Tag Archive 'violenza'

Ago 19 2019

LA VITA È BIPOLARE

Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) spiega che:

  • Il Disturbo Bipolare (definito anche Sindrome Maniaco-Depressiva) è una patologia caratterizzata da gravi alterazioni dell’umore e dei comportamenti.

  • Chi ne soffre si può sentire al settimo cielo in un momento e immediatamente dopo in preda alla disperazione, senza alcuna ragione apparente.

  • Questo oscillare di continuo tra stati d’animo opposti influisce pericolosamente sulla vita lavorativa, sociale e affettiva.

Oggi l’alternarsi veloce dei vissuti emotivi è guardato con sospetto e il Disturbo Bipolare sembra essere una patologia sempre più diffusa.

La paura della diagnosi psichiatrica ossessiona la vita di tanta gente.

Finire preda delle emozioni è considerato: pericoloso.

Troppo istintivo, patologico, disdicevole, anomalo e certamente… da evitare.

Nelle società evolute è preferibile mostrarsi calmi, pacati e indifferenti.

Va di moda l’impassibilità.

Eppure…

Dal punto di vista psicologico l’assenza di emozioni denota un deficit della consapevolezza emotiva definito alessitimia e caratterizzato dall’incapacità di riconoscere e condividere i sentimenti.

Il mondo intimo è animato da tanti stati d’animo differenti che possono coesistere o alternarsi anche velocemente nella psiche.

La vita stessa è bipolare.

Il giorno si avvicenda alla notte, l’inverno insegue l’estate, il dinamismo cede il posto al sonno…

Tutto è fatto di un continuo oscillare tra situazioni differenti e contrapposte.

Luce e buio, vuoto e pieno, attivo e passivo, rumore e silenzio… sono i ritmi che scandiscono le nostre giornate, regalandoci una naturale armonia.

A nessuno piacerebbe che il sole non tramontasse mai o che la notte durasse sempre.

Amiamo l’inverno e lo scintillio del Natale anche perché sappiamo che presto arriverà il caldo dell’estate con i colori del sole.

Prima o poi l’euforia cede il posto al silenzio.

E la quiete lascia spazio alla vitalità.

L’esistenza è fatta di continui cambiamenti.

Espansione e contrazione si alternano nella psiche come nella realtà e scandiscono il tempo delle nostre emozioni.

Gli animali vanno in letargo e recuperano nuove energie in primavera.

Ci alziamo al mattino pronti a cominciare una nuova giornata e la sera desideriamo rifugiarci nel riposo e nell’intimità delle nostre case.

Nella fase di espansione siamo pronti a confrontarci col mondo e desiderosi di cedere la nostra energia alla vita.

Nella fase di contrazione abbiamo bisogno di ritirarci in noi stessi e di elaborare le esperienze.

La socializzazione cede il posto alla solitudine.

L’intimità ci rinforza e ci spinge verso nuove avventure. 

Pretendere di uniformare i cicli della vita in un’unica traccia monocorde è come suonare sempre la stessa nota.

Uccide l’armonia e annichilisce le profondità dell’esistenza.

La bipolarità diventa una malattia soltanto quando provoca una forte sofferenza in chi la vive.

Più spesso è il segnale di un organismo in armonia con la natura.

Ci sono patologie che sono tali soltanto all’interno di una civiltà malata, segni di una disfunzione nell’organizzazione dell’umanità.

Ognuno di noi deve fare attenzione alle definizioni di sé e delle persone che incontra.

E scegliere autonomamente cosa è sano e cosa invece è patologico.

A volte, per rinchiudere chi non si sottomette ai dettami del più forte la psichiatria costruisce prigioni invisibili, marchiando l’unicità individuale con lo stigma infamante dell’infermità.

Carla Sale Musio

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Mag 06 2019

SCELTE ALIMENTARI E CAMPI ENERGETICI

Ogni cosa possiede un’energia.

Il pensiero ha un’energia.

Le emozioni hanno un’energia.

Le relazioni hanno un’energia.

Le nostre scelte hanno un’energia.

Ci hanno insegnato a considerare vero soltanto quello che si può monetizzare.

E a ignorare tutto ciò che, invece, rende la vita degna di essere vissuta.

Il fine giustifica i mezzi è la norma che muove le nostre scelte.

Ma il fine è sempre quello di una consistente materialità.

Eppure…

La sofferenza psicologica è in aumento e l’omissione della vita intima da ciò che chiamiamo realtà non fa che accrescere il malessere interiore, aumentando i guadagni delle case farmaceutiche insieme alle patologie psichiatriche.

La salute mentale, il benessere, la realizzazione personale… (quel senso di efficacia che ci fa sentire bene con noi stessi e in pace con la vita) dipendono dall’ascolto di un mondo invisibile fatto di sensazioni, stati d’animo e percezioni diverse per ciascuno di noi.

Percezioni poco omologabili, poco quantificabili e oggi, purtroppo, anche poco condivisibili, ma capaci di trasformare la vita in un’esperienza meravigliosa.

Oppure in un inferno.

L’invisibile e il benessere sono strettamente connessi tra loro.

Infatti, l’energia delle cose che scegliamo di fare intreccia le trame del destino con le inclinazioni personali, dando forma alla nostra speciale unicità.

Ogni creatura possiede un campo energetico che la caratterizza e racconta il suo modo di essere: le passioni, i bisogni, le scelte… ciò che la rende unica.

Che si tratti di una persona umana o animale non fa differenza.

Il campo energetico esiste per ogni forma di vita e rivela la profondità di ogni esistenza a chi è capace di osservarlo con sensibilità.

Quando mangiamo, ingoiamo e trasmettiamo informazioni energetiche dando forma a una realtà che svela i nostri valori e genera il mondo così come lo sperimentiamo.

Le nostre scelte alimentari non sono prive di conseguenze.

Ciò che facciamo a livello profondo, infatti, impronta l’inconscio e ne definisce le leggi, portandoci a essere nel posto giusto al momento giusto, cioè a vivere le situazioni attratte magneticamente proprio da quelle nostre verità.

Così, la violenza attira la violenza e la dolcezza attira la dolcezza.

Uccidere senza scrupoli ogni altra forma di vita genera una realtà distruttiva e crudele perché direziona l’inconscio a seguire le leggi del più forte, rendendoci vittime di chi possiede un potere superiore al nostro.

