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Ott 12 2018

LA RELAZIONE TERAPEUTICA

Si chiama relazione terapeutica la comunione affettiva e professionale che coinvolge intimamente psicoterapeuta e paziente lungo un percorso di crescita personale.

Durante questo cammino, entrambi:

  • vivono un profondo coinvolgimento reciproco

  • si impegnano a perfezionare la conoscenza del mondo interiore

  • scoprono risorse nuove grazie al lavoro svolto insieme

La relazione terapeutica è un rapporto diverso da ogni altro e profondamente coinvolgente.

Tuttavia, è difficile raccontarlo perché tocca corde intime e soggettive.

La professionalità fa sì che in questa relazione i ruoli siano diversi:

  • lo psicoterapeuta sostiene la crescita del paziente utilizzando il colloquio e le domande

  • il paziente si apre all’ascolto di sé impegnandosi ad accogliere ciò che nel suo mondo interno ancora non conosce o non gli piace

In questa disparità di compiti sono contenuti i semi del cambiamento.

Per entrambi.

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Ma quali sono le caratteristiche di questa relazione?

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A differenza di altri rapporti affettivi la relazione terapeutica prevede una conclusione.

Ed è proprio questo punto di arrivo a sostenere l’impegno dei partecipanti.

Quando il lavoro è svolto con successo, infatti, paziente e psicoterapeuta sentono il bisogno di separarsi per verificare in autonomia le conquiste realizzate.

Tuttavia, come ogni altro rapporto profondo e significativo anche la relazione terapeutica lascia un segno importante nell’anima ed entrambi serberanno nel cuore il ricordo l’uno dell’altro.

Oltre alla disparità dei ruoli e alla sua indispensabile conclusione, perché una relazione possa definirsi terapeutica deve essere frutto di un percorso interiore svolto con impegno e maestria.

I punti salienti di questo lavoro possono riassumersi in tre passaggi fondamentali:

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  1. ASCOLTO partecipe e attento della vita emotiva e della sensibilità individuale

  2. SCOPERTA di nuove possibilità espressive

  3. CAMBIAMENTO progressivo e duraturo

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Vediamoli nel dettaglio:

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ASCOLTO

L’ascolto del mondo interiore presuppone una grande capacità empatica e una forte determinazione.

Non sempre è facile riconoscere i vissuti personali, soprattutto quando sono giudicati sconvenienti, disonorevoli o sgradevoli.

Occorrono coraggio e onestà per accogliere gli aspetti rifiutati di sé.

Spesso il razzismo si annida in fondo all’anima, impedendo alle parti immature della psiche di evolvere e regalarci risorse preziose.

SCOPERTA

Calarsi con sincerità nelle profondità di se stessi significa mettere ordine nel proprio passato, e questo porta con sé un diverso modo di leggere gli avvenimenti.

Le nostre conclusioni, infatti, prendono forma durante l’infanzia, in una fase della vita in cui il cervello non possiede ancora le risorse necessarie per una valutazione adeguata della realtà.

Tuttavia, una volta tirate le somme difficilmente torniamo a esaminarle e su quelle prime basi costruiamo la nostra personalità e le nostre valutazioni.

Riprendere in mano le chiavi del mondo interiore significa ripercorrere le tappe della vita con la maturità conquistata nel corso degli anni.

Questo cammino scioglie i nodi che imprigionano i pensieri, liberando l’energia intrappolata e permettendo di cogliere nuove opportunità nelle cose di sempre.

CAMBIAMENTO

Il cambiamento è la conseguenza dell’ascolto e della scoperta di un modo di essere più ampio e variegato.

È un passaggio di crescita che avviene per gradi e porta con sé nuove prospettive.

Ogni trasformazione interiore scaturisce dal progressivo riappropriarsi dei propri talenti e spesso conduce alla scoperta della missione che siamo venuti a svolgere in questa vita.

In una prima fase la razionalità non permette di accogliere il tumulto emotivo.

Tuttavia, quando la fiducia e il coraggio trovano il giusto posto accanto alla ragione, il cuore apre le proprie memorie rivelando i sentimenti più intimi.

La realizzazione personale è frutto di un lavoro capace di integrare il passato e il presente in una nuova comprensione dell’esistenza.

