Archive for Ottobre, 2013

Ott 27 2013

IL TUO CORPO LA SA LUNGA…

Il corpo manifesta il carisma personale e rivela il carattere delle persone.

Il nostro modo di muoverci e di gesticolare, il timbro della voce, i silenzi, gli sguardi… comunicano ciò che siamo in modo spesso più efficace di tante parole.

Ognuno di noi possiede un’intelligenza corporea capace di creare un ponte tra la vita interiore e il mondo che ci circonda.

Allenando questa intelligenza, imparando cioè a utilizzare la gestualità e la postura, possiamo agire sulla psiche e acquisire espressività e sicurezza.

Howard Gardner, professore di pedagogia e psicologia all’Università di Harvard, famoso per la sua teoria delle intelligenze multiple, ha evidenziato l’esistenza di un’intelligenza fisica, articolata e indispensabile quanto l’intelligenza verbale.

Secondo Gardner esistono sette intelligenze diverse, indipendenti e interagenti tra loro, che corrispondono a sette modi d’interpretare e comprendere gli eventi.

  • Intelligenza linguistica, usata nel leggere libri, scrivere testi, comprendere parole parlate.


  • Intelligenza logico-matematica, usata nella soluzione di problemi matematici e nel ragionamento logico.


  • Intelligenza spaziale, usata nello spostarsi da un posto all’altro, nel leggere le cartine, nel disporre le valige nel portabagagli di una macchina in modo che occupino meno spazio possibile.

  • Intelligenza musicale, usata nel cantare una canzone, nel comporre una sonata, nel suonare la tromba o semplicemente nell’apprezzare la struttura di un pezzo musicale.

  • Intelligenza corporeo-cinestesica, usata nel muoversi, nel ballare, nel giocare a pallacanestro, nel correre i 100 metri o nel lancio del giavellotto.


  • Intelligenza interpersonale, usata nel relazionarsi ad altre persone, nel comprenderne il  comportamento, le motivazioni o le emozioni.


  • Intelligenza intrapersonale, usata nel capire se stessi, chi siamo, che cosa ci fa essere come siamo e come cambiamo nel tempo.

Il prof. Gardner ci insegna che possiamo contare su di un’equivalenza perfetta tra l’intelligenza corporeo-cinestetica e le altre tipologie di intelligenza e che (nonostante la nostra attenzione sia focalizzata soprattutto sull’intelligenza linguistica e logico-matematica) utilizziamo costantemente l’intelligenza corporea (anche se non sempre ne siamo consapevoli).

Nella tradizione culturale occidentale, però, si è creata una frattura fra il ragionamento logico e la corporeità.

E questo divorzio tra “mentale” e “fisico” è associato alla convinzione che quanto facciamo con il corpo sia meno importante e significativo dell’uso della logica o di qualche altro sistema simbolico relativamente astratto.

Ingiustamente, consideriamo il corpo alla stregua di un animale, privo d’intelligenza e sottomesso all’istinto.

Il corpo, però, possiede un sapere proprio, che si esprime nel modo peculiare di muoversi e agire nello spazio, e influenza il pensiero, anche quando apparentemente è il linguaggio verbale a farla da padrone e a imporre i suoi dettami.

Il  nostro stile di vita ci spinge a ignorare, sottomettere e imprigionare la fisicità, proprio come succede con tanti animali.

Immersi nella nostra presuntuosa arroganza, non ci fermiamo a considerare che gli animali possiedono un’intelligenza (diversa da quella degli uomini ma altrettanto importante) e sono portatori di una cultura che  la specie umana, nella sua infinita superbia, si permette di ignorare e di calpestare senza scrupoli.

Ci piace sentirci migliori, superiori e indifferenti davanti alle “pulsioni dell’istintualità”.

“Siamo esseri evoluti” ripetiamo con sussiego e arroganza, dimentichi di essere anche l’unica specie ad inquinare e distruggere il pianeta senza alcun rispetto, abusando la natura e violando le sue leggi.

 

IL CORPO IN TERAPIA

 

Per fortuna il corpo, nonostante la prigione culturale in cui lo abbiamo rinchiuso, mantiene viva la sua intelligenza e possiede altrettante conoscenze e capacità del nostro presuntuoso e civilizzato intelletto.

Il corpo racchiude i segreti dell’anima e conserva la memoria delle gioie e dei dolori che abbiamo vissuto.

I movimenti e la gestualità raccontano la nostra storia, nel linguaggio universale delle emozioni e dell’energia.

In terapia, lavorare con il corpo significa toccare le ferite dell’anima per poterle finalmente, disinfettare, medicare e guarire.

Agire la propria corporeità vuol dire, perciò, incontrare e mostrare la profondità di sé stessi, liberarne le potenzialità, stimolarne le risorse, rivelarne la poliedricità.

Il corpo è l’espressione dello spirito e ci permette di conoscere la grandezza dell’anima, oltre il limite delle parole.

