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Lug 16 2018

CAMMINARE ABBRACCIANDO LA VIOLENZA E L’AMORE

Cerchiamo tutti la pace.

Il problema è che la cerchiamo fuori di noi.

Ci auguriamo che succeda qualcosa in grado di risolvere magicamente le difficoltà, senza per questo sentirci responsabili dei tormenti che affliggono il mondo.

A prima vista sembra impossibile che le radici di ogni guerra si annidino nella vita interiore.

Eppure…

Il seme della brutalità cresce insieme all’amore, e possiede la stessa energia!

Per avere la pace è indispensabile accettare anche la violenza e permetterne la presenza nella psiche.

Quando riconosciamo in noi stessi le parti che più disprezziamo, eliminiamo il razzismo alla radice e creiamo i presupposti per una realtà migliore.

La dualità ci costringe a fare esperienze contrapposte e per evolvere è necessario esplorare la Totalità con coraggio e senza censure.

Accettando l’incoerenza che ne consegue e che ci fa sentire vittime di una insopportabile follia.

Ogni giorno ci sforziamo di diventare migliori ma, spesso, per ottenere questo risultato incateniamo nell’inconscio l’energia dell’autoaffermazione (che chiamiamo: aggressività) e nascondiamo (anche a noi stessi) l’odio e l’ostilità che derivano dalla paura di sentirsi calpestati o ignorati.

È difficile accogliere il rancore, l’egoismo, l’orgoglio, la prepotenza, il pregiudizio… soprattutto quando ci riguardano personalmente.

Preferiamo scegliere di essere comprensivi, disponibili, generosi, tolleranti, semplici… e puntiamo la bussola della crescita personale sulle qualità che ci piacerebbe vedere emergere nel mondo.

Le nostre buone intenzioni, però, non bastano a sopprime l’altro polo della dualità.

Il bene resta comunque l’opposto del male.

Il giorno non esiste senza la notte.

La scelta di coltivare un comportamento o un valore non annienta nella coscienza l’esistenza del suo contrario.

E per raggiungere l’armonia occorre aprirsi anche a tutto ciò che non ci piace, tollerando la coesistenza delle polarità dentro se stessi.

La realizzazione personale prende forma dal riconoscimento delle contrapposizioni che animano il mondo interiore e poggia sull’accettazione della loro presenza simultanea nella coscienza.

Questa accoglienza permette di dosare gli ingredienti di ogni azione dando forma a una comunità attenta alle esigenze di tutti.

Un pizzico di sale fa più buona ogni torta.

Così, riconoscere nel mondo interiore la violenza e la guerra insieme all’amore e alla fratellanza è il primo passo per costruire una società migliore.

La parola integrità esprime bene questo concetto.

Integrità è sinonimo di onestà e anche di pienezza.

L’onestà (dapprima con se stessi e poi con gli altri) è il presupposto di una civiltà capace di accogliere senza discriminare.

La pienezza è la conseguenza della ricchezza interiore e l’espressione di una molteplicità di risorse.

L’amore possiede un’energia che si manifesta nella compassione e nella distruzione.

Possiamo scegliere e calibrare i nostri comportamenti solo nella consapevolezza della Totalità che appartiene alla Vita.

Quando escludiamo un polo di quella interezza abbandoniamo le redini del nostro potere personale e rinunciamo ai doni che l’oscurità porta con sé.

Come ho ripetuto tante volte, questo non vuol dire lasciare emergere la brutalità nelle nostre giornate.

Al contrario!

Significa osservarne la pericolosità e gestirne consapevolmente l’energia e l’intensità.

Dalla frammentazione della Totalità in unità contrapposte nascono gli schieramenti, le fazioni, le guerre, la crudeltà e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Dalla ricomposizione di quelle fratture apparentemente insanabili prende forma la possibilità di riconoscere un aspetto di sé in ogni cosa che esiste, restituendo valore e importanza a ogni vita.

Una società evoluta è capace di distinguere il bene dal male senza cancellare gli opposti dalla coscienza.

Ricomporre l’Infinito con consapevolezza restituisce a ogni colore il suo potere, consentendoci di esplorare la realtà senza paure.

Carla Sale Musio

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Feb 02 2018

CRUDELTÀ E APPARTENENZA: il rischio di muoversi in branco

La cronaca è piena di episodi crudeli agiti spesso quando più persone si muovono in branco.

Si tratta di fatti orribili che mostrano una violenza e una cattiveria quasi sempre impensabili per gli stessi individui presi singolarmente, e che ci portano a riflettere sulla perdita della volontà individuale e sul significato delle nostre scelte collettive.

Esiste una sorta di autorità di gruppo che spinge gli individui a uniformarsi alle decisioni della maggioranza.

Il bisogno di appartenenza caratterizza la specie umana e muove inconsciamente le nostre opinioni, trascinandoci a ricercare l’approvazione degli altri.

Da un punto di vista etologico siamo animali sociali e per la nostra specie la condivisione è indispensabile alla sopravvivenza.

Non siamo fatti per vivere in isolamento e la minaccia della solitudine ci terrorizza fino a condurci in direzioni contrarie alla morale.

Ecco perché, a volte, fare parte di un gruppo può generare un’energia che intrappola le persone dentro una eccessiva omogeneità di comportamenti e di pensieri.

Sono state fatte tante ricerche sul conformismo, sul bisogno di aggregazione e sulle interconnessioni che influenzano le scelte individuali in favore di un’omologazione alla maggioranza.

Gli psicologi lo definiscono fantasma di gruppo e si riferiscono a quell’unanimità che trascende le motivazioni di ciascuno e trascina dentro un pensiero unico, condiviso e sostenuto dal bisogno di appartenenza più che dalla logica, dall’etica o dall’evidenza.

Il fantasma di gruppo spiega tanti eventi spaventosi che succedono quando una pluralità di persone prende il sopravvento sull’identità di ciascuno.

Eventi che, in seguito, i singoli partecipanti non sanno spiegare nemmeno a se stessi, e che ci lasciano sconvolti e impotenti davanti alla complessità e all’ignoranza dei nostri vissuti interiori.

Il fantasma di gruppo è un meccanismo psicologico sconosciuto alla maggioranza delle persone, ma abilmente utilizzato dalla pubblicità.

Si tratta di una struttura difensiva che condiziona le nostre scelte quotidiane molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

L’associazione della violenza al piacere della condivisione del cibo è un esempio eclatante di questo fenomeno e dell’uso che ne viene fatto per sostenere i guadagni dei pochi che gestiscono i molti.

È in conseguenza del fantasma di gruppo che tante persone amorevoli, sensibili e attente ai bisogni degli altri, si trasformano in crudeli aguzzini, acquistando senza nessuno scrupolo ogni genere di cadavere animale, sanguinolento e fatto a pezzi in modi crudeli, come se non fosse mai stato il corpo di qualcuno ma soltanto un oggetto privo di coscienza e di valore.

Il messaggio sbandierato dalle réclame, infatti, è che gli animali siano prodotti di consumo.

Non esseri viventi ma alimenti: privi di volontà, personalità o sensibilità, incapaci di provare emozioni e sofferenza.

La vendita di tanti cibi di uso comune (carne, latte, uova, formaggi…) poggia sull’ignoranza della brutalità che sostiene le scelte alimentari della maggioranza.

La vivisezione, i macelli, gli allevamenti intensivi, i massacri, le torture e le sofferenze inflitte agli animali sono abilmente celate alla vista dei consumatori.  

Al posto della crudeltà e del dolore compaiono le immagini buffe, tenere e piacevoli che ci raccontano una realtà fittizia, tanto simile a quella dei cartoni animati quanto distante dalla verità e dalla violenza con cui ogni giorno vengono condannati a morte milioni di esseri viventi appartenenti alle specie diverse dalla nostra.

Molte persone buone hanno guardato con partecipazione e tenerezza il film Babe, maialino coraggioso” senza fare la connessione tra il salame che farcisce il panino e l’orrore degli allevamenti da cui il piccolo Babe fa di tutto per sfuggire, proprio per evitare di diventare parte del menù di chi guarda il film.

