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Ago 30 2018

RELAZIONI INCESTUOSE

È difficile da credere.

Eppure…

La maggior parte delle relazioni di coppia sono incestuose.

Sì.

Avete letto bene, ho detto proprio: incestuose

Cioè si configurano come relazioni parentali e non coniugali.

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Ma cos’è l’incesto?

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Con il termine incesto (dal latino incestumnon casto, impuro) si intende una corrispondenza sensuale fra individui uniti da un vincolo di consanguineità o di familiarità. 

Secondo l’antropologo finlandese Edvard Westermarck (1862 – 1939) le persone che hanno passato insieme gran parte dell’infanzia provano reciprocamente una naturale repulsione sessuale.

Il tabù dell’incesto sancisce l’impossibilità di vivere una relazione erotica con qualcuno che sentiamo parte della nostra famiglia.

Gli studi antropologici hanno evidenziato come il tabù dell’incesto sia diffuso dappertutto e riguardi culture e gruppi sociali differenti.

Esiste un’incompatibilità tra la sensualità e le relazioni parentali.

Le cure materne o l’essere cresciuti insieme favoriscono l’emergere di rapporti affettivi intimi e profondi ma privi di erotismo.

In altre parole: quando una relazione diventa genitoriale o fraterna, nella psiche scatta qualcosa che la rende antitetica al manifestarsi della sensualità.

Ma torniamo alle relazioni di coppia.

Succede spesso che tra due persone innamorate prendano forma inconsapevolmente dei ruoli parentali invece che coniugali.

Mi riferisco a quelle unioni in cui uno dei partner si pone come genitore dell’altro, accudendolo e soddisfacendone i bisogni in tutto e per tutto.

In questo tipo di relazioni la sessualità si affievolisce fino a sparire, cedendo il posto a un’affettività fatta di condivisione e quotidianità ma priva di attrazione erotica.

Il calo della libido (di cui oggi tanto si discute) trova in queste situazioni una profonda radice.

Accudire il proprio partner come un figlio è un gioco affettivo antitetico al sesso e destinato ad affievolire il coinvolgimento erotico.

L’amore genitoriale coinvolge aspetti dell’affettività diversi dall’amore di coppia e scatena pulsioni opposte alla sensualità.

Eppure…

A livello profondo è proprio questo tipo di amore che molti uomini e donne ricercano nelle relazioni sentimentali.

Nascosto nell’inconscio, il sogno infantile di avere finalmente un genitore senza difetti attende pazientemente il momento della sua realizzazione.

E, spesso, l’amore di coppia sembra essere la compensazione perfetta di quella speranza mai sopita.

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“Voglio qualcuno che mi capisca, che sia capace di riconoscere il mio valore, che mi accetti per quello che sono, che sappia cogliere le mie necessità e i miei desideri anche senza bisogno di parole…”

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Sono queste le aspettative magiche che spingono a sognare un partner, prima ancora che la scintilla dell’amore si sia accesa e una persona in carne e ossa abbia preso forma nella realtà.

Tuttavia, con queste attese andremo incontro al fallimento.

Infatti, la pretesa che lui (o lei) sia capace di soddisfare meravigliosamente ogni nostro bisogno d’amore segnala che sotto sotto stiamo cercando il genitore che ci è mancato nel passato.

E su queste basi, prima o poi, il rapporto sprofonderà nelle sabbie mobili della delusione.

L’amore è qualcosa che succede.

È un sentimento che prescinde dal prendere e, tantomeno, dal pretendere.

Agisce senza il controllo della volontà e ci coinvolge in un sentire profondo, fatto di condivisione e solitudine insieme.

E proprio la solitudine è un ingrediente importante della sensualità.

Infatti, l’amore senza solitudine è: simbiosi.

Ma la simbiosi è naturale soltanto nei primi anni di vita.

Dopo diventa patologica.

Nella maturità, la fusionalità segnala una profonda insicurezza e indica l’incapacità di camminare sulle proprie gambe, cioè di essere adulti.

Tuttavia, solo gli adulti possono avere una relazione di coppia.

I bambini hanno bisogno di vivere rapporti parentali: sbilanciati fisiologicamente e adatti alla loro crescita.

Il desiderio di qualcuno che mi renda felice, segnala che non ho ancora raggiunto la maturità psicologica indispensabile per vivere un rapporto erotico e appagante (e perciò devo ancora imparare a realizzare autonomamente la mia felicità).

Questo significa che la mia relazione, presto o tardi, perderà la magia per scivolare in un’unione di tipo parentale destinata inevitabilmente a finire.

Il rapporto con i genitori, infatti, DEVE essere superato.

Per definizione.

La dipendenza che caratterizza le relazioni con il padre e la madre è funzionale alla crescita e dura solo per un tempo limitato.

Un genitore EFFICACE insegna ai suoi piccoli come volare fuori dal nido.

I cuccioli possono godere di questo rapporto proprio perché crescendo non avranno più bisogno di quelle cure.

La genitorialità è sbilanciata per natura: papà e mamma danno e i figli prendono.

Quando questi ultimi diventeranno genitori, a propria volta daranno ai loro figli…

È una legge biologica e psicologica.

Trasferire questo modello evolutivo dentro un rapporto di coppia significa condannare la relazione a estinguersi e porta con sé incomprensioni e dolore.

La pretesa inconscia di trovare nel partner una compensazione affettiva alle sofferenze vissute durante l’infanzia è un presupposto impossibile per le relazioni coniugali.

L’amore erotico e sensuale ha bisogno di autonomia, mistero e reciprocità.

