Tag Archive 'SepAmarsi'

Ago 30 2018

RELAZIONI INCESTUOSE

È difficile da credere.

Eppure…

La maggior parte delle relazioni di coppia sono incestuose.

Sì.

Avete letto bene, ho detto proprio: incestuose

Cioè si configurano come relazioni parentali e non coniugali.

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Ma cos’è l’incesto?

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Con il termine incesto (dal latino incestumnon casto, impuro) si intende una corrispondenza sensuale fra individui uniti da un vincolo di consanguineità o di familiarità. 

Secondo l’antropologo finlandese Edvard Westermarck (1862 – 1939) le persone che hanno passato insieme gran parte dell’infanzia provano reciprocamente una naturale repulsione sessuale.

Il tabù dell’incesto sancisce l’impossibilità di vivere una relazione erotica con qualcuno che sentiamo parte della nostra famiglia.

Gli studi antropologici hanno evidenziato come il tabù dell’incesto sia diffuso dappertutto e riguardi culture e gruppi sociali differenti.

Esiste un’incompatibilità tra la sensualità e le relazioni parentali.

Le cure materne o l’essere cresciuti insieme favoriscono l’emergere di rapporti affettivi intimi e profondi ma privi di erotismo.

In altre parole: quando una relazione diventa genitoriale o fraterna, nella psiche scatta qualcosa che la rende antitetica al manifestarsi della sensualità.

Ma torniamo alle relazioni di coppia.

Succede spesso che tra due persone innamorate prendano forma inconsapevolmente dei ruoli parentali invece che coniugali.

Mi riferisco a quelle unioni in cui uno dei partner si pone come genitore dell’altro, accudendolo e soddisfacendone i bisogni in tutto e per tutto.

In questo tipo di relazioni la sessualità si affievolisce fino a sparire, cedendo il posto a un’affettività fatta di condivisione e quotidianità ma priva di attrazione erotica.

Il calo della libido (di cui oggi tanto si discute) trova in queste situazioni una profonda radice.

Accudire il proprio partner come un figlio è un gioco affettivo antitetico al sesso e destinato ad affievolire il coinvolgimento erotico.

L’amore genitoriale coinvolge aspetti dell’affettività diversi dall’amore di coppia e scatena pulsioni opposte alla sensualità.

Eppure…

A livello profondo è proprio questo tipo di amore che molti uomini e donne ricercano nelle relazioni sentimentali.

Nascosto nell’inconscio, il sogno infantile di avere finalmente un genitore senza difetti attende pazientemente il momento della sua realizzazione.

E, spesso, l’amore di coppia sembra essere la compensazione perfetta di quella speranza mai sopita.

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“Voglio qualcuno che mi capisca, che sia capace di riconoscere il mio valore, che mi accetti per quello che sono, che sappia cogliere le mie necessità e i miei desideri anche senza bisogno di parole…”

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Sono queste le aspettative magiche che spingono a sognare un partner, prima ancora che la scintilla dell’amore si sia accesa e una persona in carne e ossa abbia preso forma nella realtà.

Tuttavia, con queste attese andremo incontro al fallimento.

Infatti, la pretesa che lui (o lei) sia capace di soddisfare meravigliosamente ogni nostro bisogno d’amore segnala che sotto sotto stiamo cercando il genitore che ci è mancato nel passato.

E su queste basi, prima o poi, il rapporto sprofonderà nelle sabbie mobili della delusione.

L’amore è qualcosa che succede.

È un sentimento che prescinde dal prendere e, tantomeno, dal pretendere.

Agisce senza il controllo della volontà e ci coinvolge in un sentire profondo, fatto di condivisione e solitudine insieme.

E proprio la solitudine è un ingrediente importante della sensualità.

Infatti, l’amore senza solitudine è: simbiosi.

Ma la simbiosi è naturale soltanto nei primi anni di vita.

Dopo diventa patologica.

Nella maturità, la fusionalità segnala una profonda insicurezza e indica l’incapacità di camminare sulle proprie gambe, cioè di essere adulti.

Tuttavia, solo gli adulti possono avere una relazione di coppia.

I bambini hanno bisogno di vivere rapporti parentali: sbilanciati fisiologicamente e adatti alla loro crescita.

Il desiderio di qualcuno che mi renda felice, segnala che non ho ancora raggiunto la maturità psicologica indispensabile per vivere un rapporto erotico e appagante (e perciò devo ancora imparare a realizzare autonomamente la mia felicità).

Questo significa che la mia relazione, presto o tardi, perderà la magia per scivolare in un’unione di tipo parentale destinata inevitabilmente a finire.

Il rapporto con i genitori, infatti, DEVE essere superato.

Per definizione.

La dipendenza che caratterizza le relazioni con il padre e la madre è funzionale alla crescita e dura solo per un tempo limitato.

Un genitore EFFICACE insegna ai suoi piccoli come volare fuori dal nido.

I cuccioli possono godere di questo rapporto proprio perché crescendo non avranno più bisogno di quelle cure.

La genitorialità è sbilanciata per natura: papà e mamma danno e i figli prendono.

Quando questi ultimi diventeranno genitori, a propria volta daranno ai loro figli…

È una legge biologica e psicologica.

Trasferire questo modello evolutivo dentro un rapporto di coppia significa condannare la relazione a estinguersi e porta con sé incomprensioni e dolore.

La pretesa inconscia di trovare nel partner una compensazione affettiva alle sofferenze vissute durante l’infanzia è un presupposto impossibile per le relazioni coniugali.