Uomini e donne amorevoli colmano di attenzioni il proprio cane e il proprio gatto mentre uccidono con indifferenza e crudeltà i cuccioli delle altre specie (agnellini, vitellini, capretti, coniglietti…), creature capaci di provare dolore, entusiasmo, passione, tenerezza, amore e voglia di vivere.

Esseri considerati diversi dal cane e dal gatto di casa solo perché una cultura funzionale agli interessi di mercato ne ha decretato l’utilizzo per fini alimentari, occultandone la sofferenza.

Individui sensibili, attenti al valore della vita e pronti ad insorgere contro chiunque decidesse di maltrattare un cane o un gatto, ignorano la crudeltà nascosta dietro i propri pasti quotidiani.

Così, mentre spendono i loro risparmi per curare il micino randagio trovato agonizzante sulla strada di casa, ammazzano con indifferenza il maialino Babe nel giorno di Natale per festeggiare la famiglia, l’amore e la rinascita.

La nostra cultura gastronomica è un esempio evidente del fantasma di gruppo e di quanto il bisogno di appartenenza spinga ognuno di noi a occultare il dolore inflitto ad altri essere viventi, colpevoli soltanto di un’eccessiva innocenza.

Per sentirsi parte della società in cui viviamo, ognuno ha dovuto nascondere a se stesso la crudeltà delle scelte alimentari, proclamando la liceità dello schiavismo, della brutalità e dello sfruttamento di tanti esseri docili e ingenui.

Svegliarsi da questa anestesia emotiva non è facile.

Occorre affrontare la solitudine e l’emarginazione destinata a chi sceglie di non uniformarsi al branco.

È un percorso riservato a pochi indomiti spiriti liberi, capaci di riconoscere la malvagità nascosta dietro le scelte di ogni giorno e pronti ad ascoltare il cuore anche quando la solitudine incalza.

Staccarsi dal branco e camminare soli significa mantenere il contatto con una profonda verità interiore nel momento in cui il mondo ci deride e ci abbandona.

È una strada fatta di coraggio, di volontà e di amore.

Un amore così profondo da non aver bisogno di conferme e in grado di guardare negli occhi ogni altro essere vivente.

Senza ignoranza.

Senza presunzione.

Senza crudeltà.

Carla Sale Musio

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Gen 15 2018

ANESTESIA EMOTIVA

Nella psiche esiste un meccanismo di difesa che permette di non sentire il dolore e di nascondere i vissuti interiori fino a negarne l’esistenza.

In se stessi e negli altri.

Gli psicologi lo definiscono: surgelamento emotivo, anaffettività o blocco affettivo, e lo collocano alla base dell’indifferenza, della crudeltà e della violenza.

Si tratta di una patologia ampiamente incentivata nella società dei consumi, perché funzionale al mantenimento degli interessi dei pochi che speculano sull’ignoranza dei molti.

Il surgelamento emotivo, infatti, consente di non provare dolore anestetizzando la percezione dell’amore e dell’empatia.

“L’uomo che non deve chiedere mai” rappresenta un esempio emblematico di questo deficit emozionale.

La cultura del profitto imposta i suoi valori sul raggiungimento del potere economico e sul possesso di beni materiali, e guarda con disprezzo tutto ciò che non si può monetizzare.

I sentimenti, la sensibilità, l’ascolto fraterno, la partecipazione affettiva… sfuggono al suo controllo e vengono sviliti, ignorati o derisi, fino a costringere chi non riesce ad anestetizzarsi il cuore a nascondere la propria ricchezza emotiva sotto una maschera d’imperturbabilità e di freddezza.

È in questo modo che l’aridità e il cinismo sono diventati simbolo della forza e dell’equilibrio, nonostante il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) ne definisca dettagliatamente la condizione innaturale e patologica.

Viviamo immersi in una civiltà malata che predica l’amore, la fratellanza e la solidarietà mentre sponsorizza il cinismo, la competizione e il possesso.

Siamo bombardati da messaggi che affermano l’ineluttabilità della violenza.

Messaggi contradditori che proclamano il valore dell’evoluzione e del progresso e sostengono l’inevitabilità della guerra, della sopraffazione e della prepotenza.

Grazie a un abile uso della pubblicità la nostra mente è tempestata da comunicazioni mirate a perpetuare l’indifferenza, la crudeltà e il qualunquismo.

Perché:

  • si è sempre fatto così

  • mors tua vita mea

  • homo homini lupus

  • bisogna rispettare la catena alimentare

  • occorre seguire le leggi della genetica

  • non si può ignorare l’importanza delle proteine nobili (quelle ricavate uccidendo creature inermi)

  • abbiamo tutti un istinto di sopravvivenza

  • eccetera, eccetera, eccetera…

La contraddizione, seppure evidente, non preoccupa l’impero economico delle armi, della droga, delle multinazionali alimentari e delle case farmaceutiche, che vedono lievitare costantemente i propri guadagni grazie a un’anestesia emotiva sapientemente indotta nella psiche di ognuno di noi.

Lasciar perdere ciò che succede intorno e coltivare soltanto il proprio orticello sembra essere la soluzione ideale per sopravvivere in un mondo malato di brutalità.

Anestetizzare la propria Anima, infatti, permette di sopravvivere in mezzo al dilagare delle guerre e nasconde abilmente la crudeltà che permea i nostri gesti quotidiani.

Finché le cose non ci riguardano personalmente possiamo fare le spallucce e andare avanti, forti di un’omologazione che rassicura e di una diversità che appartiene sempre a qualcun’altro.

Quando invece ci troviamo a essere le vittime del destino, incolpiamo la Vita, Dio, il Diavolo o la Sfiga, di un disegno malevolo di cui fatichiamo ad assumerci le responsabilità.

Il surgelamento emotivo che imprigiona la psiche permette di non vedere la partecipazione ai giochi perversi che alimentano la disumanità di cui tutti siamo artefici e vittime.

Uscire da questa pericolosa patologia sociale significa accollarsi l’onere di tante malvagità commesse nell’indifferenza e scoprire che i mandanti della violenza si sporcano le mani quanto i sicari, perché l’insensibilità è un atto criminoso e avvelena l’Anima di chi infligge il dolore con noncuranza.

In un mondo dove è possibile viaggiare nello spazio, manipolare il clima e vedere su uno schermo ciò che succede a chilometri di distanza, non è necessario uccidere per vivere.

Non è necessario allevare creature innocenti per massacrarle nei giorni di festa e riempire i nostri corpi di cibo, fino a morire di obesità.

Non è necessario trasformarci in mercenari pronti a vendere i propri servigi in cambio di uno stipendio di cui non importa conoscere la provenienza.

Non è necessario ammutolire il cuore giorno dopo giorno per renderci funzionali a uno stile di vita che ignora il valore della solidarietà e dell’empatia.

Non è necessario alimentare tutto questo dolore.

Nella nostra civiltà in corsa verso il futuro c’è bisogno di guardare in profondità dentro di sé e di ascoltare i sussurri di una coscienza che conosce il valore di ogni vita e i motivi per cui abbiamo scelto di venire al mondo.

In questo mondo.

In cui è urgente riscoprire l’empatia e l’amore.

Perché solo così diventa possibile guardare la propria Anima negli occhi.

Senza vergogna.

Carla Sale Musio

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INDIFFERENZA E CINISMO INTERIORE

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Dic 15 2017

INDIFFERENZA E CINISMO INTERIORE

Corriamo nella vita senza sosta, tutti presi ad assolvere gli interminabili impegni della giornata.

E quando, infine, diventiamo vecchi ci sembra di non avere ancora vissuto abbastanza.

Allora incolpiamo il destino, la sfiga, il caso, i parenti, i vicini, i nemici o il governo… ma la nostra amarezza interiore non si calma.

E quel senso di incompiutezza e di rimpianto alimenta la paura della morte, proprio come un tempo ha coltivato la paura della vita.

In quei momenti di sofferenza è troppo tardi per cambiare le scelte e riappropriarsi delle occasioni perdute.