Questo principio vale per tutte le verità interiori: quelle che dichiariamo e agiamo palesemente e quelle che attuiamo nel segreto di noi stessi.

Nell’inconscio è violenza: uccidere un essere umano, un animale, un valore interiore o un modo di essere.

È violenza: ammazzare uno scarafaggio, un bambino, un capretto o un nemico.

È violenza: costringersi a essere ciò che profondamente non vogliamo essere.

L’inconscio dà forma alle leggi da seguire, ricavandole dalle nostre esperienze e dai nostri vissuti.

Per costruire un mondo migliore occorre analizzare a fondo la propria interiorità portando l’attenzione sulle scelte di ogni giorno.

Perché sono quelle che stabiliscono le regole interiori e informano l’energia che emaniamo.

E che attiriamo.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2019

ISTRUZIONI PER ROBOT SENZA CUORE

Per trasformarsi in robot senza cuore sono indispensabili due elementi:

  • una forte sofferenza durante l’infanzia;

  • una buona capacità di rimuovere il dolore.

Quando veniamo sopraffatti da un trauma, per evitare che l’angoscia dilaghi dappertutto, il cervello frammenta i ricordi.

Grazie a questa parcellizzazione le memorie dolorose vengono incapsulate dentro a tante cellette circoscritte e staccate dal flusso delle immagini interiori.

Questo meccanismo protettivo produce un’apparente armonia.

E la vita può riprendere a scorrere.

Per aprire l’archivio ermetico sono necessari dei segnali precisi: frasi, rumori, odori… in grado di bypassare il blocco protettivo e rievocare i vissuti sgradevoli.

Se una celletta di ricordi viene aperta il trauma si risveglia in tutta la sua intensità e le emozioni passate esplodono nella coscienza come se fossero eternamente presenti.

Chi ha avuto un incidente automobilistico sa che può bastare il rumore di una frenata improvvisa per scatenare un attacco di panico in piena regola.

Anche quando normalmente non ci sono più problemi nel salire in macchina, guidare, viaggiare, eccetera.

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LA SOFFERENZA DEI BAMBINI

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La sofferenza dei bambini può diventare traumatica con grande facilità.

Infatti, durante l’infanzia la psiche è malleabile, delicata e fragile.

Per tutelarla, l’inconscio utilizza principalmente la rimozione o la proiezione.

Tuttavia, quando il dolore supera la soglia di tolleranza, rimozione e proiezione non bastano più, e la mente è costretta a frammentarsi producendo una sorta di doppia realtà interiore:

  • da una parte scorre la quotidianità, protetta dall’anestesia emotiva che nasconde i ricordi e il dolore;

  • dall’altra esiste un eterno presente traumatico e devastante.

La percezione si sposta da una realtà all’altra grazie ai segnali in grado di aprire i sigilli che tengono celata l’angoscia.

Questa scissione, però, impedisce l’accesso all’empatia, alla sensibilità e all’altruismo.

E spiega perché, in seguito all’occultamento dei traumi infantili, tante persone diventano indifferenti arrivando a compiere atti crudeli senza alcun rimorso.

Ne abbiamo un esempio nelle persecuzioni agite contro gli ebrei, i negri, le donne, i bambini e gli animali.

In questi casi si può arrivare al punto di sentire l’acquolina in bocca o provare un desiderio sessuale osservando immagini di uccisioni, violenza e stupri.

Quando il sistema emotivo si frammenta e si parcellizza prende forma un’insensibilità che annienta le parti vulnerabili della psiche.

E questo meccanismo difensivo è la radice della freddezza e del cinismo.

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STORIE DI ANESTESIA E CRUDELTÀ

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Nicola è stato un bambino poco amato.

La mamma desiderava una femmina e perciò lo vestiva e lo trattava come una bambina.

Dopo la nascita della sorellina la disparità educativa diventa terribile e Nicola si sente ancora più trascurato e umiliato.

Tutti i vezzi, i giochi, i bacetti e i regali sono per lei.

A lui sono riservate le sgridate.

Il cuore non ce la fa.

Per sfuggire la sofferenza l’inconscio scinde i ricordi occultando quei vissuti infantili.

La mente si parcellizza.

Il dolore scompare.

L’insensibilità annulla l’angoscia.

E una deliziosa anestesia lo rende freddo, distaccato e indifferente.

È così che riesce a punire sua figlia senza comprenderne il dolore.

Forte di un ideale educativo privo di tenerezza e di empatia, Nicola diventa crudele.

E tramanda la sofferenza da una generazione all’altra.

Senza soluzione di continuità.

***

Efisio ha ricevuto in dono un agnellino, un cucciolo caldo e morbido che lo segue ovunque.

Efisio gioca con lui tutto il giorno e la notte, di nascosto, lo fa dormire nel suo letto sotto alle coperte.

Ma la mattina di Pasqua tornando dalla messa non lo trova più.

Lo cerca dappertutto disperato e in lacrime.

Il papà lo prende in giro:

“Sei una femminuccia! Non si piange per un agnello! Lo mangiamo oggi a pranzo e devi essere contento!”

Efisio sente il respiro spezzarsi.

La psiche non regge.

Di colpo diventa di ghiaccio.

Ora non ci pensa più.

Per non sentire il dolore la mente si frammenta e l’indifferenza emerge salvifica.

È così che impara a uccidere.

E a fare il pastore.

Come suo padre.

Come suo nonno.

Come tutti i maschi della sua famiglia.

Come un vero uomo.

***

Rocco ride soddisfatto.

Ha legato alla sedia il suo compagno di classe e gli ha messo in testa un cappello da clown minacciandolo e picchiandolo.

Il bambino piange terrorizzato ma Rocco ha imparato che quello è il modo giusto per farsi rispettare.

A casa i fratelli più grandi si divertivano a prenderlo in giro in modi anche peggiori.

E lui ha dovuto ingoiare la vergogna e diventare forte il più velocemente possibile.

Essere grande significa essere un duro.

Essere un duro vuol dire sottomettere qualcuno.

Rocco lo ha capito molto presto.

E per non sentirsi vittima ha occultato i ricordi delle sue umiliazioni conquistando una freddezza che oggi, a quattordici anni, lo rende rispettabile e temibile.

Invano gli insegnanti e i servizi sociali cercano di aiutarlo a ritrovare la sensibilità perduta.

Una censura nella psiche ha cancellato il dolore e conquistato l’indifferenza.

E Rocco ha deciso inconsciamente che non conviene MAI perdere questi vantaggi.

