Archive for Febbraio, 2012

Feb 28 2012

VIVO MEGLIO CON I SENSI DI COLPA


Quegli insopportabili sensi di colpa… migliorano la qualità della nostra vita!

Non è opportuno liberarsene.

Bisogna, invece, imparare a conviverci.

Sono tante le persone che preferiscono rinunciare alla propria identità pur di non affrontare i famigerati sensi di colpa!

Per non deludere nessuno e per non avere rimorsi di coscienza, spesso, limitiamo le nostre scelte alle poche possibilità espressive permesse dal conformismo (familiare, sociale, lavorativo, ecc.).

In questo modo evitiamo con cura l’insorgere dei sensi di colpa ma senza rendercene conto costruiamo una prigione intorno alla nostra identità.

I sensi di colpa, infatti, non vanno eliminati ma tollerati e gestiti perché sono strumenti preziosi di crescita e di cambiamento.

Troppe volte per non scontentare le persone che amiamo ci sforziamo di essere accomodanti e gentili, finendo col martirizzare ingiustamente noi stessi.

Per non sentirci in colpa ci neghiamo il permesso di essere diversi e di sbagliare, incatenandoci inconsapevolmente dentro una corazza d’irreprensibilità.

Sfuggire i sensi di colpa, cercare di non sentirli, genera amarezza e solitudine e porta a essere esigenti e duri nei giudizi.

Il desiderio di non avere nulla da rimproverarsi, ingabbia l’identità e impedisce l’evoluzione individuale, mentre la possibilità di sperimentare situazioni e comportamenti diversi, correndo il rischio di commettere errori e di deludere, aiuta a trovare soluzioni nuove.

I sensi di colpa hanno una funzione importante nella salute mentale, vanno ascoltati ed è necessario imparare a sopportarli.

Infatti, aprirsi alle parti di sé giudicate sbagliate rende più buoni (ed è un ingrediente fondamentale nella ricetta per un mondo migliore).

I sensi di colpa:

  • permettono di correggersi e di crescere

  • rendono pazienti e disposti perdonare

  • insegnano la diplomazia e la condivisione del proprio pensiero

  • spingono a chiedere scusa

  • aiutano ad assolvere gli altri

  • rendono più saggi e migliori

  • sono preziosi alleati lungo il percorso della crescita psicologica

  • conviene tenerseli e trattarli con cura

Chi si sforza di vivere una vita senza sensi di colpa, non sperimenta la vita.

Ogni volta che permettiamo a noi stessi la colpa della nostra imperfezione, spalanchiamo le porte alla diversità e concediamo agli altri la stessa indulgente tolleranza.

Il cuore non è normale.

È se stesso.

Carla Sale Musio

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Feb 24 2012

STORIE DI ORDINARIA SOTTOMISSIONE

Il bisogno di approvazione e riconoscimento spinge talvolta ad accettare compromessi, che limitano l’identità personale in favore di un’identità sociale più conforme al modello di personalità che gli altri si aspettano di vedere in noi.

Lo stereotipo del femminile dipinge una creatura dolce e fragile, sempre bisognosa di tutela e protezione da parte dell’uomo.

Quest’immagine, molto lontana dalla realtà delle donne di oggi, sopravvive ancora nell’inconscio o nell’immaginario di alcuni insospettabili maschi emancipati e moderni.

Nonostante il femminismo, le pari opportunità e la necessità di aver due stipendi per sostenere una famiglia… ci sono uomini che legano la propria virilità alla realizzazione economica e sociale, finendo per sentirsi poco mascolini di fronte a una figura femminile più affermata di loro.

È per questi motivi che alle donne può capitare di fingersi meno di quello che sono, o addirittura di limitare la propria realizzazione per non fare ombra ai maschi importanti della loro vita (mariti, fidanzati, padri, fratelli e via dicendo).

Ragazze, giovani e meno giovani, occultano o minimizzano i propri risultati positivi e si mostrano meno di quello che invece sono, per non creare insicurezza e non essere allontanate o, peggio, umiliate a causa dei loro successi.

Mostrarsi meno è un meccanismo che, spesso, agisce in modo automatico, senza che ci sia consapevolezza, né una reale volontà, da parte di chi lo mette in atto.

Può bastare uno sguardo, un ascolto mancato o una battuta di troppo per segnalare la rivalità e spingere una donna intelligente a non condividere più la propria realizzazione o addirittura a reprimerla in se stessa.

Nella mia professione, purtroppo, ho incontrato tante donne meno.

Donne che si sforzano di non fare vedere le loro qualità, che adombrano o sminuiscono i propri talenti, che cercano di non irritare con il proprio valore, le persone cui vogliono bene.

Signore e signorine che mostrano di essere meno.

Meno di tutto quello che hanno conquistato al prezzo di fatica e sacrifici.

Meno intelligenti, meno affermate professionalmente, meno abbienti, meno amate, meno sensibili, meno attente, meno… di tutto ciò che sono davvero.

Meno buone e meno brave, pagano il prezzo di un’apparente mediocrità (professionale o affettiva) pur di non affrontare la colpa di essere diverse da come gli altri le hanno immaginate.

Hanno imparato a nascondere se stesse per sopravvivere in un mondo che ha bisogno di negare l’emotività e la creatività, disconoscendone costantemente il valore.

Donne capaci di fingersi incapaci, pur di sentirsi amate.

