Archive for Marzo, 2013

Mar 23 2013

EVASORI EMOTIVI


L’evasore emotivo è certamente l’uomo (o la donna) più seducente del mondo.

Pieno di passione, di attenzioni, di premure e di tenerezza.

È quello che sa ascoltarti e comprenderti.

Quello che non si tira mai indietro davanti ai sogni, alle improvvisate e alle pazzie dell’amore.

È un amante meraviglioso e meravigliosamente capace di sorprenderti e di farti battere il cuore come nessuno prima.

È l’innamorato intraprendente, pieno di risorse, emozionante e speciale.

La sua capacità seduttiva non conosce limiti.

L’evasore emotivo può permettersi il lusso di amare senza reticenze e senza freni.

Proprio perché tanto è un evasore.

E, come ogni evasore, non dovrà pagare i conti delle sue promesse.

La totale indifferenza davanti alle responsabilità e al peso della partecipazione alla vita di un altro è proprio ciò che lo rende così affascinante, imprevedibile e pieno di attrattive.

Gli evasori emotivi evadono le promesse, le illusioni e le delusioni, i sogni infranti e il dolore che inevitabilmente, dopo lo splendore dei primi tempi, seminano dietro di sé quando si tratta di costruire una continuità.

Infatti, solitamente, la magia, la dolcezza e la partecipazione confluiscono nei progetti e nella voglia di condividere e costruire insieme.

Ma è proprio a questo punto che improvvisamente lo splendore si trasforma in cenere e l’uomo (o la donna) pieno di risorse e di promesse… si dà alla fuga.

È un evasore, appunto.

Sfugge all’impegno e al coinvolgimento dei sentimenti (i suoi e quelli di chi gli sta vicino).

Gli evasori emotivi evadono le responsabilità e i programmi che loro stessi alimentano, seminando dietro di sé un’ecatombe di cuori infranti.

Per loro è facile promettere con leggerezza e lasciar germogliare le aspettative, accendere i desideri, coltivare le illusioni.

Sanno che tanto al momento opportuno potranno liberarsi da qualunque impegno e uscire di scena con un’alzata di spalle.

“Sono cambiato… ora non è più come prima… ci sono presupposti diversi… non ho altra scelta…”

Le giustificazioni sono lapidarie e poco convincenti ma a loro non importa la coerenza.

Le spiegazioni, le motivazioni, i chiarimenti sono cose per gente che accetta gli impegni della propria affettività e non per chi, invece, ha solo fretta di ricominciare tutto daccapo da un’altra parte.

Per chi evade le emozioni non c’è dialogo ma solo “improrogabili necessità” che nascondono la paura del coinvolgimento e del percorso di crescita che comporta.

Gli evasori emotivi sono sempre in fuga.

Sfuggono se stessi e le emozioni troppo intense.

Per questo per loro le storie più coinvolgenti sono quelle che finiscono, cedendo il posto a relazioni meno avvincenti e perciò emotivamente meno pericolose.

Ogni evasore emotivo si lascia sempre una porta aperta per la fuga e questa possibilità (che si concede senza pentimenti) gli permette di coltivare a cuor leggero qualunque situazione affettiva.

“Voglio sposarti… facciamo un bambino… mi separo e mi trasferisco qui da te… lascio tutto e ti seguo… sono pronto a fare qualsiasi cosa…”

Incurante degli impegni che si assume, chi evade i sentimenti può sostenere ogni impresa.

Non corre mai il pericolo di dover affrontare il cambiamento, la debolezza, la paura o la fragilità.

L’evasore emotivo “coglie l’attimo”.

E di attimo in attimo cavalca il narcisismo della propria seduttività.

Elettrizzato dall’entusiasmo e dall’ingenuità di chi gli sta vicino gioca a fare il principe azzurro ma, come nelle favole, non va mai più avanti del “vissero felici e contenti”.

Perciò non invecchia, non ha nipotini, non paga il mutuo della casa o le rate della macchina, non litiga, non suda, non piange, non soffre e non conosce la fatica e le sgradevolezze della quotidianità.

Incurante e imperturbabile scarica tutti i problemi sulle spalle di chi, senza malizia e senza garanzie, ha creduto in lui e, presto o tardi, si ritrova a fare i conti con la delusione.