Carla Sale Musio

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Dic 02 2018

VIOLENZA NASCOSTA

Esistono violenze invisibili fatte di cose semplici e di un volersi bene che non vuole sapere tutta la verità.

C’è un mondo sotterraneo e crudele dietro l’amore che tiene unite le nostre famiglie.

Un mondo di brutalità e di soprusi.

Un orrore difficile da raccontare, perché la maggior parte di noi preferisce ignorarne l’esistenza.

Esiste una disumanità nascosta dietro tanti gesti quotidiani, dietro l’affetto, dietro le festività, dietro i momenti belli e le giornate speciali.

Sono disgrazie che non fanno notizia, che non compaiono nella cronaca nera e che alla maggior parte della gente fanno venire l’acquolina in bocca.

In quei gesti, apparentemente amorevoli, affondano le radici dell’aggressività che ammala la nostra civiltà.

Prendono forma in una superiorità scontata che ci spinge a dire:

“Sono solo animali.”

Come se questo bastasse a legittimare ogni abuso.

Ci sono creature che vivono soltanto per venire torturate e macellate.

Esseri allevati per il nostro piacere.

Individui senza valore, vittime di una disumanità inconsapevole.

Non c’è un modo etico per uccidere.

L’uccisione è sempre un assassinio.

Ma la parola assassinio non viene usata quando si tratta degli animali.

E nemmeno la parola cadavere.

Chiamiamo carne i loro corpi straziati e guardarli ci mette fame.

Dietro quest’incoscienza prosperano i semi di tanti orrori.

Crediamo che la supremazia della nostra specie sia un criterio sufficiente a legittimare il maltrattamento di ogni altro essere vivente.

“Sono solo animali.”

Sosteniamo con noncuranza.

Alimentando la convinzione che per loro non valgano il rispetto e la morale.

Così facendo, però, accettiamo di sfruttare chi è diverso, debole o ingenuo.

E questa legittimità autorizza l’abuso nella psiche.

L’inconscio, infatti, intesse le trame della vita basandosi sui principi che noi stessi abbiamo scelto.

Nel momento in cui permettiamo lo sfruttamento degli animali accogliamo il predominio e creiamo le basi per essere vittime e carnefici.

Decidendo che è giusto allevare, torturare e massacrare chi è incapace di difendersi, accettiamo di essere sfruttati e maltrattati da chi detiene un potere superiore al nostro.

Impariamo queste regole da bambini: nei pranzi della domenica, nei giorni di festa, nelle solennità, nelle cerimonie e in tutte quelle occasioni, grandi o piccole, in cui vengono uccisi con amore gli esseri che abbiamo scelto per rallegrare il nostro pasto.

I vitellini, gli agnelli, i porchetti, i polli, le quaglie, i conigli, i cinghiali, i cervi… l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Sono tanti gli animali che ci piace mangiare.

Creature che amano vivere, proprio come noi.

E che provano dolore, proprio come noi.

Esseri talmente uguali a noi che vengono usati nella ricerca, perché le loro reazioni, emozioni e sensazioni sono come le nostre.

Poiché hanno culture diverse abbiamo stabilito che non ci sia alcun male nel togliergli la vita.

Impariamo da piccoli a tollerare questa insensibilità.

E poi, da grandi, la crudeltà diventa normale.

È normale: allevare animali, cacciare, pescare e uccidere altre specie per divertimento.

È normale: vendere bombe, comprare armi, divertirsi a sparare, dividendo la terra in stati e nazioni contrapposte.

È normale: ricevere medaglie e sentirsi importanti per aver distrutto le case e i campi di gente come noi, vittime dei voleri di chi comanda il mondo.

La violenza è dappertutto.

Siamo convinti che sia naturale.

Lo abbiamo imparato presto.

E oggi non ci pensiamo nemmeno più.

Quando affermiamo la legittimità di uccidere chi è più debole e di mangiarne le carni, stabiliamo un principio di violenza che l’inconscio trasferisce nella nostra vita.

Dando forma al mondo che conosciamo oggi.

Il mondo del bullismo, del nonnismo, dell’omofobia, del femminicidio, della pedofilia, delle guerre, degli stupri e della paura.

Un mondo che vorremmo rendere migliore e di cui abbiamo perso il controllo coltivando la crudeltà dentro la psiche.

Ammazziamo la fratellanza.

Senza saperlo.

E, senza riconoscerne le cause, andiamo a caccia dei colpevoli all’esterno.

Come se non dipendesse da noi.

Carla Sale Musio

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Lug 16 2018

CAMMINARE ABBRACCIANDO LA VIOLENZA E L’AMORE

Cerchiamo tutti la pace.

Il problema è che la cerchiamo fuori di noi.

Ci auguriamo che succeda qualcosa in grado di risolvere magicamente le difficoltà, senza per questo sentirci responsabili dei tormenti che affliggono il mondo.

A prima vista sembra impossibile che le radici di ogni guerra si annidino nella vita interiore.

Eppure…

Il seme della brutalità cresce insieme all’amore, e possiede la stessa energia!

Per avere la pace è indispensabile accettare anche la violenza e permetterne la presenza nella psiche.

Quando riconosciamo in noi stessi le parti che più disprezziamo, eliminiamo il razzismo alla radice e creiamo i presupposti per una realtà migliore.

La dualità ci costringe a fare esperienze contrapposte e per evolvere è necessario esplorare la Totalità con coraggio e senza censure.

Accettando l’incoerenza che ne consegue e che ci fa sentire vittime di una insopportabile follia.

Ogni giorno ci sforziamo di diventare migliori ma, spesso, per ottenere questo risultato incateniamo nell’inconscio l’energia dell’autoaffermazione (che chiamiamo: aggressività) e nascondiamo (anche a noi stessi) l’odio e l’ostilità che derivano dalla paura di sentirsi calpestati o ignorati.

È difficile accogliere il rancore, l’egoismo, l’orgoglio, la prepotenza, il pregiudizio… soprattutto quando ci riguardano personalmente.

Preferiamo scegliere di essere comprensivi, disponibili, generosi, tolleranti, semplici… e puntiamo la bussola della crescita personale sulle qualità che ci piacerebbe vedere emergere nel mondo.

Le nostre buone intenzioni, però, non bastano a sopprime l’altro polo della dualità.

Il bene resta comunque l’opposto del male.

Il giorno non esiste senza la notte.

