Mag 13 2015

Mangiare per vivere o vivere per mangiare? L’INGANNO DELLA SOPRAVVIVENZA

Published by at 09:07 under Psicologia,Psicoterapia

Sin da quando siamo ancora in fasce ci viene insegnato che mangiare è necessario alla sopravvivenza e, se non ci si alimenta con regolarità, si muore di inedia.

Non abbiamo (quasi) neanche cominciato a respirare… che il cibo s’impossessa di noi e rapidamente si trasforma in una droga.

Talmente potente da condizionare tutta la nostra esistenza!

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ALLATTAMENTO E INTIMITÁ

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Dopo la nascita la dimensione protetta che ha caratterizzato la vita intrauterina va perduta.

E il neonato si ritrova improvvisamente alle prese con il caldo e con il freddo, con il silenzio e con i rumori, con le sensazioni epidermiche e con quelle interne al corpo…

E con una terribile solitudine, perché la mamma non è più così presente come quando insieme formavano una cosa sola.

Per fortuna, a ricreare quell’avvolgente sensazione di unione provvede l’allattamento.

Durante le poppate il piccolo ritrova (almeno in parte) la fusione con il corpo materno e sperimenta nuovamente la totalità che esisteva prima della nascita.

Nella nostra frenetica vita moderna, però, quello è spesso anche l’unico momento d’intimità concesso alla madre e al bambino.

Gli orari di lavoro, la gestione della casa, l’accudimento di altri fratellini e un certo tipo di pedagogia (nera)… distolgono l’attenzione della mamma, impedendole quella dedizione totale di cui ogni nuovo nato ha bisogno per superare positivamente il trauma della nascita.

Queste considerazioni, naturalmente, valgono soltanto per la nostra specie.

Umana.

Gli animali dedicano ai loro cuccioli un tempo totalizzante e di appartenenza reciproca che le mamme umane, per assolvere le tante richieste della società, sono costrette a delegare a nonni, baby sitter e asili nido.

L’allattamento, perciò, diventa un momento preziosissimo per il bambino che, almeno in quello spazio di tempo, può rivivere l’unità originaria, sperimentando la sensazione di esclusività e di potere che deriva dal sentirsi contemporaneamente se stessi e il mondo, in un unico Tutto inscindibile.

Tuttavia, proprio le caratteristiche che rendono l’allattamento un momento così speciale finiscono per trasformarlo nella premessa della dipendenza che, in seguito, caratterizzerà l’alimentazione.

Infatti, è in quei momenti che il cibo diventa lo strumento privilegiato per ricevere amore.

Nella cultura umana il contatto fisico (a meno che non sia erotizzato) è bandito dalle relazioni ma la necessità di condividere l’affettività trova nell’alimentazione uno spazio sostitutivo, lecito e incentivato culturalmente.

Durante l’allattamento (in un periodo in cui la mente non ha ancora sviluppato una propria capacità critica) in seguito alla mancanza di fisicità e continuità nel rapporto tra mamma e bambino s’imprime nelle percezioni la sensazione che mangiare soddisfi il bisogno d’amore, e il cibo prende il posto delle carezze e degli abbracci di cui tutti i piccoli hanno bisogno per sopravvivere.

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PEDAGOGIA NERA E ISTINTUALITÁ

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A differenza che nel mondo animale, nella società degli uomini l’istinto è poco ascoltato, al suo posto la nostra specie preferisce consultare gli esperti.

Il legame tra la mamma e il cucciolo, però, è un legame viscerale, un sentire intimo fatto di una comunione e di una comprensione che bypassano la logica e che si formano nel corpo e nelle cellule, dal concepimento in poi. 

E forse anche prima.

Gli animali lo sanno.

E affidano la loro maternità all’istintualità, permettendosi con i piccoli un’intimità fisica e una sensitività che nelle nostre culture evolute sarebbero guardate con disprezzo e farebbero montare su tutte le furie tanti specialisti dell’infanzia.

Una pedagogia rigida e restrittiva, chiamata appunto: pedagogia nera, ci ha inculcato l’angoscia di viziare i bambini e, in nome dell’ubbidienza e della disciplina, ha imposto una severità educativa che nel mondo animale non esiste.

Tra gli animali, infatti, nessuna mamma si domanda ogni quante ore dovrà allattare i suoi cuccioli, se è il caso che dormano con lei e per quanto tempo ogni giorno è giusto coccolarli.

Gli animali ascoltano il legame che esiste con i loro piccoli e traggono da lì le istruzioni necessarie per farli crescere indipendenti e sicuri.

L’intimità fisica e affettiva che le madri stabiliscono con i figli permette all’attaccamento di svilupparsi ed evolvere senza che si formi la necessità di ricorrere all’alimentazione come surrogato affettivo.

In questo modo gli animali non sviluppano una dipendenza dal cibo e ignorano obesità, bulimia, anoressia… e tutte le innumerevoli patologie legate all’alimentazione, che invece affliggono la specie umana.

(Naturalmente mi riferisco agli animali che vivono nel loro habitat naturale. Quelli che convivono con l’uomo ne assumono le cattive abitudini e vanno soggetti alle stesse malattie.)

Gli animali selvatici hanno con i loro figli un rapporto naturale, privo d’interferenze da parte degli esperti e libero da condizionamenti culturali.

Un diverso sapere, basato sulla sensitività più che sulla logica, permette loro di vivere la maternità con spontaneità, consentendo ai cuccioli di saturare la dipendenza dalla mamma e di emanciparsi fisiologicamente e senza traumi.

Questo fa si che la necessità di mangiare non sostituisca il bisogno d’intimità e non si trasformi nell’alternativa lecita alle gratificazioni affettive negate.

Nella società umana, invece, l’alimentazione costituisce spesso l’unico momento riservato alle coccole e all’intimità tra la mamma e il bambino, e in questo modo si carica di significati che vanno ben oltre la necessità di mangiare per vivere.

Il pasto si trasforma in un rituale che travalica il bisogno di nutrirsi, facendo si che i piaceri del palato diventino il veicolo di un’emotività altrimenti vietata nei gesti e nelle parole.

La nutrizione diventa così un luogo affettivamente incensurato, uno spazio in cui la condivisione del cibo sostituisce l’emotività e la fisicità negate culturalmente.

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DIPENDENZA DAL CIBO E ATTACCAMENTO

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Se da una parte, perciò, la pedagogia nera impone ai genitori uno stile educativo basato sulle regole e sulla disciplina, dall’altra la necessità di mangiare per vivere prende il posto del contatto fisico e delle effusioni, diventando spesso l’unico momento di condivisione affettiva tra la madre e il figlio.

Una condivisione celata dietro la scelta delle portate e la varietà dei sapori.

In nome di un’ostentata imprescindibilità della sopravvivenza, l’alimentazione si sottrae alle maglie strette della pedagogia nera, permettendo alle mamme uno spazio salvifico in cui concedersi l’affettività senza paura di viziare i bambini.

É in questo modo che, nei primi mesi di vita, prende forma la dipendenza dal cibo.

Nasce dalla confusione tra le carezze e le pietanze e rende impossibile rinunciare ai piaceri della tavola perché uno stile educativo poco attento all’attaccamento impedisce l’evoluzione verso un più maturo ascolto del corpo e dell’affettività.  

Così, mentre gli animali mangiano per vivere e vivono per sperimentare la vita in tutte le sue sfumature: amore, avventura, piacere, gioco, curiosità, reciprocità, eccetera; gli esseri umani vivono per mangiare e mangiano per sperimentare un’affettività di cui hanno perso le tracce nei primi mesi di vita.

Carla Sale Musio

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