L’evasore emotivo non si assume l’impegno delle emozioni che distribuisce in giro a piene mani, e costringe chi lo ama a confrontarsi con la propria creduloneria e con la rabbia che inevitabilmente accompagna il dolore dell’abbandono.

Questo indulgere nell’impossibile lo rende meraviglioso e affascinante ma solo fino a quando le necessità della vita non si scontrano con la fatuità delle sue promesse, mettendo in luce la fragilità e la disonestà di chi evita con cura il confronto con le proprie emozioni.

In questo modo gli evasori emotivi si trasformano presto nel capro espiatorio delle storie che vanno in frantumi.

Poiché abbandonano il campo sono loro gli inaffidabili, gli spietati, gli insensibili, gli egoisti, i traditori, gli indifferenti.

Quando si spengono le luci del palcoscenico chi sfugge le emozioni incarna sempre il lato peggiore dell’amore.

Eppure… tutti quelli che hanno amato senza dubbi e senza domande, e che hanno creduto a scatola chiusa ai fuochi artificiali, alle promesse e alle bugie di un evasore emotivo, dovrebbero chiedersi:

  • Come mai sono inciampato in un’esperienza così deludente?

  • Da dove nasce la mia fiducia senza condizioni?

  • Perché ho permesso che un’altra persona rubasse le mie emozioni, lasciandomi solamente rimpianti e delusione?

Ogni evasore emotivo, infatti, trova sostegno, forza e riconoscimento in chi gli ha creduto permettendogli di evadere l’amore ai propri danni.

La presenza dell’evasore emotivo nella vita di una persona segnala sempre una falla nel narcisismo e un bisogno di supportare la stima di sé.

Questo non vuol dire esigere vendetta e pretendere un risarcimento danni.

Significa, piuttosto, osservare il proprio modo di voler bene e lavorare su se stessi per migliorare la capacità di autotutela.

Chi permette a un altro di depredare l’emotività non si riconosce il giusto valore e segretamente è il primo aguzzino di se stesso.

Carla Sale Musio

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Mar 17 2013

BAMBINI IN DIFFICOLTA’

Federico è un bambino che ha molto sofferto.

All’età di sei anni gli è stato diagnosticato un tumore al cervello e da quel momento in poi la sua vita è diventata un lungo e doloroso percorso di visite mediche, punture, flebo, operazioni, cannule, cateteri, tubicini, medicine e sofferenze interminabili mentre il suo corpo si riempiva di segni, lividi e ferite, e lo star male prendeva il posto della fiduciosa allegria di prima.

Per crescere, Federico ha dovuto affidarsi totalmente alla sua mamma e credere che le cure, che i medici gli hanno dovuto infliggere, non fossero crudeltà dolorosissime e brutali ma gesti teneri, compiuti con amore e nel suo interesse.

E’ difficile per chiunque, convincersi che il male fisico sia indispensabile e tantomeno che sia buono.

Ai bambini, ancora immersi dentro un egocentrismo fisiologico e necessario alla crescita, viene spontaneo pensare che la sofferenza più che un bene sia una punizione necessaria a correggere colpe, errori e difetti.

“Ma allora…?! … quali sbagli ho commesso per meritare un trattamento così duro e accanito?”

Federico se lo domanda in continuazione e, col tempo, ha finito per attribuirsi una malvagità interiore, inspiegabile e sconosciuta ma terribile e così pericolosa da tenerlo costantemente in ansia.

Infatti, non potendo stabilire autonomamente cosa sia giusto e cosa no, perché qualsiasi scelta potrebbe essere quella sbagliata, il piccolo finisce per sentirsi sempre colpevole e sempre a disagio. Dappertutto e con tutti.

Per questo, ovunque vada e con chiunque si trovi (a parte la sua mamma), Federico non sa mai come comportarsi, quando parlare, quando giocare, quando sorridere… e quando scappare.

L’unica cosa che riesce a fare è immobilizzarsi, bloccando ogni idea e ogni movimento.

Ma, prima di paralizzarsi in quella morsa d’imbarazzo e paura, lancia un timido sorriso a chi gli sta vicino, una sorta di S.O.S. che segnala le sue intenzioni amichevoli, nonostante tutto.

E’ difficile aiutare un bambino a rompere il muro di isolamento che, con tanta fatica, è riuscito a costruire intorno a sé nel tentativo disperato di proteggersi da ulteriori torture, fisiche o psicologiche.