 

DONNE meno…

 

Wanda è un affermato dirigente d’azienda. Guadagna più del marito e può permettersi un tenore di vita agiato. Viene da me per una grave insonnia che la tormenta da qualche tempo.

(Guarda caso… da quando ha ricevuto una proposta di lavoro che la porterebbe a viaggiare spesso in tutto il mondo)

“Il lavoro è interessante, ma non lo posso proprio accettare!”

Racconta con gli occhi lucidi, cercando di convincere se stessa.

“Mio marito ne morirebbe! Non basta il fatto che guadagno più di lui… dovrei anche partire tutti i mesi e stare via per una settimana. Non se ne parla proprio! Se devo scegliere tra la carriera e il matrimonio, scelgo il secondo. Per me gli affetti sono la cosa più importante nella vita.”

* * *

Lucrezia ha studiato lettere antiche per accontentare i genitori ma il suo sogno sarebbe aprire una pasticceria.

“Adoro fare i dolci! Ma non dolci qualsiasi, dolci particolari e raffinati. Dolci adatti alle occasioni speciali!”

Mi guarda illuminandosi.

“I dolci sono la mia arte. Quando posso seguo corsi di alta pasticceria e ultimamente ho preso contatto con i gestori di un locale elegante e molto conosciuto in città. I miei capolavori sono piaciuti e così è iniziata la collaborazione: preparo i dolci per le serate a tema!

Questo lavoro mi piace da morire, però devo stare attenta a non farmi sfuggire neanche una parola con papà. L’idea che io possa guadagnare dal mio hobby (come lo definisce lui) lo farebbe andare su tutte le furie!”

* * *

Cristina si è laureata con il massimo dei voti a distanza di qualche giorno da suo fratello Mauro. Entrambi sono diventati ingegneri ma, mentre Mauro farà una grande festa per celebrare la conclusione dei suoi studi, Cristina non da nessuna importanza alla sua laurea che è passata sotto silenzio con tutti.

“Come mai non fa una festa anche lei?”

Domando sconcertata da tanta disparità di trattamento.

“No, no, dottoressa, mi creda, è meglio di no! Mi sento già abbastanza in colpa per aver preso un punteggio più alto di mio fratello, se poi mi mettessi anche a festeggiare… diventerebbe proprio un’ostentazione! Preferisco non dare troppa importanza alla mia laurea. Del resto, io ero fuori corso da qualche anno e invece Mauro, che è più piccolo di me, si è laureato rispettando perfettamente i tempi universitari. Il genio negli studi è solo lui!”

* * *

Wanda, Lucrezia, Cristina e tante altre. Donne meno.

Sono capaci di rinunciare al successo per non ferire.

Sono capaci di mostrarsi ordinarie per scelta.

Sono capaci di occultare il dolore e sopportare di non sentirsi amate come sono.

Il cuore compie grandi gesti.

Con noncuranza.

Carla Sale Musio

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Feb 20 2012

INCONTRARE IL BAMBINO INTERIORE

Tutte le esperienze, le sensazioni e i sentimenti che abbiamo vissuto, sono sempre presenti nel nostro inconscio.

Dentro questo grande e immateriale archivio privato ogni cosa mantiene immutata la sua freschezza e la sua vitalità nonostante il tempo che passa.

Finché siamo bambini l’accesso alle conoscenze interiori è facile e immediato ma crescendo le memorie si accumulano, la ragione rivendica la sua leadership e, progressivamente, perdiamo l’abitudine di andare a rovistare in quella soffitta delle consapevolezze passate.

Diventando adulti finiamo per concentrare tutta la nostra attenzione sulla concretezza dei fenomeni fisici e il mondo immateriale, snobbato e ridicolizzato, ci diventa ignoto.

Purtroppo però, allontanandoci dall’impalpabile sapienza dell’inconscio, perdiamo la ricchezza e l’entusiasmo che sono propri dei bambini (e che ci permetterebero di trasformare gli ostacoli in opportunità) e lasciamo che i doveri diventino i nostri unici maestri.

Costretti a confrontarci soltanto con ciò che si può toccare (e possibilmente anche monetizzare) la nostra vita perde di significato.

Le sensazioni, le intuizioni, le emozioni e i ricordi nella nostra società sono considerati delle cose futili, ingenuità da bambini.

Si deve produrre e comprare, riempire le mancanze con gli oggetti, possedere prodotti che non bastano mai!

Ma il vuoto immateriale dell’amore non si colma con la materialità dell’esistenza.

E i farmaci che anestetizzano il cuore, zittiscono soltanto i sintomi senza curare il dolore.

La crisi economica che stiamo attraversando è prima di tutto una crisi della materialità.

Per uscire indenni dai terremoti politici e monetari è indispensabile recuperare quel contatto interiore che abbiamo perso diventando adulti.

 

TUTTTI GLI ADULTI SONO STATI BAMBINI

 

Il bambino che siamo stati vive, da sempre, nel nostro inconscio.

E aspetta.

Sa che una volta cresciuti potremo finalmente prenderci cura di lui.

Diventare grandi ci ha costretto a ignorarlo perché eravamo troppo impegnati a costruire delle basi solide per la sopravvivenza fisica.

Tuttavia, raggiunta la maturità trascurare il bambino interiore è una mancanza grave che limita l’espressione dei talenti e della creatività.

La parte bambina conserva dentro di sé tutti i segreti e le memorie dell’infanzia e, accucciata in un angolo della nostra anima, attende il momento di raccontarsi all’uomo o alla donna che siamo diventati.