L’amore erotico e sensuale ha bisogno di autonomia, mistero e reciprocità.

Non può esistere nello sbilanciamento emotivo che caratterizza i rapporti tra genitori e figli.

Il tabù dell’incesto garantisce il bisogno di vivere l’erotismo dentro una relazione matura, costruita grazie alla consapevolezza della solitudine, sostenuta dalla capacità di mettersi in gioco e concimata con il potere della libertà.

Non c’è posto per l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) arrivato a salvarci dalle rovine dell’infanzia.

Il passato è l’humus in cui sviluppiamo la nostra preziosa unicità.

Ognuno è l’eroe della propria storia e della propria vita.

La sensualità e l’erotismo sono doni che solo gli adulti possono assaporare.

I bambini hanno bisogno di crescere, non sono pronti per la sessualità.

Ed è giusto che sia così.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2018

AMORI SBAGLIATI

Perché mi innamoro sempre della persona sbagliata?

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Facendo il mio mestiere, questa è una domanda che si sente ripetere spesso.

Sembra quasi che un destino maligno si diverta a condurci tra le braccia di chi… non ci merita!

Ma siamo davvero le vittime di amori sbagliati o si tratta, piuttosto, di scelte inconsce?

Sono convinta che tante situazioni poco felici in un primo momento possano apparire così familiari da farci sentire a casa, spingendoci verso l’abbandono e la fiducia tipiche della fanciullezza.

Le nostre parti bambine si aspettano un risarcimento danni per i torti che hanno vissuto nel passato, e coltivano l’illusione che, da grandi, un partner possa compensare quelle sofferenze donando loro l’amore che i genitori non hanno saputo offrire.

Questa visione risente dell’egocentrismo e della dipendenza che caratterizzano i primi anni di vita.

Una volta adulti, infatti, siamo noi stessi a doverci prendere cura del Bambino Interiore, riservandogli le attenzioni e le cure che gli sono mancate.

A prima vista può sembrare un compito impossibile, quasi un film di fantascienza!

Come si fa a tornare indietro nel tempo per coccolare i bimbi che siamo stati?

Eppure…

La maturità si raggiunge quando nel mondo intimo le Parti Adulte decidono di adottare le Parti Infantili, occupandosene con la dedizione che avrebbero voluto ricevere dai genitori.

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“Vorrei accudire il mio Bambino Interiore ma non so come fare.”

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Anche questa è una affermazione che sento ripetere spesso.

Il corpo è uno solo: cresce, cambia e diventa adulto.

Tuttavia nel mondo intimo convivono un’infinità di aspetti differenti.

Nell’inconscio siamo sempre: bambini, adolescenti, adulti, ingenui, saggi, folli, giocosi, ribelli, responsabili, incoscienti…

La vita interiore è composta da un numero illimitato di possibilità che, per vivere una vita soddisfacente, dobbiamo riconoscere e gestire.

Il bambino che siamo stati vive i suoi drammi in un eterno presente e attende che qualcuno si prenda cura di lui.

Da adulti dobbiamo aiutarlo a sentirsi protetto e importante, riconoscendo i traumi e il suo bisogno di giocare, accogliendo l’ingenuità e l’entusiasmo insieme al dolore e alle profondità che lo caratterizzano.

La capacità di osservare le cose da un’angolazione giocosa e innocente è un presupposto della saggezza.

E appartiene all’infanzia.

Prendersi cura del proprio Bambino Interiore significa lasciare il giusto spazio alla sua energia, liberando i doni e la vitalità della fanciullezza insieme all’equilibrio e alla competenza della maturità.

Questo processo di integrazione ci consente di costruire una relazione affettiva scevra dal bisogno di delegare ad altri la risoluzione delle angosce passate e capace di comprendere la fragilità insieme all’autonomia.

Di se stessi e del partner.

Troppo spesso l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) ci stimola a coltivare il sogno di un’unione in grado di sanare miracolosamente le sofferenze del passato esonerandoci dal percorso necessario ad evolvere le parti immature della psiche.

Su questo equivoco nascono tanti amori sbagliati.

Crescono sul presupposto di una compensazione affettiva e coltivano la pretesa di ricevere dall’altro la dedizione che siamo incapaci di darci.

Si tratta di una richiesta che spinge a idealizzare il partner e conduce inevitabilmente alla delusione, con il suo corollario di colpevolizzazioni, recriminazioni e rancori.

Infatti, quando il Bambino Interiore reclama l’amore incondizionato che avrebbe voluto ricevere dai genitori, la scelta ricade inconsciamente su chi sembra poterne compensare le mancanze e che, perciò, ne incarna anche i difetti.

Sono proprio quei difetti che ci fanno sentire a casa creando la magia di tante storie impossibili.

Atteggiamenti e comportamenti così familiari da passare quasi inosservati… diventano presto gli scogli che impediscono l’amore.

Un impulso infantile ci spinge a scegliere chi impersona le qualità idealizzate del genitore che avremmo voluto avere insieme a quelle del genitore che abbiamo realmente avuto.

Tuttavia, ripetere il dramma di un tempo non fa che reiterare lo stesso tragico finale.

Chi meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno per sentirci bene?