Vorremmo accogliere la fine dell’esistenza terrena con l’entusiasmo di chi è pronto ad affrontare il più importante dei cambiamenti, eppure ci sentiamo inermi e soli.

E mentre le cose costruite con impegno e fatica si rivelano vuote e prive di significato, sembra che niente sia davvero utile per accompagnarci in quel passaggio.

È doloroso scoprire in ritardo il valore della vita… così preferiamo cercare all’esterno i colpevoli della nostra insoddisfazione interiore.

Tuttavia, c’è solamente un responsabile per quella sensazione di angoscia che attanaglia l’Anima.

E va cercato nelle scelte compiute lungo il percorso dell’esistenza.

A cosa abbiamo dato la priorità?

E perché?

L’avvicinarsi della morte apre le porte ai bilanci interiori.

Ai rimpianti e al desiderio di ritornare indietro si contrappone la voglia di ricominciare tutto daccapo, forti della consapevolezza che la vita va vissuta ascoltando se stessi e non i tanti dettami di comportamento imposti dalle circostanze sociali, dal bisogno di farsi benvolere, dalle paure, dall’indolenza, dalla superficialità…

Non ci fermiamo mai a chiederci perché viviamo e quale sia per noi il modo giusto di vivere.

Scrolliamo le spalle e proseguiamo a testa bassa, intrappolati in quello che si DEVE fare.

Perché:

  • si è sempre fatto così!

  • altrimenti che cosa mangiamo?

  • prima il dovere e poi il piacere!

  • con tutto quello che bisogna fare… non rimane tempo per pensare!

È in questo modo che tramandiamo una cultura della prepotenza.

Convinti di non avere responsabilità perché la vita ci sovrasta e bisogna accettare le sue regole anche quando non ci piacciono.

In quella solitudine che morsica il cuore scopriamo che ogni scelta ha il suo valore e le azioni che ne conseguono hanno il potere di farci sentire vivi davanti alla morte o morti anche nel pieno della vita.

Ciò che facciamo ogni giorno non è la conseguenza di un’organizzazione prestabilita e immutabile ma il prodotto del nostro volere, l’espressione di un modo di essere intimo e profondo, la voce di una realtà interiore così potente da improntare di sé ogni istante.

La vita è il risultato del nostro sentire interiore, di un pensiero che affonda le radici nel mondo psichico colorando le giornate delle sue sfumature: dolci, ombrose, tenere o amare… a seconda del rispetto con cui abbiamo trattato le innumerevoli parti che compongono la nostra identità.

L’indifferenza che troppo spesso riserviamo a noi stessi è il nemico più crudele, il mostro che combattiamo all’esterno nelle guerre che ammalano il pianeta, il morbo che terrorizza e non possiamo sfuggire perché si annida dentro la nostra Anima.

L’indifferenza è quell’atteggiamento insensibile che ci porta a non ascoltare i bisogni interiori, la prigione crudele di uno stile di vita attento alla pace, alla condivisione, alle relazioni e alla reciprocità, è una fame, giudicata impossibile, di amore e di qualità.

Viviamo nell’era della prepotenza e l’egoismo la fa da padrone.

Anche nella psiche.

Non ci rendiamo conto che l’insensibilità è una malattia capace di uccidere la voglia di vivere fino a lasciarci tramortiti e soli.

Il cinismo è la patologia del secolo, il male oscuro che annichilisce la gioia e trasforma l’amore in una sdolcinata pantomima per gli sciocchi.

L’indifferenza è il contrario dell’amore.

E la disumanità è la sua conseguenza.

Ma una vita senza amore perde la profondità per trasformarsi in un cumulo di doveri senza senso.

Ciò che chiamiamo “amore” non è lo scambio di affettuosità con le persone cui siamo legati ma un sentimento di rispetto e di cura per la nostra Anima.

Ascoltare quella delicata voce interiore è il segreto di un’esistenza appagante, non perché si raggiungono: il successo, la ricchezza o la fama, ma perché si afferma il valore della parte più vera di sé.

E questo arricchisce la vita di verità, di amore, di pienezza e di considerazione.

Solo così il cinismo scompare e al posto dell’indifferenza si fanno strada: l’empatia, la fratellanza, la condivisione e la comprensione.

Dapprima per se stessi e poi per ogni creatura vivente.

Volersi bene è la conseguenza di un ascolto intimo, costante e partecipe, che se ne infischia delle convenzioni perché rispetta il valore della vita e ci mostra, istante dopo istante, come si vive una vita di valore.

Carla Sale Musio

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LE RADICI DELLO SPECISMO

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Set 09 2017

LE RADICI DELLO SPECISMO

Nel tentativo di sentirci amati occultiamo (anche a noi stessi) i tratti del carattere che non incontrano il favore degli altri, e costruiamo un’immagine idealizzata focalizzando l’attenzione sulle nostre parti migliori e occultando ciò che ci appare inadeguato e sconveniente.

Prende forma così un razzismo interiore che sostiene i comportamenti consoni al mondo esterno e rinchiude nelle segrete dell’inconscio tanti aspetti rinnegati, portandoci a disprezzare chiunque si permetta di manifestare gli atteggiamenti che abbiamo censurato interiormente.

I meccanismi della rimozione e della proiezione, infatti, consentono di cancellare dalla coscienza ciò che non ci piace, invitandoci a combatterlo fuori di noi nello sforzo di differenziarcene.

Questo gioco perverso è l’origine di ogni guerra e di ogni violenza.

Nella psiche esiste la Totalità e separare drasticamente il buono dal cattivo spezza la completezza che caratterizza il benessere, portandoci a vivere nella mancanza e nell’insoddisfazione.

Gli opposti si richiamano continuamente l’uno con l’altro e interiormente non sono divisibili.

Le contrapposizioni sono facce di una stessa medaglia, aspetti inscindibili della verità.

Come ci insegna il Tao: lo yin contiene sempre lo yang, e viceversa.

E come ci ricorda l’Ermetismo: Tutto è Uno.

Separare il bene dal male serve a comprendere due modi diversi di manifestarsi.

Tuttavia, combattere il male nel tentativo di liberarsene non fa che aumentarne la potenza, mentre incrementare il bene inevitabilmente amplifica anche il suo contrario.

Tutto questo può apparire sconcertante e senza soluzione in un mondo abituato a dividere e combattere.

Occorre aprirsi a una cultura nuova per comprendere il valore dell’integrità.

Questo non significa legalizzare la crudeltà.

Al contrario!

Accogliere in sé la malvagità insieme alla bontà permette di scoprire il valore dell’interezza e di accettare ogni aspetto di sé, riducendo il bisogno di lottare per separarsene.

Quando ci schieriamo erigiamo un muro dentro noi stessi e, nel tentativo di separare le cose che giudichiamo buone da quelle cattive, alimentiamo la guerra interiore.

La bontà è tale soltanto quando la cattiveria ne evidenzia i contorni.

E insieme formano un’unica verità.

Inscindibile.

Censurando nel mondo intimo una metà della mela rinunciamo al potere della Totalità e, per ritrovare l’intero che abbiamo manomesso, ci condanniamo a dipendere da qualcosa posto fuori di noi.

Comprendere i meccanismi psicologici e le perversioni indotte dalla cultura della violenza è l’unica strada per uscire dalla sofferenza che attanaglia la nostra società.

La chiave per un mondo migliore è fatta di accoglienza e di comprensione e permette di evolvere le energie distorte fino a cogliere il dono che sono venute a portare al mondo.

Dosi omeopatiche di cattiveria servono ad agire importanti trasformazioni nella vita di tutti i giorni e aprono le porte a una partnership fondata sulla condivisione, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

Oggi però si preferisce il “dividi e impera” alimentando la prepotenza nel tentativo di estirparla.

Le conseguenze di quest’uso perverso dei meccanismi psicologici sono sotto gli occhi di tutti.

La proiezione delle parti negative è un’abitudine condivisa.

Anche da tante anime buone che combattono ogni giorno contro la crudeltà.

È in questo quadro che prende forma lo specismo.