Come ci insegna il Piccolo Principe: “Tutti gli adulti sono stati bambini ma, siccome pochi se ne ricordano” corriamo nella vita sempre più indaffarati e indifferenti a quei richiami che non hanno voce.

Incontrare il bambino interiore vuol dire aprirsi all’ascolto di una parte infantile che conosce il codice immateriale delle emozioni, delle sensazioni e delle intuizioni e ad un dialogo fatto di stati d’animo più che di parole.

Di solito in un primo momento il racconto riguarda la sofferenza e il dolore.

L’infanzia non è il paradiso dorato e idealizzato che gli adulti amano raccontarsi, al contrario, è popolata di momenti bui, carichi di paure e d’inesperienza.

Il nostro bambino ha sofferto i drammi e i traumi che costellano la strada per diventare grandi e tante volte si è sentito solo, senza nessuno con cui piangere e a cui confidare i suoi dispiaceri.

Quando lo avviciniamo dentro noi stessi incontriamo un cucciolo guardingo e diffidente, poco disposto a credere agli adulti.

Per fare amicizia e aiutarlo ad aprirsi bisogna avere molta pazienza e rispettare i suoi tempi dimostrandogli interesse e affetto.

Con continuità.

Scegliete una foto di quando eravate piccoli.

Possibilmente una in cui ci siete soltanto voi.

Mettetela in un punto, dove potete osservarla spesso.

E ogni tanto fermatevi a parlare con quel bambino.

Guardatelo negli occhi.

Ascoltate i suoi pensieri.

Oltrepassate le apparenze, i vestitini della festa, le maniere scherzose.

Apritevi al suo cuore.

Ditegli con amore e con sincerità, chiamandolo per nome:

“Ti voglio bene.”

E poi abbiate pazienza.

E ricominciate tutto daccapo.

Perché una volta sola non basta.

Con i bambini ci vuole costanza, tenerezza e dedizione.

Quando il vostro bambino interiore comincerà a fidarsi di voi per prima cosa vi dirà i suoi tormenti e, come tutti i bambini, lo farà quando lui se la sente (e non quando voi ritenete che sia il momento giusto per farlo).

Può succedere mentre state lavorando, mentre siete soprappensiero, quando parlate con qualcuno… di colpo vi sentite tristi, vi viene voglia di piangere, desiderate stare soli.

Quei sentimenti (poco pertinenti con la situazione che state vivendo) sono il segnale che il vostro bambino ha cominciato a parlarvi e vi sta raccontando le angosce che ha vissuto.

Voi e lui siete un’anima sola e il suo racconto prende forma nelle vostre emozioni.

Più che con le immagini, vi parla con le sensazioni.

Se saprete accoglierlo, senza dare giudizi e senza allontanarlo, dopo il dolore arriverà l’entusiasmo a colorare la vostra vita di opportunità.

Il bambino che siete stati non cerca consigli e non vuole maestri per la sua tristezza ha bisogno soltanto di essere ascoltato con tenerezza e partecipazione.

Ai bambini non servono lezioni sui sentimenti che sarebbe giusto provare di momento in momento, hanno, invece, bisogno di qualcuno che sia capace di condividere quelle emozioni insieme con loro.

Quando costruite un rapporto con la parte infantile, la vita cambia e si trasforma in meglio.

Ben presto il dolore lascia il posto alla gioia.

E la gioia dei piccoli è contagiosa.

Riempie di passione.

Porta nuove possibilità.

Tutti noi siamo sempre i bambini che eravamo insieme agli adulti che siamo diventati.

Ascoltare la parte bambina spinge a fare le cose che piacciono ai bambini.

Compratevi un giocattolo.

Attaccate una stellina… lasciate che le parti infantili affianchino la maturità.

Saggezza e ingenuità camminano insieme.

Il cuore non è normale.

È poliedrico.

Carla Sale Musio

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TE LA DO IO L’ANIMA GEMELLA

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Feb 16 2012

LE MAMME IMPERFETTE SONO LE MIGLIORI!

Sei una mamma piena di dubbi?

Con tuo figlio non sai mai quale sia la cosa giusta da fare?

Prendi una decisione e ti chiedi come mai non hai fatto l’esatto contrario?

Be’… brava!!

Le tue incertezze, la tua paura di sbagliare, la sensazione di essere una madre incapace, sono il requisito fondamentale per fare bene la mamma!

E per crescere i tuoi bambini nel modo migliore.

Forse sarebbe meglio dire, nell’unico modo possibile… cioè, mettendosi in discussione.

La mamma perfetta, per fortuna, non esiste!

Ma, di sicuro, i genitori che sanno sempre che cosa è giusto fare e cosa no sono destinati a sbagliare spesso e corrono il rischio di causare dei problemi ai loro figli.

È vero, il mestiere di genitore impone di essere un punto di riferimento per i bambini.

Bisogna trasmettere loro sicurezza e fiducia.

Questo, però, non significa che esista una ricetta per la genitorialità.

Fare la mamma vuol dire improvvisare sempre.

La vita non ripropone mai le stesse situazioni, ogni istante è diverso dall’altro, ogni figlio è diverso dall’altro e anche la mamma è costantemente diversa da se stessa perché il cambiamento è il tessuto di cui è fatta la vita.

Da quasi trent’anni mi occupo di bambini e adolescenti, e nel mio lavoro mi capita di incontrare mamme piene d’incertezze.

Mamme che vengono a chiedere un aiuto per se stesse perché pensano di essere troppo indecise per aiutare i propri figli a diventare grandi.