Non serve spronarlo a reagire e non serve lasciarlo da solo. Ci vogliono molta pazienza e tanto amore per convincerlo a smontare la sua fortezza protettiva continuando a sentirsi al sicuro.


PICCOLI GRUPPI PROTETTI


Una soluzione che ho trovato efficace in casi come questo, è il lavoro ludico in piccoli gruppi protetti.

Un piccolo gruppo protetto è un gruppo di bambini guidato da un adulto qualificato (psicologo, psicoterapeuta, counselor, educatore professionale), attento alle problematiche dei partecipanti e capace di promuovere la cooperazione e l’autostima.

Nel gruppo si svolgono attività di gioco mirate a far emergere la solidarietà, la collaborazione, la creatività, la soddisfazione personale e la fiducia.

Il piccolo gruppo protetto è un nucleo di passaggio tra la famiglia e il mondo esterno, un luogo in cui è possibile sperimentare le proprie capacità e le relazioni con gli altri in un ambiente rassicurante dove la diversità e l’originalità di ciascuno possano diventare gli strumenti per affermare se stessi e i doni che ognuno è venuto a portare al mondo.

Gli incontri hanno una cadenza settimanale o bisettimanale e funzionano come una palestra… della socialità.

Nel corso degli incontri i bambini imparano a giocare insieme sostenendosi l’uno con l’altro, e scoprono modi nuovi per esprimere le proprie potenzialità personali.

Il lavoro nei piccoli gruppi permette ai bambini in difficoltà di avventurarsi fuori dal nido familiare, in una situazione protetta e in un ambiente in cui è lecito esprimere le proprie paure, e favorisce l’osservazione e la sperimentazione di soluzioni nuove.

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Mar 12 2013

IL BAMBINO FERITO


“Non fare il bambino, ti comporti come una bambina, sei infantile …”

Quando il nostro lato ‘’bambino’’ si presenta agli altri, attraverso i nostri atteggiamenti, in modo cosí evidente da suscitare tali rimproveri, significa che facciamo parte di una schiera fortunata di persone, poiché abbiamo il problema a portata di mano, affiorante in superficie e quindi sará molto piú facile per noi prendercene cura, se lo vogliamo.

Prendere contatto con il bambino ferito, non amato a sufficenza, arrabbiato, frustrato, abbandonato, non é un compito facile.

Spesso si é rifugiato talmente in profonditá, da creare l’illusione di non esistere, eppure tutti ci portiamo dentro questo bambino con le sue ferite irrisolte. É una situazione assolutamente comune e inevitabile, che ne siamo consapevoli o meno.

Tutti i bambini del mondo, hanno bisogno di amore in una tale misura che risulta umanamente impossibile da soddisfare, anche da parte dei genitori piú consapevoli ed evoluti.

I genitori quasi sempre, in qualitá di esseri umani, hanno a loro volta i propri limiti, per cui mancano di offrire al bambino ció di cui ha bisogno.

Il meccanismo di difesa del bambino, che deve quindi sopravvivere nonostante il dolore, sviluppa immagini e reazioni che vanno a fissarsi in profonditá, dove rimangono fino a che non riusciamo a trovare il sistema per stanarle e scioglierle, per cosí dire.

Nessuno su questa terra é immune da questo fenomeno, che fa parte del compito evolutivo di ogni individuo.

Quando il nostro lato ‘’bambino’’ interferisce nella nostra vita con meccanismi non riconducibili direttamente ad esso, risulta maggiormente difficile il collegamento e quindi il lavoro per risolvere i problemi che entrano nella nostra vita.

Ma possiamo ugualmente individuarne la presenza, tutte le volte che i nostri problemi relazionali, sembrano dipendere dal fatto che non ci sentiamo amati abbastanza, oppure rispettati o riconosciuti.

Questi sono tipici bisogni che il nostro bambino continua a pretendere che vengano soddisfatti dagli altri.

Le nostre reazioni saranno le piú svariate a seconda di come abbiamo interiorizzato il dolore e di come abbiamo costruito la nostra difesa in funzione della nostra caratterologia, ma fino a quando continueremo a pretendere che gli altri debbano cambiare, non ci sará mai uscita, creando di conseguenza i circoli viziosi di cui cadiamo ripetutamente vittime.