Non può esistere nello sbilanciamento emotivo che caratterizza i rapporti tra genitori e figli.

Il tabù dell’incesto garantisce il bisogno di vivere l’erotismo dentro una relazione matura, costruita grazie alla consapevolezza della solitudine, sostenuta dalla capacità di mettersi in gioco e concimata con il potere della libertà.

Non c’è posto per l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) arrivato a salvarci dalle rovine dell’infanzia.

Il passato è l’humus in cui sviluppiamo la nostra preziosa unicità.

Ognuno è l’eroe della propria storia e della propria vita.

La sensualità e l’erotismo sono doni che solo gli adulti possono assaporare.

I bambini hanno bisogno di crescere, non sono pronti per la sessualità.

Ed è giusto che sia così.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2018

AMORI SBAGLIATI

Perché mi innamoro sempre della persona sbagliata?

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Facendo il mio mestiere, questa è una domanda che si sente ripetere spesso.

Sembra quasi che un destino maligno si diverta a condurci tra le braccia di chi… non ci merita!

Ma siamo davvero le vittime di amori sbagliati o si tratta, piuttosto, di scelte inconsce?

Sono convinta che tante situazioni poco felici in un primo momento possano apparire così familiari da farci sentire a casa, spingendoci verso l’abbandono e la fiducia tipiche della fanciullezza.

Le nostre parti bambine si aspettano un risarcimento danni per i torti che hanno vissuto nel passato, e coltivano l’illusione che, da grandi, un partner possa compensare quelle sofferenze donando loro l’amore che i genitori non hanno saputo offrire.

Questa visione risente dell’egocentrismo e della dipendenza che caratterizzano i primi anni di vita.

Una volta adulti, infatti, siamo noi stessi a doverci prendere cura del Bambino Interiore, riservandogli le attenzioni e le cure che gli sono mancate.

A prima vista può sembrare un compito impossibile, quasi un film di fantascienza!

Come si fa a tornare indietro nel tempo per coccolare i bimbi che siamo stati?

Eppure…

La maturità si raggiunge quando nel mondo intimo le Parti Adulte decidono di adottare le Parti Infantili, occupandosene con la dedizione che avrebbero voluto ricevere dai genitori.

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“Vorrei accudire il mio Bambino Interiore ma non so come fare.”

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Anche questa è una affermazione che sento ripetere spesso.

Il corpo è uno solo: cresce, cambia e diventa adulto.

Tuttavia nel mondo intimo convivono un’infinità di aspetti differenti.

Nell’inconscio siamo sempre: bambini, adolescenti, adulti, ingenui, saggi, folli, giocosi, ribelli, responsabili, incoscienti…

La vita interiore è composta da un numero illimitato di possibilità che, per vivere una vita soddisfacente, dobbiamo riconoscere e gestire.

Il bambino che siamo stati vive i suoi drammi in un eterno presente e attende che qualcuno si prenda cura di lui.

Da adulti dobbiamo aiutarlo a sentirsi protetto e importante, riconoscendo i traumi e il suo bisogno di giocare, accogliendo l’ingenuità e l’entusiasmo insieme al dolore e alle profondità che lo caratterizzano.

La capacità di osservare le cose da un’angolazione giocosa e innocente è un presupposto della saggezza.

E appartiene all’infanzia.

Prendersi cura del proprio Bambino Interiore significa lasciare il giusto spazio alla sua energia, liberando i doni e la vitalità della fanciullezza insieme all’equilibrio e alla competenza della maturità.

Questo processo di integrazione ci consente di costruire una relazione affettiva scevra dal bisogno di delegare ad altri la risoluzione delle angosce passate e capace di comprendere la fragilità insieme all’autonomia.

Di se stessi e del partner.

Troppo spesso l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) ci stimola a coltivare il sogno di un’unione in grado di sanare miracolosamente le sofferenze del passato esonerandoci dal percorso necessario ad evolvere le parti immature della psiche.

Su questo equivoco nascono tanti amori sbagliati.

Crescono sul presupposto di una compensazione affettiva e coltivano la pretesa di ricevere dall’altro la dedizione che siamo incapaci di darci.

Si tratta di una richiesta che spinge a idealizzare il partner e conduce inevitabilmente alla delusione, con il suo corollario di colpevolizzazioni, recriminazioni e rancori.

Infatti, quando il Bambino Interiore reclama l’amore incondizionato che avrebbe voluto ricevere dai genitori, la scelta ricade inconsciamente su chi sembra poterne compensare le mancanze e che, perciò, ne incarna anche i difetti.

Sono proprio quei difetti che ci fanno sentire a casa creando la magia di tante storie impossibili.

Atteggiamenti e comportamenti così familiari da passare quasi inosservati… diventano presto gli scogli che impediscono l’amore.

Un impulso infantile ci spinge a scegliere chi impersona le qualità idealizzate del genitore che avremmo voluto avere insieme a quelle del genitore che abbiamo realmente avuto.

Tuttavia, ripetere il dramma di un tempo non fa che reiterare lo stesso tragico finale.

Chi meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno per sentirci bene?

Per liberarsi dalle sofferenze antiche è necessario assumersi pienamente la responsabilità di sé, abbracciando il cucciolo interiore con l’amore che avrebbe voluto ricevere, piuttosto che abbandonarlo tra le braccia di un partner nella speranza di poter cambiare il finale della nostra storia passata.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2018

SEPAMARSI, UN LIBRO D’AMORE

Cari lettori, amici e curiosi è appena uscito il mio ultimo libro, frutto di una ricerca durata più di trent’anni:

SEPAMARSI

linee guida per una separazione amorevole

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e finalmente disponibile in tutti gli store on line e ordinabile nelle librerie.