Gli abusi contro gli animali perpetuano la violenza nel mondo esterno e consolidano la censura nell’interiorità di ciascuno, alimentati dalla rimozione e dalla proiezione che ognuno agisce dentro di sé e sponsorizzati da una cultura che affonda le radici nella discriminazione.

Si tratta di una violenza invisibile, abilmente nascosta agli occhi di tutti grazie a un bombardamento psicologico che intreccia la crudeltà con la dolcezza fino a renderla invisibile.

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LA CONFUSIONE IPNOTICA

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Esiste una tecnica ipnotica chiamata “della confusione” che permette di scivolare in un piacevole stato di obnubilamento grazie a un conflitto provocato ad arte nella psiche.

Utilizzando questa tecnica s’induce uno stato di trance alternando rapidamente messaggi contradditori: rassicuranti e allarmanti contemporaneamente.

Durante un corso di formazione ho visto scivolare improvvisamente nel sonno ipnotico un collega che si era offerto volontario per una dimostrazione.

Il trainer prese a girargli intorno, dapprima dolcemente e amichevolmente poi sempre più minacciosamente, fino a che, lanciando un grido improvviso, lo fece sprofondare nella trance sostenendolo tra le proprie braccia come se si trattasse di un bambino.

Ci spiegò in seguito che la psiche entra in uno stato di allarme davanti a segnali incongruenti di amicizia e inimicizia insieme, e un modo facile per liberarsi della tensione consiste nell’abbandonare il campo entrando in uno stato ipnotico.

Nel corso della dimostrazione il collega volontario si era sentito spiazzato, non riuscendo a valutare se i movimenti dell’insegnante fossero rissosi o confidenziali e, nel momento in cui un vocalizzo improvviso aveva intensificato il conflitto, inconsciamente si era rifugiato nella trance per uscire da quell’incertezza.

Quando acquistiamo prodotti di origine animale subiamo tutti inconsapevolmente la Tecnica Ipnotica della Confusione.

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MESSAGGI INCONGRUENTI

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Nessuno può negare che allevare delle creature docili e innocenti per soddisfare i piaceri effimeri della vanità o del gusto, sia frutto di un comportamento cinico, crudele e privo di etica e di empatia.

Eppure ogni giorno, immersi in una trance indotta da esigenze commerciali, riconfermiamo con le nostre scelte la violenza e lo sterminio di tanti esseri colpevoli soltanto della propria ingenuità.

Il conflitto, tra una pubblicità rassicurante quanto ingannevole e la voce della coscienza che interiormente ne segnala l’orrore, ci sprofonda in un’incoscienza ipnotica sostenuta abilmente dagli interessi delle multinazionali.

Le immagini della pubblicità, infatti, raffigurano gli animali felici di essere maltrattati e uccisi per soddisfare i desideri della specie umana.

Ci sono le ochette bianche, raggianti di essere spiumate per diventare l’imbottitura delle nostre giacche e dei nostri divani.

Ci sono le mucche pezzate con i loro grandi occhi dolci, entusiaste mentre vengono uccisi i loro figlioletti per mangiarne le carni e rubare il latte.

Ci sono i porcellini rosei che saltellano nei prati, gioiosi di essere sgozzati per diventare il pasto dell’uomo.

Sappiamo tutti che quelle immagini occultano una verità diversa e terribile, colma di crudeltà e di indifferenza per il martirio di tante creature.

Eppure, immersi nella nostra trance quotidiana, acquistiamo quei prodotti ammutolendo la voce della coscienza in nome della catena alimentare, dell’homo homini lupus, dalla naturale ferocia della vita e del si è sempre fatto così.

E mentre proiettiamo la nostra istintualità sugli animali, censuriamo l’ingenuità, l’emotività e la fragilità, pronti a mostrare un’immagine idealizzata e insensibile funzionale alla guerra, al dolore e alla follia che sta distruggendo la nostra civiltà e il pianeta.

Dobbiamo essere competitivi, pronti a scalare le vette del successo, affermati, omologati e ben inseriti nella società.

E ci dimentichiamo che il benessere e la salute poggiano sulla cooperazione, sulla condivisione e sulla possibilità di esprimere la propria personale unicità.

La paura della diversità, ci spinge a nascondere il nostro lato oscuro, fatto di debolezza, di semplicità e di partecipazione l’uno con l’altro, ma anche d’indifferenza, d’insensibilità e di crudeltà.

In questo modo perdiamo la Totalità che appartiene alla psiche e ci schieriamo arbitrariamente dalla parte dei giusti impedendo a noi stessi l’integrità.

Vogliamo essere buoni e coltiviamo la cattiveria, ottundendo la nostra morale fino a perderne le tracce, vittime di un bombardamento di messaggi incoerenti e in cerca di una “perfezione” che nasconde il prezzo della sofferenza e la complessità della verità.

Un mondo migliore nasce da un ascolto sincero di se stessi e dalla capacità di accogliere anche ciò che non ci piace, quel lato oscuro che abbiamo sepolto nell’inconscio e che non vogliamo guardare.

Occorre avere il coraggio della propria duplicità per costruire una società capace di non discriminare e di aprirsi alla vastità, misteriosa e profonda, della pienezza.

Carla Sale Musio

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CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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Apr 27 2017

VULNERABILITÀ

Si chiama vulnerabilità e indica la possibilità di essere feriti.

È la nostra parte più sensibile, il punto debole che consente a un eventuale aggressore di farci perdere la sicurezza.

La vulnerabilità è la parte più fragile, intima, riservata e profonda, della nostra vita interiore.

È uno spazio delicatissimo che, crescendo, dobbiamo imparare a proteggere e che, spesso, ci sentiamo costretti a nascondere.

Nei bambini la vulnerabilità è priva di difese, esposta agli assalti e alle violenze dell’ambiente.

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Questa estrema apertura rende terribile la sofferenza dell’infanzia.

Quando siamo piccoli, la psiche non ha ancora sviluppato le strutture necessarie a tutelarsi, e il contatto immediato con la vulnerabilità può diventare dolorosissimo.

Gli adulti la chiamano: ingenuità e, dall’alto della loro maturità, la osservano con tenerezza.

Ma, proprio l’ilarità e il divertimento dei grandi, possono provocare stati d’animo così intensi da spingerci a nascondere la spontaneità dietro un muro di apparente indifferenza.

La vulnerabilità è un modo di essere e di percepire la vita, vibrante di emotività, di partecipazione e di piacere.

È una ricchezza emotiva che, purtroppo, impariamo a negare perché nella nostra società la fragilità è disprezzata.

Per diventare grandi dobbiamo dobbiamo occultare le nostre parti tenere, rivestendole con un’armatura di cinismo.

La cultura in cui viviamo immersi non sa accogliere la sensibilità, teme l’intensità delle emozioni e l’autenticità necessaria a costruire relazioni profonde e durature.

Nella civiltà dell’usa e getta ha valore soltanto il potere e, mentre l’utilitarismo spadroneggia sui sentimenti, la sensibilità è sminuita fino a renderla un difetto da eliminare.

Finché siamo piccoli possiamo sperimentare un contatto immediato e profondo con questa parte intima di noi stessi, ma durante la crescita finiamo per perderne il ricordo, identificandoci in un modello di impassibilità che annienta l’empatia per trasformarci in uomini (e donne) tutti d’un pezzo.

Il prezzo che paghiamo per conformarci alle leggi del dominio e dello sfruttamento è un prezzo altissimo, e le patologie mentali che ne conseguono sono infinite.

Abiurare in se stessi la vulnerabilità, infatti, significa amputare la parte più autentica del proprio mondo interiore e coltivare un’anestesia emotiva che, oltre ad essere la principale causa della sofferenza psicologica, è la radice di ogni guerra e di ogni crudeltà.

In questo modo il bisogno di amore e di riconoscimento ci spinge a identificarci con i valori oggi più gettonati, quelli della sopraffazione e del cinismo, inabissandoci dentro un pericolosissimo paradosso psichico.

Infatti, come si può cancellare l’amore per sentirsi amati?

Nel tentativo di ottenere approvazione e stima ci conformiamo ai modelli correnti, anche quando questo significa perdere il contatto con la ricchezza interiore.