Personalmente credo che sia meglio conoscere ed affrontare piuttosto che ignorare ed evitare.

Non che la seconda opzione non abbia i suoi vantaggi, ma a mio parere risultano quasi sempre di breve durata e scarsamente evolutivi.

Chi la pensa come me, ha davanti a sé un compito arduo: conoscere e affrontare il proprio bambino interiore.

Non un mostro che sputa fuoco da sette teste, non un folletto maligno che si diverte a interferire nella nostra vita mandando regolarmente all’aria i nostri progetti, non un mondo ostile che sembra coalizzato per farci soffrire, ma semplicemente e profondamente il nostro bambino, rintanato o latente che sia.

Riconoscerlo, accoglierlo, nutrirlo, perdonarlo e farlo crescere fino al punto di scoprire che non ha bisogno di tutto questo amore dagli altri, ma che giá possiede tutto l’amore dentro di sé e che puó invece donarne tanto, senza privarsene perché é una fonte inesauribile.

Benedetta Veroni

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Mar 08 2013

LA MASCHERA

La lotta tra il bene ed il male é il fondamento esistenziale della nostra realtá terrena.

Senza questa contrapposizione la nostra dimensione non esisterebbe.

Questa contrapposizione energetica appare evidente in tutta la realtá che ci circonda e dentro di noi.

Se ci soffermiamo a meditare, ci accorgiamo subito della presenza interiore di queste due cariche che alimentano i nostri “istinti” buoni e cattivi.

Quelli buoni ci fanno amare ed essere amati, considerati, rispettati, elogiati, apprezzati, mentre quelli cattivi ci mettono spesso nei guai.

Ma abbiamo imparato a difenderci da questi ultimi, frenando e nascondendo le nostre tendenze, in modo da offrire all’esterno una immagine benigna, molto piú utile alla nostra vita di relazioni.

Di fatto si tratta di una machera, che indossiamo ogni qualvolta non possiamo o non vogliamo mostrare agli altri il nostro vero volto, perché sarebbe troppo sconveniente o peggio ancora condannabile.

Con un pizzico di onestá, spesso sappiamo bene dove e quando mettiamo su la nostra mascherata, ma la situazione si fa pericolosa quando la mascherata non si limita ad ingannare gli altri, ma anche noi stessi.

Cioé quando inconsapevolmente ci identifichiamo con la maschera e agiamo come se fosse la nostra veritá.

In questo stato rischiamo di entrare in un meccanismo di distorsione emozionale in grado di produrre reazioni a catena che possono apportare notevole squilibrio nella nostra vita, inizialmente dal punto di vista psicologico ma poi, inevitabilmente anche pratico e materiale.

Il nostro nemico non é il male o l’istinto negativo dentro di noi, ma l’ignoranza, che crea l’illusione e la falsitá, nascondendo ai nostri stessi occhi la nostra vera natura, impedendoci di fatto di avvicinarci al nocciolo della questione, relegandoci ad una esistenza senza possibiltá di risoluzione dei conflitti coi quali ci confrontiamo quasi giornalmente.

Tutti indossiamo una maschera in talune situazioni, e purtroppo tutti cadiamo vittima, in alcune aree della nostra esistenza, della inconsapevolezza di indossarla.

Ogni volta che ci troviamo in conflitto con l’esterno, impariamo a chiederci con onestá ed umiltá: cosa sento veramente in quella circostanza? quale istinto negativo sto cercando di nascondere? quale é l’immagine irreale di me che tendo a proiettare?

Solo interrompendo la propagazione inconsapevole di questo circolo vizioso, possiamo aspirare ad una vita sana, vera, piú vicino alla nostra natura e quindi piú a contatto con la nostra realtá interiore, bella o brutta che sia.

Benedetta Veroni

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Mar 06 2013

RAPPORTI GIURIDICI & RAPPORTI D’AMORE

Il matrimonio è un contratto giuridico che vincola due persone a stare insieme… per sempre.

Anche quando l’amore è finito e i due non si amano più.

Chi contrae il matrimonio per essere nuovamente libero, cioè padrone della propria vita, deve prima scioglierlo.

Ma sciogliere un contratto non è una cosa semplice.

Nell’istituzione del matrimonio la legge s’intreccia con i sentimenti creando dei pericolosi paradossi emotivi.