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L’ascolto di sé, la scoperta delle proprie risorse ancora inutilizzate e il cambiamento che ne consegue sono le chiavi che permettono di accedere a un diverso modo di porsi davanti agli avvenimenti e costituiscono l’obiettivo perseguito dallo psicoterapeuta e dal paziente nel corso di una relazione professionale ed efficace.

La valutazione del cambiamento determina la necessità dell’autonomia e la fine del lavoro svolto insieme.

Infatti, come tutti i rapporti che fanno crescere anche la relazione terapeutica alimenta il bisogno di indipendenza.

Uno psicoterapeuta può definirsi tale solo quando aiuta i suoi pazienti a muoversi autonomamente nella vita.

Questo non significa che in seguito non ci si debba più incontrare.

Può succedere di avere la necessità di un confronto e di percorrere insieme un ulteriore tratto di strada.

Ogni volta, però, la fine della relazione farà parte degli obiettivi da raggiungere.

Nessun rapporto può essere terapeutico se non prevede l’indipendenza.

La relazione terapeutica è un percorso di crescita volto a far emergere la libertà di ciascuno.

Carla Sale Musio

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MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

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Set 23 2018

MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

Difficile rispondere a questa domanda.

Una psicoterapia può durare un’ora o anche… per sempre!

Dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e dalla velocità con cui ci si apre ai cambiamenti.

In linea generale, possiamo dire che il percorso di crescita è proporzionale alla sofferenza che abbiamo attraversato.

Più a lungo abbiamo vissuto nel dolore e maggiore sarà il tempo necessario a sciogliere i nodi psicologici.

Questo non vuol dire che se per vent’anni ho convissuto con l’angoscia saranno necessari altri vent’anni per ritrovare il benessere e la voglia di vivere.

Tuttavia, per superare la tristezza e fare emergere la salute e l’entusiasmo  è indispensabile curare le ferite del passato.

E per farlo è necessario del tempo.

La psiche si abitua alle situazioni e tende a riproporle automaticamente.

Per operare un cambiamento nel mondo interiore bisogna imparare ad accogliere la sofferenza, scoprendo i doni che il dolore ci ha offerto e attraversando la paura che ogni trasformazione porta con sé.

Anche quando si tratta di trasformazioni positive.

Per evitare sprechi di energia, infatti, un meccanismo inconscio di autoregolazione tende a riproporre sempre lo stesso equilibrio, ricreando le condizioni che ci sono familiari.

È questa la ragione per cui tante vincite milionarie finiscono in investimenti sbagliati o perdite improvvise.

I cambiamenti sono fonte di stress… anche quando ci regalano una migliore qualità della vita.

Per fare in modo che i progressi siano duraturi è indispensabile procedere per gradi, abituando il mondo interiore alle nuove condizioni di esistenza.

Le vacanze, i viaggi, le storie d’amore improvvise e coinvolgenti, proprio come le vincite milionarie… sono tutte fonti di stress, anche se auspicabili e positive.

E ci regalano il benessere solo quando abbiamo il tempo di abituarci a vivere con pienezza le emozioni che conosciamo poco.

Quando si intraprende una psicoterapia è importante considerare il bisogno di stabilità insieme all’esigenza di uscire dalle situazioni difficili, muovendosi con maestria e alternando i momenti di riflessione alle azioni di cambiamento, in modo da creare equilibri nuovi senza traumi e senza forzature.

Ognuno segue un proprio cammino fatto di esperienze e di ascolto di sé, di ricordi e di conquiste.

Ognuno decide autonomamente a quale profondità vuole spingersi nella conoscenza interiore.

C’è chi ha bisogno di mettere subito in pratica le acquisizioni e corre nella vita senza sentire il bisogno di approfondire le nuove scoperte.

E c’è chi invece si immerge sempre più profondamente nel mondo intimo, dando forma a realtà ogni volta diverse.

Non esiste un limite e nemmeno una regola.

L’espressione individuale è unica: non si può standardizzare né omologare.

È importante sottolineare, però, che lo psicoterapeuta è sempre e solo un accompagnatore capace di aiutare chi ha davanti a fare emergere le proprie risorse di cambiamento.

Uno specialista competente utilizza le domande e il colloquio per stimolare la riflessione lasciando che ognuno decida per sé.

Solo così è possibile aprirsi a possibilità nuove e ancora inesplorate.