La percezione del calore, dei colori, del peso degli oggetti, la tensione muscolare prodotta da alcuni gesti, certe espressioni del viso… influenzano i nostri pensieri e i nostri stati d’animo e, mettendo in atto intenzionalmente movimenti e azioni, possiamo aumentare le capacità mentali, acquistare determinazione e sicurezza, favorire la memorizzazione e l’apprendimento, potenziare la creatività, gestire meglio le emozioni, sentirci più sicuri.

Permettendoci di utilizzare le risorse del corpo, aumentiamo la fiducia in noi stessi, la forza di volontà, la concentrazione, la calma, la lucidità.

In terapia, occuparsi del corpo, rispettandone l’intelligenza, ascoltandone i segnali e i messaggi, incentivando il movimento, la gestualità e l’azione, consente di ottenere risultati straordinari.

Per questo è così importante affiancare alla conoscenza verbale un percorso fisico ed emotivo capace di accogliere l’espressione corporea senza censure e senza presunzione intellettuale.

Il lavoro con il corpo aiuta la mente a ritrovare il suo posto nell’equilibrio psichico e le restituisce le giuste proporzioni.

Solo grazie all’armonia tra la mente e il corpo è possibile affrontare i cambiamenti necessari allo sviluppo di sé e raggiungere un’adeguata realizzazione personale.

Carla Sale Musio

Vuoi sperimentare un training psicologico sull’espressione corporea?

Partecipa allo stage:m

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VERTIGO THERAPY

Abbraccia la tua vertigine e migliora te stesso

 

Ci sono paure, fissazioni, piccole manie che non possiamo eliminare, ma con le quali possiamo imparare a convivere in modo sano, abbracciandole e avvantaggiandocene.

In questo seminario, attraverso un percorso che si avvale delle tecniche teatrali (come “action and reaction”), potrai imparare a individuare le tue “vertigini” e a prendertene cura.

Un training per attori che ti insegna a guardare veramente dentro di te e a relazionarti col gruppo, un’esperienza che non passa attraverso i tradizionali schemi terapeutici, ma si apre alla socializzazione e alla condivisione, con un percorso molto dinamico e divertente. Poche semplici mosse per entrare in contatto col tuo io più profondo e trovare un dialogo efficace con te stesso e con gli altri nella vita quotidiana.

Trainer

LucidoSottile (www.lucidosottile.com);

Dott. Carla Sale Musio (www.carlasalemusio.it)

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Sabato 16 Novembre 2013, dalle 10 alle 17,30

Ex Liceo Artistico, p.zza Dettori 9, Cagliari

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Programma

ore 10 iscrizioni – ore 10,30 inizio lavori – ore 13,30 break – ore 14 proseguo lavori – ore 17 conclusioni – ore 17,30 fine lavori

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Info e adesioni:  Carla Sale Musio 3400033882

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Si consiglia un abbigliamento comodo (tuta da ginnastica, scarpe da tennis).

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Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

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Ott 21 2013

RAZIONALITA’ & SESTO SENSO

Chi nasce con una forte intuizione, da bambino non ha la vita facile.

I grandi di solito si arrabbiano quando vengono messi a nudo i loro altarini e negano con fermezza tutto ciò che contraddice l’immagine che hanno scelto di impersonare.

“Nonna perché piangevi di nascosto?”

“No, amore, non piangevo… ho un’allergia che mi fa lacrimare gli occhi.”

“Ti viene quando sei sola nella tua stanza?”

“Non dire sciocchezze! Ero nella mia stanza… ma non c’entra con l’allergia!”

*  *  *

“Papà, papà, il tuo cellulare è distrutto… sei arrabbiato?”

“No, tesoro, il sig. Francesco ha rotto per sbaglio il mio cellulare nuovo. Voleva guardarlo e invece gli è caduto per terra. Non c’è niente da arrabbiarsi, non l’ha mica fatto apposta!”

*  *  *

“Sono sicura che la mamma si è innamorata dello zio Mario!”

“Ma che dici! La mamma e lo zio Mario sono cognati, non possono innamorarsi. Certo, si vogliono bene ma l’amore è un’altra cosa! Lo capirai anche tu quando sarai più grande.”

*  *  *

I piccoli conoscono istintivamente le emozioni di quanti hanno intorno e, con l’innocenza tipica della loro età, dichiarano candidamente ciò che per loro è evidente, senza preoccuparsi delle convenienze sociali.

Così, spesso finiscono per essere contraddetti nelle loro affermazioni, sincere ma poco diplomatiche, e, non potendosi opporre al potere di chi ha più esperienza, sono costretti a negare quello che ai loro occhi innocenti appare invece come una incontestabile verità.

E’ in questo modo che il pensiero logico e razionale degli adulti mette pian piano a tacere la sensitività dei più piccini e insegna, con l’esempio o con la derisione, che non bisogna dare retta alla percezioni spontanee perché sono inattendibili e procurano soprattutto umiliazioni e guai.