Infatti, quando ci si sposa: si DEVE amare il proprio marito (o la propria moglie) e la legislazione ci impone di condividere la vita con lui (o con lei).

La parola DEVO, però, è inconciliabile con l’amore e la frase “DEVO amare mio marito (o mia moglie)” contiene un paradosso in quanto ordina di fare qualcosa che può avvenire soltanto spontaneamente, cioè senza che nessuno lo ordini.

I sentimenti seguono un impulso interiore impossibile da creare artificialmente.

Possiamo simularli, recitare, fare finta, mentire… ma non possiamo viverli autenticamente se non li proviamo spontaneamente.

Al cuor non si comanda” dice il proverbio.

Il contratto del matrimonio, però, ordina al cuore di obbedire alla legge e una volta sposati ci impone di condividere la vita con chi abbiamo preso in moglie, o marito.

Le leggi sono fatte di obblighi non di sentimenti e tante persone nel tentativo di sfuggire al paradosso emotivo del matrimonio (devo amare mio marito, o mia moglie) scelgono di avere due vite:

  • una vita legale costruita secondo i dettami del contratto matrimoniale

  • e una vita sentimentale fedele agli impulsi del cuore

Per alcune anime fortunate queste due vite combaciano.

Per altri, invece, scorrono in parallelo provocando problemi, sofferenze e incomprensioni.

 

FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI…

 

Quando si accorge di essere incinta Marina decide di tenere la bambina e in nove mesi Daniele si ritrova alle prese con poppate, pannolini e notti insonni.

L’amore per Marina avrebbe dovuto crescere pian piano.

Col tempo.

Ma quella gravidanza imprevista brucia le tappe della conoscenza e i due diventano marito e moglie… in gran fretta.

Marina è una ragazza generosa e piena di risorse, la nascita della piccola Gaia la riempie di gioia, perciò, nonostante le difficoltà cerca un lavoro e dedica tutte le energie alla nuova famiglia.

Daniele, invece, è insicuro e spaventato dal ruolo improvviso di capofamiglia, sta ancora studiando e non si sente pronto per affrontare il modo del lavoro senza i titoli che aveva previsto di avere.

Marina si fa carico di tutto: lo aiuta a finire gli studi, lo incoraggia davanti alle difficoltà, lo coccola e lo vizia cercando in ogni modo di non fargli sentire il peso del matrimonio.

Daniele diventa grande lentamente, grazie a lei… e quando Gaia entra nell’età dell’adolescenza sembra anche a lui di vivere finalmente quella spensieratezza che la vita non gli ha permesso di provare al momento opportuno.

Quando conosce Claudia, una giovane allieva del suo corso di yoga, gli sembra di toccare il cielo con un dito e senza pensarci troppo le dichiara il suo amore incondizionato.

E la sua difficile situazione familiare.

“Perché non ti separi?”

Domanda Claudia, convinta che i sentimenti abbiano sempre la precedenza.

Anche sui contratti.

Ma Daniele scrolla la testa.

Non può.

Il matrimonio impone la convivenza con Marina e i sentimenti… be’… lo portano a sentirsi sperduto e solo, poco adatto a badare a se stesso senza il supporto affettivo e pratico di quella moglie così capace di far fronte a ogni difficoltà.

“Non posso separarmi…”

Racconta tristemente a Claudia.

“Mia moglie ne morirebbe e non lo merita. Ha fatto tante cose per me!”

Claudia lo guarda sbigottita.

L’amore è sacro e il suo cuore è sicuro che Daniele sia innamorato di lei.

Eppure… può amare quell’uomo soltanto di nascosto al mondo.

Prendere o lasciare.

Lui non concede altra scelta.

Per Daniele la separazione non è possibile: la delusione di Marina davanti alla scoperta dei suoi sentimenti per Claudia è un dolore che non riesce ad affrontare e preferisce vivere nell’ombra piuttosto che dare voce al suo cuore.

La parte forte nella coppia è sempre stata Marina.

È lei quella capace di prendere le decisioni.

È lei quella che sa ricominciare tutto da capo.

È lei che porta i soldi a casa e che gestisce la maggior parte delle incombenze pratiche imposte dalla vita.

Daniele non vuole farla soffrire.

L’amarezza la allontanerebbe da lui e senza il suo sostegno non si sente capace di pensare a se stesso.