Una psicoterapia efficace utilizza il tempo necessario a sciogliere le rigidità interiori per aiutarci a sviluppare la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Carla Sale Musio

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CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

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Set 05 2018

CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

La psicoterapia non è una cura di tipo medico ma un percorso di crescita personale volto a far emergere risorse nuove e a illuminare di significato gli eventi della vita.

Crediamo che la realtà esista a prescindere dalla nostra partecipazione.

Tuttavia, questa visione ignora il potere della psiche.

L’esistenza non è uno scorrere imprevedibile di avvenimenti casuali, è piuttosto la conseguenza del nostro modo di essere e di interpretare quello che succede.

Ogni cosa si muove in risonanza con ciò che profondamente sentiamo vero.

Ma è difficile comprendere questo concetto in un mondo che deride la sensibilità e fa spallucce davanti alle emozioni.

Siamo convinti che le cose importanti siano poste al di fuori di noi.

E sosteniamo una visione dell’esistenza funzionale all’economia e al bisogno di creare un popolo di consumatori omologati e ubbidienti (indispensabili per fare crescere i profitti delle multinazionali).

Eppure…

Nel mondo intimo di ciascuno si nascondono le leve che danno forma alla realtà.

Lavorare sulla propria interiorità significa comprendere che la vita è sempre la conseguenza del modo in cui trattiamo noi stessi.

Consciamente o inconsciamente.

Le paure, le ansie, l’arroganza, il dolore… modellano la comprensione degli eventi e, come tante calamite, attirano le situazioni corrispondenti ai movimenti emotivi.

Immergersi nei propri vissuti è indispensabile per realizzare una democrazia interiore capace di restituire dignità e valore a ogni aspetto della psiche.

Non tutti possono fare una psicoterapia.

La crescita emotiva presuppone: coraggio, autonomia, umiltà, rispetto, dedizione, pazienza, sincerità e libertà.

Valori poco comuni di questi tempi.

Uno smisurato egoismo insieme ad un eccessivo altruismo imperversano nella personalità, modellando il mondo delle ingiustizie del quale ci lamentiamo.

Per cambiare la società è necessario trasformare le prevaricazioni che alimentano la sofferenza interiore.

Fino a dare forma a una cultura basata sul rispetto di ogni vita.

La psicoterapia segue strade diverse dalla medicina, è un cammino di crescita personale in cui non trovano posto deresponsabilizzazione e pastigliette miracolose.

Ognuno deve assumersi il peso e il valore del proprio cambiamento.

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“Ma allora a che serve lo psicoterapeuta?!”

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Lo psicoterapeuta:

  • aiuta le persone a liberare nuove risorse e a rivelare la missione che sono venute a svolgere nel mondo

  • non è un guru e non è un saggio

  • è un professionista che affronta costantemente il proprio percorso di crescita, sedendosi spesso dall’altra parte della scrivania e chiedendo aiuto a un altro collega

La funzione di uno psicoterapeuta è quella di stimolare la riflessione e la conoscenza di sé.

I suoi strumenti sono: l’ascolto, il dialogo e le domande.

In un mondo basato sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, la condivisione e il sostegno reciproco dovrebbero costituire le basi della vita sociale, le psicopatologie non dovrebbero esistere e gli psicoterapeuti potrebbero fare un altro mestiere. 

Nel nostro mondo, invece, una pericolosa sordità emotiva crea innumerevoli malattie, occultando le chiavi del benessere e della realizzazione personale.

Lo psicoterapeuta è una persona che ha scelto di dedicare la propria vita a cambiare.

Non perché il mondo là fuori sia sbagliato ma perché ognuno ha il PROPRIO universo e per stare bene è necessario cavalcare il cambiamento di momento in momento, armonizzando le polarità dentro di sé.

Ogni psicoterapeuta è il primo paziente di se stesso (e le sue armi sono il rispetto, l’umiltà e la capacità di chiedere aiuto).

Gli studi, le competenze, i titoli e le ricerche sono soltanto il corollario dell’abilità di ascoltare (prima se stessi e poi gli altri).

Per fare una psicoterapia occorre avere il coraggio di incontrare i mostri interiori e imparare a gestire il benessere che deriva dalla realizzazione di una nuova visione della realtà.

Non tutti sono adatti a vivere questa esperienza.

Chi spera di cambiare senza cambiare niente, delegando ad altri le responsabilità della propria vita, non è idoneo ad affrontare una psicoterapia.

In un mondo sano l’aiuto reciproco è un valore imprescindibile.