Sentendosi stupidi, i bambini imparano a nascondere la realtà suggerita dall’istinto e costruiscono una ferrea razionalità per imbrigliare l’impeto e la conoscenza delle loro sensazioni interiori.

In questo modo, crescendo, si distaccano sempre di più dal mondo emotivo e finiscono per basare il loro esame della realtà su di un’oggettiva e concreta valutazione dei fatti, mentre tutto ciò che riguarda l’impalpabile verità dei sentimenti e dell’intuizione è guardato con disprezzo, ironia e sufficienza.

Roba per sciocchi sentimentali!

Essere adulti corrisponde al raggiungimento di un carattere razionale e privo di emozione, fatto di concretezza e di azioni scevre da inutili romanticismi.

L’intuizione, l’istinto, l’immediata e imprevedibile verità creativa, il sesto senso… sono considerate cose pericolose e fuorvianti, inutili per il raggiungimento della felicità e del successo.

Chi le possiede, però, non può estirparle dalla propria coscienza, può solo chiuderle in un angolo di sé stesso, e impedirsi di accogliere le loro preziose indicazioni.

Prende forma così una pericolosa distorsione della personalità creativa che, privandosi dell’ascolto della propria autenticità, è costretta a vivere dentro un range di comportamenti limitato e sempre uguale a se stesso.

Rischiare il cambiamento, infatti, vorrebbe dire ascoltare quella parte demonizzata e soggettiva che parla al cuore, e permetterle di affiancare la ragione nella scelta degli atteggiamenti.

Chi ha vissuto da bambino l’umiliazione e la disconferma della propria verità intuitiva non è disposto a tornare sui suoi passi per riappropriarsi da adulto del mondo sensibile e impulsivo dei sentimenti, preferisce fare le spallucce davanti al vuoto interiore che ogni tanto fa capolino nella coscienza e tirare dritto per la propria strada ben limitata dai paracarri razionali e condivisi.

Abiurare il dolore dell’infanzia porta a costruire un mondo fatto di sicurezze materiali e ragionevoli, un mondo in cui l’amore e le sue sdolcinate smancerie sentimentali sono evitate come la peste e perseguitate.

Chi adotta un’eccessiva razionalità come stile di vita, occulta con rigida determinazione il proprio mondo interno e la propria sensibilità per paura di rivivere la sofferenza provata nei primi anni di vita, e nasconde a se stesso e agli altri la debolezza, che combatte con tanto accanimento all’esterno di sé.

 *  *  *

Vittorio soffre di attacchi di panico.

Nella sua esistenza tutto sembra funzionare molto bene e quei momenti di terrore improvvisi e imprevisti non trovano spiegazioni di nessun tipo.

Ha un posto fisso in una grande azienda, ha una moglie con cui condivide i momenti liberi e le difficoltà, ha degli amici con cui ritrovarsi, dei genitori che gli vogliono bene, una bella casa e uno stipendio sufficiente a comprare tutto quello di cui ha bisogno.

Eppure ogni tanto… l’angoscia fa capolino e sconvolge, senza ragioni apparenti, il perfetto equilibrio della sua vita.

Durante i colloqui emerge un desiderio antico, fatto di viaggi, di cambiamento e di avventura… il sogno di fare il pilota, l’amore per la pittura.

“Cose che non rendono nulla e di cui si può fare tranquillamente a meno.” borbotta imbronciato con quel se stesso di un tempo, ricco di sogni e di magia.

Ma proprio quando si permette un po’ di quelle inutili illusioni infantili, gli attacchi di panico cominciano a diradarsi.

Non è facile a quarant’anni liberare il bambino interiore e lasciarlo scorrazzare indisturbato nella personalità!

Vittorio tende a imbrigliarlo dentro i compiti prestabiliti della sua vita e il piccolo selvaggio si ribella, raccontando con quei black out improvvisi la sua paura di morire chiuso in una prigione di doveri e di responsabilità.

*  *  *

Giuliana chiede un appuntamento perché il suo compagno ha deciso di chiudere la loro storia d’amore senza darle troppe spiegazioni e lei intuisce, con un doloroso sesto senso, che un’altra donna ha già occupato il suo cuore.

La razionalità, però, non può accettare i pensieri che l’intuizione suggerisce, perciò Giuliana cerca con ogni mezzo di costringere il partner a rivelarle la verità.

Tutto inutile!

Egli nega ostinatamente di avere un’altra e dichiara soltanto, lapidario, di non amarla più.

Addolorata e furente, Giuliana si apposta dietro l’ufficio e lo pedina fino a scoprire una per una tutte le sue bugie ma, anche davanti all’evidenza, l’uomo smentisce ogni imputazione accusandola di essere invadente e ossessivamente gelosa.

“Te l’ho già detto: non c’è nessun’altra donna! Sei accecata dalla gelosia e deformi ogni cosa dietro la lente dei tuoi pensieri assurdi!!” le urla contro, arrabbiato e sempre più distante.