  • “Mia cognata dice che non dovrei tenerlo tanto tempo in braccio se no si vizia…”

  • “Mia sorella mi ha spiegato che lasciandolo piangere gli si sviluppano meglio i polmoni…”

  • “Le amiche dicono che dovrei ritornare subito al lavoro altrimenti il bambino si abitua a stare sempre con me…”

Tanti buoni consigli dati con l’intenzione di aiutare ma che hanno l’effetto di aumentare la confusione interiore.

Solo la mamma può sapere che cosa è meglio per il suo bambino.

E questo è vero soprattutto quando il bambino è molto piccolo.

Durante la gravidanza tra la madre e il figlio si sviluppa una comunicazione istintuale che in termini tecnici è chiamata preoccupazione materna primaria e consiste in una sorta di radar inconscio.

Dopo il parto il radar funziona per telepatia e fa sì che la mamma senta dentro di sé quali sono i bisogni del bambino.

Tutti gli animali si fidano di questo istinto che in condizioni naturali permette ai cuccioli di crescere sani e felici.

Nella nostra società, invece, la telepatia è guardata con sospetto o con sufficienza.

Noi abbiamo gli esperti che ci insegnano qualsiasi cosa e il legame tra la mamma e il bambino è spesso considerato un intralcio nell’educazione e nello sviluppo del carattere.

Ma dover chiedere a qualcun altro che cosa sia meglio per il proprio figlio è la causa principale dell’incertezza delle mamme, che si vedono costrette a disattendere il loro segnale interiore per seguire i consigli dell’esperto di turno.

Sono convinta che la preoccupazione materna primaria, cioè la telepatia tra madre e figlio, sia lo strumento più efficace per far crescere bene i bambini.

Tuttavia, questo radar interiore non basta da solo a formulare la decisione giusta e va affiancato alla consapevolezza che TUTTE LE MAMME SONO DESTINATE A SBAGLIARE.

Infatti, non si diventa madri per somigliare a Dio ma per avere un’opportunità di amare.

Amando i propri figli s’impara ad amare.

E si diventa migliori.

Sempre.

Lo sanno gli animali che, a volte, fanno figli in situazioni impossibili e lo sanno gli esseri umani.

Questa è la ragione principale che spinge a desiderare di avere dei figli.

I nostri figli ci rendono migliori perché nello sforzo di comprenderli impariamo da loro.

Sono i nostri maestri e ci insegnano l’amore e la libertà, con la loro vita.

Voler bloccare questo processo di apprendimento sforzandosi di essere un genitore perfetto è un compito impossibile e destinato a fallire.

Cercare di non intralciare il nostro apprendimento dell’amore mentre aiutiamo i piccoli a muoversi nel mondo genera le incertezze che costellano la strada delle mamme (e dei papà).

Sbagliare è il modo migliore per imparare.

Pretendere di non sbagliare è un’arroganza che impedisce all’amore di dispiegarsi.

Quando i bambini sono piccoli i genitori li aiutano a muovere i primi passi nella realtà ma quando i figli crescono è sugli errori dei genitori che perfezionano le loro scelte.

Se i genitori non ammettono le proprie difficoltà, e pretendono di sapere sempre cosa è meglio fare si privano dell’umiltà necessaria per imparare l’amore.

Le mamme che accettano di sbagliare, mettendo in discussione se stesse, permettono ai figli la libertà di essere migliori e ricevono in cambio il dono del loro insegnamento.

I nostri figli con le scelte della loro vita ci indicano le strade che noi non abbiamo intrapreso e ci donano la ricchezza della diversità.

Tutte le mamme dubbiose lo sanno.

Le mamme che sanno sempre tutto lo dovrebbero imparare.

Carla Sale Musio

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Feb 12 2012

COME PROGRAMMARE L’INCONSCIO


L’inconscio può essere considerato il programmatore principale della nostra esistenza.

Infatti, è una struttura psichica capace di registrare le esperienze e le conoscenze e utilizzarle al momento opportuno, senza bisogno di sottoporle al vaglio della ragione.

Questa sua peculiarità è stata spesso strumentalizzata da chi gestisce il potere sfruttando le risorse degli altri per i propri fini personali.

Le informazioni che lo riguardano sono poco divulgate.

L’economia e il mercato preferiscono che l’inconscio sia ignorato perché è più facile vendere tanti prodotti manipolando pulsioni e bisogni all’insaputa dei consumatori.

Ma, se vogliamo costruire un mondo migliore, dobbiamo imparare a usarlo al meglio.

L’inconscio è quel genietto invisibile che ci fa trovare al posto giusto nel momento giusto oppure al posto sbagliato nel momento sbagliato.

La sua capacità di produrre effetti reali nella nostra vita va gestita con consapevolezza e competenza per raggiungere il benessere e per la realizzazione dei nostri obiettivi (e non per arricchire le tasche dei pochi che sfruttano i molti).

Quindi, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, eccovi alcune semplici e indispensabili istruzioni per un uso efficace e consapevole dell’inconscio.

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Nell’inconscio non esiste il NO

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La prima legge da conoscere è che l’inconscio non nega mai niente.

Parliamo tanto di legge dell’attrazione, di mente positiva, di modificare i pensieri per cambiare la realtà.

Ci compriamo dei libri interessanti e molto incoraggianti.

Seguiamo seminari, corsi, conferenze.

Poi sperimentiamo le tecniche acquisite e costate tanti soldi, tempo e fatica.