Per liberarsi dalle sofferenze antiche è necessario assumersi pienamente la responsabilità di sé, abbracciando il cucciolo interiore con l’amore che avrebbe voluto ricevere, piuttosto che abbandonarlo tra le braccia di un partner nella speranza di poter cambiare il finale della nostra storia passata.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2018

SEPAMARSI, UN LIBRO D’AMORE

Cari lettori, amici e curiosi è appena uscito il mio ultimo libro, frutto di una ricerca durata più di trent’anni:

SEPAMARSI

linee guida per una separazione amorevole

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e finalmente disponibile in tutti gli store on line e ordinabile nelle librerie.

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Sono emozionata e felice di condividere oggi con voi la bellissima recensione della poetessa e scrittrice Anna Cristina Serra, che ha curato l’editing del testo rendendolo meravigliosamente… perfetto!

Carla Sale Musio

Iniziamo dalla dedica: 

“A mia madre che non ha mai voluto separarsi.

A  mio padre che l’ha sempre tradita.”

Dirompente, coraggiosa, leale.

Dice molto di questo libro e della sua Autrice.

Li identifica, li connota, li svela.

Diversi.

Diversi da ciò che spesso incontriamo: persone,  messaggi, letture in apparenza portatori delle verità che ricerchiamo.

Ognuno la propria.

Di frequente però ci imbattiamo in patine di sostanza.

Qui, invece, percepiamo immediatamente la sincerità profonda, la ricerca, la verità del cammino.

E l’Amore.  

Quello che da questo libro trabocca ribaltando  i luoghi comuni delle nostre certezze.  

Amor che move il Sole e l’altre stelle recitava il Sommo e oggi la dottoressa Carla Sale Musio indaga perché move il sole e l’altre stelle.

E ci mette di suo.

Molto.

Per proporci un concetto d’Amore che travalica quello finora dai più conosciuto e propagandato.

E, con il suo cuore e la sua esperienza, ci conduce su strade certo non facili, aprendoci talvolta prospettive dolorose ma…la scommessa che ci porge , se vinta, dà in premio non solo la scoperta di sé stessi ma la LIBERTÀ del cuore.

E l’Amore.

Quello infinito.

Come sempre capace di esplorare i punti più bui dell’Universo e del cuore per renderli al prossimo quali fonte di luce Carla Sale Musio prosegue nella sua missione.

E quest’opera, forse più di altre, è anche un valido e pratico aiuto, quasi un manuale, per chi si sente tentennante e impaurito/a,  ad andare a “cogliere le stelle”.

Le storie delle altre Donne presenti nel libro e che mettono  a disposizione le loro esperienze, le loro lacrime e la loro forza, funzionano un po’ come apripista, un po’ come sostegno per mettere le ali e volare più in alto.

Lì dove si incontrano tutte le pienezze delle scommesse vinte, i premi che la nostra Vita ci ha riservato.

Anna Cristina Serra

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Set 22 2017

SEPARAZIONE E SOLITUDINE

La solitudine è uno spauracchio che incombe sul futuro di chi decide di separarsi.

Ripartire da soli dopo aver assaporato le gioie e i dolori della convivenza è una strada irta di pericoli.

L’autonomia fa paura.

Senza più l’alibi della convivenza a giustificare la fatica di vivere, il peso di ogni scelta si trasforma in responsabilità mentre doversi sobbarcare l’intero carico delle incombenze quotidiane appare un compito insormontabile.

Improvvisamente tanti piccoli rituali, tante abitudini condivise, tanti appuntamenti gestiti in due confluiscono in un elenco interminabile di cose da fare… senza altro aiuto che quello che sapremo dare a noi stessi.

La solitudine addita senza pietà debolezze e risorse di ciascuno, mostrando i punti di forza insieme alle ombre e alle paure.

Per questo vivere da soli è un banco di prova che pochi indomiti spiriti liberi hanno il coraggio di sperimentare.

Bisogna essere capaci di sopportare un silenzio… colmo soltanto della propria presenza.

In quello spazio intimo emergono i bilanci, i sogni, i fallimenti, i desideri, le aspirazioni, le ansie, le fragilità… e tutti i vissuti che erano nascosti dietro il pretesto del non c’è tempo, è tutta colpa sua, se solo potessi ritornare indietro… e via dicendo.

Stare da soli significa essere in compagnia di se stessi.

E questo è un compito difficile.

Il nostro stile di vita sembra fatto apposta per dirottare l’attenzione verso l’esterno, spinge a inseguire traguardi sempre nuovi e crea una pericolosa dissociazione dal mondo interiore.

Poco importa se tutto questo provoca una frattura nella psiche e genera un’infinità di malattie.

Ci sono pillole adatte per ogni occasione: analgesici, ansiolitici, ipnotici, sedativi, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, stimolanti, euforizzanti, incentivanti… tutto fa brodo quando l’obiettivo è non sentire ciò che si agita in fondo all’anima.

L’amore, però, non ce lo possono procurare nemmeno le medicine.

Bisogna conquistarselo.

E per viverlo appieno è indispensabile imparare ad ascoltare noi stessi.

Altrimenti continueremo a proiettare all’esterno i bisogni irrisolti e a dipendere da chi, di volta in volta, ci sembra in grado di soddisfarli.

La solitudine è l’unica cura capace di sanare le ferite che accompagnano la scelta di separarsi.

Vivere da soli, infatti, consente di osservare la vita con maggior chiarezza, prendendo le distanze dai coinvolgimenti eccessivi e dall’incalzare delle emozioni.

In quel silenzio, nel vuoto che si crea al termine di una convivenza, le passioni si smorzano e progressivamente cedono il posto alla comprensione.