Ora Giuliana non sa più a cosa credere: la razionalità trova conforto e sicurezza nelle bugie di lui, vorrebbe tanto giudicarle vere! Ma l’istinto conosce, con altrettanta certezza, ciò che il suo ex compagno non ha il coraggio di rivelarle.

Accogliere quell’intuizione, però, significa fidarsi di un sapere interiore e accettare con sofferenza l’irragionevole verità dei sentimenti:

  • Lei lo ama, nonostante tutto.

  • Lui lo sa e non vorrebbe infliggerle tanto dolore, ma il suo cuore ha scelto un’altra e, purtroppo, la ragione non può fare nulla per impedirlo.

*  *  *

Franco quando s’innamora, s’impappina e non riesce più a vivere tranquillo.

Ha così paura di essere mollato che tenta in tutti i modi di evitare il dolore dell’abbandono cercando di mostrarsi indifferente.

Vorrebbe mandare trecento sms… e invece non ne manda nemmeno uno.

Avrebbe bisogno di ricevere conferme… e sente che tutto è già finito prima ancora di cominciare.

Così, per evitare la sua paura della sofferenza, si dice che le storie non sono quelle giuste per lui.

Lei è superficiale, poco gentile, egoista, distratta… ogni volta qualcosa non va e Franco può abbandonare il campo senza mettere mai in discussione il suo comportamento ansioso e dipendente.

La ragione è veloce nel trovare i motivi che giustificano il bisogno di scappare.

Il cuore è chiuso in un baule e nascosto in una segreta dell’inconscio.

Aprirlo significherebbe ridare voce a un bimbo costretto a stare sempre da solo, in attesa silenziosa che il tempo passi.

“Torniamo presto, tesoro, vedrai! Le ore scorrono in fretta e noi ti porteremo un regalino…”

La mamma e il papà lavorano in una città vicina e il piccolo dopo la scuola li aspetta a casa della nonna.

L’anziana signora, però, è troppo stanca per giocare con lui, e passa la maggior parte del tempo addormentata sulla sua poltrona, mentre Franco aspetta in cortile il ritorno dei genitori, ansioso di raccontare a qualcuno i suoi successi e le sue paure.

Quando, però, finalmente tornano a prenderlo, è sempre tardi e Franco nell’attesa si è già addormentato.

La solitudine riempie le sue giornate e il piccolo impara tristemente che l’amore è solo l’anticamera dell’abbandono.

Non serve parlare, non serve aspettare e non serve chiedere.

Bisogna solo imparare a far star zitto il cuore.

Per non morire di delusione.

Carla Sale Musio

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Ott 16 2013

INTUIZIONE, TEMPO E CREATIVITÀ

Nel nostro modo abituale di intendere la realtà, il passare del tempo è un dato di fatto indiscutibile.

L’organizzazione quotidiana prevede un tempo per dormire, un tempo per lavorare, uno per divertirsi, uno per fare l’amore…

Lo scorrere dei minuti scandisce il ritmo delle nostre giornate e, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, sollecita i bisogni indirizzandoli in una direzione prestabilita e prevedibile.

Ci viene fame sempre alla stessa ora e ci viene sonno sempre alla stessa ora, siamo più produttivi nei momenti in cui di solito lavoriamo e più rilassati nei momenti in cui di solito ci riposiamo.

Per abitudine, comodità e convenzione, finiamo per fare le stesse cose nei medesimi orari.

Anche il linguaggio riflette il nostro modo di frammentare la realtà in capitoli temporali, definiti da attività consuete e ripetitive.

Si dice: “Sentiamoci all’ora di pranzo…” oppure “Vediamoci dopo cena…” per indicare un momento che cade per tutti nella medesima fascia oraria.

Non ci fermiamo mai a considerare che il tempo è la percezione dei nostri stati d’animo durante gli avvenimenti.

Da un punto di vista psicologico il tempo è dato dall’intensità di ciò che proviamo.

Così, mentre le lancette dell’orologio compiono un giro completo intorno al quadrante e la mente razionale sa che è trascorsa un’ora, il tempo può durare un istante oppure un’eternità.

Dipende dal modo in cui è stato vissuto.

In compagnia di una persona amata il tempo vola.

Durante un’operazione dolorosa il tempo non passa mai.

Quando si ha fretta, anche un istante diventa lunghissimo.

Dormendo… il tempo sparisce.

La percezione soggettiva dello scorrere del tempo corrisponde al funzionamento dell’emisfero destro del cervello e alla sua immediata ed eterna acquisizione della realtà.

Nell’emisfero destro, infatti, il tempo non scorre ma tutto esiste contemporaneamente.

E’ un altro modo di intendere la realtà.

Un modo molto diverso da quello dell’emisfero sinistro che invece poggia le sue valutazioni su un prima e un dopo e costruisce gli eventi utilizzando la sequenza.

Nell’emisfero sinistro il tempo procede dal passato verso il futuro attraversando il presente.