Va dato con amore e chiesto senza deleghe.

Carla Sale Musio

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PSICOTERAPIA: paure, risorse, cambiamento

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Ago 17 2018

PSICOTERAPIA: paure, risorse, cambiamento

“Ok. Basta. Non ce la faccio più. Adesso chiedo aiuto a uno specialista!”

Sono più o meno queste le parole che accompagnano la decisione di rivolgersi a uno psicologo.

Prendere il telefono, comporre il numero e farsi dare un appuntamento è spesso una scelta irta di difficoltà.

Le emozioni si accavallano:

  • un senso di liberazione alimenta la speranza di poter finalmente delegare la soluzione dei propri problemi

  • la paura di non saper bastare a se stessi scatena vissuti di fallimento

  • il desiderio di scoprire risorse nuove convive con l’angoscia di prendere l’ennesimo granchio e sprofondare ancora di più nella sofferenza

Interpellare uno specialista della psiche è sempre un passo difficile: sia per chi non ha mai fatto una psicoterapia, sia per chi invece ha già vissuto questa esperienza.

Chiedere aiuto a uno psicologo è una valutazione personale cui si giunge dopo aver provato a risolvere da soli le difficoltà che costellano la vita.

Ed è giusto che sia così.

È importante scegliere il momento per intraprendere un lavoro su se stessi.

La psicoterapia non è un trattamento in cui il paziente deve seguire passivamente le direttive dello specialista.

Lo psicologo non è un medico, non cura le malattie, non pensa che le persone debbano guarire e non prescrive medicine.

Tutte queste cose competono agli psichiatri, cioè ai medici che si occupano delle patologie mentali.

Gli psicologi lavorano sulla salute e sul benessere, non sono medici e seguono un percorso di formazione completamente diverso da quello degli psichiatri.

I medici e gli psichiatri per diventare idonei all’esercizio della psicoterapia devono prendere un’ulteriore specializzazione (identica a quella degli psicologi ma non prevista nei programmi della facoltà di medicina) perché gli studi svolti in precedenza non sono sufficienti.

La psicoterapia non è una cura medica ma un percorso di cambiamento dove il paziente è parte attiva del processo mentre il terapeuta promuove la riflessione grazie all’ausilio delle domande.

Non dei farmaci.

Per fare lo psicoterapeuta bisogna aver fatto esperienza di una o più psicoterapie, cioè aver seguito un percorso di cambiamento sperimentando sulla propria pelle cosa si prova a risolvere le difficoltà grazie all’aiuto di uno specialista della psiche.

E questa è una delle ragioni per cui il lavoro dello psicologo è molto diverso da quello del medico e da quello dello psichiatra.

Nelle professioni mediche non è necessario aver sperimentato personalmente le cure da proporre ai pazienti: uno psichiatra non deve aver preso degli psicofarmaci per poterli somministrare, un dentista non deve essersi fatto curare i denti, né un cardiologo deve aver sofferto di cuore.

Uno psicoterapeuta, invece, per poter essere efficace deve essere stato seduto anche dall’altra parte della scrivania, mettendosi in gioco personalmente.

La medicina e la psicologia sono scienze diverse, erroneamente confuse tra loro.

Per questo, parlando di psicoterapia, è indispensabile evidenziare le diversità e sfatare i pregiudizi che gravano sulla scelta di chiedere un aiuto psicologico.

La paura di cominciare un percorso di crescita personale può essere la conseguenza di una conoscenza impropria delle competenze necessarie a diventare specialisti della psiche e delle tipologie dei pazienti cui psichiatri e psicoterapeuti si rivolgono.

Chi soffre di una patologia psichica (di competenza degli psichiatri) spesso non è capace di chiedere aiuto in prima persona.

La malattia mentale, infatti, altera la percezione della realtà e questo rende difficile riconoscerla a chi ne è portatore.

Chiedere una psicoterapia significa mettersi in gioco in prima persona.

Occorrono:

  • una buona capacità introspettiva

  • la curiosità di scoprire parti nuove di sé

  • la poliedricità indispensabile a far emergere soluzioni inesplorate

  • il coraggio di affrontare i cambiamenti

  • l’umiltà di riconoscere le proprie rigidità

  • e una grande passione per la vita

Non tutti possiedono i requisiti necessari.