Per se stessi e per il partner.

A volte, la mancanza si fa sentire… e nella coppia il fuoco si riaccende magicamente.

Più spesso, la rabbia e le recriminazioni cedono il posto a una visione obiettiva della realtà, creando i presupposti per un rapporto sereno e per una migliore gestione delle incomprensioni che ancora è necessario dipanare insieme.

Stare da soli permette al dialogo interiore di manifestarsi e lascia emergere un’autenticità intima e profonda.

È in questo modo che si sviluppa la capacità di amare e prende forma un nuovo step del volersi bene, non più vittima delle passioni ma forte di una conoscenza maturata nel tempo e capace di accogliere anche le diversità che hanno portato alla conclusione del matrimonio.

Per proseguire sulla strada dell’Amore, quello con la A maiuscola, è necessario un ascolto attento dei propri vissuti, perché solo accettando le parti nascoste e ombrose di sé potranno emergere il rispetto, la fiducia e la stima necessarie a proseguire la vita su binari diversi.

La solitudine è un momento cruciale lungo il cammino della crescita affettiva.

Imparando a convivere con se stessi, infatti, è possibile concedersi l’onestà necessaria all’Amore.

E alla libertà.

Carla Sale Musio

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Lug 15 2017

ANIME GEMELLE & GENITORI IMPERFETTI

I genitori sbagliano.

È un dato di fatto.

Sbagliano anche quando ce la mettono tutta per dare ai figli l’attenzione, la partecipazione, la comprensione e la considerazione, indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

I genitori “sbagliano” perché la vita è un percorso individuale in cui dobbiamo imparare ad accollarci la responsabilità degli eventi che ci succedono.

Anche quando le cause sembrano indipendenti dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

È un discorso difficile da accettare, ma libertà e responsabilità camminano a braccetto.

Non è possibile vivere pienamente l’una senza l’altra.

Ogni volta che ci sentiamo vittime, sacrifichiamo la nostra libertà sull’altare della volontà di qualcun altro.

Quando invece ci assumiamo totalmente la responsabilità delle situazioni, diventiamo padroni della realtà.

In questa chiave, gli errori commessi dai genitori ci guidano a scegliere noi stessi.

Ponendoci davanti a un bivio.

Possiamo delegare le colpe delle nostre difficoltà e diventare vittime di un’educazione sbagliata, oppure possiamo assumerci l’onere della nostra vita e cogliere il messaggio contenuto negli avvenimenti.

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“Mia mamma non mi ha mai abbracciato, era sempre indaffarata con la casa, il lavoro e i problemi di mia nonna e mio nonno. Per me non aveva tempo. Quando, raramente, capitava che stessimo insieme non sapevamo come avvicinarci, lei burbera, severa e arrabbiata e io pronto a recriminare e a chiudermi.”

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Durante un incontro di gruppo, Pietro condivide la propria esperienza.

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“Col tempo, ho imparato a scegliere come interpretare quei fatti. Potevo sentirmi vittima di una madre fredda e assente oppure, grazie alle sue mancanze, potevo scoprire il valore dell’affettività e provare a sperimentare quello che mi era mancato. Un giorno ho deciso di sfidare me stesso e, nonostante l’imbarazzo, ho abbracciato mia madre con l’amore e la tenerezza che avrei voluto ricevere. Lei si è irrigidita, come sempre, ma quando ha visto che non desistevo, è scoppiata a piangere. Abbiamo pianto insieme. È difficile spiegare cosa succede in quei momenti. È stato lì che ho capito che ogni cosa dipende da me.”

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La vita è un’occasione per imparare.

Possiamo subire il peso degli avvenimenti o coglierne la sfida e impersonare il cambiamento suggerito da quegli ostacoli.

Come racconta Pietro, non è facile scorgere il messaggio trasformativo racchiuso nelle ferite dell’infanzia.

Tuttavia, assistere impotenti alle proprie difficoltà è altrettanto doloroso.

Quando siamo bambini, i genitori possiedono un’autorevolezza assoluta e ci aspettiamo da loro: perfezione e accettazione illimitate.

Ai nostri occhi infantili, papà e mamma appaiono dotati di poteri grandissimi e questa fisiologica idealizzazione ci spinge a crederli capaci di risolvere ogni problema.

La crescita ci restituisce il peso delle difficoltà insieme alla possibilità di superarle e, col passare degli anni, l’alone di onnipotenza cede il posto alla consapevolezza dei limiti e delle fragilità di chi ci ha messo al mondo.

In un angolo della psiche, però, la speranza di incontrare qualcuno pronto a donarci l’amore incondizionato e miracoloso che avremmo voluto ricevere da bambini, mantiene intatta la propria vitalità e attende pazientemente l’occasione giusta per manifestarsi.

Prendono forma in questo modo le aspettative magiche sull’anima gemella.

Si alimentano nei miti, nelle favole e nei sogni.

E ignorano la complessità della vita interiore.

Nelle fantasie collettive, infatti, l’anima gemella è gemella soltanto in una reciprocità idealizzata e compiacente, pronta a donare amore, stima e accettazione, ma ignara del disprezzo con cui segretamente trattiamo noi stessi.

Quando incontriamo il partner che ci fa battere il cuore, si riaccende la speranza di ottenere l’amore idealizzato dell’infanzia, e quell’aspettativa prodigiosa intreccia la devozione con la crudeltà, dando vita alle innumerevoli relazioni ambivalenti che popolano la vita di tutti i giorni.