La scelta di coltivare un comportamento o un valore non annienta nella coscienza l’esistenza del suo contrario.

E per raggiungere l’armonia occorre aprirsi anche a tutto ciò che non ci piace, tollerando la coesistenza delle polarità dentro se stessi.

La realizzazione personale prende forma dal riconoscimento delle contrapposizioni che animano il mondo interiore e poggia sull’accettazione della loro presenza simultanea nella coscienza.

Questa accoglienza permette di dosare gli ingredienti di ogni azione dando forma a una comunità attenta alle esigenze di tutti.

Un pizzico di sale fa più buona ogni torta.

Così, riconoscere nel mondo interiore la violenza e la guerra insieme all’amore e alla fratellanza è il primo passo per costruire una società migliore.

La parola integrità esprime bene questo concetto.

Integrità è sinonimo di onestà e anche di pienezza.

L’onestà (dapprima con se stessi e poi con gli altri) è il presupposto di una civiltà capace di accogliere senza discriminare.

La pienezza è la conseguenza della ricchezza interiore e l’espressione di una molteplicità di risorse.

L’amore possiede un’energia che si manifesta nella compassione e nella distruzione.

Possiamo scegliere e calibrare i nostri comportamenti solo nella consapevolezza della Totalità che appartiene alla Vita.

Quando escludiamo un polo di quella interezza abbandoniamo le redini del nostro potere personale e rinunciamo ai doni che l’oscurità porta con sé.

Come ho ripetuto tante volte, questo non vuol dire lasciare emergere la brutalità nelle nostre giornate.

Al contrario!

Significa osservarne la pericolosità e gestirne consapevolmente l’energia e l’intensità.

Dalla frammentazione della Totalità in unità contrapposte nascono gli schieramenti, le fazioni, le guerre, la crudeltà e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Dalla ricomposizione di quelle fratture apparentemente insanabili prende forma la possibilità di riconoscere un aspetto di sé in ogni cosa che esiste, restituendo valore e importanza a ogni vita.

Una società evoluta è capace di distinguere il bene dal male senza cancellare gli opposti dalla coscienza.

Ricomporre l’Infinito con consapevolezza restituisce a ogni colore il suo potere, consentendoci di esplorare la realtà senza paure.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CAOS INTERIORE & PACE NEL MONDO

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Feb 02 2018

CRUDELTÀ E APPARTENENZA: il rischio di muoversi in branco

La cronaca è piena di episodi crudeli agiti spesso quando più persone si muovono in branco.

Si tratta di fatti orribili che mostrano una violenza e una cattiveria quasi sempre impensabili per gli stessi individui presi singolarmente, e che ci portano a riflettere sulla perdita della volontà individuale e sul significato delle nostre scelte collettive.

Esiste una sorta di autorità di gruppo che spinge gli individui a uniformarsi alle decisioni della maggioranza.

Il bisogno di appartenenza caratterizza la specie umana e muove inconsciamente le nostre opinioni, trascinandoci a ricercare l’approvazione degli altri.

Da un punto di vista etologico siamo animali sociali e per la nostra specie la condivisione è indispensabile alla sopravvivenza.

Non siamo fatti per vivere in isolamento e la minaccia della solitudine ci terrorizza fino a condurci in direzioni contrarie alla morale.

Ecco perché, a volte, fare parte di un gruppo può generare un’energia che intrappola le persone dentro una eccessiva omogeneità di comportamenti e di pensieri.

Sono state fatte tante ricerche sul conformismo, sul bisogno di aggregazione e sulle interconnessioni che influenzano le scelte individuali in favore di un’omologazione alla maggioranza.

Gli psicologi lo definiscono fantasma di gruppo e si riferiscono a quell’unanimità che trascende le motivazioni di ciascuno e trascina dentro un pensiero unico, condiviso e sostenuto dal bisogno di appartenenza più che dalla logica, dall’etica o dall’evidenza.

Il fantasma di gruppo spiega tanti eventi spaventosi che succedono quando una pluralità di persone prende il sopravvento sull’identità di ciascuno.

Eventi che, in seguito, i singoli partecipanti non sanno spiegare nemmeno a se stessi, e che ci lasciano sconvolti e impotenti davanti alla complessità e all’ignoranza dei nostri vissuti interiori.

Il fantasma di gruppo è un meccanismo psicologico sconosciuto alla maggioranza delle persone, ma abilmente utilizzato dalla pubblicità.

Si tratta di una struttura difensiva che condiziona le nostre scelte quotidiane molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

L’associazione della violenza al piacere della condivisione del cibo è un esempio eclatante di questo fenomeno e dell’uso che ne viene fatto per sostenere i guadagni dei pochi che gestiscono i molti.

È in conseguenza del fantasma di gruppo che tante persone amorevoli, sensibili e attente ai bisogni degli altri, si trasformano in crudeli aguzzini, acquistando senza nessuno scrupolo ogni genere di cadavere animale, sanguinolento e fatto a pezzi in modi crudeli, come se non fosse mai stato il corpo di qualcuno ma soltanto un oggetto privo di coscienza e di valore.

Il messaggio sbandierato dalle réclame, infatti, è che gli animali siano prodotti di consumo.

Non esseri viventi ma alimenti: privi di volontà, personalità o sensibilità, incapaci di provare emozioni e sofferenza.

La vendita di tanti cibi di uso comune (carne, latte, uova, formaggi…) poggia sull’ignoranza della brutalità che sostiene le scelte alimentari della maggioranza.

La vivisezione, i macelli, gli allevamenti intensivi, i massacri, le torture e le sofferenze inflitte agli animali sono abilmente celate alla vista dei consumatori.  

Al posto della crudeltà e del dolore compaiono le immagini buffe, tenere e piacevoli che ci raccontano una realtà fittizia, tanto simile a quella dei cartoni animati quanto distante dalla verità e dalla violenza con cui ogni giorno vengono condannati a morte milioni di esseri viventi appartenenti alle specie diverse dalla nostra.

Molte persone buone hanno guardato con partecipazione e tenerezza il film Babe, maialino coraggioso” senza fare la connessione tra il salame che farcisce il panino e l’orrore degli allevamenti da cui il piccolo Babe fa di tutto per sfuggire, proprio per evitare di diventare parte del menù di chi guarda il film.