E ci deludiamo molto in fretta.

Perché tutto quello che abbiamo imparato… non funziona quasi mai!

E fa crescere ulteriormente il pessimismo, l’insoddisfazione e lo sconforto.

“Tante bugie dette per vendere…”

Pensiamo sconsolati davanti al fallimento del nostro entusiasmo.

Cos’è che non funziona più, quando si tratta di camminare soli lungo la via della trasformazione?

Quello che di solito inficia tutto il nostro lavoro di sperimentazione è proprio la scarsa dimestichezza con il funzionamento dell’inconscio.

E soprattutto l’ignoranza della sua avversione per il no.

Bisogna considerare che l’inconscio è una struttura democratica e tollerante, in cui ogni cosa trova posto e accettazione e dove le realtà convivono sempre tutte insieme.

Essendo immateriale, l’inconscio non segue le leggi spaziali e temporali della fisicità, ma quelle intangibili della totalità, del Tutto (con la T maiuscola).

L’inconscio è un Tutto.

(Si. Lo so. Questo concetto è incomprensibile per la ragione, che ha bisogno sempre di frammentare le cose e catalogarle. Ma per una volta, date retta alla vostra intuizione. Ce la potete fare…)

L’inconscio è un Tutto.

E nel Tutto non ci può essere posto per il no.

Nel Tutto ogni cosa trova sempre accoglienza.

Perché ogni cosa è parte del Tutto.

Ecco perché nell’inconscio non esiste il no.

Poiché funziona secondo le leggi della Totalità quando vogliamo raggiungere un obiettivo utilizzando i poteri dell’inconscio dobbiamo tradurlo sempre in un SÌ.

E questa è una delle difficoltà maggiori che s’incontrano nel programmare il nostro fedele servitore.

Infatti, normalmente utilizziamo spessissimo il no.

  • Non mi piace

  • Non voglio

  • Devo smettere

  • Non sarò

  • Non farò

  • Non dirò

  • Non m’interessa

Per avere una programmazione efficace tutte queste frasi dovranno essere cambiate in:

  • Mi piace

  • Voglio

  • Scelgo

  • Sono

  • Faccio

  • Dico

  • M’interessa

.

Nell’inconscio tutto accade ADESSO

.

La Totalità non ha un prima e un dopo, è sempre un Tutto (tutto insieme) perché ogni variazione e ogni mutamento sono soltanto una parte del tutto/totale che li contiene.

Perciò, quando abbiamo a che fare con il Tutto siamo sempre in un eterno presente.

(Questa peculiarità dell’inconscio è molto evidente negli shock. I traumi, e le paure conseguenti, sono sempre attuali, come se fossero appena accaduti, proprio perché nell’inconscio tutto succede adesso.)

Quando programmiamo l’inconscio dobbiamo usare sempre il tempo presente.

Così, per esempio, se voglio guadagnare di più non dirò: 

“Voglio guadagnare di più.”

Perché, in questo caso, sposterei l’evento in un tempo non ancora successo (se voglio guadagnare di più, significa che adesso non sto guadagnando quello che voglio) e l’inconscio (per eseguire correttamente l’ordine) manterrà vivo il mio desiderio senza farmi raggiungere mai la ricchezza.

Per programmare il mio inconscio a guadagnare di più devo dire:

“Guadagno molto bene e sono soddisfatto.”

Cioè, quello che voglio ottenere devo esprimerlo sempre in un tempo presente, come se stesse succedendo proprio in questo momento.

.

L’inconscio parla con le immagini e le emozioni

.

Questa caratteristica è evidente nei sogni.

I sogni sono spesso messaggi che l’inconscio ci invia durante il sonno, quando finalmente la tirannia della ragione si allenta.

Emozioni e immagini intense, mutevoli e varie formano un linguaggio che la mente cerca di decodificare nei suoi codici sequenziali.

Questa traduzione non sempre riesce bene e, spesso, intere parti (intraducibili) perdono significato.

(È per questo che i sogni ci sembrano tanto buffi e incomprensibili quando cerchiamo di condividerli.)

Se vogliamo programmare il nostro inconscio a raggiungere un obiettivo dobbiamo farlo usando immagini ed emozioni adeguate e suggestive.

Riprendendo l’esempio di prima, se voglio programmare il mio inconscio a guadagnare di più dovrò aggiungere alla frase: 

“Guadagno bene e sono soddisfatto.”

un’immagine capace di emozionarmi e di farmi sentire ricco e felice.

Utilizzando le frasi e le immagini giuste si può programmare l’inconscio a fare qualsiasi cosa.

Lo sanno bene tutti quelli che lavorano nella pubblicità.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, come potete intuire da questi brevi cenni, per usare a nostro vantaggio le risorse dell’inconscio ci vuole impegno, attenzione e competenza.

Insomma, bisogna conoscerlo.

E questa conoscenza non può più essere rimandata, visto che se non impariamo a gestire da soli il nostro inconscio qualcun altro lo farà (anzi, lo sta già facendo) al posto nostro, con risultati molto discutibili!

Il pessimismo, la paura, la depressione, gli attacchi di panico… che proliferano in questo momento di crisi, sono la conseguenza di un’efficace e terribile programmazione agita sull’inconscio a nostra insaputa per renderci più sottomessi e più dipendenti da un sistema che sfrutta le nostre risorse emotive per i suoi fini.

Personalmente non credo che la sopraffazione si combatta con la violenza.