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Sono emozionata e felice di condividere oggi con voi la bellissima recensione della poetessa e scrittrice Anna Cristina Serra, che ha curato l’editing del testo rendendolo meravigliosamente… perfetto!

Carla Sale Musio

Iniziamo dalla dedica: 

“A mia madre che non ha mai voluto separarsi.

A  mio padre che l’ha sempre tradita.”

Dirompente, coraggiosa, leale.

Dice molto di questo libro e della sua Autrice.

Li identifica, li connota, li svela.

Diversi.

Diversi da ciò che spesso incontriamo: persone,  messaggi, letture in apparenza portatori delle verità che ricerchiamo.

Ognuno la propria.

Di frequente però ci imbattiamo in patine di sostanza.

Qui, invece, percepiamo immediatamente la sincerità profonda, la ricerca, la verità del cammino.

E l’Amore.  

Quello che da questo libro trabocca ribaltando  i luoghi comuni delle nostre certezze.  

Amor che move il Sole e l’altre stelle recitava il Sommo e oggi la dottoressa Carla Sale Musio indaga perché move il sole e l’altre stelle.

E ci mette di suo.

Molto.

Per proporci un concetto d’Amore che travalica quello finora dai più conosciuto e propagandato.

E, con il suo cuore e la sua esperienza, ci conduce su strade certo non facili, aprendoci talvolta prospettive dolorose ma…la scommessa che ci porge , se vinta, dà in premio non solo la scoperta di sé stessi ma la LIBERTÀ del cuore.

E l’Amore.

Quello infinito.

Come sempre capace di esplorare i punti più bui dell’Universo e del cuore per renderli al prossimo quali fonte di luce Carla Sale Musio prosegue nella sua missione.

E quest’opera, forse più di altre, è anche un valido e pratico aiuto, quasi un manuale, per chi si sente tentennante e impaurito/a,  ad andare a “cogliere le stelle”.

Le storie delle altre Donne presenti nel libro e che mettono  a disposizione le loro esperienze, le loro lacrime e la loro forza, funzionano un po’ come apripista, un po’ come sostegno per mettere le ali e volare più in alto.

Lì dove si incontrano tutte le pienezze delle scommesse vinte, i premi che la nostra Vita ci ha riservato.

Anna Cristina Serra

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Mag 28 2017

SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

“Ho deciso: mi separo. Ma… in concreto… adesso cosa faccio?!”

È difficile rimanere lucidi, obiettivi, equilibrati e strategici, quando dentro di noi ogni cosa sembra andare in frantumi.

Il matrimonio non funziona più e la vita ci spinge a scrivere un capitolo nuovo della nostra esistenza.

Tuttavia, una volta presa la decisione e stabilito il da farsi, ecco che un malessere interno rimescola le carte, rendendoci vulnerabili, spaventati e insicuri.

La mente logica vorrebbe programmare il percorso che dalla convivenza conduce verso una nuova autonomia, ma nel mondo emotivo il caos la fa da padrone, il disorientamento annebbia l’intelligenza e un pericoloso senso d’impotenza paralizza qualsiasi capacità.

In quei momenti carichi d’incertezza è necessario arrendersi e imparare a convivere con l’inquietudine.

La confusione fa parte del gioco e non può essere eliminata.

Bisogna sopportarla.

Almeno per un po’.

Non è possibile abbandonare un progetto in cui abbiamo investito tante risorse, senza sentirci svuotati e privi di qualsiasi capacità: logica, pratica e coerente.

La vita sotto lo stesso tetto è stata un’esperienza che ha coinvolto tante energie.

Soprattutto nei momenti in cui abbiamo cercato di mantenere salda la rotta della convivenza nonostante i maremoti emotivi.

Le ragioni che oggi sostengono la scelta della separazione poggiano su un vissuto di fallimento, e fanno emergere la delusione che accompagna la fine dei progetti costruiti insieme.

Ecco perché, una volta imboccata la strada dell’indipendenza, è inevitabile sentire di aver sbagliato ed essere assaliti dai ripensamenti, dai dubbi e dalla nostalgia.

Il matrimonio presuppone una condivisione totale, sia della quotidianità che del tempo libero, e ritrovarsi di colpo a gestire un’esistenza autonoma in un primo momento può apparire un’impresa insormontabile.

La paura della solitudine dilaga nella psiche, alimentando il rimpianto dei momenti trascorsi insieme, e oscurando le innumerevoli ragioni che hanno condotto alla decisione di concludere il matrimonio.

È un effetto della trasgressione che ancora è necessario affrontare per sciogliere il vincolo coniugale.

Esiste un pregiudizio che stigmatizza quanti decidono di separarsi, quasi che chiudere il contratto matrimoniale fosse segno di una pericolosa incapacità affettiva.

I preconcetti religiosi e gli interessi economici spingono a sostenere che lo stare in coppia indichi sempre una scelta matura e responsabile e che, al contrario, vivere da soli segnali un egoismo congenito, sintomo di una cronica impossibilità a voler bene.

Così, chi sceglie di mettere fine al matrimonio deve fare i conti con la sensazione di essere sbagliato, irresponsabile, prepotente, narcisista, infantile, inaffidabile e… chi più ne ha più ne metta.

Oltrepassare le barriere di questi luoghi comuni è un’impresa piena d’insidie.

Occorre guardare con autenticità dentro se stessi e permettersi la paura insieme al desiderio di ricominciare.