È vero: è innamorato di Claudia.

Ma nonostante l’età anagrafica per lui l’adolescenza è appena cominciata e sua moglie è un punto di riferimento materno indispensabile.

Può tradirla, può ingannarla ma non può lasciarla.

* * *

Graziella ha cinquant’anni, due figli grandi e un marito con cui la passione è finita da un pezzo.

Il lavoro la tiene lontana da casa per tutto il giorno e spesso anche nei fine settimana ma il focolare domestico si è trasformato da tempo in un porto di mare e in famiglia nessuno si lamenta per le sue assenze frequenti.

I due ragazzi stanno per spiccare il volo fuori dal nido e il papà è sempre impegnato a inseguire i suoi hobby, il suo lavoro e i suoi pensieri.

A un convegno Graziella conosce Michele.

Bello, simpatico, intelligente, sensibile e giovane.

Troppo giovane.

Graziella cerca di resistere alla passione che invece divampa come un fuoco e presto tra loro nasce una relazione.

Rigorosamente clandestina.

S’incontrano in città diverse, al riparo dai commenti della gente.

Si amano.

Passano gli anni.

Prima uno, poi due.

Michele comincia a cercare qualcosa di più.

“Voglio vederti più spesso. Voglio starti vicino. Voglio tenerti per mano quando siamo in mezzo alla gente.”

Le dice con impazienza.

Graziella si tira indietro.

“Non fare il bambino! Lo sai che non è possibile.”

“Perché? Siamo grandi. I tuoi figli sono grandi. Tuo marito ha un’altra relazione. Perché non possiamo stare insieme alla luce del sole?”

Ma Graziella non vuole.

Cosa dirà la gente?

Cosa penseranno di lei che a cinquant’anni ha una relazione con un uomo di trenta?

Cos’accadrà nel tempo quando le sue rughe saranno troppe e lui la guarderà con gli occhi della compassione?

“Non posso separarmi! I miei figli hanno ancora bisogno di me e io non sono pronta a disfare questa famiglia.”

Risponde dura come le pietre della sua isola.

* * *

Giovanni ha sposato una brava ragazza di nome Maria.

Una donna buona e volenterosa, senza grilli per la testa e capace di fare sacrifici quando la vita lo pretende.

Insieme hanno fatto due figlie, hanno comprato una casa e un terreno.

Giovanni lavora tutto il giorno e nei momenti liberi, per arrotondare, da lezioni di vela.

Maria si occupa della casa, delle figlie e del terreno.

La passione tra loro è stata breve.

Maria si è subito sentita attratta dalla maternità.

Giovanni si è subito sentito attratto dalle altre donne.

Il loro matrimonio è un contratto… di solidarietà.

Nessuno impone orari e obblighi, ognuno dà quello che ha e quello che può.

Giovanni dà: tutti i soldi che riesce ad avere, due braccia forti e tanta allegria.

Maria dà: organizzazione, disponibilità e serenità.

Il sesso non è un argomento che li accomuna.

Maria non lo trova appassionante.

Giovanni da otto anni lo condivide con Carla.

La sua collega.

Giovanni e Carla hanno momenti teneri e appassionati ogni giorno, notti romantiche in barca a vela ogni tanto e sguardi complici sul lavoro.

Soltanto quando dorme e nei pranzi delle feste comandate Giovanni trascura Carla per stare con Maria.

Da otto anni la sua vita cammina in questo modo.

Esce da casa alle sei del mattino e non rientra mai prima di mezzanotte.

Maria chiude un occhio.

A lei va bene così.

Si gestisce la vita a modo suo.

Sa che il suo uomo è insofferente agli ambienti chiusi e ha bisogno di libertà.

Giovanni ha raggiunto un equilibrio tra la sua voglia di avventura e il desiderio di stabilità.

Soltanto Carla vorrebbe qualcosa di più.

Non il tempo, perché quello… Giovanni glielo dedica tutto.

Non la legalità che crea solo obblighi e annienta i sentimenti.

Non la fedeltà perché sa che Giovanni non potrebbe tradirla nemmeno col pensiero.

Quello che Carla vuole è solamente la sincerità.

Perché le bugie su cui si regge la loro relazione la feriscono nell’anima.

Ogni giorno.

Carla Sale Musio

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