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Gen 29 2019

SCHIAVISMO O CULTURA GASTRONOMICA?

Nessun animale in natura è drogato dal cibo quanto l’essere umano.

La chiamiamo orgogliosamente cultura gastronomica e ne coltiviamo con passione le infinite varianti incrementando inconsapevolmente una droga legale e ritenuta imprescindibile.

Tuttavia, per vivere, la gastronomia non è necessaria.

Mangiare è soltanto una delle tante attività piacevoli che la natura propone ad alcuni esseri viventi.

Non tutte le specie, infatti, sentono la necessità di ingerire qualcosa per nutrirsi.

Esistono delle creature capaci di alimentarsi solo con la luce, senza bisogno di inghiottire niente.

Trasformare le radiazioni solari in nutrimento è un’abilità che coinvolge oltre alle piante anche diversi esseri umani, studiati dalla scienza, derisi dalle masse e ammirati da chi è capace di cogliere la profondità di uno stile di vita differente.

Oggi il movimento breathariano è attivo dappertutto e ha una sede anche in Italia, a Coccore (nelle Marche, in provincia di Ancona), dove ogni anno ospita un festival cui partecipano respiriani, simpatizzanti e curiosi provenienti da ogni parte del pianeta.

Chi si nutre di sola luce testimonia con la sua presenza l’esistenza di una diversa possibilità e ci riporta bruscamente dentro i confini di un nutrimento necessario alla sopravvivenza e libero dalla dipendenza che caratterizza la nostra alimentazione.

Gli interessi di mercato ci spingono a comprare in modo compulsivo ogni genere di alimento, sollecitando il piacere del gusto e occultando abilmente le conseguenze di questo modo di agire.

Oltre le quinte patinate della pubblicità, però, una piccola élite al governo del mondo mantiene indisturbata il proprio potere, proprio grazie all’ignoranza dei meccanismi psicologici che sottendono le nostre scelte quotidiane.

Dietro la dipendenza alimentare, infatti, si cela una sottomissione acritica e incondizionata.

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“MANGIARE È INDISPENSABILE PER VIVERE”

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Tuttavia, mangiare in modo artefatto, elaborato e tossico è necessario a tenerci prigionieri di uno stile di vita alieno dalla salute, dalla libertà e dal contatto con la natura.

Quando, in nome della sopravvivenza, proclamiamo la liceità dell’uccisione definiamo sopravvivenza l’opulenza malsana che caratterizza le nostre scelte alimentari e autorizziamo inconsciamente lo sfruttamento e la tortura.

Di noi stessi e del mondo.

L’allevamento e il maltrattamento degli animali, infatti, sono ammissibili solo a fronte di una nostra superiorità (narcisistica) basata sul presupposto che creature diverse, deboli e ingenue non meritino rispetto, comprensione e tutela.

Questo principio ci incatena a una sottomissione inconscia, dovuta a chiunque giudichiamo più forte o migliore di noi.

È così che perpetriamo un mondo basato sulla prepotenza e sull’ingiustizia.

Nel momento in cui accettiamo una violenza giudicata ineluttabile ci rendiamo vittime della medesima legge, subendone le conseguenze nella nostra quotidianità.

Uccidere per vivere vuol dire anche essere uccisi per soddisfare i bisogni di chi è più forte e più scaltro.

Ogni affermazione affonda le radici nell’inconscio improntando di sé le scelte di ogni giorno.

Perché l’inconscio ne acquisisce i dettami e li fa propri applicandoli alla nostra esistenza.

Rifiutarsi di uccidere per divertimento significa sostenere l’amore, il rispetto e la fratellanza nel mondo psichico e costruire le fondamenta di una vita migliore.

Ma per farlo è necessario aprire gli occhi davanti alla crudeltà della cultura gastronomica, ritrovando il legame con la natura e con ogni altra forma di vita.

Mangiare per vivere significa scegliere poche cose semplici e senza violenza.

Vivere per mangiare invece ci rende schiavi di una dipendenza che sembra regalarci il piacere mentre ci priva della salute e della libertà.

Carla Sale Musio

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Mag 15 2014

SCHIAVISMO ANIMALE

Per tante persone è ancora un compito difficile immedesimarsi nella sofferenza degli animali.

Il pensiero comune ritiene che le bestie non abbiano un sistema nervoso in grado di sentire il dolore, non provino emozioni e non si rendano conto di ciò che succede, ma conducano una vita fatta di istinti, impulsività, comportamenti automatici e risposte prive di partecipazione e coscienza.

Pochi sanno che esiste una scienza chiamata etologia, che studia il carattere e i costumi degli animali, il loro modo di relazionarsi, di condividere, di voler bene, di aver paura, di soffrire, di sperare, di entusiasmarsi e di innamorarsi.

È un sapere che nasce più di duemila anni fa, con Aristotele, e che si è evoluto nel tempo per arrivare all’attuale etologia relazionale, una metodologia di ricerca che esamina le relazioni tra gli animali e tra l’uomo e gli animali, valorizzando l’unicità di ogni rapporto e di ogni essere.