È indispensabile affrontare il proprio cambiamento interiore, accogliendo la molteplicità del mondo emotivo e permettendo alle proprie parti arrabbiate, deluse, avventurose, sognatrici, razionali e vulnerabili, di esprimersi e di trovare il proprio spazio nella consapevolezza.

Gestire quest’apparente incoerenza, non è facile.

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Eppure, solo ascoltando le tante voci che parlano nel nostro inconscio (senza reprimerle e senza giudicarle) diventa possibile cavalcare la trasformazione che dal possesso e dall’egoismo conduce al rispetto, alla libertà e all’amore.

Separasi fa parte di un percorso intimo importante, profondo e ricco di doni.

Chi è capace di sciogliere un legame, attraversando la dipendenza e la libertà, può camminare  tenendo a braccetto la vulnerabilità insieme all’autonomia, e avventurarsi lungo il sentiero che conduce all’Amore.

Quello con la A maiuscola.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

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Mag 25 2016

SEPARAZIONE: non è possibile consolare il partner

Cercare di consolare il partner da cui ci stiamo separando è un errore fatale, che rende la relazione irta di difficoltà e compromette la possibilità di continuare a volersi bene nonostante lo scioglimento del matrimonio.

La scelta di concludere il rapporto coniugale comporta un’assunzione di responsabilità e un cambiamento nelle abitudini di vita che, inevitabilmente, lascia disorientati entrambi i coniugi e rende difficile il dialogo e la comprensione delle reciproche motivazioni.

In quei momenti, la tentazione di attribuire all’altro la colpa del fallimento dei progetti costruiti insieme, si fa sentire con forza, spingendo al rancore o alla chiusura.

Infatti, è più facile abbandonare un marito o una moglie disprezzabili, di cui non condividiamo le scelte, piuttosto che separarsi da chi ammiriamo e stimiamo.

L’avversione aiuta a lasciarsi alle spalle il passato e a costruire abitudini diverse nel presente, sostenendo l’energia del cambiamento e il bisogno di intraprendere una nuova vita.

Insistere a voler trovare una complicità nel momento della rottura, è difficile e finisce per aumentare il divario e le incomprensioni.

Al contrario, concedere al partner il permesso di criticarci e dissentire, permette a una nuova autonomia di prendere forma nella relazione e aiuta a separare l’affetto dalle opinioni.

Infatti, quando le ragioni di ciascuno possono essere diverse, senza la pretesa di convincersi reciprocamente, la benevolenza si fortifica e rende più facile anche l’accoglienza di punti di vista in contrasto.

La possibilità di non condividere le stesse scelte è il primo passo verso l’indipendenza e il presupposto del rispetto e della comprensione.

Comprensione e rispetto che si sviluppano grazie alla tolleranza delle discordanze che hanno portato alla separazione.

In questa chiave, permettere al coniuge di vivere il dolore per la separazione, senza offrirsi come spalla su cui piangere e senza cercare di estorcerne l’approvazione, esprime attenzione per i suoi vissuti e apre le porte a un ascolto libero da bisogni narcisistici e manipolatori.

Nella fase del distacco, ognuno deve gestire da solo il proprio mondo interno e imparare a prendere su di sé la responsabilità della fine del matrimonio.

Sia che dichiari l’inevitabilità della separazione, sia che, invece, non si mostri d’accordo e sostenga la necessità di riprovare ancora a vivere sotto lo stesso tetto.

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STORIE DI SEPARAZIONI

IRRESPONSABILI E RESPONSABILI

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Lino e Giovanna vivono insieme da oltre venti anni.

Da sempre Lino tradisce Giovanna senza nascondersi, proclamando il suo bisogno di vivere avventure passeggere e, a suo dire, poco importanti.

Da sempre Giovanna si dispera, coinvolgendo parenti e amici, in cerca di un aiuto capace di insegnare a suo marito il valore della fedeltà.

Infine, stremata dalla gelosia, decide di separarsi.

Colto di sorpresa, Lino, però, non le dà tregua e tenta in tutti i modi di convincerla a restare con lui spiegandole, più e più volte, che i suoi tradimenti hanno ben poco a che fare con l’amore e con il legame profondo che lo unisce a lei.

Dal canto suo Giovanna, difende il suo bisogno di superare la gelosia costruendosi una nuova vita, da sola o con qualcuno che finalmente rispetti il suo bisogno di fedeltà.

Entrambi si logorano in discussioni interminabili, tentando invano di cambiare l’uno il punto di vista dell’altro e trascinando un matrimonio sempre più vuoto di comprensione e di reciprocità.

* * *

Quando Marzia scopre che Guido ha un’altra relazione, va su tutte le furie e per non sentire la sofferenza bruciante che le morsica il cuore, riempie le giornate ricordandogli i torti e le mancanze con cui, negli anni, lui ha distrutto il loro matrimonio.

Incapace di difendersi, Guido decide di separarsi ma, per riuscire a portare avanti la sua decisione, ha bisogno di riconquistare la stima di lei e, nel tentativo di ottenerla, si offre di consolarla come può, ripetendo in continuazione che ha sbagliato e che la vita ha voluto così, e trascinando il dolore e la convivenza, un giorno dopo l’altro.

Senza soluzione di continuità.

* * *

Dopo anni passati a mendicare un affetto che forse non è mai esistito, Caterina ha deciso di separarsi.

Riordina la cucina, stira le camicie, rassetta la casa… poi prepara una valigia con tutte le sue cose e la sera, quando suo marito rientra dal lavoro, gli va incontro e lo bacia come sempre.

“Vado via”

Annuncia con calma.