Relazioni di amore e di guerra, di recriminazioni e di dipendenza, di passione e di delusione… prive della considerazione necessaria a comprendere la realtà intima di ciascuno.

Il mondo interiore è fatto di emozioni contrapposte che si riflettono negli occhi dell’altro come in uno specchio.

È lì che il sogno di un amore salvifico e compensatorio riprende vita, allontanandoci dall’ascolto di noi stessi e dalla comprensione della nostra intima poliedricità.

Il partner che scegliamo, infatti, ci porta in dono ciò che abbiamo sempre desiderato ma non abbiamo mai avuto il coraggio di prenderci.

E, come uno specchio, ci costringe a guardare la brutalità con cui trattiamo le parti di noi che, per diventare grandi, abbiamo dovuto rifiutare.

Detto in parole semplici, la nostra anima gemella è gemella anche nei modi che usiamo per criticare noi stessi e ci amerà con l’identica intensità con cui noi ci amiamo.

Nel bene e nel male.

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“Sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini potevano fare tutto ciò che volevano, mentre le donne dovevano servirli e compiacerli. Dentro di me odiavo quell’ingiusta distribuzione del potere, ma avevo imparato a essere una ragazza dolce, accondiscendente e gentile, e a farmi benvolere per la mia disponibilità. Segretamente disprezzavo quel modo di fare e mi giudicavo una vigliacca perché, pur di sentirmi amata, ero disposta a barattare anche la dignità. Mi ci sono voluti molti anni di lavoro personale per accettare le mie responsabilità nell’imbattermi sempre in fidanzati prepotenti e poco affettivi. Oggi so che quel disprezzo funzionava come un radar e richiamava nella mia vita le persone pronte a mostrarmelo con i loro comportamenti.”

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Mentre racconta le fasi del suo cambiamento interiore, Rossana ha gli occhi lucidi e si commuove ripensando al passato.

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“Mi sembrava impossibile che quella sfilza di storie sentimentali fallite fosse la conseguenza del mio modo di comportarmi con me stessa. Eppure, quando ho cominciato a permettermi una maggiore dignità, quando ho smesso di essere sempre gentile, quando ho lasciato emergere anche la mia irruenza… in quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. Oggi ho una relazione diversa. Ho capito che il potere è un argomento che mi riguarda personalmente e l’abuso che ho vissuto da bambina è un tema da approfondire principalmente dentro di me.”

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I genitori “sbagliano” e con i loro “sbagli” ci costringono a esplorare una realtà interiore che ci riguarda.

Possiamo accettare l’insegnamento della vita e accollarci la profondità di quell’esperienza, oppure possiamo incolparli delle nostre difficoltà e aspettare che un principe azzurro, o una principessa azzurra, arrivi a pagare il conto di quegli errori, alimentando il sogno di un amore incondizionato, senza aver sviluppato dentro di noi la capacità di accoglierlo.

In quest’ultimo caso, la relazione non potrà funzionare e la delusione sarà inevitabile.

Nessuno può vivere un’intensità emotiva, se prima non ha imparato a gestirla dentro di sé.

Carla Sale Musio

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Mag 28 2017

SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

“Ho deciso: mi separo. Ma… in concreto… adesso cosa faccio?!”

È difficile rimanere lucidi, obiettivi, equilibrati e strategici, quando dentro di noi ogni cosa sembra andare in frantumi.

Il matrimonio non funziona più e la vita ci spinge a scrivere un capitolo nuovo della nostra esistenza.

Tuttavia, una volta presa la decisione e stabilito il da farsi, ecco che un malessere interno rimescola le carte, rendendoci vulnerabili, spaventati e insicuri.

La mente logica vorrebbe programmare il percorso che dalla convivenza conduce verso una nuova autonomia, ma nel mondo emotivo il caos la fa da padrone, il disorientamento annebbia l’intelligenza e un pericoloso senso d’impotenza paralizza qualsiasi capacità.

In quei momenti carichi d’incertezza è necessario arrendersi e imparare a convivere con l’inquietudine.

La confusione fa parte del gioco e non può essere eliminata.

Bisogna sopportarla.

Almeno per un po’.

Non è possibile abbandonare un progetto in cui abbiamo investito tante risorse, senza sentirci svuotati e privi di qualsiasi capacità: logica, pratica e coerente.

La vita sotto lo stesso tetto è stata un’esperienza che ha coinvolto tante energie.

Soprattutto nei momenti in cui abbiamo cercato di mantenere salda la rotta della convivenza nonostante i maremoti emotivi.

Le ragioni che oggi sostengono la scelta della separazione poggiano su un vissuto di fallimento, e fanno emergere la delusione che accompagna la fine dei progetti costruiti insieme.

Ecco perché, una volta imboccata la strada dell’indipendenza, è inevitabile sentire di aver sbagliato ed essere assaliti dai ripensamenti, dai dubbi e dalla nostalgia.

Il matrimonio presuppone una condivisione totale, sia della quotidianità che del tempo libero, e ritrovarsi di colpo a gestire un’esistenza autonoma in un primo momento può apparire un’impresa insormontabile.

La paura della solitudine dilaga nella psiche, alimentando il rimpianto dei momenti trascorsi insieme, e oscurando le innumerevoli ragioni che hanno condotto alla decisione di concludere il matrimonio.