Uomini e donne amorevoli colmano di attenzioni il proprio cane e il proprio gatto mentre uccidono con indifferenza e crudeltà i cuccioli delle altre specie (agnellini, vitellini, capretti, coniglietti…), creature capaci di provare dolore, entusiasmo, passione, tenerezza, amore e voglia di vivere.

Esseri considerati diversi dal cane e dal gatto di casa solo perché una cultura funzionale agli interessi di mercato ne ha decretato l’utilizzo per fini alimentari, occultandone la sofferenza.

Individui sensibili, attenti al valore della vita e pronti ad insorgere contro chiunque decidesse di maltrattare un cane o un gatto, ignorano la crudeltà nascosta dietro i propri pasti quotidiani.

Così, mentre spendono i loro risparmi per curare il micino randagio trovato agonizzante sulla strada di casa, ammazzano con indifferenza il maialino Babe nel giorno di Natale per festeggiare la famiglia, l’amore e la rinascita.

La nostra cultura gastronomica è un esempio evidente del fantasma di gruppo e di quanto il bisogno di appartenenza spinga ognuno di noi a occultare il dolore inflitto ad altri essere viventi, colpevoli soltanto di un’eccessiva innocenza.

Per sentirsi parte della società in cui viviamo, ognuno ha dovuto nascondere a se stesso la crudeltà delle scelte alimentari, proclamando la liceità dello schiavismo, della brutalità e dello sfruttamento di tanti esseri docili e ingenui.

Svegliarsi da questa anestesia emotiva non è facile.

Occorre affrontare la solitudine e l’emarginazione destinata a chi sceglie di non uniformarsi al branco.

È un percorso riservato a pochi indomiti spiriti liberi, capaci di riconoscere la malvagità nascosta dietro le scelte di ogni giorno e pronti ad ascoltare il cuore anche quando la solitudine incalza.

Staccarsi dal branco e camminare soli significa mantenere il contatto con una profonda verità interiore nel momento in cui il mondo ci deride e ci abbandona.

È una strada fatta di coraggio, di volontà e di amore.

Un amore così profondo da non aver bisogno di conferme e in grado di guardare negli occhi ogni altro essere vivente.

Senza ignoranza.

Senza presunzione.

Senza crudeltà.

Carla Sale Musio

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Gen 15 2018

ANESTESIA EMOTIVA

Nella psiche esiste un meccanismo di difesa che permette di non sentire il dolore e nascondere i vissuti interiori fino a negarne l’esistenza.

In se stessi e negli altri.

Gli psicologi lo definiscono: surgelamento emotivo, anaffettività o blocco affettivo e lo collocano alla base dell’indifferenza, della crudeltà e della violenza.

Si tratta di una patologia ampiamente incentivata nella società dei consumi, perché funzionale al mantenimento degli interessi dei pochi che speculano sull’ignoranza dei molti.

Il surgelamento emotivo, infatti, consente di non provare dolore anestetizzando la percezione dell’amore e dell’empatia.

“L’uomo che non deve chiedere mai” rappresenta un esempio emblematico di questo deficit emozionale.

La cultura del profitto imposta i suoi valori sul raggiungimento del potere economico e sul possesso di beni materiali, e guarda con disprezzo tutto ciò che non si può monetizzare.

I sentimenti, la sensibilità, l’ascolto fraterno, la partecipazione affettiva… sfuggono al suo controllo e vengono ignorati o derisi fino a costringere chi non riesce ad anestetizzarsi il cuore a nascondere la propria ricchezza emotiva sotto una maschera d’imperturbabilità e di freddezza.

È in questo modo che l’aridità e il cinismo sono diventati simbolo della forza e dell’equilibrio nonostante il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) ne definisca dettagliatamente la condizione innaturale e patologica.

Viviamo immersi in una civiltà malata che predica l’amore, la fratellanza e la solidarietà mentre sponsorizza il cinismo, la competizione e il possesso.

Siamo bombardati da messaggi che affermano l’ineluttabilità della violenza.

Messaggi contradditori che proclamano il valore dell’evoluzione e del progresso e sostengono l’inevitabilità della guerra, della sopraffazione e della prepotenza.

Grazie a un abile uso della pubblicità la nostra mente è tempestata da comunicazioni mirate a perpetuare l’indifferenza, la crudeltà e il qualunquismo.

Perché:

  • si è sempre fatto così

  • mors tua vita mea

  • homo homini lupus

  • bisogna rispettare la catena alimentare

  • occorre seguire le leggi della genetica

  • non si può ignorare l’importanza delle proteine nobili (quelle ricavate uccidendo creature inermi)

  • abbiamo tutti un istinto di sopravvivenza

  • eccetera, eccetera, eccetera…

La contraddizione, seppure evidente, non preoccupa l’impero economico delle armi, della droga, delle multinazionali alimentari e delle case farmaceutiche che vedono lievitare costantemente i propri guadagni grazie a un’anestesia emotiva sapientemente indotta nella psiche di ognuno di noi.

Lasciar perdere ciò che succede intorno e coltivare soltanto il proprio orticello sembra essere la soluzione ideale per sopravvivere in un mondo malato di brutalità.

Anestetizzare la propria Anima, infatti, permette di sopravvivere in mezzo al dilagare delle guerre e nasconde abilmente la crudeltà che permea i nostri gesti quotidiani.

Finché le cose non ci riguardano personalmente possiamo fare le spallucce e andare avanti, forti di un’omologazione che rassicura e di una diversità che appartiene sempre a qualcun’altro.

Quando invece ci troviamo a essere le vittime del destino, incolpiamo la Vita, Dio, il Diavolo o la Sfiga di un disegno malevolo di cui fatichiamo ad assumerci le responsabilità.

Il surgelamento emotivo che imprigiona la psiche permette di non vedere la partecipazione ai giochi perversi che alimentano la disumanità di cui tutti siamo artefici e vittime.

Uscire da questa pericolosa patologia sociale significa accollarsi l’onere di tante malvagità commesse nell’indifferenza e scoprire che i mandanti della violenza si sporcano le mani quanto i sicari, perché l’insensibilità è un atto criminoso e avvelena l’Anima di chi infligge il dolore con noncuranza.

In un mondo dove è possibile viaggiare nello spazio, manipolare il clima e vedere su uno schermo ciò che succede a chilometri di distanza, non è necessario uccidere per vivere.

Non è necessario allevare creature innocenti per massacrarle nei giorni di festa e riempire i nostri corpi di cibo fino a morire di obesità.