“Ho deciso di separarmi”

Sa che lui non la rincorrerà e che racconterà al mondo quanto lei è impulsiva e piena di pretese.

Sa che hanno caratteri diversi e punti di vista opposti, su tutte le cose.

Lo sa.

E per questo ha deciso.

Di volergli bene.

E di vivere la sua vita per conto suo.

Carla Sale Musio

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Apr 06 2016

SEPARAZIONE: concedere al partner il diritto di odiarci

Chi sceglie di separarsi e di mettere fine a un matrimonio o a una convivenza, inevitabilmente va incontro a ripensamenti, sensi di colpa, esitazioni e perplessità.

Anche quando in cuor suo ha già deciso e sente che non è più possibile proseguire il cammino insieme.

L’incertezza che attanaglia le viscere e crea tanti dubbi, però, spesso non riguarda la relazione col partner quanto, piuttosto, l’immagine idealizzata di sé che ognuno coltiva nel proprio mondo interiore.

Per ottenere approvazione e stima, infatti, costruiamo costantemente dei modelli di comportamento ideali, cui ci sforziamo di assomigliare.

La separazione mette in crisi il bisogno di perfezione e costringe ad assumere la responsabilità anche di quegli atteggiamenti che sono stati giudicati negativi e confinati nell’inconscio.

Mettere fine a un matrimonio conduce inevitabilmente a deludere le aspettative (proprie e del partner) e ad affrontare il fallimento del progetto costruito insieme.

Significa accettare di non poter mantenere le promesse iniziali, anche quando questo infrange le attese della persona che abbiamo amato e con cui, un tempo, avremmo voluto condividere tutta la vita.

Non è una scelta facile.

Le parti rinnegate di noi si fanno avanti nella coscienza, e un critico interiore, instancabile e rigoroso, cerca di allontanarle come può. Senza riuscirci.

Emergono quei sé confinati nell’inconscio (nel tentativo di emulare la nostra immagine ideale) che, approfittando del momento di crisi, rivendicano il proprio bisogno di indipendenza e che confliggono con altri sé, desiderosi di piacere incarnando l’archetipo del bravo marito o della brava moglie.

Un disagio interiore spinge a cercare di salvare almeno le apparenze e, inseguendo il difficile equilibrio tra autostima, desiderio di approvazione e indipendenza, stimola il bisogno di ottenere almeno il consenso delle persone che abbiamo intorno.

Nel tentativo disperato di non distruggere la perfezione dell’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi, ci sforziamo di mettere ordine nella battaglia interna tra i diversi sé cercando approvazione e stima all’esterno.

Ma questa ricerca di consensi ci allontana pericolosamente dalla nostra integrità più profonda e finisce per occultare i bisogni autentici.

Ecco quindi arrivare i ripensamenti, le incertezze e i sensi di colpa, che amplificano l’inevitabile confusione emotiva.

E, per mitigare la sensazione d’inadeguatezza, finiamo per desiderare l’approvazione del partner, proprio nel momento in cui ne stiamo deludendo le attese.

Il bisogno inconscio di mantenere intatta la sua stima, ci spinge a sostenere discussioni estenuanti e, spesso, cariche di colpe, accuse e rancori.

In un crescendo emotivo che, lungi dal soddisfare la reciprocità e l’apprezzamento, precipita il rapporto in un vortice d’incomprensioni.

Per uscire da questo tunnel è indispensabile assumersi la responsabilità delle proprie scelte, lasciando all’altro il diritto di odiarci.

A prescindere dalle ragioni o dai torti di ciascuno.

Chi non ha ancora maturato dentro di sé il desiderio di concludere il matrimonio, può aver bisogno di disprezzare il coniuge che, invece, ha già scelto di continuare il percorso da solo.

La rabbia è un antidolorifico potente e consente di alleviare per un po’ i morsi della sofferenza, dell’umiliazione e della paura.

Pretendere di ottenere l’approvazione di chi si sente costretto a subire una scelta che ancora non gli appartiene, è un atto carico di onnipotenza e di orgoglio, e, spesso, nasconde l’angoscia di individualizzarsi da un’inconscia simbiosi di coppia.

Concedere al partner il diritto di odiarci, senza volergli imporre il nostro punto di vista, è un gesto d’amore e di rispetto per le sue emozioni e la sua individualità, e crea le premesse per una reale indipendenza.

Di solito, la separazione è la conseguenza di un’impossibilità a condividere la vita insieme, che nasce da vissuti differenti e inconciliabili.

In questi casi, permettersi di impersonare la parte del cattivo agli occhi dell’altro, senza pretendere di avere ragione, di essere buoni o di essere capiti, è un passo inevitabile verso l’autonomia e il cambiamento.

Il voler bene non sempre è fatto di una stucchevole e uniforme condivisione di principi uguali.

Più spesso attraversa momenti burrascosi di divergenza, in cui l’amore può esprimersi soltanto nell’accettazione di punti di vista contrastanti.

Carla Sale Musio

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Feb 06 2016

SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

Dietro il pretesto della tenerezza e della compassione, spesso si nascondono interessi che con l’amore hanno ben poco da spartire.

“Non posso separarmi perché la persona che ho sposato ne soffrirebbe troppo ed io non voglio infliggerle un dolore tanto grande!”

A prima vista queste parole possono sembrare cariche di umanità e di rispetto ma, se leggiamo un po’ più in profondità, scopriamo diversi significati ed emozioni.

