto, gli impedì le parole.

Il padre intravide il mistero, ne intuì la forza profonda, ma non volle chiedere niente.

Allora si avvicinò e strinse il figlio, in silenzio.

Un abbraccio tenero.

Consolante e saldo.

L’abbraccio di un padre.

Gloria Lai

leggi anche:

IL RESPONSO

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Nov 19 2015

GENTE INCAPACE DI OMOLOGARSI

Come psicoterapeuta, incontro spesso persone dotate di un’ottima salute mentale ma sofferenti, a causa della patologia sociale in cui vivono immerse.

Nel corso degli anni ho individuato, dietro a tante richieste di aiuto, una struttura di personalità dotata di sensibilità, creatività, empatia e intuizione, che ho chiamato: Personalità Creativa.

In questi casi non si può parlare di cura (anche se, chi chiede una terapia, si sente patologico e domanda di essere curato) perché: essere emotivamente sani in un mondo malato genera, inevitabilmente, un grande dolore e porta a sentirsi diversi ed emarginati.

Le persone che possiedono una Personalità Creativa sono capaci di amare, di sognare, di sperimentare, di giocare, di cambiare, di raggiungere i propri obiettivi e di formularne di nuovi.

Sono uomini e donne emotivamente sani, inscindibilmente connessi alla propria anima e in contatto con la sua verità.

Queste persone coltivano la certezza che la vita abbia un significato diverso per ciascuno e rispettano ogni essere vivente, sperimentando così una grande ricchezza di possibilità.

É gente che non ama la competizione, la sopraffazione e lo sfruttamento, perché scorge un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

Gente che non riesce a sentirsi bene in mezzo alla sofferenza e incapace di costruire la propria fortuna sulla disgrazia di altri.

Gente che nella nostra società non va di moda, disposta a rinunciare per condividere.

Gente impopolare. Derisa dalla legge del più forte. Beffata dalla competizione.

Portatori di un sapere che non piace,  non perdono di vista l’importanza di ciò che non ha forma e non si può toccare.

Sono queste le persone che possiedono una Personalità Creativa.

Persone ingiustamente ridicolizzate e incomprese in un mondo malato di arroganza, e che, spesso, si rivolgono agli psicologi chiedendo aiuto.

Ognuno di loro è orientato verso scelte diverse da quelle di sempre.

E in genere hanno valori e priorità incomprensibili per la maggioranza.

Non seguono una religione, ma ascoltano con religiosa attenzione i dettami del proprio mondo interiore.

Sanno scherzare, senza prendere in giro.

Pagano di persona il prezzo delle proprie scelte e preferiscono perdere, pur di non barattare la dignità.

Sono fatti così.

Poco ipnotizzabili. Poco omologabili. Poco assoggettabili.

Persone che non fanno tendenza.

Forse.

Gente poco normale, di questi tempi.

Gente con l’anima.

Carla Sale Musio

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Nov 13 2015

SEPARAZIONE: affrontare il cambiamento interiore

La paura della separazione paralizza la crescita interiore impedendo all’amore di svilupparsi nei modi naturali che gli sono propri.

Troppo spesso confondiamo la possessività con l’affettività, senza renderci conto che l’amore, quello vero, non rivendica diritti, interessi o proprietà, ma conduce a sviluppare le potenzialità interiori seguendo un percorso proprio, che è diverso per tutti.

Questo percorso, a volte, comporta la separazione tra i coniugi.

Amare un’altra persona vuol dire accostarsi alla profondità di un altro essere, scoprirne le peculiarità e condividerne le emozioni.

Ma soprattutto, significa mostrare la propria vulnerabilità e sperimentare modi sempre diversi di osservare la vita, arricchiti dal punto di vista dell’altro e dal desiderio di rinnovarsi per nutrire la relazione.

L’intimità permette di fare nuove scoperte su di sé, aiutandoci ad accogliere la fragilità.

Nostra e del partner.

È un percorso di crescita che passa attraverso un susseguirsi di sfide, fino a raggiungere un’accettazione priva di pretese e di giudizi.

Da quest’apertura incondizionata nasce la possibilità di separarsi e di accogliere se stessi e il coniuge nel proprio bisogno di autonomia.

In Italia la chiesa cattolica, proclamando l’indissolubilità del matrimonio, ha demonizzato la separazione, trasformando un momento delicato e importante della crescita emotiva in una scelta condannata da Dio e perciò destinata a generare dolore e fallimento.

Ma la visione religiosa è molto distante dalla realtà psicologica.

La capacità di separarsi, infatti, è una conquista dell’autonomia, un momento dell’evoluzione affettiva che rende possibile l’Amore con la A maiuscola, libero dai vincoli del possesso e dell’orgoglio e capace di rispetto e comprensione anche nelle divergenze.

La separazione è una tappa fondamentale nella scuola del voler bene perché segnala una reciprocità matura, un dare che non pretende e non possiede ma accoglie e comprende, senza riserve.

Da questa pienezza emotiva nascono quelle che oggi sono chiamate “famiglie allargate”, gruppi di persone unite dal rispetto gli uni per gli altri e capaci di condividere l’amore per i figli e per se stessi, senza possesso e senza pretendere un’uniformità di obiettivi e d’interessi.

Uniformità imposta dal pensiero cattolico a discapito della realizzazione personale e dell’evoluzione affettiva e, psicologicamente, impossibile da raggiungere.