Condannare l’amore, in se stessi e nel mondo, ci allontana gli uni dagli altri e ci priva dell’unico vero nutrimento: la condivisione della nostra intima autenticità.

Diventare grandi ha assunto il significato di una progressiva anoressia emotiva, quasi che la verità fosse nascosta fuori e non dentro noi stessi.

Per cercare l’accudimento indispensabile alla sopravvivenza, il cucciolo dell’uomo è costretto a trascurare la parte più delicata di sé.

È in questo modo che, da una generazione all’altra, si tramanda il valore della violenza.

Una violenza agita in principio contro la propria sensibilità, e poi contro tutto ciò che la rappresenta nel mondo esterno.

Da questa perversione interiore ha origine l’olocausto che sta distruggendo il pianeta, prende forma nel mondo intimo di ciascuno e si proietta nell’ambiente, uccidendo senza pietà i rappresentanti esterni della nostra segreta fragilità.

Per fermare questo pericoloso meccanismo psichico è necessario guardare in profondità dentro se stessi fino a trovare le radici della propria vulnerabilità e i semi dell’empatia, della comprensione, della fratellanza, della condivisione e della reciprocità.

Solo accogliendo il proprio potenziale emotivo, infatti, può svilupparsi la percezione necessaria a comprendere la sofferenza e l’unicità di ogni essere vivente.

Accettare la vulnerabilità in se stessi significa dare forma a un mondo finalmente libero dalla crudeltà e aprire le porte all’amore.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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Gen 17 2017

NON MI SOPPORTO PIÙ!!!

 

“Aiutooooo!!! Non mi sopporto più! Come posso liberarmi di me?!”

Succede, a volte.

Qualcosa dentro comincia a bastonarci di rimproveri e più cerchiamo di sfuggire quel borbottio assillante e brontolone, più la voce nella testa si accanisce snocciolando un rosario interminabile di disgrazie.

Un Critico Interiore non perde occasione per rimproverarci, lasciandoci sconfitti e privi di fiducia nelle nostre possibilità.

Nascosto tra le sue gambe c’è un Bimbetto Spaventato che teme il giudizio degli altri.

Il Critico, per paura di esporlo al biasimo del mondo, non gli risparmia la sua arringa, certo che sia preferibile una disapprovazione intima e costante piuttosto che la condanna della società.

Nel tentativo di proteggere la nostra vulnerabilità da delusioni ben peggiori, il Critico ci critica in continuazione, spinto dal nobile obiettivo di fortificarci e renderci capaci di misurarci con la durezza dell’esistenza, ma ignaro di quanto le sue accuse ininterrotte possano diventare esasperanti.

Per sfuggire a questa tirannia è indispensabile ridimensionare il confronto spietato con le persone che abbiamo attorno, imparando a vivere con più tolleranza noi stessi e gli altri.

Possiamo stimarci e volerci bene solo quando smettiamo di proiettare il disprezzo e accettiamo la molteplicità dei punti di vista come una ricchezza, invece che come una pericolosa mancanza di uniformità.

I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale: 

in lak’ech 

che significa: 

io sono un altro te stesso

In lak’ech esprime una fratellanza basata sull’accoglienza di tutte le diversità.

Ogni persona che incontriamo ci racconta qualcosa di noi, mostrandoci una differente possibilità di essere.

Ognuno incarna un aspetto del nostro mondo interiore.

I Maya avevano compreso che alla base di ogni rapporto ci deve essere unità e sapevano scorgere nell’altro una manifestazione diversa della stessa Fonte.

Oggi, il razzismo si annida in fondo all’anima e ci impedisce di accogliere la pluralità del Tutto, rinchiudendoci in schemi di pensiero prestabiliti che chiamiamo: razze, istruzione, intelligenza… scatole di pregiudizi che imprigionano la molteplicità e impediscono di avvicinarci gli uni agli altri.

Una cultura nuova deve partire da un modo nuovo di interpretare se stessi e la vita.

Non più vittime di un giudizio discriminante e foriero di guerre, ma intenzionati a scoprire la vastità dell’esistenza osservando nell’altro i modi di essere che ancora non siamo riusciti a integrare dentro di noi.

Facile a dirsi!

Le cose si complicano quando chi abbiamo di fronte impersona gli aspetti che giudichiamo sbagliati in noi stessi.

La brutalità, l’ingiustizia e la prepotenza sono modi di essere che non vorremmo vivere.

MAI.

Caratteristiche che non ci piace avere e che cerchiamo a tutti i costi di evitare.

Tra il bene e il male, scegliamo sempre il bene.

Questa nitida divisione, però, è l’origine di tanti conflitti e di tanta sofferenza.

La violenza e la crudeltà in principio esistono dentro noi stessi e, benché non ci piacciano, fanno parte del pacchetto di possibilità che la vita ci ha messo a disposizione e che dobbiamo imparare a gestire.

E ad evolvere.

Salvaguardare il bene eliminando il male può diventare molto pericoloso, quando ci spinge a proiettare all’esterno le cose che giudichiamo sbagliate.

Dividere il mondo in buoni e cattivi, porta a combattere i cattivi come se fossero dei nemici.

Le divisioni generano le guerre.

Una società della pace deve imparare ad accogliere anche la malvagità, non per autorizzare la sopraffazione ma per evolvere l’aggressività, convogliandone l’energia in forme più gratificanti e positive.

Integrare ciò che consideriamo mostruoso permettendoci il coraggio di scorgerne l’esistenza in noi stessi, è il passaggio fondamentale nella transizione verso un mondo migliore.

In lak’ech ci rivela il segreto di una cultura basata sull’amore.

Non escludere niente da se stessi.

Per raggiungere questo traguardo è necessario osservare con sincerità i propri vissuti profondi, esplorando il dolore nascosto dietro gli atteggiamenti che ci appaiono negativi.

In natura niente è sbagliato e tutto esiste in continuo mutamento e miglioramento.

Ma nelle profondità dell’inconscio:

  • l’ansia di essere giudicati, crea il giudizio

  • l’angoscia di essere emarginati, genera il disprezzo

  • la paura di essere abbandonati nasconde l’autenticità dietro l’urgenza di compiacere gli altri

  • il desiderio negato di affermare i propri talenti crea la violenza

Nessun bambino nasce cattivo.

La cattiveria è la conseguenza di un surgelamento emotivo che segnala una difficoltà a esprimere le proprie capacità.

Quando nel mondo interno la sofferenza diventa insopportabile, la proiezione consente di allontanare il dolore combattendolo all’esterno, come se non ci appartenesse più.

In lak’ech è la chiave che aiuta a ritrovare la Totalità da cui tutti proveniamo e che restituisce profondità alla vita.

Ma per comprenderne il significato senza distorsioni è necessario affrontare l’angoscia celata dietro ogni discriminazione.

Senza sfuggirla.

Etichettare gli altri come mostri, conduce a combatterne la violenza con violenza.

I mostri, infatti, incarnano i comportamenti che abbiamo escluso dalla nostra consapevolezza, le colpe che preferiamo occultare anche a noi stessi.

Nel mondo intimo di ciascuno, le cose che disapproviamo diventano orrori da eliminare, nemici da distruggere senza se e senza ma.

La crudeltà, l’emarginazione e la guerra sono espressioni della paura distorta di essere pienamente se stessi e segnalano una mancanza di verità interiore.

Fuori dal gioco difensivo della proiezione e della rimozione, infatti, possiamo osservare la vita in tutte le sue manifestazioni, senza accanirci a combatterle ma concentrando le energie e le risorse per creare armonia.

Così, mentre siamo pronti a puntare il dito contro i nostri simili, la musica cambia quando la violenza è considerata naturale e non riflette vissuti giudicati illeciti.

I fenomeni della natura sono meno evocativi per i nostri scenari interiori e questo ci consente di accoglierli senza combatterli, cercando di evolverne l’energia in forme più produttive e appaganti.

Tutto ciò che è naturale, non è né buonocattivo, fa parte della vita e possiamo impegnarci a evitarne i danni senza bisogno di giudicarlo.