È un effetto della trasgressione che ancora è necessario affrontare per sciogliere il vincolo coniugale.

Esiste un pregiudizio che stigmatizza quanti decidono di separarsi, quasi che chiudere il contratto matrimoniale fosse segno di una pericolosa incapacità affettiva.

I preconcetti religiosi e gli interessi economici spingono a sostenere che lo stare in coppia indichi sempre una scelta matura e responsabile e che, al contrario, vivere da soli segnali un egoismo congenito, sintomo di una cronica impossibilità a voler bene.

Così, chi sceglie di mettere fine al matrimonio deve fare i conti con la sensazione di essere sbagliato, irresponsabile, prepotente, narcisista, infantile, inaffidabile e… chi più ne ha più ne metta.

Oltrepassare le barriere di questi luoghi comuni è un’impresa piena d’insidie.

Occorre guardare con autenticità dentro se stessi e permettersi la paura insieme al desiderio di ricominciare.

È indispensabile affrontare il proprio cambiamento interiore, accogliendo la molteplicità del mondo emotivo e permettendo alle proprie parti arrabbiate, deluse, avventurose, sognatrici, razionali e vulnerabili, di esprimersi e di trovare il proprio spazio nella consapevolezza.

Gestire quest’apparente incoerenza, non è facile.

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Eppure, solo ascoltando le tante voci che parlano nel nostro inconscio (senza reprimerle e senza giudicarle) diventa possibile cavalcare la trasformazione che dal possesso e dall’egoismo conduce al rispetto, alla libertà e all’amore.

Separasi fa parte di un percorso intimo importante, profondo e ricco di doni.

Chi è capace di sciogliere un legame, attraversando la dipendenza e la libertà, può camminare  tenendo a braccetto la vulnerabilità insieme all’autonomia, e avventurarsi lungo il sentiero che conduce all’Amore.

Quello con la A maiuscola.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

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Mar 22 2017

SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

Quando si affronta una separazione, può succedere che dentro di noi di noi qualcuno desideri mettere fine al matrimonio, mentre qualcun’altro vorrebbe portare avanti la relazione, nonostante tutto.

In quei momenti di difficoltà e d’incertezza, finiamo per sentirci letteralmente trascinati da esigenze interiori contrastanti e, nel tentativo di porre fine al conflitto, si creano delle trappole psicologiche che bloccano la crescita interiore, impedendo l’evoluzione affettiva.

Occorre essere spietatamente sinceri con se stessi per imboccare la strada giusta anche in mezzo al pantano delle incertezze e della paura.

Ed è indispensabile adottare con il partner la medesima autenticità, perché soltanto nell’onestà diventa possibile affrontare la fine dei progetti costruiti insieme, trasformando il legame senza distruggerlo.

La tentazione di sfuggire alle responsabilità annientandosi nell’abnegazione o nascondendosi dietro al disprezzo, può essere forte e rischia di precipitarci ad ogni passo dentro l’abisso delle recriminazioni e dei rancori.

Per vivere appieno la separazione, cavalcandone il potere trasformativo e l’intensità affettiva, è necessario far convivere l’amore che ci ha condotto al matrimonio, insieme con la delusione, la solitudine e l’incompatibilità, che oggi rendono impossibile la medesima scelta.

Non è un compito facile.

Lo struggimento per le emozioni di un tempo si scontra con l’insofferenza che nel presente impedisce di proseguire la vita insieme.

Una parte nostalgica e romantica vorrebbe coltivare i sogni del passato, e un’altra parte, più concreta e disincantata, addita puntigliosa le mancanze del coniuge, snocciolando un rosario di disgrazie senza fine.

Per sfuggire alla pressione interiore, qualcuno sceglie la via della bontà, sacrificando l’autonomia sull’altare dell’altruismo e affermando che il partner “… non può sopravvivere da solo!”.

Altri preferiscono servirsi della rabbia e, chiusi dentro la fortezza del biasimo, accusano il coniuge di ogni nefandezza.

Vera o presunta, non ha importanza.

Ognuno a modo suo cerca di liberarsi dai vissuti di colpa e fallimento che la visione religiosa e legale del matrimonio rende inevitabili e dolorosissimi.

Ancora oggi, in Italia, è difficile parlare di crescita personale, di evoluzione affettiva e di onestà emotiva, quando si tocca il tema della separazione.

Si preferisce fingere una reciprocità, anche se inesistente, piuttosto che affrontare l’ostracismo sociale e la commiserazione che, spesso, accompagnano la scelta di concludere il matrimonio.

In questi casi, una sorta di codardia emotiva rende più facile annientare se stessi rinunciando all’autonomia, piuttosto che affrontare la disapprovazione annidata nello sguardo dei conoscenti, degli amici e dei parenti.

Infine (ma non meno importante) l’odio di un partner che si sente incompreso e abbandonato, fa detonare il senso di colpa, paralizzando le capacità decisionali dietro un desiderio spasmodico di approvazione.

Bisogna essere davvero coraggiosi per affrontare le trappole della separazione.

Eppure…

La scelta di non portare avanti un matrimonio i cui presupposti non esistono più, è una scelta che permette all’amore di dispiegarsi e di acquisire una profondità difficilmente raggiungibile altrimenti.

Dietro il possesso, la gelosia e i contratti, legali o religiosi, si nasconde l’Amore, quello con la A maiuscola.

L’Amore che sa concedere invece di prendere, che sa comprendere invece di pretendere, che sa donare la libertà invece di costruire prigioni, e che regala il rispetto al posto della pietà.

