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Gen 02 2019

IL DOLORE DEI BAMBINI

I bambini possiedono una sensibilità priva di filtri.

In loro la percezione delle emozioni può diventare estremamente dolorosa.

Per sopravvivere all’angoscia la psiche delicata è costretta a utilizzare la rimozione e la proiezione.

  • La rimozione indica la capacità di nascondere alla coscienza le cause di un conflitto considerato irrisolvibile, mantenendo un’illusione di armonia.

  • La proiezione permette di spostare i contenuti interiori intollerabili su quei rappresentanti esterni che ne richiamano le caratteristiche, in modo da occultare le parti di sé giudicate sconvenienti o sgradevoli.

Deformando o celando la percezione della realtà è possibile evitare la consapevolezza dei vissuti sgradevoli e, grazie all’apparente anestesia, il dolore sembra attenuarsi.

Tuttavia, insieme alle sensazioni si perdono anche i ricordi delle sofferenze subite e con essi la possibilità di cambiare.

Così crescendo dimentichiamo la maggior parte delle esperienze infantili e, senza rendercene conto, perpetuiamo la catena di soprusi e ingiustizie che abbiamo patito.

Questi meccanismi di difesa, infatti, se da un lato permettono di occultare la sofferenza dall’altro rendono impossibile l’empatia con chi subisce dolori analoghi a quelli proiettati o rimossi.

In questo modo l’insensibilità si tramanda da una generazione all’altra dando forma a un mondo di indifferenza e di cinismo.

Per realizzare una società a misura d’uomo (e di bambini) è necessario rivivere il dolore del passato accogliendo il bimbo che siamo stati e le sue ferite.

Solo così la sofferenza può trasformarsi in resilienza rivelando una saggezza altrimenti inaccessibile.

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STORIE DI PROIEZIONE E RIMOZIONE

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Matteo è il più grande di sette fratelli.

A lui da bambino è spettato il compito di aiutare papà e mamma nel lavoro e nelle faccende, di dare il buon esempio e di sorvegliare che i piccoli non combinassero guai.

A otto anni era già un ometto con tanti doveri e poco tempo per giocare.

Le responsabilità lo hanno reso affidabile e pronto a porgere aiuto a chi è difficoltà, ma questa sua disponibilità ha richiesto un alto prezzo di sofferenza.

Per crescere ha dovuto rinunciare alla spensieratezza, alla leggerezza e all’intraprendenza di chi si sente libero dal peso delle responsabilità.

Perciò, nonostante il suo cuore d’oro, spesso commenta imbronciato le prodezze dei fratelli, pronto ad additarne l’indipendenza come il più terribile dei peccati.

Sin da quando erano bambini le polemiche tra loro sono sempre state all’ordine del giorno ma, grazie all’insensibilità ottenuta con la rimozione della gelosia e con la proiezione del suo bisogno di autonomia, Matteo può affermare con convinzione:

“Non sono mai stato geloso perché con i mie fratelli siamo sempre andati d’amore e d’accordo.”

* * *

Angela è la più piccola di una famiglia eterogenea, infatti, oltre ai genitori e ai fratelli vivono con loro anche due cugine figlie di una sorella della mamma.

Essendo la più giovane e la più ingenua, Angela è un po’ la mascotte della famiglia e i grandi finiscono sempre per coinvolgerla nei loro giochi, anche quando lei preferirebbe restarsene in disparte.

Durante una delle tante condivisioni forzate le cugine scoprono in un cassetto la sua preziosa collezione di romanzi rosa e… gli scherzi, l’ironia e le burle non si contano!

Angela diventa di fuoco per la vergogna e giura a se stessa che mai più prenderà in mano uno di quei libri.

Oggi a malapena ricorda l’episodio ma, grazie alla rimozione del dolore infantile e alla proiezione del romanticismo, può sostenere con convinzione:

“Non sopporto le persone che si commuovono ai matrimoni. Sono sdolcinate, ridicole e sciocche.”

* * *

Giovanni è stato un bambino sensibile e attento alle emozioni di tutti. 

La mamma ricorda che piangeva con facilità e aveva paura anche della propria ombra.

Il papà, invece, per insegnargli ad affrontare la durezza della vita lo chiudeva  nella cantina, lasciandolo al buio e tremante di angoscia per un tempo che pareva eterno.

È stato un apprendistato duro e doloroso ma, grazie alla rimozione di quella sofferenza e alla proiezione della propria sensibilità, oggi Giovanni può rimanere impassibile davanti a ogni avvenimento.

“Un vero uomo non deve piangere mai!”