Mentre l’emisfero sinistro ama prevedere ciò che succederà basandosi sulle analisi, sulle classificazioni, sulle statistiche, sulle esperienze passate e sulle probabilità, l’emisfero destro vive in un eterno ora dove le informazioni sono parte di una consapevolezza immediatamente disponibile e presente e per questo del tutto priva di storia.

 

“So che lo so. Ma non so come faccio a saperlo… ?!?”

 

La saggezza dell’emisfero destro deriva da una conoscenza che bypassa il tempo e attinge la verità direttamente dalle profondità dell’inconscio.

Quando ci permettiamo di arrestare per un poco lo scorrere continuo dei pensieri soppesati dall’emisfero sinistro, e lasciamo che il silenzio interiore liberi le potenzialità dell’emisfero destro, un sapere immediato e privo di riflessione illumina la coscienza con la sua verità.

E’ così che prendono forma le intuizioni e le idee rivoluzionarie e geniali che da sempre punteggiano la storia delle grandi scoperte.

In quello spazio senza tempo le cose avvengono fuori dalle sequenze di prima e dopo, emergono grazie a una risonanza emotiva e rivelano la trama di una saggezza antica, fatta di sentimenti più che di acquisizioni, di accoglienza e non di selezione, di appartenenza invece che di tipologie.

E’ un sapere che punta dritto al cuore delle cose mostrandoci la verità senza bisogno di parole.

Usa un linguaggio muto, privo di enfasi e di clamore, e si esprime con noncuranza, proprio come sa fare la natura.

E’ naturale, infatti, affiancare questo tipo di comprensione alla logica e ai ragionamenti tipici dell’emisfero sinistro e intrecciare i due saperi nella comprensione delle cose.

Questa doppia modalità conoscitiva, razionale e intuitiva, basata su un armonico e cooperativo funzionamento dei due emisferi del cervello, ci permette di muoverci nel mondo con agilità sperimentando gli avvenimenti sia nel tempo che nel non tempo, nella realtà concreta della dimensione materiale e in quella impalpabile delle emozioni e dell’energia.

La personalità creativa ha da sempre la capacità di utilizzare entrambi gli emisferi del cervello in sinergia, e questo le consente di affiancare alla programmazione temporale degli eventi una grande capacità intuitiva.

La creatività ha bisogno di calarsi nella dimensione senza tempo delle idee e delle possibilità per attingere a un serbatoio di opportunità sempre nuove, ma deve anche saper tradurre quelle scoperte nella materialità fatta di sopra e sotto, alto e basso, prima e dopo, davanti e dietro, eccetera.

Solo così il fuoco sacro della genialità si può esprimere in un linguaggio comprensibile a tutti e diventare il mezzo per altre nuove e appassionanti acquisizioni.

Avere una personalità creativa significa, perciò, riconoscere in sé l’esistenza di questa duplice conoscenza e guardare senza paura e senza pregiudizio alla propria sensitività.

Una cultura eccessivamente materialista, purtroppo, ha finito per demonizzare tutto ciò che non è misurabile e ripetibile in laboratorio, rendendo inquietanti e demoniache le cose che sfuggono al dominio dei cinque sensi.

Il prevalere dell’emisfero sinistro del cervello sull’emisfero destro, ha estromesso la conoscenza delle peculiarità di quest’ultimo e ci ha portati a definire para-normale l’esistenza di quei fenomeni che la scienza e la fisica non riescono a controllare, rendendoli oggetto di scherno o di superstizione, e privandoci in questo modo della conoscenza di una realtà inafferrabile con la logica ma raggiungibile con il cuore.

Solo l’amore e la fiducia sono gli strumenti in grado di guidarci nel buio senza forma delle emozioni e di far emergere da quelle profondità una saggezza capace di riconoscere d’istinto il vero dal falso e di ridare alla vita il suo profondo significato.

Il tempo è solamente una opzione possibile, nell’immensa poliedricità della creazione.

Carla Sale Musio

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Ott 11 2013

CREATIVITA’, LEADERSHIP E POTERE

Le persone che amano il potere non hanno mai una leadership adeguata perché non sono capaci di pensare nell’interesse di tutti.

Il desiderio di emergere sugli altri li spinge a mettersi in vista e a ricercare posizioni di comando ma, purtroppo, la brama narcisistica dell’autorità ostacola il raggiungimento di un’organizzazione efficace, centrata sui bisogni, sul rispetto e sulla valorizzazione di tutti i partecipanti.

Per mantenere uno status di guida queste persone cercano di ottenere consensi usando la supremazia, il plagio, la seduzione e, a volte, purtroppo, anche la corruzione.

Così facendo finiscono inevitabilmente per anteporre il successo personale al raggiungimento degli obiettivi comuni.

Quando il bisogno narcisistico deve evolversi e imparare a lasciare spazio all’empatia e all’altruismo, la personalità non è adatta alla gestione delle risorse comuni e la leadership è destinata al fallimento.

L’antidoto all’egocentrismo e all’autoritarismo è la creatività, cioè quel bisogno interiore che ci spinge a scoprire punti di vista nuovi nelle cose di sempre.