Separarsi e affrontare il cambiamento interiore significa lasciare che l’amore coniugale evolva nella libertà, senza perdere di vista l’impegno preso con i figli e senza abiurare l’amore che unisce nel compito di genitori.

Questa nuova indipendenza è possibile soltanto quando ognuno prende su di sé la responsabilità della propria vita e della propria evoluzione, e smette di delegare al partner le colpe o il fallimento della relazione.

In questa chiave, infatti, non ci sono colpe e nemmeno fallimenti, ma una crescita affettiva che passa attraverso l’emancipazione reciproca.

Ciò che importa non è la continuità della convivenza ma l’evolversi di una relazione che nasce con l’innamoramento e prosegue senza interruzioni verso tappe diverse del volersi bene.

Anche quando la passione si trasforma in una comprensione fatta dell’accettazione delle reciproche divergenze.

L’equilibrio poggia sull’ascolto del proprio mondo emotivo e permette di coltivare nuovi interessi ed entusiasmi.

Consentendo a se stessi di perseguire obiettivi in linea col mondo interno ci si apre al cambiamento, lasciando che la crescita emotiva, un passo dopo l’altro, al raggiungimento di una sempre più profonda capacità di voler bene (sia a noi stessi che alle persone con cui abbiamo percorso un tratto di vita).

Nell’amore i momenti di condivisione si alternano ai momenti di solitudine e insieme danno forma a un sentire sempre più profondo, fino a permettere un’accettazione incondizionata di se stessi, della vita e di chi abbiamo a fianco.

Carla Sale Musio

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SEPAMARSI

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Nov 06 2015

LA VIOLENZA: sugli uomini e sugli animali


Viviamo in un mondo tutto teso a raggiungere il benessere economico e ci siamo convinti che le comodità, la ricchezza o il prestigio, siano ingredienti fondamentali per realizzare un’esistenza piena di successo e di significato.

Per raggiungere questi obiettivi, non esitiamo a sacrificare la vita interiore nascondendo (anche a noi stessi) la consapevolezza del flusso emozionale ed energetico che accompagna costantemente i pensieri, le scelte e le opinioni.

In questa nostra società malata, tutto ciò che non è commerciabile è considerato privo di importanza.

Il valore di mercato ha sostituito il valore etico.

E, sull’altare dei guadagni, sacrifichiamo la sensibilità, pronti a trasformarci in cinici arrivisti, pur di accrescere il nostro prestigio.

Ma, segregato nelle profondità della coscienza, si agita un mondo invisibile, fatto di energia e di emozione.

Un mondo che fatica a reggere i ritmi del progresso e del mercato e che, per questo, è ridicolizzato e snobbato.

Ciò che succede interiormente non è commercializzabile, non si può misurare, pesare, toccare o prezzare.

Perciò, nonostante determini la qualità della vita umana, viene occultato dietro una maschera d’indifferenza.

Questa durezza, agita contro la sensibilità interiore, è la matrice da cui scaturiscono le prepotenze, i soprusi e gli abomini compiuti dalla specie umana a danno del pianeta e di se stessa.

Infatti, dalla coercizione del mondo interno scaturisce la sopraffazione nel mondo esterno.

Una sopraffazione che prende forma durante l’infanzia e si rinnova da una generazione all’altra, provocando guerre e distruzione, e costringendoci a indossare una rigida armatura d’impassibilità, per sopravvivere.

Sfuggire a questa trappola crudele e ben congegnata è quasi impossibile.

Pedagogia nera, maschilismo, competizione, conformismo ed emarginazione, sono le armi usate per uccidere la delicatezza d’animo ed erigere il muro dell’indifferenza, l’humus in cui prolifica la crudeltà che dilaga nel mondo.

Serve a poco: fare la rivoluzione, ribellarsi o proporre nuovi stili di vita, più rispettosi e amorevoli.

Certo, per cambiare la società è indispensabile trasformare la cultura della prepotenza e realizzare una comunità umana capace di rispetto per tutte le creature.

Ma, per raggiungere questo traguardo è necessario un mutamento che tenga conto delle radici della violenza e agisca nella vita intima di ciascuno, perché è da lì che prendono forma tutte le persecuzioni.

Sia sugli uomini che sugli animali.

Eliminare da se stessi la sensibilità in favore del distacco e dell’indifferenza, è il compito innaturale che la civiltà degli uomini porta avanti ormai da millenni, lo strumento che consente alla specie “creata a immagine e somiglianza di Dio” di porsi sopra ogni altra specie, arrogandosi il diritto di sfruttare impunemente le altre forme di vita, senza riconoscerne il valore.

Infatti, una volta amputata da sé la comprensione emotiva, ogni sopruso può essere compiuto senza scrupoli e senza pentimenti.

Forti di una superiorità ottenuta con l’indifferenza e con l’arroganza, gli esseri umani si comportano come se fossero i padroni del pianeta.

Il cinismo e la freddezza, conquistati grazie all’educazione e al plagio culturale collettivo, ci permettono di accogliere l’aggressività come se fosse uno strumento inevitabile del progresso.

La violenza sugli uomini e sugli animali appartiene a una stessa identica matrice, nasce dalla mancanza di attenzione per ciò che non si può comprare e si sviluppa in una collettività che esalta la materialità a discapito dei sentimenti.

Per combatterla è necessario uscire dall’anestesia indotta abilmente nella psiche umana e riprendere in mano il potere della vulnerabilità, fatto di ascolto e accoglienza per il mondo interiore, e di rispetto per l’energia invisibile che dà forma all’amore.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI 

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