Afferma con incrollabile convinzione, dimentico delle sue antiche paure come della sua empatia.

Carla Sale Musio

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Feb 23 2013

CROCIFISSIONE? … MEGLIO GLI PSICOFARMACI!

Se Cristo fosse vissuto ai nostri giorni, non sarebbe stato crocifisso.

Avrebbe avuto una diagnosi di bipolarità e con una manciata di psicofarmaci, qualche visita dallo psichiatra o, alla peggio, un T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio), sarebbe stato messo fuori gioco.

Senza martirio, senza scalpore e con indifferenza.

Oggi l’insensibilità ha sostituito la brutalità.

La crocifissione è superata.

Al suo posto c’è un uso sapiente dei meccanismi psicologici, finalizzato a controllare i comportamenti delle persone.

Per ottenere consensi e mantenere indisturbati il loro potere, i farisei moderni adoperano la psicologia e non più la tortura.

Esiste un meccanismo psichico chiamato rimozione, che consente di censurare tutto ciò che ci provoca disagio, occultandolo alla nostra consapevolezza.

La rimozione agisce automaticamente, ogni volta che dobbiamo affrontare un conflitto irrisolvibile.

Rimuovere la percezione delle difficoltà che sembrano senza via d’uscita, ci consente di superare i momenti difficili rimandando a tempi migliori le soluzioni che ancora non siamo in grado di trovare.

I bambini fanno ricorso spesso alla rimozione, per mantenere in armonia la propria visione della vita.


RIMOZIONE: una prigione per nascondere l’amore


Carlo ha cinque anni. La nonna gli ha regalato una bella fattoria con tutti gli animali. Ci sono i cavalli, i maialini, le oche, le galline, i pulcini, le mucche e i vitelli.

Carlo gioca tutto il giorno con quei pupazzetti di plastica così verosimili che, se non fosse per la misura ridotta, sembrerebbero proprio veri. Dà loro da mangiare, li porta a scorrazzare nel prato e, quando fa buio, li mette a dormire, ognuno nella propria stalla.

Durante il pranzo, però, la mamma gli spiega che la bistecca è fatta con la carne del cavallo, un cavallo come quello della sua fattoria.

Carlo la guarda inorridito.

“Io non voglio mangiare gli animali della fattoria!” esclama, allontanando bruscamente il piatto da sé.

Ma la mamma, con pazienza, gli insegna che gli animali sono fatti per essere mangiati e che, se noi esseri umani non li mangiassimo, non potremmo vivere e moriremmo di fame.

Carlo adesso non sa più cosa fare.

E’ sicuro di non voler mangiare gli animali della fattoria, li considera i suoi amici e l’idea di cibarsi degli amici gli sembra orribile.

Però la mamma sa tante cose… e se dice che bisogna mangiarli per non morire di fame… deve avere ragione!

Carlo è in conflitto tra il suo amore per gli animali e la fiducia verso la sua mamma.

Un conflitto irrisolvibile perché qualunque scelta gli appare comunque sbagliata.

Infatti, se mangerà la bistecca, si sentirà un criminale che uccide i suoi amici tradendo la loro fiducia ma, se si schiererà in difesa degli animali, ben presto morirà di fame come gli ha spiegato la mamma.

Per fortuna la rimozione accorre in suo aiuto, censurando quel conflitto in un angolo segreto dell’inconscio.

Grazie a questo magico meccanismo di difesa, Carlo adesso sa che la carne che ha nel piatto è la carne degli animali che lui ama, ma può evitare di mettere questa informazione in relazione con l’amore che sente per loro.

La rimozione, infatti, ha occultato il conflitto.

Così, crescendo, potrà amare i vitellini e indossare le scarpe fatte con la loro pelle delicata, senza provare alcun rimorso.

Potrà addirittura sorridere davanti alle immagini degli animali della fattoria stampate sulle etichette di salumi e formaggi ottenuti uccidendo e torturando proprio quegli animali.

Carlo ha appreso tutto questo ma, grazie alla rimozione, si può permettere di censurare il conflitto.

Un giorno, quando sarà diventato grande, potrà spiegare con pazienza ai suoi bambini che gli animali sono stati creati per essere mangiati dagli uomini.

E, senza rimorsi, potrà anche insegnare loro che si devono amare gli animali perché sono ingenui e indifesi ed è giusto volergli bene.

In virtù di questo prezioso meccanismo di difesa, voler bene agli animali e mangiarne la carne, non sarà più una contraddizione!

La rimozione consente a tutti noi di censurare i conflitti tra la nostra anima e le nostre scelte di vita, e rende possibile l’indifferenza davanti al martirio di tanti esseri innocenti.