Superando la visione antropocentrica, che sosteneva l’assoluta centralità dell’essere umano nel creato, la ricerca etologica attuale sostiene l’importanza di una visione biocentrica, capace di mettere la vita stessa al centro dell’esistenza e studia la presenza in ogni creatura, umana o animale, di un’individualità fatta di pensiero, sensazioni e sentimenti.

Ogni individuo, infatti, qualsiasi sia la razza di appartenenza, costruisce un rapporto con il mondo circostante e con le altre creature, dando vita ad uno scambio relazionale, empatico ed emotivo, dal quale ogni partecipante esce arricchito e trasformato.

L’approccio etologico evidenzia il valore della sensibilità, della condivisione e dell’ascolto reciproco, e sposta l’attenzione dalla supremazia di una specie sull’altra alla complessità delle reti di relazioni che intercorrono tra i membri di una stessa specie e tra specie diverse, e che compongono la vita e l’equilibrio biologico del pianeta.

Gli strumenti di questa ricerca non sono più gli asettici laboratori scientifici di un tempo, pieni di strumenti di misurazione e di tortura, ma l’empatia e la capacità di spostare il proprio punto di vista fino a comprendere una visione della realtà in grado di integrare la conoscenza di ogni singola individualità.

Umana o animale.

Senza distinzioni.

Per accostarsi a questo insegnamento di reciprocità e di rispetto per la vita, è indispensabile superare la presunzione di appartenere alla razza eletta da Dio (e perciò autorizzata a sfruttare impunemente tutto ciò che incontra) e recuperare l’umiltà necessaria a riconoscersi parte di un tutto più grande che comprende la nostra specie insieme alle altre forme di vita.

L’etologia relazionale dimostra come tutte le creature siano importanti e indispensabili per mantenere in equilibrio l’ecosistema ma, soprattutto, ci insegna quanto le altre specie animali possano aiutarci ad arricchire la conoscenza del nostro mondo interiore ed emotivo.

Lo scambio tra i saperi appartenenti a razze diverse, infatti, rivela la diversità, censurata nelle profondità di noi stessi, permettendo a ciascuno di scoprire nuovi modi di esprimersi, di vivere e di condividersi nel mondo.

Purtroppo, lo studio dell’etologia non è stato previsto nei programmi scolastici… i telegiornali non ne parlano… e l’industria alimentare ne occulta accuratamente l’esistenza, per non intaccare il business economico che si regge sulla macellazione di tante vite animali e sull’ignoranza dei consumatori in merito alla sofferenza e all’abominio che questo comporta.

Le immagini stampate sulle etichette dei prodotti che acquistiamo abitualmente, nascondono abilmente la verità dello sfruttamento e della tortura e ci mostrano una realtà artefatta in cui mucche, porcellini, oche e altri animali, conducono una vita spensierata e priva di sofferenze, in attesa di trasformarsi gioiosamente nel pasto, nell’abbigliamento o negli strumenti dell’uomo.

Questo bluff privo di scrupoli e di empatia, ha la funzione di mantenere celata agli occhi delle persone sensibili, la verità sui prodotti di origine animale.

Per permettere la realizzazione di enormi interessi economici, ci è stato fatto credere che gli animali non provino emozioni e non sentano dolore.

Viviamo in un mondo malato che afferma impunemente il diritto del più forte a umiliare e prevaricare il più debole e promuove una cultura dell’indifferenza e del cinismo.

Un mondo in cui la servitù delle altre specie è ritenuta con arroganza una necessità e non una barbarie inammissibile.

Tanto tempo fa era normale vendere o comprare esseri umani, come fossero oggetti.

Erano uomini, donne e bambini, chiamati schiavi e considerati privi di diritti e di valore.

Oggi un simile concetto ci fa inorridire.

Nel duemilaquattordici lo schiavismo riguarda le specie animali.

Individui diversi dall’uomo ma non per questo meno meritevoli.

La vita è un diritto inalienabile e la violenza in ci viviamo immersi troppo spesso ci rende ciechi davanti al martirio di tante creature con cui non siamo più capaci di identificarci e che per questo torturiamo, abusiamo e uccidiamo.

Sono poche le persone che riescono a infrangere il muro del cinismo e delle false credenze in merito alla sofferenza delle specie diverse dalla nostra.

L’Etologia Relazionale spiega che gli animali possiedono una loro imprescindibile individualità e una loro cultura, certamente diversa da quella degli uomini, ma altrettanto degna di considerazione e riconoscibile grazie a un uso mirato dell’empatia, dell’ascolto e della sensibilità.

Per costruire un mondo migliore è indispensabile rispettare il valore della diversità e l’unicità di ogni vita.

La libertà si conquista attraverso il superamento della violenza e la scelta di estinguere ogni forma di superiorità.

Dapprima dentro se stessi e poi nel mondo che ci circonda.

Carla Sale Musio

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leggi anche:

http://www.etologiarelazionale.it

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