La stessa frase, infatti, implicitamente asserisce anche:

“La persona che ho sposato non è capace di badare a se stessa e non sa gestire le proprie emozioni, è emotivamente poco intelligente, dipendente e priva di risorse ma, questa sua invalidante abnegazione, gratifica talmente il mio narcisismo che non voglio privarmene per nessuna ragione al mondo. Perciò, anche se non ricambio la sua dedizione e non vivo più alcun coinvolgimento emotivo o erotico nei suoi confronti, preferisco considerarmi indispensabile piuttosto che mettermi nuovamente in gioco e affrontare una reciprocità affettiva che mi spaventa e che mi farebbe sentire vulnerabile e in difficoltà.”

La codardia emotiva è una delle più spiacevoli verità interiori e, in Italia, la chiesa cattolica, prescrivendo l’indissolubilità del matrimonio, ne coltiva abilmente la permanenza nella psiche, permettendo a tanti timorati di Dio di nascondere la paura della propria debolezza e l’arresto della crescita emotiva dietro un’apparente irreprensibilità coniugale.

L’amore, però, è fatto di rispetto, di fiducia e di autenticità, e ha ben poco a che vedere con l’onnipotenza e il narcisismo che derivano dal sentirsi indispensabili nella vita di un’altra persona.

Anche quando quella persona è la stessa che abbiamo sposato.

Sciogliere il matrimonio vuol dire concedere al partner la stima e la libertà che accordiamo a noi stessi, imparando dall’esperienza coniugale vissuta insieme una nuova possibilità di mettersi in gioco e di voler bene.

Come ho detto altre volte, la separazione è sempre un’occasione per approfondire la propria capacità di amare e comporta una grande maturità affettiva.

Lasciare libero il coniuge di vivere i suoi sentimenti e di decidere autonomamente cosa fare della propria vita, significa affrontare la responsabilità di se stessi senza delegare a nessuno le colpe dell’insoddisfazione e dei fallimenti che fanno da contrappunto al bisogno di cambiare e che sottendono la necessità di separarsi.

Dietro alla sbandierata sollecitudine nei confronti di un coniuge, giudicato incapace di sopravvivere alla fine del matrimonio, di solito si nascondono interessi molto lontani dalla premura e dalla attenzione per le sue difficoltà.

Tra questi, oltre alla paura di affrontare una nuova esperienza affettiva (con il suo corollario di incertezze, vulnerabilità e mareggiate emotive) troviamo tanti bisogni materiali, poco altruistici ed essenzialmente mirati a mantenere stabile il patrimonio dei beni coniugali.

Il matrimonio, infatti, è essenzialmente un contratto legale che penalizza chiunque abbia l’ardire di anteporre i sentimenti agli interessi economici.

Decidere di rinunciare alla casa, alla macchina, al doppio stipendio, alle vacanze, ai viaggi e a tutti i confort che la vita a due rende possibili, è una scelta coraggiosa adatta a pochi irriducibili avventurieri, incapaci di barattare l’autenticità con l’attaccamento alle cose.

Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi, per inseguire la propria verità, è considerato un lusso e, spesso, una follia, da una società in cui le leggi hanno sostituito l’etica mentre la responsabilità individuale annega sotto una marea di prescrizioni religiose, volte a preservare l’obbedienza invece della maturità emotiva.

I regolamenti, i codici e i decreti, hanno obiettivi diversi dalle esigenze psicologiche, e l’empatia, la sincerità e l’amore non trovano sostegno nei contratti e nelle disposizioni religiose.

Sciogliere un matrimonio è un atto legale che modifica gli accordi patrimoniali e obbliga a scelte finanziarie invece che affettive, invitandoci spesso a barattare l’onestà interiore con il benessere garantito dalla comunione dei beni.

Per separarsi è indispensabile rinunciare al proprio tornaconto economico e all’onnipotenza narcisistica, che spinge a credersi insostituibili per il partner, anteponendo l’autenticità e il rispetto di sé e dell’altro, all’approvazione del mondo.

Ci vuole molto coraggio, apertura, incorruttibilità, lealtà e franchezza per scegliere l’amore senza nascondersi e senza incatenare la crescita psicologica dentro i regolamenti e le comodità.

Separazione e codardia emotiva sono percorsi diversi, capolinea opposti lungo il tragitto che dall’opportunismo conduce alla reciprocità e ad un’autentica capacità di amare.

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STORIE DI PAURA E DI CORAGGIO

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Caterina è innamorata di Roberto da quattro anni.

Insieme condividono momenti teneri, viaggi, sogni, ansie, certezze e paure.

La loro storia d’amore potrebbe essere perfetta se Roberto non fosse sposato con un’altra donna e se, invece che parlare spesso di separazione, si decidesse finalmente a compiere il passo decisivo.

Roberto si lamenta con Caterina della sua vita coniugale, che definisce arida e vuota ma, ogni volta, le responsabilità verso sua moglie lo costringono a rimandare il momento di separarsi, in un procrastinare senza fine.

“Per mia moglie io sono un punto di riferimento e una ragione di vita.”

Dichiara a capo chino davanti alle richieste di Caterina.

“Non posso cancellare con un colpo di spugna tutte le sue certezze. L’amore per te è profondo e innegabile ma… sono costretto a vivere con lei!”

* * *

Alberto e Claudia non hanno rapporti sessuali da moltissimo tempo.

Il loro matrimonio è fatto di attenzioni e premure ma l’intimità fisica, è del tutto assente e, dopo anni di tentativi inutili, Alberto ha abbandonato ogni approccio, sentendosi sempre meno attraente e ferito nella sua virilità.

Ultimamente, a complicare le cose ci si è messa anche l’insegnante d’informatica che non nasconde un grande trasporto per lui e non perde occasione per ricordargli che: “Quando i matrimoni non funzionano bisogna chiuderli, senza tergiversare!”