La creatività conduce le persone a disinteressarsi del potere e dell’autorità.

Troppo occupati a tradurre in realtà le loro ispirazioni, i creativi non amano le gerarchie, la competizione, la sopraffazione (e nemmeno la vittoria).

Preferiscono concentrare le proprie energie nella trasformazione e nel cambiamento di se stessi e di ciò che hanno intorno.

Proprio queste caratteristiche fanno di loro degli ottimi leader.

Una buona leadership tiene conto delle esigenze di tutti e sa distribuire le competenze valorizzando le capacità e lasciando che ciascuno metta i propri talenti al servizio dell’interesse comune.

Chi è capace di cogliere le qualità presenti negli altri è anche (inevitabilmente) dotato di empatia e propenso a gestire i ruoli di comando senza prevaricare.

Questo succede quando il pensiero è orientato verso il raggiungimento di un benessere capace di coinvolgere se stessi e gli altri in uguale misura.

La creatività di solito si accompagna all’empatia.

E l’empatia è l’ingrediente base dell’altruismo.

Creatività ed empatia sono i requisiti fondamentali di una buona gestione della leadership e fanno sì che le personalità creative si trovino spesso a guidare e organizzare gli altri.

Anche se non sempre è facile riconoscere la leadership nei loro comportamenti intuitivi, accomodanti e disponibili.

Proprio perché non amano il comando e la sopraffazione, sono spesso dei leader occulti.

Si tratta di leader che non emergono immediatamente ma che sanno costruire nel tempo relazioni basate sulla fiducia e sulla reciprocità, e che per questo si ritrovano (prima o poi) a gestire le risorse comuni.

Queste persone non amano il potere di per sé, amano l’armonia nelle cose e tra le persone, e si prodigano nel costruire climi emotivamente accoglienti e giocosi, spazi di condivisione in cui sia possibile esprimersi con spontaneità e senza censure.

Per loro la leadership è un compito… inevitabile, un incarico che accolgono in sé come una missione a cui non è possibile sottrarsi.

Sentono il dovere di mettere le proprie risorse al servizio degli altri e lo fanno accollandosi spontaneamente il carico di coordinare le energie di tutti verso un vantaggio comune.

Il benessere di tutti, infatti, è la condizione indispensabile perché sia possibile esprimere creatività ed empatia, e godere insieme di uno scambio capace di arricchire tutti i partecipanti.

Sia la creatività che l’empatia, muovono sempre le azioni di questi leader, semplici e alla mano, portandoli naturalmente a prodigarsi per il raggiungimento di un’armonia collettiva.

Quando è necessario unire le forze per realizzare un obiettivo comune, la personalità creativa mostra tutta la sua autorevolezza, discreta e partecipe, attenta ai bisogni degli altri e capace di riconoscerli in sé anche prima che questi ultimi se ne siano resi coscientemente conto.

Chi è in contatto con la propria personalità creativa ha spesso la consapevolezza delle necessità e degli stati d’animo delle persone con cui interagisce (un po’ come se fosse dotato di un radar interiore in grado di sintonizzarsi sul mondo emotivo degli altri). 

Purtroppo questa consapevolezza può diventare causa di emarginazione da parte di coloro che, sentendosi messi a nudo dallo sguardo “creativo”,  non sono ancora pronti a condividere la propria verità interiore.

In questi casi le risorse della personalità creativa sono combattute o fraintese e può strutturarsi un modo di essere che privilegia la finzione invece dell’onestà e che utilizza l’arroganza e la competizione per salvare i propri privilegi narcisistici.

Tanti creativi cercano di sfuggire la naturale propensione alla leadership, mimetizzando le proprie risorse nel tentativo di farsi accettare nonostante la loro scomoda intuizione.

Ma, proprio questo deformarsi pur di ottenere approvazione è la causa di  sofferenze e di  patologie mentali.

La creatività, l’empatia e la leadership sono risorse vitali per il benessere di chi le possiede e della collettività, dal loro riconoscimento e dalla loro valorizzazione prende forma un mondo basato sul rispetto, sulla cooperazione e sulla conoscenza reciproca.

La repressione e l’occultamento di queste preziose potenzialità ci priva dei mezzi indispensabili per vivere insieme e costituisce la radice di tante guerre.

In se stessi e nel mondo.

Carla Sale Musio

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Ott 05 2013

CAMBIARE PER SOPRAVVIVERE

Da bambini la crescita psicologica ci spinge a sperimentare nuovi modi d’interpretare e di vivere la realtà ma chi possiede una personalità creativa ha un bisogno costante di cambiamento e di rinnovamento e per queste persone lo sviluppo di sé non ha mai fine.

L’empatia incrementa in loro la conoscenza del mondo interiore.

La creatività fa sì che le cose assumano espressioni sempre diverse.

Dal connubio tra creatività ed empatia prendono forma scelte di vita coraggiose e capaci di trasformare una quotidianità ripetitiva, prevedibile e senza obiettivi, in una vita piena di avventura e di significato.