Sappiamo tutti che il vento forte può distruggere le abitazioni, ma non lo osteggiamo come fosse un avversario malevolo, abbiamo imparato a sfruttarne la potenza in modi utili e a costruire edifici più stabili.

Osserviamo un gattino che si diverte a cacciare i passeri in giardino, ma non lo consideriamo un pericoloso criminale. Facciamo in modo che non possa tormentare i nostri amici pennuti, mentre tentiamo di abituarlo a una convivenza pacifica.

Le cose che non coinvolgono direttamente il mondo interno, possono essere accolte e gestite con intelligenza, cercando di trasformarne le peculiarità in risorse.

I mostri prendono forma quando evocano qualcosa che un tempo era vivo dentro di noi e che è stato rinnegato.

La violenza con cui ci sforziamo di eliminare dalla psiche gli aspetti che non ci piacciono, genera la violenza nel mondo.

Una cultura nuova, priva di discriminazione e di giudizio, ha bisogno di integrare anche le nostre parti crudeli.

Questo non vuol dire permettersi di agire impunemente la crudeltà.

Al contrario!

Significa accettare l’aggressività annidata dentro noi stessi per evolverla e trasformarla, fino a liberarne le potenzialità costruttive.

La strada per la pace è l’accoglienza della Totalità del mondo interiore.

Integrare i Sé Rinnegati senza giudicarli e senza discriminarli è il primo passo verso una società capace di vivere in armonia.

Con tutti.

Carla Sale Musio

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CRUDELTÀ PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

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Dic 17 2016

CRUDELTÀ, PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

Viviamo in un mondo malato di guerre, di dolori e di aggressività.

Un mondo che spesso ci riempie di orrore, lasciandoci inermi davanti al dilagare della sofferenza.

Vorremmo costruire una cultura nuova (in cui la morte sia il sereno compimento della vita e la vita sia un percorso volto a condividere i frutti della saggezza e della creatività) ma ci sentiamo piccoli davanti allo smisurato potere dei pochi che decidono le sorti dei tanti.

E ogni azione ci sembra inutile.

“Una goccia nell’oceano non può fare la differenza…”

Affermiamo arresi, mentre il ritmo frenetico delle incombenze quotidiane inghiottisce la volontà, intrappolando le speranze dentro una pericolosa indifferenza.

Se niente può essere fatto per costruire una realtà a misura d’uomo, allora tanto vale approfittare delle opportunità più o meno lecite, senza preoccuparsi delle conseguenze.

E i pochi che ancora sperano nel cambiamento, finiscono col delegare al soprannaturale il progetto di una società più giusta, auspicando un “al di là” capace di ribaltare le sorti sfortunate del “al di qua”.

Oscilliamo tra il cinismo e la spiritualità, inseguendo una stabilità in grado di farci sentire in pace con noi stessi e con gli altri.

E ci schieriamo dalla parte dei giusti, additando la cattiveria o la stupidità, nel tentativo di eliminarle dal mondo.

Poi condanniamo la crudeltà, invocando pene più severe per chi si fa beffe della debolezza e abusa del proprio potere.

Oppure sosteniamo di doverci occupare soltanto del nostro tornaconto, certi che “ognuno deve pensare per sé” perché “a essere gentili ci si rimette sempre”.

È in questo modo che alimentiamo la guerra nelle profondità di noi stessi e, senza saperlo, coltiviamo la brutalità nel mondo.

Inseguendo il sogno di una società più sana, ci sforziamo di eliminare tutto ciò che giudichiamo sbagliato confinandolo dentro una segreta dell’inconscio, convinti di potercene dimenticare per dedicarci alle nostre parti migliori.

Per essere come pensiamo che dovremmo essere e conformarci al modello di una vita perfetta, selezioniamo con cura le possibilità espressive a nostra disposizione, facendo spazio agli aspetti adeguati e reprimendo quelli poco presentabili.

Un Sé Perfezionista ed Esigente addita ciò che non va bene, colpevolizzando le emozioni che si discostano dall’immagine ideale e costringendoci a rinnegare le parti che manifestano atteggiamenti, pensieri e sentimenti poco gradevoli.

Un Giudice Interiore gli da man forte, condannando la cattiveria del mondo e incitandoci a schierarci dalla parte dei buoni, o dei forti, o dei furbi… a seconda dei casi.

Così occultiamo le imperfezioni dentro di noi, e combattiamo con ardore tutto ciò che le rappresenta nel mondo esterno, dando vita a tante guerre sante e alimentando l’ostilità e i conflitti.

Un Bambino Crudele, poco incline alla condivisione, ci istiga costantemente all’egoismo, incurante dei bisogni degli altri e delle buone maniere.

È impulsivo, prepotente, suscettibile, avido e opportunista.

Incarna tutto ciò che non ci piace.

È difficile ammetterne l’esistenza nella psiche.

È più facile nasconderlo, reprimendo e ignorando la sua voce interiore, piuttosto che accoglierne le ragioni mandando in pezzi l’immagine idealizzata di noi stessi.

Il Bambino Crudele rovina il gioco immacolato della perfezione, inchiodandoci alle responsabilità della nostra energia emotiva.

Non serve nasconderlo dietro un moralismo di facciata, separando arbitrariamente il bene dal male.

Una cultura nuova deve imparare a contenere interiormente gli opposti, accogliendo “i buoni” e “i cattivi” senza falsi perbenismi.

La vita emotiva è ricca di contrasti, e “il bene” e “il male” sono aspetti complementari di una stessa vitalità.

Imparare a tollerare la propria imperfezione interiore permette di accogliere anche l’imperfezione del mondo.

E ci aiuta a comprendere la profondità dell’esistenza, senza discriminare.

Questo non vuol dire permettere il dilagare della prepotenza.

Smettere di proiettare all’esterno le nostre parti negative significa guardare con sincerità se stessi e il mondo, e coltivare l’onestà necessaria a evolvere gli aspetti immaturi della psiche.

L’energia dei vissuti interiori non è né buona né cattiva e ci mostra, un passo dopo l’altro, il percorso di crescita che dall’ego conduce alla fraternità, riflettendosi nell’ambiente.

Non può esistere l’altruismo se prima non si riconosce l’egoismo in se stessi, non ci può essere la fratellanza se prima non si attraversa l’indifferenza, non si può condividere l’amore senza comprendere le proprie parti sgradevoli.

Religioni, guerre sante e buonismo vendicativo danno voce al bisogno inconscio di esprimere il Bambino Crudele (nascosto dietro un falso moralismo) e attuano una separazione arbitraria e pericolosa tra bene e male.

Uccidere i giudicati illeciti, dentro o fuori di sé, coltiva la prepotenza, la violenza e le guerre nel mondo.

Carla Sale Musio

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IL BAMBINO CRUDELE

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Nov 10 2016

IL BAMBINO CRUDELE

Acquattato nell’ombra come un animale selvatico, attende che arrivi finalmente il momento di esprimersi.

È curioso, pieno di entusiasmo e di energia, ama esplorare la vita ma non sa ancora usare l’empatia e agisce senza pensare alle ripercussioni di quello che fa.

Quando gli altri gli fanno notare le sue responsabilità, assaggia il morso della vergogna, del dolore e della paura.

E impara a nascondersi.

Ma non può cancellare quell’impulso potente che lo spinge all’azione incurante delle conseguenze.

Il Bambino Crudele si forma molto presto nella psiche e porta in dono il bisogno di affermarsi e il desiderio di esplorare.

La sua curiosità lo porta a buttarsi a capofitto nelle situazioni e a soddisfare i propri bisogni immediatamente, accaparrandosi ciò che gli serve senza preoccuparsi dei risultati.

Questo gli procura un sacco di critiche.

Pronto ad attaccare briga, egocentrico, vendicativo, sadico e violento, è una creatura impresentabile in società, capace di fare sfigurare genitori, educatori e insegnanti, e di ottenere rimproveri e sgridate a più non posso.

Il suo antagonista è il Bambino Amorevole, sensibile e pieno di empatia.