La separazione non sancisce la fine dell’amore, è una tappa lungo un percorso più ampio che dalla condivisione conduce all’autenticità e insegna l’indipendenza oltre la passione.

Carla Sale Musio

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Feb 18 2017

SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

Nella civiltà occidentale anche l’amore di coppia è diventato un bene di consumo, un contratto che stabilisce diritti e doveri dei coniugi e che dissolve l’affettività con la pretesa della reciprocità.

L’amore, però, è un sentimento.

Non può apparire e scomparire a comando, non ascolta i dettami della volontà.

Esiste nel piano rarefatto e imprendibile delle emozioni.

Possiamo riconoscerne la presenza dai suoi effetti, ma soltanto chi lo vive può affermarne con certezza l’esistenza in se stesso.

L’amore non si può pesare, misurare, modellare e ordinare, lo si può solo sentire dentro di sé.

Pretendere dall’altro una reciprocità affettiva vanifica l’amore, trasformandolo in un baratto.

Il baratto è uno scambio, presuppone un guadagno e ha ben poco a che vedere con i sentimenti e con gli stati d’animo.

Questi ultimi, infatti, succedono.

A prescindere dagli accordi, dalle decisioni e dall’impegno.

In amore, pretendere la reciprocità significa sostituire i sentimenti con il tornaconto.

E da lì all’opportunismo, all’egoismo e al narcisismo, il passo è breve.

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, non posso amarti”

Questa frase nasconde una pretesa impossibile e scambia l’amore con la soddisfazione delle proprie necessità.

L’amore, però, è un modo di essere, un sentire interiore.

Succede.

Punto e basta.

In amore possiamo solo affermare:

“Se non puoi darmi ciò di cui ho bisogno, pazienza.”

Perché, quando si prova un sentimento, non si può modificarlo con la volontà.

L’amore è un accadimento interiore che arriva e si trasforma, senza tenere conto dei nostri obiettivi razionali.

Quando l’amore cambia, si può soltanto accogliere dentro di sé la trasformazione e incamminarsi con fiducia lungo il percorso evolutivo che quella trasformazione ci indica.

Perché solo ascoltando i dettami dell’amore, s’impara ad amare.

E solo imparando ad amare si conquista la libertà e si evidenzia il significato profondo della nostra esistenza, la nostra missione nella vita.

L’amore non segue i criteri della ragione e ci accompagna a conoscere un piano della coscienza più rarefatto, ma non per questo meno pregnante.

Anzi!

La sua ricchezza si riflette nell’appagamento che intreccia le scelte di chi ascolta con coraggio i dettami del proprio cuore.

La pretesa di portare avanti un rapporto di coppia anche quando la reciprocità non esiste più, è legata a prescrizioni religiose o legali e a interessi personali che non hanno nulla a che vedere con l’amore.

Il possesso è uno di questi.

Quando diciamo MIO (mio marito, mia moglie), il linguaggio tradisce il pensiero possessivo che lo sottende.

La pretesa di possedere la persona amata è un’insidia che vanifica l’amore, seppellendolo sotto una coltre di egoismo.

L’amore non è possesso.

È libertà.

Ma cosa significa LIBERTÀ?

Libertà vuol dire assumersi la responsabilità dei propri sentimenti e delle proprie scelte, accettare il rischio delle emozioni, dei cambiamenti e del proprio percorso evolutivo.

Anche quando è necessario attraversare sentieri esistenziali ancora inesplorati e impervi.

La libertà non è agire impunemente tutto ciò che ci salta in mente, senza freni e senza inibizioni, ma ascoltare se stessi senza censure, accogliendo la propria verità qualsiasi essa sia.

Per conoscerla, per comprenderla e per evolverla.

Siamo veramente liberi soltanto quando ci assumiamo la responsabilità della Totalità di noi stessi.

In tutta la sua profonda e multiforme poliedricità.

Questo non vuol dire calpestare gli altri.

Significa, invece, comprendere che ognuno incarna un pezzetto della nostra complessità interiore.

E conduce al rispetto.

Per ogni creatura vivente.

Perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto all’esistenza.

Anche ciò che non ci piace e che, per questo, ha bisogno di maggiore attenzione per trovare una collocazione armonica in quella molteplicità che chiamiamo vita e che è lo specchio del nostro mondo interiore.

Il possesso nasconde la pretesa di controllare l’oggetto delle nostre brame, senza comprenderne le peculiarità e senza affrontarne l’intima risonanza interiore.

In amore, il possesso tenta di oggettivare un sentire che può essere soltanto soggettivo, snaturandone l’autenticità in favore di bisogni infantili di controllo.

Il possesso vanifica l’amore, ma nella civiltà dell’usa e getta sembra che anche i sentimenti abbiano dovuto cedere il posto al profitto o al potere d’acquisto.

Così, oggi in molti pianificano la famiglia quasi fosse un bene di consumo.

Convinti che la determinazione e la volontà possano produrre i risultati emotivi necessari a far germogliare l’amore, certi di poter possedere le emozioni come se fossero un bene di consumo.

Tante famiglie nate in seguito a un’attenta pianificazione incontrano il limite della precarietà, perché l’amore studiato a tavolino non attecchisce.

Altre famiglie (meno razionali forse, ma più spontanee) si scoprono e si riconoscono come tali lungo il percorso della vita, in barba ai programmi di chi le compone e alle regole dei legislatori.