Mi sembra più efficace e più evoluto trasformare la realtà con l’intelligenza e con la conoscenza.

L’inconscio è uno strumento presente in tutti.

Possiamo lasciarlo a disposizione dei furbi che lo gestiscono al posto nostro oppure possiamo prenderne in mano le briglie e adoperarlo per raggiungere il benessere.

Ognuno è libero di scegliere ciò che crede meglio per se stesso.

A me, che sono un’addetta ai lavori, spetta il compito di divulgarne la conoscenza in modo che ci si possa finalmente liberare dalle prigioni mentali in cui stiamo pericolosamente scivolando senza saperlo.

Carla Sale Musio

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Feb 07 2012

LA CRISI? La supero grazie all’inconscio.

Viviamo tempi molto difficili.

Non c’è lavoro, non ci sono soldi, non c’è salute, non c’è fiducia… e le certezze sembrano crollare rovinosamente.

Immersi dentro una palude di difficoltà dimentichiamo il nostro potere personale e le possibilità che abbiamo di modificare le circostanze.

Riteniamo di essere le vittime e accusiamo i colpevoli, rimproveriamo, protestiamo, malediciamo… ma non utilizziamo gli strumenti che la vita ci offre per forgiarla un po’ più a misura umana.

“Cosa ci posso fare?”

Ripetiamo, pieni di sofferenza e di rancore, considerando soltanto la concretezza delle cose e trascurando completamente l’importanza di ciò che non si vede.

Tuttavia, l’immateriale è dappertutto e ha un potere.

Quando gli occhi non possono vedere un processo nel suo divenire, la sua esistenza si deduce dai risultati.

E gli effetti di ciò che non appare sono ovunque.

Gli effetti del plagio, del condizionamento e delle violenze immateriali (ma reali) che ci sono state fatte (mentre eravamo impegnati a considerare solo la concretezza) si vedono nel proliferare delle malattie psicologiche, nel grande consumo di farmaci, nell’aumento delle dipendenze (shopping, slot machines, internet, lotterie, lavoro, sesso).

Anche se non si può toccare… il malessere esiste ed è reale.

Se ne vedono in giro le conseguenze!

L’inconscio non appare, non è fisicamente localizzabile, eppure… possiede gli strumenti per cambiarci la vita.

(Se ne vedono in giro le conseguenze soprattutto negative, purtroppo.)

Nella nostra cultura l’inconscio è snobbato.

Lo s’interpella soltanto quando ci sono sintomi da curare.

Hai paura degli aerei?

È l’inconscio.

Hai la fobia dei ragni?

È l’inconscio.

Hai avuto un incubo?

È l’inconscio.

Hai un attacco di panico?

È l’inconscio.

Ma l’inconscio non è solamente la sede dei sintomi che la scienza non riesce a spiegare.

L’inconscio è anche la fonte delle guarigioni impossibili, dei fenomeni paranormali, delle premonizioni, delle intuizioni e dei miracoli.

L’inconscio è una risorsa, sempre a disposizione.

“Ma la parola “inconscio” cosa significa precisamente?!”

Chiamiamo inconscio tutto ciò che ci appartiene ma non raggiunge la soglia della nostra consapevolezza.

È inconscio: il sogno che non ricordo più quando mi sveglio.

È inconscia: la memoria degli eventi che ho dimenticato.

È inconscio: il processo della digestione.

Sono inconsci: il battito cardiaco e il ritmo della respirazione.

L’inconscio è una struttura psichica che serve a rendere più snella, agile e focalizzata la nostra attenzione e che, per questo, cripta tutto ciò che è inutile e ridondante, conservandolo in un archivio remoto della coscienza.

L’inconscio è il pilota automatico che ci porta diritti a destinazione quando guidiamo l’auto chiacchierando e pensando a tutt’altro.

L’inconscio è l’intuizione che evita l’ingorgo stradale scegliendo, senza perché, una strada più lunga.

L’inconscio è il genio che ci fa trovare al posto giusto nel momento giusto, passando per una serie di coincidenze (a posteriori sempre poco casuali).

L’inconscio è il servitore ubbidiente che esegue i nostri ordini e risponde alle nostre domande.

Tutti gli ordini e tutte le domande.

Si.

Perché l’inconscio tiene sempre in considerazione TUTTO.

Tutto quello che dichiariamo e anche tutto quello che non dichiariamo.

Ecco perché è importante conoscerlo.

Sapendo come funziona e in che modo lavora per noi possiamo interagire meglio con la realtà.

E fare qualcosa per renderla meno terribile.

Credo, purtroppo, che esista una volontà di nascondere le informazioni riguardanti il funzionamento dell’inconscio.

Perché: meno persone ne conoscono i meccanismi più i pochi informati potranno spadroneggiare.

.Tuttavia, l’inconscio interagisce sempre con la realtà.

Lo sanno bene tutti quelli che lavorano nella pubblicità.

E che programmano le relazioni del nostro inconscio con il mondo esterno in modo da farci provare sempre più spesso il bisogno compulsivo di comprare.

Per avere un popolo di consumatori non è utile rivelare i segreti della psicologia.

Per scoprire il funzionamento dell’inconscio bisogna sapere che l’inconscio interagisce sempre con la realtà.

E ci fa essere al posto giusto nel momento giusto, ma anche al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Dipende da com’è stato istruito.

Chi ci considera un popolo di schiavi tende a programmare i nostri inconsci all’ubbidienza.