Non è necessario trasformarci in mercenari pronti a vendere i propri servigi in cambio di uno stipendio di cui non importa conoscere la provenienza.

Non è necessario ammutolire il cuore giorno dopo giorno per renderci funzionali a uno stile di vita che ignora il valore della solidarietà e dell’empatia.

Non è necessario alimentare tutto questo dolore.

Nella nostra civiltà in corsa verso il futuro c’è bisogno di guardare in profondità dentro di sé e di ascoltare i sussurri di una coscienza che conosce il valore di ogni vita e i motivi per cui abbiamo scelto di venire al mondo.

In questo mondo.

In cui è urgente riscoprire l’empatia e l’amore.

Perché solo così diventa possibile guardare la propria Anima negli occhi.

Senza vergogna.

Carla Sale Musio

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Dic 15 2017

INDIFFERENZA E CINISMO INTERIORE

Corriamo nella vita senza sosta, tutti presi ad assolvere gli interminabili impegni della giornata.

E quando, infine, diventiamo vecchi ci sembra di non avere ancora vissuto abbastanza.

Allora incolpiamo il destino, la sfiga, il caso, i parenti, i vicini, i nemici o il governo… ma la nostra amarezza interiore non si calma.

E quel senso di incompiutezza e di rimpianto alimenta la paura della morte, proprio come un tempo ha coltivato la paura della vita.

In quei momenti di sofferenza è troppo tardi per cambiare le scelte e riappropriarsi delle occasioni perdute.

Vorremmo accogliere la fine dell’esistenza terrena con l’entusiasmo di chi è pronto ad affrontare il più importante dei cambiamenti, eppure ci sentiamo inermi e soli.

E mentre le cose costruite con impegno e fatica si rivelano vuote e prive di significato, sembra che niente sia davvero utile per accompagnarci in quel passaggio.

È doloroso scoprire in ritardo il valore della vita… così preferiamo cercare all’esterno i colpevoli della nostra insoddisfazione interiore.

Tuttavia, c’è solamente un responsabile per quella sensazione di angoscia che attanaglia l’Anima.

E va cercato nelle scelte compiute lungo il percorso dell’esistenza.

A cosa abbiamo dato la priorità?

E perché?

L’avvicinarsi della morte apre le porte ai bilanci interiori.

Ai rimpianti e al desiderio di ritornare indietro si contrappone la voglia di ricominciare tutto daccapo, forti della consapevolezza che la vita va vissuta ascoltando se stessi e non i tanti dettami di comportamento imposti dalle circostanze sociali, dal bisogno di farsi benvolere, dalle paure, dall’indolenza, dalla superficialità…

Non ci fermiamo mai a chiederci perché viviamo e quale sia per noi il modo giusto di vivere.

Scrolliamo le spalle e proseguiamo a testa bassa, intrappolati in quello che si DEVE fare.

Perché:

  • si è sempre fatto così!

  • altrimenti che cosa mangiamo?

  • prima il dovere e poi il piacere!

  • con tutto quello che bisogna fare… non rimane tempo per pensare!

È in questo modo che tramandiamo una cultura della prepotenza.

Convinti di non avere responsabilità perché la vita ci sovrasta e bisogna accettare le sue regole anche quando non ci piacciono.

In quella solitudine che morsica il cuore scopriamo che ogni scelta ha il suo valore e le azioni che ne conseguono hanno il potere di farci sentire vivi davanti alla morte o morti anche nel pieno della vita.

Ciò che facciamo ogni giorno non è la conseguenza di un’organizzazione prestabilita e immutabile ma il prodotto del nostro volere, l’espressione di un modo di essere intimo e profondo, la voce di una realtà interiore così potente da improntare di sé ogni istante.

La vita è il risultato del nostro sentire interiore, di un pensiero che affonda le radici nel mondo psichico colorando le giornate delle sue sfumature: dolci, ombrose, tenere o amare… a seconda del rispetto con cui abbiamo trattato le innumerevoli parti che compongono la nostra identità.

L’indifferenza che troppo spesso riserviamo a noi stessi è il nemico più crudele, il mostro che combattiamo all’esterno nelle guerre che ammalano il pianeta, il morbo che terrorizza e non possiamo sfuggire perché si annida dentro la nostra Anima.

L’indifferenza è quell’atteggiamento insensibile che ci porta a non ascoltare i bisogni interiori, la prigione crudele di uno stile di vita attento alla pace, alla condivisione, alle relazioni e alla reciprocità, è una fame, giudicata impossibile, di amore e di qualità.

Viviamo nell’era della prepotenza e l’egoismo la fa da padrone.

Anche nella psiche.

Non ci rendiamo conto che l’insensibilità è una malattia capace di uccidere la voglia di vivere fino a lasciarci tramortiti e soli.

Il cinismo è la patologia del secolo, il male oscuro che annichilisce la gioia e trasforma l’amore in una sdolcinata pantomima per gli sciocchi.

L’indifferenza è il contrario dell’amore.

E la disumanità è la sua conseguenza.

Ma una vita senza amore perde la profondità per trasformarsi in un cumulo di doveri senza senso.

Ciò che chiamiamo “amore” non è lo scambio di affettuosità con le persone cui siamo legati ma un sentimento di rispetto e di cura per la nostra Anima.

Ascoltare quella delicata voce interiore è il segreto di un’esistenza appagante, non perché si raggiungono: il successo, la ricchezza o la fama, ma perché si afferma il valore della parte più vera di sé.

E questo arricchisce la vita di verità, di amore, di pienezza e di considerazione.

Solo così il cinismo scompare e al posto dell’indifferenza si fanno strada: l’empatia, la fratellanza, la condivisione e la comprensione.

Dapprima per se stessi e poi per ogni creatura vivente.

Volersi bene è la conseguenza di un ascolto intimo, costante e partecipe, che se ne infischia delle convenzioni perché rispetta il valore della vita e ci mostra, istante dopo istante, come si vive una vita di valore.

Carla Sale Musio

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LE RADICI DELLO SPECISMO

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Set 09 2017

LE RADICI DELLO SPECISMO

Nel tentativo di sentirci amati occultiamo (anche a noi stessi) i tratti del carattere che non incontrano il favore degli altri, e costruiamo un’immagine idealizzata focalizzando l’attenzione sulle nostre parti migliori e occultando ciò che ci appare inadeguato e sconveniente.