Premuroso e gentile, il Bambino Amorevole ha imparato a non fare agli altri quello che non vorrebbe per sé e si comporta con sollecitudine, comprendendo ed evitando i comportamenti che possono ferire.

Ogni volta che può, il Bambino Amorevole occupa il posto del Bambino Crudele, facendo il possibile per nascondere la presenza di quest’alter ego inaccettabile e usando tutte le risorse per conquistarsi l’affetto e la considerazione di chi gli sta intorno.

Nel nostro mondo interiore ci sono sempre un Bambino Crudele e un Bambino Amorevole che si contendono lo spazio psichico, cercando di soddisfare i loro opposti bisogni.

L’amore e l’autoaffermazione non sempre convergono e, nel tentativo di conciliarne le esigenze, finiamo per indossare una maschera che nasconde abilmente la presenza del Sé Egoista enfatizzando il Sé Affabile e Premuroso.

Il Bambino Amorevole si sforza di raggiungere la perfezione, che ritiene indispensabile per guadagnarsi l’amore degli altri, e nel far questo non risparmia se stesso, imprigionando i bisogni di autoaffermazione dentro una camicia di forza che ne paralizza l’energia e la vitalità.

Tante situazioni di stanchezza, apatia o depressione, sono la conseguenza di un blocco agito nella psiche al fine di imbrigliare la “cattiveria” per impedirle di nuocere.

È un’intenzione nobile quella che anima questo costante bisogno di controllo sull’impulsività, ma sortisce l’effetto di anestetizzare la vitalità necessaria all’autoaffermazione, consumando una gran quantità di energia per mantenere attivo il blocco.

Il Bambino Crudele non può mai essere eliminato dalla psiche e, nonostante le catene usate per immobilizzarlo, attende da sempre il momento di esprimersi.

Riconoscerlo, accoglierlo e permettergli di esistere non vuol dire trasformarsi in mostruosi serial killer pronti a uccidere chiunque a sangue freddo, ma significa assumersi la responsabilità delle proprie emozioni e sviluppare l’onesta necessaria per evolverle.

La conoscenza di sé è un percorso coraggioso, che passa attraverso l’esplorazione di ciò che non ci piace intimamente, senza la pretesa di cambiarlo, forti dell’accettazione e della comprensione necessarie a scoprirlo.

La conoscenza è già un cambiamento.

Il Bambino Crudele va ascoltato e integrato nella vita emotiva, senza per questo lasciarlo agire impunemente nella nostra quotidianità.

I bambini non hanno bisogno di arrendevolezza ma di ascolto.

Ascoltare i desideri dei nostri Bambini Interiori permette di liberare nella vita la loro potente energia e di trovare soluzioni nuove per soddisfarne i bisogni.

Senza danni.

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STORIE DI AMORE E DI CRUDELTÀ

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Dafne ha raccolto tra gli scogli un piccolo paguro. Affascinata da quella conchiglietta che si arrampica in giro con le sue zampine rosse, la bimba non resiste alla curiosità di scoprire l’animaletto che abita al suo interno e, per vedere come è fatto, lo strappa via dal guscio provocandone la morte.

La mamma le fa notare la crudeltà di quel gesto e Dafne comprende la violenza del suo gioco, imparando a rispettare le altre forme di vita e a osservarle nel loro ambiente, senza stravolgerne l’esistenza per soddisfare la sua voglia di esplorare.

Una Bambina Amorevole prende forma nel mondo interiore e, sapendo che può fare male a chi è più fragile e più piccolo di lei, sta bene attenta a non provocare sofferenze inutili e ingiustificate.

Crescendo, questa parte empatica e premurosa incontra il favore degli altri e la stima che riceve la rende sempre più importante nella psiche, facendola sentire autorizzata a imporsi sulla Bimba Crudele dell’infanzia.

Un Critico Interiore le ricorda che non si deve essere egoisti e la spinge a nascondere i propri bisogni censurando i comportamenti individualisti e competitivi.

L’ascolto degli altri adesso ha conquistato il primo posto nella vita di Dafne, anche quando avrebbe bisogno di pensare a sé e, spesso, rifugiarsi in casa fingendosi malata diventa l’unico modo per sottrarsi alle richieste delle persone cui vuole bene.

Riaccogliere nella psiche la Bambina Crudele di un tempo, non significherà per lei andare in giro a uccidere chi è più debole, ma permettersi di ascoltare anche le proprie esigenze, imparando a non annientarsi in una benevolenza che la rende gentile con tutti ma spietata con se stessa.

* * *

“Mamma dammi una pistola che gli sparo!”

Carla è furibonda.

Il fruttivendolo le ha detto in tono brusco di non toccare la merce esposta sui banchi e la piccina, ferita nell’orgoglio e rossa per la vergogna, desidera solo la morte dell’uomo che si è permesso di umiliarla davanti a tutti.

La mamma la guarda incredula e divertita da quell’ardore spropositato, ma la bambina si butta per terra, piangendo e scalciando infuriata.

“Mamma, ti ho detto di darmi una pistola!”

E sua madre per evitare brutte figure la trascina via in tutta fretta.

Carla si sente tradita da quella che credeva la sua alleata, e alla rabbia si aggiunge l’amarezza.

La mamma doveva stare dalla sua parte e invece non ha fatto nulla per aiutarla.

Mortificata, la piccola si nasconde nell’indifferenza riprendendo a fare le cose di sempre, come se non fosse successo niente.

Dentro di sé, però, prova un dolore acuto e decide che non lascerà mai più spazio alla sua collera così inopportuna.

Oggi Carla è una signora dolce, amorevole e gentile, sempre pronta ad assecondare gli altri e a evitare i conflitti.

Una stanchezza cronica, però, affligge la sua vita e rende i medici incapaci di restituirle le forze.

La sua Bimba Crudele, impulsiva e attaccabrighe, contrastata con forza dai Sé Ben Adattati e Gentili, assorbe tutta l’energia nel tentativo di liberarsi dal carcere in cui è stata rinchiusa.

Solo l’ascolto partecipe e attento di quella sua parte prepotente e auto affermativa potrà restituirle l’entusiasmo e la gioiosa intraprendenza dell’infanzia.

* * *

“Vorrei che papà fosse morto!”

In castigo in camera sua, Matteo borbotta a denti stretti serrando i pugni.

Il papà lo ha punito e la frustrazione gli fa desiderare la vendetta.

“Non è giusto! Prima di me vengono sempre le ragioni dei grandi!”

Pensa arrabbiato facendo a pezzi il fazzoletto di carta.

Mentre attende di essere liberato da quella prigionia forzata, il bambino medita in silenzio la rappresaglia.

Ma ecco che qualcosa succede davvero, il papà si sente male, arriva un’ambulanza.

Nello scompiglio generale nessuno fa caso a Matteo che è passato improvvisamente dalla rabbia alla colpa, sentendosi responsabile di quel malore terribile e improvviso.

Mai più, giura a se stesso, augurerà la morte.

Mai più.

Adesso la paura lo fa sentire cattivo e sbagliato, e il suo Bambino Crudele, sopraffatto dalle ragioni del Bambino Che Vuole Bene Ai Genitori, finisce incarcerato nell’inconscio.

Senza processo e senza appello.

Il papà non sopravvivrà all’infarto e quell’esperienza drammatica convincerà Matteo che il suo pensiero può essere mortale.

Confinato nell’inconscio, il Bimbo Crudele scalcia per essere liberato, ma l’uomo di oggi lo tiene rinchiuso, deformandone l’energia fino a convertirla in una serie di malattie “inspiegabili”, che la medicina non riesce a curare e che servono a punirne la sua cattiveria, giudicata terribile e malvagia dal Bambino Amorevole che vive in lui.

* * *

Renata ha sempre amato viaggiare ma, da quando sono arrivati i figli, nel suo vocabolario la parola partire è stata sostituita dalla parola corri.

Corri a lavorare, corri a fare la spesa, corri a prendere i bambini a scuola, corri a portarli in piscina, corri a fargli fare i compiti, corri a mettere su la lavatrice, corri a stendere, corri a preparare la cena… non ce la fa più!