Questo non vuol dire necessariamente fare le valige e andarsene in giro per il mondo, partire è solo un modo fra tanti per vivere esperienze nuove, tutti i creativi affiancano l’avventura interiore alla conoscenza di nuove verità e ogni evento diventa per loro un’occasione di trasformazione e di accrescimento.

La monotonia riguarda sempre lo stallo dei sentimenti e l’impossibilità di evolvere se stessi lungo il percorso della conoscenza.

Ecco perché il cambiamento è un ingrediente fondamentale nella ricetta della realizzazione personale e della felicità.

Come un elisir miracoloso, consente all’entusiasmo e alla curiosità di riprendere a scorrere nella vita di tutti i giorni, spingendoci a esplorare nuove vie della conoscenza.

Tutto ciò che blocca questo cammino individuale di crescita e di sviluppo emotivo, causa sempre una grande sofferenza favorendo l’insorgere della depressione, dell’ansia, dell’attacco di panico e di tutte le patologie psicologiche che, come una spia rossa accesa, segnalano la fame di rinnovamento interiore.

La nostra società è poco propensa ad assecondare le trasformazioni e i cambiamenti.

Bisogna essere quelli giusti, cioè: controllabili, prevedibili, conformi alle aspettative di chi abbiamo intorno e delle istituzioni.

Deludere queste aspettative ci fa sentire cattivi, poco amabili, riprovevoli. La paura dell’abbandono, dell’emarginazione e della solitudine, incalza confinandoci dentro scelte di vita che spesso non ci appartengono più.

La necessità di ricevere approvazione e amore, e il desiderio di essere parte di una comunità, ci spingono ad accettare anche stili di comportamento, spesso molto distanti dal nostro modo di essere, penalizzando il bisogno di novità e di cambiamento e costringendo l’entusiasmo e la creatività dentro una gabbia stereotipata e priva di uscite.

Ma proprio su queste esigenze di appartenenza e di rispecchiamento, fanno leva i dettami di un sistema produttivo che tende a omologare le persone in un esiguo range di comportamenti, finalizzati principalmente al consumo (di prodotti spesso del tutto inutili) e al vantaggio di pochi su molti.

Il bisogno di cambiamento è la conseguenza inevitabile della crescita e dell’evoluzione interiore.

E ci sprona a non rimanere aggrappati alle certezze che abbiamo raggiunto.

Anche quando queste ci sono costate tanti sacrifici.

Ciò che abbiamo costruito con impegno e con fatica, e che una volta è stato il nostro più grande obiettivo, si trasforma nel tempo inevitabilmente, fino a diventare il trampolino di lancio che ci catapulta dentro una nuova esperienza di vita.

Sforzarsi di perpetuare le situazioni che interiormente non ci rispecchiano più, significa condannarsi alla sofferenza e alla patologia mentale.

Affrontare con coraggio il cambiamento è la via che conduce a una vita soddisfacente e ricca di nuove possibilità.

Anche quando questo significa affrontare la paura dell’ignoto e il dolore della solitudine e dell’incomprensione.

*  *  *

Francesca è una bella ragazza, alta e slanciata, che lavora da diversi anni in una clinica privata come fisioterapista. I suoi pazienti le vogliono un gran bene perché lei, oltre a conoscere e alleviare le sofferenze del corpo, sa ascoltarli e comprenderne le paure, tollerando i momenti no e valorizzando i successi lungo il percorso di recupero fisico che insieme portano avanti.

Francesca è una fisioterapista preparata e sa affiancare alla fisioterapia quell’ascolto dell’anima che allevia i dolori miracolosamente.

Quando mi chiede un consulto, però, è stanca e priva di entusiasmo.

Il suo lavoro, che ha scelto perché da sempre le piace aiutare gli altri e studiare le risorse nascoste del corpo, adesso non la appassiona più.

E’ vero, l’orario di lavoro è impegnativo… ma la retribuzione è buona, finalmente ha ottenuto un contratto a tempo indefinito e gode di un ottimo rapporto sia con la direzione che con i colleghi.

Insomma non c’è proprio nulla di cui lamentarsi.

Eppure Francesca ha perso la passione e si trascina da un giorno all’altro come se nella sua vita non ci fosse più nessun futuro.

Con molto imbarazzo mi racconta la sua insoddisfazione professionale e il suo segreto desiderio di viaggiare.

“Il lavoro che faccio non mi dispiace. Lo faccio con amore e con impegno, ma la vita, scandita dal ritmo quotidiano della clinica, mi fa sentire vecchia già a trent’anni!”

“Cosa le piacerebbe fare?” le chiedo.

“Avrei tanto voluto viaggiare. Quand’ero piccola sognavo di fare la hostess!” racconta illuminandosi tutta In casa, però, non c’erano soldi e ho scelto di mettermi a lavorare molto presto per poter aiutare la mia famiglia.”

“E oggi?”