E, di sicuro, niente rende più ubbidienti della paura.

Ecco, allora, una pioggia di paure dilagare dappertutto, rimbalzando da una notizia terrificante all’altra grazie ai tanti mezzi di comunicazione a disposizione di chi ci comanda.

Ecco perché in tempi di crisi è indispensabile programmare l’inconscio a raggiungere i propri obiettivi.

E occorre farlo senza che altri programmi interferiscano andando in conflitto.

Per esempio: se voglio trovare un lavoro e penso che non ci sia lavoro per nessuno, sto dando al mio inconscio due obiettivi antitetici e l’inconscio, da bravo servitore, si farà in quattro per raggiungerli entrambi.

Così, sarà molto probabile che io finisca per essere al posto giusto nel momento giusto, trovando tanti lavori ma senza che nessuno vada bene per me.

Infatti, il mio zelante inconscio s’impegnerà al massimo per assolvere il compito di farmi trovare un lavoro e per assecondare la mia convinzione che non ci sia lavoro.

Magari mi pagheranno troppo poco.

Magari cercheranno un maschio mentre io sono femmina.

Magari bisognerebbe trasferirsi in un’altra città.

Magari non avrò la qualifica giusta.

Magari saranno appena scaduti i termini per fare la domanda.

Magari sarò nella graduatoria ma la graduatoria non verrà saturata.

E così via.

Tante situazioni giuste per assolvere i due compiti che ho assegnato al mio inconscio:

1) trovare un lavoro

2) non c’è lavoro per nessuno

Sì, funziona così.

Perché l’inconscio tiene conto dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni, ma anche delle nostre convinzioni (superficiali e profonde).

E cerca sempre di quadrare il cerchio.

Per questo motivo bisogna imparare a utilizzarlo a nostro vantaggio.

Per questo motivo chi lo sa usare non ce lo insegna.

Per questo motivo è necessario considerare sempre tutte le cose quando lo programmiamo.

L’inconscio ci fa ottenere quello che abbiamo chiesto.

TUTTO, quello che abbiamo chiesto.

Per sfruttare al massimo il suo potere invisibile e trasformare in meglio la nostra vita, bisogna modificare i pensieri negativi e pessimisti, armonizzandoli con gli obiettivi di libertà e di benessere che vogliamo raggiungere.

E questo non sempre è facile.

Fa parte del gioco dei pochi che vogliono dominare i molti impedirci di utilizzare il potere dell’inconscio a nostro favore e tenerci incatenati dentro le invisibili prigioni mentali del pessimismo e della paura.

L’unica rivoluzione che ci renderà liberi parte da un cambiamento interiore che, cavalcando le potenzialità immateriali delle risorse inconsce, genera la creatività e l’esperienza di un mondo nuovo, diverso e migliore.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Feb 03 2012

SGUARDI PEDOFILI

La pedofilia è la conseguenza di una società malata che ha fatto della sopraffazione e della violenza il suo unico credo e usa la sessualità per discriminare, sfruttare ed emarginare.

Tutti quanti, purtroppo, viviamo immersi in questa patologia crudele e, senza saperlo, ne diventiamo complici ogni volta che trasformiamo la sessualità in volgarità e in aggressività, cosa che accade molto più spesso di quanto non si creda.

Nel linguaggio parlato, ad esempio, le espressioni scurrili sono all’ordine del giorno e contribuiscono a rendere brutale la sessualità.

Gli intercalari cazzo o minchia, tanto usati, fanno riferimento alla violenza sessuale e l’intero repertorio delle parolacce rimanda a contenuti cruenti e prevaricatori.

Senza che ce ne rendiamo conto conviviamo con l’abuso e con la violenza, infatti, l’abuso e la violenza fanno parte della nostra vita quotidiana e, purtroppo, evitarli di questi tempi è impossibile.

Viviamo in una cultura che usa e getta, senza guardare se si tratta di una vita oppure no.

Purtroppo, però, quando manca il rispetto per la vita si afferma che la vita non merita rispetto e si autorizza l’uso di qualsiasi cosa/creatura come oggetto nelle mani di qualcun altro.

Da questa violenza alla pedofilia il passo è molto breve.

Permettendo lo sfruttamento e i soprusi sulle donne il maschilismo autorizza implicitamente l’abuso sessuale anche sui bambini.

Infatti, quando un essere umano può essere adoperato come uno strumento di piacere a uso e consumo di un altro non fa molta differenza se quest’essere ha meno o più di diciotto anni.

Incoraggiata dalla sopraffazione la pedofilia si è insinuata dappertutto e per i pedofili ci sono tante possibilità di agire in modi leciti e senza che nessuno se ne accorga.

Esistono aggressioni impalpabili che è difficile identificare e che non si possono denunciare.

Maltrattamenti che non lasciano segni visibili e feriscono senza che sia possibile definire dove.

I soprusi che non si riconoscono sono le manifestazioni peggiori della violenza, perché non se ne può parlare e anche soltanto ammetterne la realtà umilia la dignità e fa sentire sporchi nell’anima.

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LA VIOLENZA DELLO SGUARDO

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Lo sguardo è un aspetto della pedofilia che è non è facile interpretare come violenza, perché colpisce le vittime senza toccarle e al momento opportuno si ammanta di falsa innocenza.

Eccovene qualche triste esempio…

Sofia ha dieci anni e le forme femminili stanno già cominciando a disegnarle il corpo.

D’estate, al mare, ha chiesto alla mamma di poter indossare un costume da bagno con il reggiseno.