Alberto è lusingato da quelle attenzioni e vorrebbe ricambiare i sentimenti della donna, ma l’insicurezza lo rende timido e pieno di paure.

Da troppo tempo ha rinunciato ad ascoltare i suoi bisogni profondi e il forte desiderio fisico che prova per lei lo spaventa e lo spinge a chiudersi.

È vero, il legame con sua moglie è privo di erotismo e di passione, ma l’idea di abbandonare la vita coniugale, fatta di ritmi immutabili e prevedibilità, per andare incontro all’incertezza e al tumulto interiore che accompagnano l’amore, lo terrorizza.

Così, con grande determinazione decide di non frequentare più i corsi d’informatica.

“Non posso separarmi.” confessa, scrollando la testa “Mia moglie ne soffrirebbe troppo e non voglio darle un dolore così grande!”

* * *

Quando Francesca conosce Simona, è come se una manciata di sogni colorati la trasportasse dentro un mondo nuovo, fatto di creatività, di entusiasmo e di… passione.

Colta di sorpresa, Francesca è spaventata e incredula di fronte alla scoperta di quei sentimenti per un’altra donna.

Ma, pur sentendosi pazza e incosciente, insegue il filo di un desiderio che diventa sempre più intenso e profondo, fino a costringerla a guardare negli occhi le sue paure e a prendere una decisione. Rimandata per troppo tempo.

Lascerà suo marito, la loro bella casa, il giardino, l’automobile, i viaggi, le vacanze, i regali, le feste, le cene con gli amici e la stima dei parenti.

Non le importa dei soldi, delle comodità e dei vantaggi sociali che derivano dall’aver fatto un buon matrimonio!

Prenderà in affitto una stanza e farà quadrare lo stipendio con la sua voglia di cambiare.

“È il prezzo da pagare per la libertà!” dice a se stessa, mentre cammina mano nella mano con Simona, lasciando che suo marito gestisca come vuole la separazione, le case, le ricchezze e i tanti oggetti acquistati insieme e che, adesso, non le appartengono più.

Carla Sale Musio

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Dic 14 2015

SEPARARSI O ASPETTARE ANCORA?

Procrastinare la separazione serve a nascondere la paura di affrontare un bilancio che, spesso, sembra chiudersi soltanto in perdita.

Un pericoloso vissuto di fallimento, infatti, accompagna la decisione di porre fine al matrimonio, offuscando la crescita affettiva dietro un’interminabile lista di recriminazioni e mancanze.

Proprie o del coniuge.

Liberarsi dalla sensazione di aver sbagliato tutto non è facile.

Occorre una grande capacità introspettiva per gestire l’indipendenza senza colpevolizzare nessuno e senza censurare il cambiamento che, inevitabilmente, ogni separazione porta con sé.

La vita di coppia ci regala consapevolezze nuove, e una diversa maturità affettiva prende forma dallo scambio e dal continuo imparare l’uno dall’altro.

Stare insieme significa crescere insieme, ma non sempre la crescita avanza con lo stesso passo per entrambi e può succedere che, lungo il percorso, il divario diventi incolmabile, costringendo alla scelta di separarsi.

Questo però non vuol dire dover ripartire da zero.

Separarsi non attesta una patologica immaturità affettiva.

Al contrario, significa onorare i frutti del matrimonio, accogliendo con responsabilità la maturità che consegue allo stare insieme e all’avere imparato a volersi bene senza imprigionarsi in un rapporto che implora maggiore autonomia.

L’amore passa attraverso tante esperienze e ognuna ci permette di andare più a fondo nella capacità di condividere e di conoscere l’intimità, nostra e di un’altro essere.

Lungo la strada che dall’egocentrismo conduce alla maturità, la crescita psicologica si misura osservando la capacità di accogliere le diversità (proprie e dell’altro) senza censurarle o demonizzarle.

Questo cammino ci guida ad attraversare la possessività e la gelosia e ci conduce verso una sempre maggiore capacità di amare con disinteresse e generosità.

La separazione rappresenta una tappa fondamentale dello sviluppo emotivo, perché permette all’amore di dispiegarsi anche nel rispetto di quelle differenze che rendono impossibile la prosecuzione della vita insieme.

Ecco perché, per affrontare una separazione, occorre una grande capacità di amare.

Talmente grande da mettere la libertà di entrambi al primo posto, senza soffocare il calore, l’attenzione e la cura, dentro una prigione di obblighi e imposizioni reciproche.

Lasciarsi liberi di essere se stessi è un’importante prova d’amore, soprattutto quando questo significa disfare il progetto di una vita insieme.

Servono: molto coraggio, molta energia e molta amorevolezza.

Il bombardamento religioso della chiesa cattolica, volto a colpevolizzare chi decide di percorrere questa strada, additandolo come peccatore e, perciò, immorale e vizioso, certamente non aiuta a trovare le forze per affrontare i passaggi necessari.

Si è costretti a sopportare la commiserazione e le accuse di tanti credenti, pronti a puntare il dito alla ricerca di un colpevole, e questo rende difficile permettere che le ragioni del cuore guidino la coscienza a fare ciò che invece è più giusto.

Ascoltare la propria saggezza interiore, piuttosto che conformarsi acriticamente ai precetti religiosi, è il primo passo verso l’autonomia.

Per superare la sensazione d’inadeguatezza e i vissuti di fallimento indotti dal contesto sociale, è certamente di aiuto darsi degli obiettivi concreti e pianificare materialmente le tappe del cambiamento.