“Oggi le cose sono cambiate, anche grazie al mio impegno, il lavoro serve soltanto a mantenere me. Forse per questo  posso finalmente ammettere che non mi piace più.”

Lavoriamo sui sogni di una ragazza che ha sempre affrontato le difficoltà con coraggio e con spirito di avventura e che finalmente si permette di pensare di più a se stessa.

Dopo qualche mese Francesca, con tante incertezze, partecipa a un corso di formazione per hostess di volo.

Il corso è costoso e, muovendosi dalla Sardegna, bisogna aggiungere le spese della trasferta per raggiungere la sede delle lezioni.

Un anno di viaggi avanti e indietro tra Cagliari e Milano.

Francesca paga ogni cosa con i soldi del suo stipendio di fisioterapista, risparmiando su tutto quello che può. E, nel corso dei mesi, mette a fuoco la sua passione per gli aerei e per il volo.

E’ con molta emozione che, un anno e mezzo dopo, presenta le dimissioni dalla clinica per accettare un contratto di lavoro con una compagnia che si occupa di voli internazionali.

Da allora non ha mai smesso di viaggiare.

Il suo posto di lavoro oggi è meno sicuro di quello di un tempo e il futuro delle compagnie aeree è spesso irto di difficoltà, ma Francesca non ha mai avuto rimpianti.

“Volare mi piace! E non vorrei mai tornare indietro. Posso solo proseguire il mio percorso assecondando ciò che, di volta in volta, è meglio per me.” mi racconta in uno dei colloqui che abbiamo quando, nelle vacanze, torna in Sardegna a trovare i suoi genitori.

*  *  *

Martina è iscritta alla facoltà di legge, ha dato già dieci esami ma ultimamente un blocco della concentrazione e della memoria non le permette nemmeno di programmare la data di un esame. 

Durante una chiacchierata mi racconta che ancora non riesce a immaginarsi un futuro dopo l’università.

L’idea di fare l’avvocato la terrorizza.

 “Non sono fatta per le arringhe, sono troppo timida…” mormora guardando in basso con aria colpevole.

“E non mi piacerebbe nemmeno fare il notaio. Tutto il giorno immersa tra scartoffie e contratti! Finirò a lavorare in banca o in qualche struttura pubblica… ma questo non mi fa sentire meglio. Non riesco a capire cosa voglio fare e così perdo tempo senza concludere niente.”

“Sei molto attenta agli altri e sai ascoltare senza dare giudizi, saresti portata per fare la psicologa. Ci hai mai pensato?” le domando.

“Certo! Sarebbe il mio sogno! Ma a casa è una scelta improponibile! I miei genitori la vedono come una professione senza sbocchi lavorativi e, quando inizialmente gliel’avevo proposto, non hanno nemmeno voluto prendere in considerazione la mia scelta”

“Forse oggi, però, potresti argomentare meglio le tue ragioni e aiutarli a comprendere un mestiere che ancora è poco conosciuto” ribatto, cercando di aiutarla a sostenere se stessa.

Rinunciare a dieci esami significa dover ricominciare tutto daccapo!

Ma Martina ha saputo trovare la forza di affrontare il suo cambiamento, dapprima analizzando le ragioni profonde che la spingono a scegliere di ascoltare gli altri per tanto tempo tutti i giorni, e poi sostenendo un confronto serrato con i suoi genitori, fino a motivarli nell’accogliere la sua decisione di cambiare facoltà.

Oggi, oltre ad essersi laureata in psicologia, aver sostenuto il tirocinio e l’esame di stato, si è specializzata, diventando anche psicoterapeuta, e lavora in uno studio tutto suo.

*  *  *

Serena ha un marito con cui non va d’accordo, ormai da molti anni, e due figli adolescenti che ama più di se stessa.

Da tempo, ormai, i litigi sono diventati la musica di ogni giorno e avvelenano la vita familiare trasformando la quotidianità in un inferno di discussioni.

Serena vorrebbe tanto separarsi ma il lavoro la costringe a passare diverse notti fuori di casa e il pensiero di lasciare i suoi ragazzi a vivere con il papà, la fa desistere ogni volta.

Così si rimbocca le maniche e prova di nuovo a riaggiustare i cocci di una relazione sempre più in frantumi.

La tenerezza, la complicità e la passione sono finite e quel “volersi bene fraterno”, che nel tempo ha preso il posto dell’amore, è soffocato e nascosto dalle mille incomprensioni che amareggiano la loro vita.

Poi un giorno, improvvisamente, prende la decisione che le fa più paura e salta a piè pari nell’ignoto.

Lascia i ragazzi, la casa e il marito, affitta un appartamento e per la prima volta va a vivere da sola.

Il suo cuore di mamma trabocca di dolore, il suo animo libero allarga le ali e plana verso una nuova e sconosciuta realtà.

Si. I ragazzi staranno col papà.

Si. Lei potrà vederli soltanto nei giorni stabiliti.

Ma finalmente le litigate hanno fine e ci si può godere una giornata insieme come se fosse una festa.

Carla Sale Musio

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