Prende forma così un razzismo interiore che sostiene i comportamenti consoni al mondo esterno e rinchiude nelle segrete dell’inconscio tanti aspetti rinnegati, portandoci a disprezzare chiunque si permetta di manifestare gli atteggiamenti che abbiamo censurato interiormente.

I meccanismi della rimozione e della proiezione, infatti, consentono di cancellare dalla coscienza ciò che non ci piace, invitandoci a combatterlo fuori di noi nello sforzo di differenziarcene.

Questo gioco perverso è l’origine di ogni guerra e di ogni violenza.

Nella psiche esiste la Totalità e separare drasticamente il buono dal cattivo spezza la completezza che caratterizza il benessere, portandoci a vivere nella mancanza e nell’insoddisfazione.

Gli opposti si richiamano continuamente l’uno con l’altro e interiormente non sono divisibili.

Le contrapposizioni sono facce di una stessa medaglia, aspetti inscindibili della verità.

Come ci insegna il Tao: lo yin contiene sempre lo yang e viceversa.

E come ci ricorda l’Ermetismo: Tutto è Uno.

Separare il bene dal male serve a comprendere due modi diversi di manifestarsi.

Tuttavia, combattere il male nel tentativo di liberarsene non fa che aumentarne la potenza, mentre incrementare il bene inevitabilmente amplifica anche il suo contrario.

Tutto questo può apparire sconcertante e senza soluzione in un mondo abituato a dividere e combattere.

Occorre aprirsi a una cultura nuova per comprendere il valore dell’integrità.

Questo non significa legalizzare la crudeltà.

Al contrario!

Accogliere in sé la malvagità insieme alla bontà permette di scoprire il valore dell’interezza e di accettare ogni aspetto di sé, riducendo il bisogno di lottare per separarsene.

Quando ci schieriamo erigiamo un muro dentro noi stessi e, nel tentativo di separare le cose che giudichiamo buone da quelle cattive, alimentiamo la guerra interiore.

La bontà è tale soltanto quando la cattiveria ne evidenzia i contorni.

E insieme formano un’unica verità.

Inscindibile.

Censurando nel mondo intimo una metà della mela rinunciamo al potere della Totalità e, per ritrovare l’intero che abbiamo manomesso, ci condanniamo a dipendere da qualcosa posto fuori di noi.

Comprendere i meccanismi psicologici e le perversioni indotte dalla cultura della violenza è l’unica strada per uscire dalla sofferenza che attanaglia la nostra società.

La chiave per un mondo migliore è fatta di accoglienza e comprensione e permette di evolvere le energie distorte fino a cogliere il dono che sono venute a portare al mondo.

Dosi omeopatiche di cattiveria servono ad agire importanti trasformazioni nella vita di tutti i giorni e aprono le porte a una partnership fondata sulla condivisione, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

Oggi però si preferisce il “dividi e impera” alimentando la prepotenza nel tentativo di estirparla.

Le conseguenze di quest’uso perverso dei meccanismi psicologici sono sotto gli occhi di tutti.

La proiezione delle parti negative è un’abitudine condivisa.

Anche da tante anime buone che combattono ogni giorno contro la crudeltà.

È in questo quadro che prende forma lo specismo.

Gli abusi contro gli animali perpetuano la violenza nel mondo esterno e consolidano la censura nell’interiorità di ciascuno, alimentati dalla rimozione e dalla proiezione che ognuno agisce dentro di sé e sponsorizzati da una cultura che affonda le radici nella discriminazione.

Si tratta di una violenza invisibile, abilmente nascosta agli occhi di tutti grazie a un bombardamento psicologico che intreccia la crudeltà con la dolcezza fino a renderla invisibile.

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LA CONFUSIONE IPNOTICA

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Esiste una tecnica ipnotica chiamata “della confusione” che permette di scivolare in un piacevole stato di obnubilamento grazie a un conflitto provocato ad arte nella psiche.

Utilizzando questa tecnica s’induce uno stato di trance alternando rapidamente messaggi contradditori: rassicuranti e allarmanti contemporaneamente.

Durante un corso di formazione ho visto scivolare improvvisamente nel sonno ipnotico un collega che si era offerto volontario per una dimostrazione.

Il trainer prese a girargli intorno, dapprima dolcemente e amichevolmente poi sempre più minacciosamente, fino a che, lanciando un grido improvviso, lo fece sprofondare nella trance sostenendolo tra le proprie braccia come se si trattasse di un bambino.

Ci spiegò in seguito che la psiche entra in uno stato di allarme davanti a segnali incongruenti di amicizia e inimicizia insieme, e un modo facile per liberarsi della tensione consiste nell’abbandonare il campo entrando in uno stato ipnotico.

Nel corso della dimostrazione il collega volontario si era sentito spiazzato, non riuscendo a valutare se i movimenti dell’insegnante fossero rissosi o confidenziali e, nel momento in cui un vocalizzo improvviso aveva intensificato il conflitto, inconsciamente si era rifugiato nella trance per uscire da quell’incertezza.

Quando acquistiamo prodotti di origine animale subiamo tutti inconsapevolmente la Tecnica Ipnotica della Confusione.

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MESSAGGI INCONGRUENTI

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Nessuno può negare che allevare delle creature docili e innocenti per soddisfare i piaceri effimeri della vanità o del gusto, sia frutto di un comportamento cinico, crudele e privo di etica e di empatia.

Eppure ogni giorno, immersi in una trance indotta da esigenze commerciali, riconfermiamo con le nostre scelte la violenza e lo sterminio di tanti esseri colpevoli soltanto della propria ingenuità.

Il conflitto, tra una pubblicità rassicurante quanto ingannevole e la voce della coscienza che interiormente ne segnala l’orrore, ci sprofonda in un’incoscienza ipnotica sostenuta abilmente dagli interessi delle multinazionali.

Le immagini della pubblicità, infatti, raffigurano gli animali felici di essere maltrattati e uccisi per soddisfare i desideri della specie umana.

Ci sono le ochette bianche: raggianti di essere spiumate per diventare l’imbottitura delle nostre giacche e dei nostri divani.

Ci sono le mucche pezzate con i loro grandi occhi dolci: entusiaste mentre vengono uccisi i loro figlioletti per mangiarne le carni e rubare il latte.

Ci sono i porcellini rosei che saltellano nei prati: gioiosi di essere sgozzati per diventare il pasto dell’uomo.