La concretezza, infatti, permette di rimanere ancorati alla realtà piuttosto che lasciarsi travolgere dai giudizi negativi, sprofondando in quel procrastinare che annebbia la coscienza rendendo difficile ogni decisione.

È utile:

  • consultare un avvocato e comprendere come sia possibile dividere la situazione patrimoniale

  • assicurarsi una fonte di reddito autonoma o procurarsi un lavoro indipendente dal coniuge

  • individuare un luogo dove poter vivere ognuno per conto proprio, senza doversi incontrare ogni giorno

  • crearsi degli interessi nuovi

  • frequentare persone diverse

  • gestire la solitudine senza cercare consensi tra gli amici e i parenti

  • permettersi di assaporare la sensazione di libertà che accompagna la delusione e la tristezza, durante il periodo di cambiamento

Imparare a stare soli con se stessi è il compito più difficile da affrontare, dopo aver trascorso tanto tempo insieme sotto lo stesso tetto.

La paura spinge a sfuggire questa prova, annebbiando la mente con mille pretesti e ingigantendo le difficoltà.

Darsi degli obiettivi pratici aiuta a mantenere il contatto con la razionalità, permettendoci di osservare le cose con meno pathos e più lucidità.

Separarsi è un percorso irto di dubbi e di paure ma, proprio dal superamento di queste insicurezze, può nascere una nuova occasione di esprimere l’amore con saggezza e profondità.

Dalla distanza e dall’autonomia scaturisce la possibilità di ricominciare.

A volte, anche quel matrimonio che sembrava finito.

Carla Sale Musio

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Nov 13 2015

SEPARAZIONE: affrontare il cambiamento interiore

La paura della separazione paralizza la crescita interiore impedendo all’amore di svilupparsi nei modi naturali che gli sono propri.

Troppo spesso confondiamo la possessività con l’affettività, senza renderci conto che l’amore, quello vero, non rivendica diritti, interessi o proprietà, ma conduce a sviluppare le potenzialità interiori seguendo un percorso proprio, che è diverso per tutti.

Questo percorso, a volte, comporta la separazione tra i coniugi.

Amare un’altra persona vuol dire accostarsi alla profondità di un altro essere, scoprirne le peculiarità e condividerne le emozioni.

Ma soprattutto, significa mostrare la propria vulnerabilità e sperimentare modi sempre diversi di osservare la vita, arricchiti dal punto di vista dell’altro e dal desiderio di rinnovarsi per nutrire la relazione.

L’intimità permette di fare nuove scoperte su di sé, aiutandoci ad accogliere la fragilità.

Nostra e del partner.

È un percorso di crescita che passa attraverso un susseguirsi di sfide, fino a raggiungere un’accettazione priva di pretese e di giudizi.

Da quest’apertura incondizionata nasce la possibilità di separarsi e di accogliere se stessi e il coniuge nel proprio bisogno di autonomia.

In Italia la chiesa cattolica, proclamando l’indissolubilità del matrimonio, ha demonizzato la separazione, trasformando un momento delicato e importante della crescita emotiva in una scelta condannata da Dio e perciò destinata a generare dolore e fallimento.

Ma la visione religiosa è molto distante dalla realtà psicologica.

La capacità di separarsi, infatti, è una conquista dell’autonomia, un momento dell’evoluzione affettiva che rende possibile l’Amore con la A maiuscola, libero dai vincoli del possesso e dell’orgoglio e capace di rispetto e comprensione anche nelle divergenze.

La separazione è una tappa fondamentale nella scuola del voler bene perché segnala una reciprocità matura, un dare che non pretende e non possiede ma accoglie e comprende, senza riserve.

Da questa pienezza emotiva nascono quelle che oggi sono chiamate “famiglie allargate”, gruppi di persone unite dal rispetto gli uni per gli altri e capaci di condividere l’amore per i figli e per se stessi, senza possesso e senza pretendere un’uniformità di obiettivi e d’interessi.

Uniformità imposta dal pensiero cattolico a discapito della realizzazione personale e dell’evoluzione affettiva e, psicologicamente, impossibile da raggiungere.

Separarsi e affrontare il cambiamento interiore significa lasciare che l’amore coniugale evolva nella libertà, senza perdere di vista l’impegno preso con i figli e senza abiurare l’amore che unisce nel compito di genitori.

Questa nuova indipendenza è possibile soltanto quando ognuno prende su di sé la responsabilità della propria vita e della propria evoluzione, e smette di delegare al partner le colpe o il fallimento della relazione.

In questa chiave, infatti, non ci sono colpe e nemmeno fallimenti, ma una crescita affettiva che passa attraverso l’emancipazione reciproca.

Ciò che importa non è la continuità della convivenza ma l’evolversi di una relazione che nasce con l’innamoramento e prosegue senza interruzioni verso tappe diverse del volersi bene.

Anche quando la passione si trasforma in una comprensione fatta dell’accettazione delle reciproche divergenze.

L’equilibrio poggia sull’ascolto del proprio mondo emotivo e permette di coltivare nuovi interessi ed entusiasmi.

Consentendo a se stessi di perseguire obiettivi in linea col mondo interno ci si apre al cambiamento, lasciando che la crescita emotiva, un passo dopo l’altro, al raggiungimento di una sempre più profonda capacità di voler bene (sia a noi stessi che alle persone con cui abbiamo percorso un tratto di vita).

Nell’amore i momenti di condivisione si alternano ai momenti di solitudine e insieme danno forma a un sentire sempre più profondo, fino a permettere un’accettazione incondizionata di se stessi, della vita e di chi abbiamo a fianco.

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