“Ma che dici!”

La mamma la guarda con disapprovazione.

“Il seno non ce l’hai ancora!”

“Io, però, lo sento che mi sta crescendo…”

Protesta Sofia.

“Smettila di imitare i grandi, e non dire sciocchezze! Sei solo una bambina, il reggiseno lo porterai quando sarà il momento.”

La mamma chiude la conversazione bruscamente.

Non le piace che Sofia si comporti come una donna e teme che, assecondandola, possa trovarsi in situazioni spiacevoli.

Ma le paure della mamma, purtroppo, trasformano l’estate di Sofia in un incubo.

Gli altri bambini vedendo i suoi capezzoli che cominciano a gonfiarsi non fanno altro che scambiarsi risolini e parlottare ammiccando.

E c’è quell’uomo che non le stacca gli occhi di dosso un secondo e continua a fissarla, qualsiasi cosa faccia.

Cercando di sfuggire quegli sguardi così insistenti che sembrano toccarla Sofia sta sempre in acqua.

Ma la mamma la sgrida, intimandole di uscire.

“Basta, Sofia! Stai un po’ al sole. Sei viola dal freddo e finirai per ammalarti!”

Sofia tiene le spalle curve nel tentativo di nascondere il seno (che ancora non è cresciuto e già è troppo appariscente), le piacerebbe giocare con gli altri sulla sabbia ma si vergogna.

Così, quando non può nuotare, se ne resta ingobbita in un angolo avvoltolata dentro l’asciugamano e i parenti per gioco la chiamano Signorina Snob.

* * *

Lidia è figlia unica e i suoi genitori lavorano anche durante l’estate.

Quando compie otto anni, lo zio Federico si offre di portarla al mare con i suoi tre figli.

Antonio, Marco e Simone, i cugini di Lidia, sono un po’ più piccoli di lei e insieme a loro Lidia si è sempre divertita moltissimo, però al mare non ci vuole più andare e inventa mille scuse nel tentativo di evitare quelle vacanze, per lei terribili.

Nello stabilimento balneare hanno affittato una cabina in comproprietà e, con la scusa della fretta e di qualcuno che potrebbe arrivare, lo zio obbliga Lidia a cambiarsi insieme con lui e con i cugini.

“Sbrighiamoci a liberare la cabina, che serve agli altri inquilini!” esclama a gran voce lo zio Federico anche se in giro non si vede nessuno.

“Io mi cambio dopo di voi perché sono femmina…”

Ha protestato Lidia il primo giorno di mare.

Ma lo zio Federico non ha fatto altro che prenderla in giro dalla mattina alla sera e, per insegnarle che non ci si vergogna tra parenti, ogni giorno la costringe a spogliarsi davanti a tutti.

Al mare Lidia non ci vorrebbe andare mai più.

Però la mamma ha detto che non sta bene respingere un invito tanto gentile e poi si sa…lo zio è fatto a modo suo, ma non è cattivo!

Sarebbe un’offesa rifiutare soltanto per un po’ di vergogna.

Al mare ci si cambia in fretta e nessuno ci fa caso.

Avanti, Lidia non fare un dramma di tutte le cose!

Lidia non ha il coraggio di protestare ancora, si sente sporca a pensare male dello zio e si vergogna di se stessa.

Per far contenti i genitori andrà al mare tutte le estati (dai suoi otto anni fino ai diciotto anni) imparando a negare il pudore del proprio corpo perché mostrarsi nuda con i parenti (e soprattutto con lo zio Federico) è un segno di adattabilità e di maturità.

* * *

Alessia ha venticinque anni e ultimamente non riesce più a stare nella stessa stanza con suo padre senza sentirsi profondamente irritata e disgustata.

Quando è a casa fa di tutto per evitarlo ma l’uomo mostra di non accorgersi delle difficoltà della figlia e, con i pretesti più svariati, sembra farlo apposta a girarle intorno.

Delle tre figlie Alessia è la più piccola e l’unica a essere rimasta con i genitori.

Le sue sorelle più grandi si sono sposate giovanissime e adesso hanno una loro famiglia.

Lei, invece, ha preferito continuare a studiare.

Tuttavia, la convivenza con il padre è diventata sempre più difficile.

Sin da quando le figlie erano bambine, per ragioni di sicurezza e praticità, il papà ha deciso di eliminare le chiavi da tutte le porte della casa e ancora oggi, quando Alessia si cambia, si fa la doccia o è al gabinetto, entra senza bussare, attardandosi nella stanza (quella di Alessia o il bagno) e guardandola con studiata noncuranza.

Alessia vive un disagio doppio, da un lato la vergogna nel sentirsi osservata e dall’altro l’imbarazzo nel pensare suo padre in malafede.

Quegli sguardi la riempiono di repulsione e il disgusto che prova per lui la fa sentire sporca e sbagliata.

* * *

Queste tre storie, tragicamente vere, sono soltanto alcuni dei tanti resoconti che ho ascoltato nel segreto della mia professione e, purtroppo, si commentano da sole.

Molto spesso le vittime di questi maltrattamenti faticano a identificarli come tali o ad ammetterne la violenza.

E finiscono col colpevolizzare se stesse per la sofferenza, il disgusto e l’imbarazzo che provano e che, invece, rappresentano la conseguenza di quei soprusi.

Per questo è diventato necessario, importante e urgente rompere il silenzio e aprire il dialogo anche su questi temi.

Carla Sale Musio

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