Sappiamo tutti che quelle immagini occultano una verità diversa e terribile, colma di crudeltà e indifferenza per il martirio di tante creature.

Eppure, immersi nella nostra trance quotidiana, acquistiamo quei prodotti ammutolendo la voce della coscienza in nome della catena alimentare, dell’homo homini lupus, dalla naturale ferocia della vita e del si è sempre fatto così.

E mentre proiettiamo la nostra istintualità sugli animali, censuriamo l’ingenuità, l’emotività e la fragilità, pronti a mostrare un’immagine idealizzata e insensibile funzionale alla guerra, al dolore e alla follia che sta distruggendo la nostra civiltà e il pianeta.

Dobbiamo essere competitivi, pronti a scalare le vette del successo, affermati, omologati e ben inseriti nella società.

E ci dimentichiamo che il benessere e la salute poggiano sulla cooperazione, sulla condivisione e sulla possibilità di esprimere la propria personale unicità.

La paura della diversità ci spinge a nascondere il nostro lato oscuro, fatto di debolezza, di semplicità e di partecipazione l’uno con l’altro, ma anche d’indifferenza, d’insensibilità e di crudeltà.

In questo modo perdiamo la Totalità che appartiene alla psiche e ci schieriamo arbitrariamente dalla parte dei giusti impedendo a noi stessi l’integrità.

Vogliamo essere buoni e coltiviamo la cattiveria, ottundendo la nostra morale fino a perderne le tracce, vittime di un bombardamento di messaggi incoerenti e in cerca di una “perfezione” che nasconde il prezzo della sofferenza e la complessità della verità.

Un mondo migliore nasce da un ascolto sincero di se stessi e dalla capacità di accogliere anche ciò che non ci piace, quel lato oscuro che abbiamo sepolto nell’inconscio e che non vorremmo guardare.

Occorre avere il coraggio della propria duplicità per costruire una società capace di non discriminare e di aprirsi alla vastità, misteriosa e profonda, della pienezza.

Carla Sale Musio

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Apr 27 2017

VULNERABILITÀ

Si chiama vulnerabilità e indica la possibilità di essere feriti.

È la nostra parte più sensibile, il punto debole che consente a un eventuale aggressore di farci perdere la sicurezza.

La vulnerabilità è la parte più fragile, intima, riservata e profonda della nostra vita interiore.

È uno spazio delicatissimo che, crescendo, dobbiamo imparare a proteggere e, spesso, ci sentiamo costretti a nascondere.

Nei bambini la vulnerabilità è priva di difese, esposta agli assalti e alle violenze dell’ambiente.

Questa estrema apertura rende terribile la sofferenza dell’infanzia.

Quando siamo piccoli, la psiche non ha ancora sviluppato le strutture necessarie a tutelarsi e il contatto immediato con la vulnerabilità può diventare dolorosissimo.

Gli adulti la chiamano ingenuità e, dall’alto della loro maturità, la osservano con tenerezza.

Tuttavia, proprio l’ilarità e il divertimento dei grandi possono provocare stati d’animo così intensi da spingerci a nascondere la spontaneità dietro un muro di apparente indifferenza.

La vulnerabilità è un modo di essere e di percepire la vita, vibrante di emotività, di partecipazione e di piacere.

È una ricchezza emotiva che, purtroppo, impariamo a negare perché nella nostra società la fragilità è disprezzata.

Per diventare grandi dobbiamo dobbiamo occultare le nostre parti tenere, rivestendole con un’armatura di cinismo.

La cultura in cui viviamo immersi non sa accogliere la sensibilità, teme l’intensità delle emozioni e l’autenticità necessaria a costruire relazioni profonde e durature.

Nella civiltà dell’usa e getta ha valore soltanto il potere e mentre l’utilitarismo spadroneggia sui sentimenti la sensibilità è sminuita fino a renderla un difetto da eliminare.

Finché siamo piccoli possiamo sperimentare un contatto immediato e profondo con questa parte intima di noi stessi, ma durante la crescita finiamo per perderne il ricordo, identificandoci in un modello di impassibilità che annienta l’empatia per trasformarci in uomini (e donne) tutti d’un pezzo.

Il prezzo che paghiamo per conformarci alle leggi del dominio e dello sfruttamento è un prezzo altissimo, e le patologie mentali che ne conseguono sono infinite.

Abiurare in se stessi la vulnerabilità, infatti, significa amputare la parte più autentica del proprio mondo interiore e coltivare un’anestesia emotiva che, oltre ad essere la principale causa della sofferenza psicologica, è la radice di ogni guerra e di ogni crudeltà.

In questo modo il bisogno di amore e di riconoscimento ci spinge a identificarci con i valori oggi più gettonati, quelli della sopraffazione e del cinismo, inabissandoci dentro un pericolosissimo paradosso psichico.

Infatti, come si può cancellare l’amore per sentirsi amati?

Nel tentativo di ottenere approvazione e stima ci conformiamo ai modelli correnti, anche quando questo significa perdere il contatto con la ricchezza interiore.

Condannare l’amore, in se stessi e nel mondo, ci allontana gli uni dagli altri e ci priva dell’unico vero nutrimento: la condivisione della nostra intima autenticità.

Diventare grandi ha assunto il significato di una progressiva anoressia emotiva, quasi che la verità fosse nascosta fuori e non dentro noi stessi.

Per cercare l’accudimento indispensabile alla sopravvivenza, il cucciolo dell’uomo è costretto a trascurare la parte più delicata di sé.

È in questo modo che, da una generazione all’altra, si tramanda il valore della violenza.

Una violenza agita in principio contro la propria sensibilità, e poi contro tutto ciò che la rappresenta nel mondo esterno.

Da questa perversione interiore ha origine l’olocausto che sta distruggendo il pianeta, prende forma nel mondo intimo di ciascuno e si proietta nell’ambiente, uccidendo senza pietà i rappresentanti esterni della nostra segreta fragilità.

Per fermare questo pericoloso meccanismo psichico è necessario guardare in profondità dentro se stessi fino a trovare le radici della propria vulnerabilità e i semi dell’empatia, della comprensione, della fratellanza, della condivisione e della reciprocità.

Solo accogliendo il proprio potenziale emotivo, infatti, può svilupparsi la percezione necessaria a comprendere la sofferenza e l’unicità di ogni essere vivente.

Accettare la vulnerabilità in se stessi significa dare forma a un mondo finalmente libero dalla crudeltà e aprire le porte all’amore.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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