Uccidere per vivere è una scelta che fa orrore. Istintivamente.

Non c’è bisogno di pensarci. Nemmeno per un momento.

Perché la vita non può cibarsi della morte e perché vivere infliggendo dolore e sofferenza è ingiusto e crudele.

Eppure, grazie alla rimozione di questa consapevolezza, consideriamo sensata e inevitabile la sofferenza di tante creature.

Preferiamo continuare a credere di poter morire di fame e nascondiamo a noi stessi la ben più comune realtà delle innumerevoli morti… per malattia.

Le malattie sono la conseguenza di un cattivo funzionamento del nostro organismo e questo cattivo funzionamento a sua volta deriva dalle condizioni innaturali in cui viviamo.

Nelle nostre moderne società occidentali nessuno muore più di fame, si muore di cancro, di diabete, di obesità, di alzheimer e, soprattutto, di dolore.

Perché il dolore di cui ci alimentiamo (convinti che sia indispensabile per vivere) circola nel nostro inconscio e alimenta le nostre paure.

Si muore perché si costringe il corpo a vivere innaturalmente, occultando alla coscienza la verità dell’anima.

Allevare altre creature per ucciderle e mangiarle, significa dare legittimità alla tortura e alla violenza, significa accettare che ci sono vite di serie A e vite di serie B, significa permettere il razzismo, lo sfruttamento e l’abominio, significa legalizzare l’assassinio.

Le specie diverse dalla nostra possiedono culture e stili di vita differenti, ma altrettanto importanti.

Dovremmo imparare a conoscerle e a comprenderle.

Dovremmo imparare a condividere con loro la vita sul pianeta Terra.

Dovremmo costruire insieme le condizioni di una convivenza basata sul rispetto.

Invece, grazie alla rimozione, censuriamo il sapere della nostra anima e tramandiamo la prepotenza, lo sfruttamento, la crudeltà e la violenza, costruendo una cultura della morte e dell’indifferenza.

Una cultura in cui la vita è solamente la spasmodica ricerca di piaceri effimeri e non un’occasione di scambio, di amore e di conoscenza.

In questo modo trasformiamo la morte in un’esperienza tragica e piena di dolore.

E poi viviamo cercando di rimuoverla dalla nostra coscienza perché ci fa paura.

La morte, inflitta con crudeltà e indifferenza, diventa un mostro da allontanare, un abisso infinito capace di dissolvere nel nulla i nostri affetti più cari.

Uccidere senza dare valore alla vita, crea una cultura in cui la morte non ha valore.

Non è un caso che la paura della morte sia la più grande di tutte le paure.

Non si può vivere in pace e in armonia con se stessi, affermando con indifferenza che uccidere è giusto e necessario quando riguarda esseri più deboli, docili, fragili, amorevoli e accondiscendenti.

Esseri che andrebbero tutelati e protetti, non massacrati.

La rimozione della morte, che imponiamo con insensibilità a tante creature, ci impedisce di esplorarne l’intima profonda verità.

Trasformiamo il momento più sacro e importante della vita in qualcosa di oscuro e minaccioso.

Qualcosa che infliggiamo con noncuranza, leccandoci i baffi e sentendo l’acquolina in bocca, imperturbabili davanti al dolore e alla paura.

Qualcosa di cui poi non abbiamo nemmeno più il coraggio di parlare.

Qualcosa su cui preferiamo fare finta di niente.

Il prezzo che paghiamo per questi crimini ci lascia inermi e soli davanti al nulla creato dalla nostra indifferenza.

Perché, quando la morte non vale nulla, anche la morte dei nostri cari, purtroppo, diventa nulla.

Un nulla che inghiottisce affetti e presenza, lasciandoci impotenti, svuotati e soli.

Soltanto quando onoreremo la vita e daremo valore all’esistenza di ogni essere, la morte smetterà di farci paura.

La nostra anima lo sa.

La sua sapienza aspetta, in un angolo dell’inconscio, di essere liberata dalle pastoie della rimozione.

Se Cristo fosse vissuto ai nostri giorni, sarebbe stato reso innocuo molto prima che predicasse e illuminasse il mondo con l’esempio della propria vita.

I farisei di oggi hanno armi più scaltre che duemila anni fa.

Mangiare la carne di qualcuno è un rito quotidiano, satanico e crudele.

Annienta l’amore per la vita e imbavaglia la nostra profonda verità, legittimando il cinismo, la crudeltà e la tortura, sotto la maschera ipocrita della necessità.

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