Vorrebbe mollare tutto e andarsene in giro senza meta, finalmente libera di pensare a se stessa, ma questo desiderio la fa sentire così snaturata che, per sfuggire ai sensi di colpa, si prodiga ancora di più per la famiglia.

La sua Bambina Crudele Interiore invoca un po’ di attenzione, ma la Madre Amorevole e Sollecita, reagisce spingendola sempre più in fondo all’inconscio.

Infine, una “inspiegabile” depressione la costringe a chiedere aiuto a uno psicologo e, lavorando su se stessa, il desiderio di viaggiare, censurato e malgiudicato, trova le parole per esprimersi.

La sua Bambina Crudele ha fatto l’impossibile per essere riammessa nella psiche.

Solo ascoltandone le esigenze e individuando finalmente i modi giusti per soddisfarle, Renata potrà recuperare l’entusiasmo per la vita.

Per i viaggi.

E per il tempo trascorso insieme alla famiglia.

Carla Sale Musio

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IL CONDOMINIO DI ME STESSA

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Ott 09 2016

NARCISISMO PATOLOGICO

Un deficit nella capacità di provare empatia è il sintomo di una patologia che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (D.S.M.) definisce: disturbo narcisistico di personalità.

Questa disfunzione è caratterizzata da una percezione di sé eccessiva e carica di importanza, che gli esperti chiamano: sé grandioso.

Chi soffre di un disturbo narcisistico della personalità manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è consapevole e che, dal punto di vista clinico, nasconde una grave difficoltà nel coinvolgimento affettivo.

Per formulare questa diagnosi gli psichiatri e gli psicologi si basano su cinque caratteristiche precise, che le persone affette dal disturbo narcisistico manifestano in situazioni e relazioni diverse:

  • una percezione esagerata del proprio valore

  • la convinzione di essere speciali e superiori

  • una modalità predatoria di rapportarsi al mondo, in cui lo scarso impegno personale è unito alla pretesa di ricevere più di quello che si dà

  • la certezza di un’insindacabile supremazia che autorizza a usare gli altri per raggiungere i propri scopi, senza provare alcun rimorso

  • l’incapacità di identificarsi con la sofferenza di chi si ha di fronte

Le persone che soffrono di questa patologia occultano dietro l’esagerata valorizzazione di sé una mancanza di empatia e l’impossibilità di immedesimarsi nei vissuti degli altri (che considerano passibili di qualsiasi sopruso), sono convinti che tutto sia loro dovuto e diventano sprezzanti e crudeli quando questo non si verifica.

Il loro indiscutibile senso di diritto unito alla mancanza di sensibilità sfocia nello sfruttamento e nell’abuso.

Il disturbo narcisistico della personalità descrive con chiarezza la patologia degli esseri umani nella relazione con le altre creature viventi e con il pianeta.

L’incomprensione dell’alterità, che caratterizza questa disfunzione, è il sintomo di un’inabilità alla reciprocità, che confina la specie umana dentro una pericolosa scissione dall’ecosistema, rendendoci incapaci di costruire relazioni produttive con le altre forme di vita.

Come insegna l’Etologia Relazionale, la biodiversità è un valore imprescindibile per la sopravvivenza e per la corretta evoluzione della vita.

“Il nostro pianeta sta affrontando la sesta estinzione di massa, una straordinaria quanto terrificante perdita in termini di biodiversità, la prima nella storia della vita sul pianeta Terra a essere stata alimentata dall’attività diretta di una specie animale (l’uomo). Crediamo che sia fondamentale capire che siamo tutti coinvolti e co-responsabili in questo scenario, le cui dinamiche non possono essere ignorate se si vuole costruire un rapporto consapevole con le altre specie, su scala intersoggettiva e globale.”

Lo sostiene Myriam Jael Riboldi, fondatrice della Scuola di Etologia Relazionale.

“Amare le specie diverse dalla nostra è un punto di partenza fondamentale, ma l’amore non basta: occorre avvicinare il maggior numero di persone possibile a una conoscenza consapevole, empatica, profonda e più rispettosa del mondo animale. È indispensabile prestare una maggiore attenzione al valore dell’individualità e delle caratteristiche etologiche, e alle dinamiche che possono modificarne le espressioni in ambito relazionale.”

L’Etologia Relazionale ha identificato con chiarezza la patologia narcisistica che affligge l’umanità e lavora per reinserire la percezione emotiva ed empatica nelle relazioni tra l’uomo e gli altri animali.

Quest’approccio sostiene l’importanza di una visione biocentrica, libera dalla patologia narcisistica e capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni.

Ma superare il disturbo narcisistico della personalità richiede al partner umano un intenso sforzo nella direzione della conoscenza di sé (autenticità) e nella ricerca della propria sensibilità.

“Nel momento in cui gli esseri viventi entrano in rapporto tra loro, si attiva un processo che influenza le componenti mentali, emozionali ed empatiche, modificando, di fatto, i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti.”

“Interpretare i comportamenti specie specifici senza comprendere la catena di eventi emotivi ed energetici che s’innesca quando si entra nella sfera relazionale, rischia di fornire una visione parziale di ciò che realmente accade e di sprecare i valori della conoscenza, dello scambio e della reciprocità.”

Malato di narcisismo e convinto della propria patologica superiorità, l’essere umano annienta l’empatia e agisce come se le altre creature fossero strumenti al servizio del suo piacere e dei suoi bisogni.

In questo modo aliena in se stesso la comprensione della realtà e costruisce un mondo privo dell’intelligenza emotiva necessaria a sostenere la vita.

Mentre le altre specie rispettano gli equilibri indispensabili al mantenimento dell’ecosistema, la razza umana distrugge la convivenza naturale con le altre forme di vita, annichilendo nella propria psiche il senso di appartenenza che caratterizza l’esistenza e camminando a grandi passi verso la distruzione.

Nascono così le innumerevoli sintomatologie che ammalano l’umanità e che sono sconosciute alle altre specie viventi: attacchi di panico, depressione, depersonalizzazione, manie di persecuzione… prendono forma da una morbosa mancanza di empatia e alimentano la violenza e la paura.

L’insensibilità tipica del disturbo narcisistico di personalità, amplifica nell’io il senso del proprio valore, deformando la percezione della realtà e alimentando un egocentrismo malato che nasconde l’angoscia e l’incapacità a costruire relazioni proficue, amorevoli e costruttive.

La paura di incontrare chi appartiene a una razza diversa, spinge l’essere umano a sfuggire la conoscenza e le relazioni interspecifiche, nascondendosi dietro un senso di superiorità esagerato, ma questo evitamento genera la patologia del narcisismo e quell’egocentrismo indiscutibile che impedisce la comprensione del dolore facendo lievitare la violenza.

Razzismo, specismo, bullismo, nonnismo, maschilismo, pedofilia, omofobia, guerre e crudeltà di ogni genere hanno origine dalla mancanza di empatia e dall’incapacità di fare relazione, e costruiscono il mondo della brutalità in cui viviamo.

Solo prendendo coscienza della nostra patologica superiorità, diventa possibile mettere fine alla distruzione del pianeta e realizzare una società in cui le relazioni inter e intra specifiche conducano a una conoscenza rispettosa delle esigenze di tutti.

“E’ necessario riconoscere il valore della diversità e dell’individualità di ogni singolo individuo e immergersi in una modalità di osservazione libera da pregiudizi ma anche svincolata da aspettative e da proiezioni, tipicamente antropocentrate. L’esperienza relazionale deve essere contestualizzata nel “qui e ora”, in cui la nostra viva partecipazione deve risultare consapevole e responsabile. La dinamica relazionale è in grado di modificare gli stati interiori e i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti in questo tipo di processo.”

Per cambiare il mondo è indispensabile curare il disturbo narcisistico di personalità che si annida nella psiche di ognuno di noi, e vivere una relazione sana tra la nostra e le altre specie viventi.

Solo così si potrà realizzare una cultura capace di accogliere la diversità riconoscendone la ricchezza e il valore, e sostenere la fratellanza.

Tra tutte le creature.

Carla Sale Musio

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