Queste famiglie resistono nel tempo, nutrite da un affetto spontaneo e da un desiderio di condivisione che sboccia nel cuore ogni giorno.

L’amore ha un potere di cambiamento e di trasformazione, preziosissimo.

È un’energia rivoluzionaria e trasformativa che ciclicamente dissolve gli equilibri interiori per crearne di nuovi e migliori.

Opporsi al suo processo evolutivo è doloroso e genera molte patologie.

Ma per seguire le norme della civiltà, ne abbiamo rinchiuso il potere dentro un contratto giuridico e così l’amore è stato vanificato.

Nel momento in cui si affronta il tema della separazione, è necessario interrogarsi sul significato profondo della parola AMORE e accoglierne in se stessi l’essenza trasformativa.

L’amore è rivoluzione e, a dispetto dei contratti legali e religiosi ci conduce inevitabilmente a incontrare la nostra realtà più intima, insegnandoci a comprendere i bisogni del partner insieme ai nostri.

Quando l’amore finisce e il cambiamento ci trascina verso nuovi lidi, è importante abbracciare il passaggio che la fine di una relazione porta con sé e accoglierne il valore.

Perché l’amore non ha mai fine, si trasforma ed evolve verso mete sempre più profonde.

Sapersi allontanare dopo aver percorso un tratto di vita insieme, celebra le profondità dell’amore e insegna il rispetto e l’autonomia.

Lungo la strada che dall’egoismo conduce alla libertà.

Carla Sale Musio

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Gen 30 2017

L’AMORE NELLA SEPARAZIONE

Amore, amore, amore, amore… si parla tanto dell’amore.

Ma l’amore, quello vero, parla poco.

Più che altro agisce.

L’amore non ha parole, è un impulso interiore, un modo di essere e di sentire la vita, una scelta che parte dal centro di noi stessi e a cui non è possibile sottrarsi.

Anche quando incontra la disapprovazione del mondo.

L’amore si muove con noncuranza, indifferente al giudizio degli altri.

Libero dai precetti, dai contratti e dalle regole.

Esiste a prescindere dalla ragione, proviene da una saggezza diversa dalla logica e utilizza i codici pervasivi della Totalità.

L’amore è per sempre ma non è sempre uguale.

È mutevole, cangiante, in continua evoluzione.

È un percorso che dall’io ci guida a incontrare il tu, l’altro, il diverso, lo straniero… fino a scoprire che ognuno rispecchia un aspetto della nostra molteplice verità.

Anche quando questa verità non ci piace.

L’amore è una saggezza fatta di intuizioni.

Perciò parlarne è difficile.

E spiegarlo è impossibile.

Possiamo descriverlo, ma non possiamo conoscerlo finché non lo attraversiamo personalmente.

Nella separazione si parla dell’amore quando finisce.

Ma l’amore non finisce, evolve.

E per noi è difficoltoso riconoscerlo nel momento in cui assume fattezze poco conosciute.

Siamo abituati a distinguere le forme emotive che ci sono state spiegate dai genitori e dagli insegnanti, che sono state descritte nei libri, che abbiamo visto nei film o alla televisione.

Ci sconcertano i sentimenti di cui non si dice niente, quelli che la chiesa non riconosce, che si agitano dentro senza fare scalpore nel mondo o che compiono gesti contrari alle consuetudini.

L’amore nella separazione è un amore ancora poco conosciuto.

Poco raccontato.

Poco ascoltato.

Viviamo nella civiltà dell’usa e getta e ci hanno convinto che persino gli affetti si debbano plasmare nelle forme utilitaristiche del consumismo.

Così, ci aspettiamo di trovare la permuta, l’interesse o lo scambio anche nell’affettività.

L’amore, però, è un’energia indomabile, se ne infischia delle convenzioni.

È una forza sovversiva che tracima nel mondo interiore, scatenando un irrefrenabile caos.

Ogni tentativo di arginarne la potenza è destinato a provocare pericolose conseguenze ed è l’origine di tante patologie psicologiche e fisiche.

L’amore è passione, estasi, rapimento, malattia e guarigione.

Ma per assaporarne il potere miracoloso e maieutico è necessario aprirsi alle sue leggi, fatte di generosità, sincerità e cambiamento.

Solo così possiamo accogliere la sua forza rigenerante e rinnovatrice.

Bloccarne la potenza scatena la guerra nel mondo emotivo e provoca una valanga di conseguenze negative.

L’amore nella separazione è cambiamento.

E non si può sottovalutarne la portata.

Ci costringe a cimentarci lungo la strada che dalla fusione conduce allo sviluppo dell’autonomia.

È un compito difficile, un passaggio importante nella conquista della maturità.

Lasciare liberi se stessi e il partner di proseguire la vita da soli, presuppone una grande profondità interiore.

Bisogna essere davvero capaci di amare per permettere e permettersi l’autonomia.

Sciogliere un matrimonio, infatti, non vuol dire soltanto terminare un contratto legale, significa affrontare un momento di crescita intimo, lancinante e delicato, e imparare a cavalcare la tigre della trasformazione senza lasciarsi trascinare dalle abitudini, dal conformismo e dal desiderio di demandare ad altri le proprie responsabilità.

L’amore nella separazione trova un compimento profondo e intreccia la libertà con la maturità, senza pretendere e senza delegare.

Con fiducia.

Con comprensione.

Con generosità.

Con autenticità.

Carla Sale Musio

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