La psicoterapia è un cammino per pochi indomiti spiriti liberi, pronti a sfidare le abitudini per amore della propria verità.

Chi si avvicina a questo percorso, che sia psicoterapeuta o paziente, deve avere un animo avventuroso e pronto ad accogliere anche le parti di sé meno presentabili e poco conformi alle convenienze sociali.

Il benessere interiore è la conseguenza di una profonda accettazione.

Lo psicoterapeuta più efficace è quello che sa affiancare ai titoli accademici il lavoro personale e la scoperta (in continua evoluzione) della propria interiorità.

La conoscenza dell’animo umano si distillata grazie all’esperienza con aspetti sempre diversi di sé.

Chiedere una psicoterapia significa aprirsi a un’esplorazione intima e variegata, fatta di ricordi e di possibilità nuove.

Un mondo in cui il giudizio è bandito perché tutto, ma proprio tutto, è accolto nella sua unicità.

Ci sono cose indicibili che attendono da sempre il momento per regalarci i loro doni.

Sono gemme anticonvenzionali e indispensabili per dar forma alla missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Quella di essere noi stessi e di aprirci alla profondità che caratterizza ogni creatura vivente.

Carla Sale Musio

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CHE COS’È LA PSICOTERAPIA

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Ago 03 2018

CHE COS’È LA PSICOTERAPIA

Si parla tanto di psicoterapia ma poche persone conoscono davvero il senso di questa parola.

Secondo il dizionario la psicoterapia è:

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Una cura psicologica volta a rafforzare l’efficienza funzionale della personalità e basata sulle interazioni tra il terapeuta e il paziente.

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Secondo il buon senso comune la psicoterapia è:

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Un rimedio per chi ha qualche rotella fuori posto.

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L’incomprensione che aleggia intorno al significato della parola psicoterapia crea molta diffidenza e suscita paure diverse davanti al desiderio di rivolgersi a uno specialista della psiche.

Per quanto mi riguarda, da oltre trent’anni la psicoterapia è la mia occupazione principale e sento la responsabilità di sfatare i pregiudizi che annebbiano la comprensione in merito al lavoro psicologico e alla conoscenza interiore.

Secondo me la psicoterapia è:

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Un percorso di conoscenza di sé che si avvale del sostegno di uno specialista capace di far emergere le risorse sane della psiche durante uno o più colloqui amichevoli, intimi e piacevoli.

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Fare psicoterapia significa approfondire il proprio dialogo interiore per lasciare emergere possibilità nuove nella vita di tutti i giorni.

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Nel gergo della medicina chi segue un cammino di questo tipo viene chiamato: paziente o psicoterapeuta, a seconda della posizione che occupa rispetto alla scrivania.

Lo psicoterapeuta siede dietro alla scrivania mentre il paziente occupa un posto davanti.

Entrambi sono:

  • spinti dalla voglia di scoprire il mondo interiore

  • curiosi di conoscere l’anima delle cose e delle persone

  • incapaci di fermarsi alle apparenze

  • desiderosi di trovare in se stessi le risposte necessarie a migliorarne la qualità della vita e a far luce sul significato dell’esistenza

Dietro alla scelta di fare lo psicoterapeuta e dietro ogni richiesta di aiuto emerge sempre la domanda:

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“Perché si vive?”

.

Seguita a ruota dal suo inevitabile corollario:

m

“Perché si muore?”

.

Naturalmente né lo psicoterapeuta né il paziente possiedono la risposta definitiva a queste domande.

E di sicuro chi si rivolge a uno psicologo non desidera che quest’ultimo gli racconti la propria visione della vita o elargisca dei buoni consigli.

Quello che tutti quanti vogliamo quando ci sediamo davanti alla scrivania di uno psicoterapeuta è qualcuno che sappia aiutarci a tirare fuori la nostra verità, quel quid intimo e personale che ci rende unici e speciali.

Ognuno di noi, infatti, vive (e muore) per dare forma alla propria unicità e per esprimere le qualità profonde che ci rendono diversi da chiunque altro.

Un bravo psicoterapeuta non si vergogna di andare a sua volta da uno psicoterapeuta, ma anzi!

Proprio perché ha scelto di confrontarsi tutti i giorni con il mondo intimo delle persone ha bisogno di essere aiutato a comprendere i propri vissuti interiori, sollecitati quotidianamente dal coinvolgimento nel lavoro con i pazienti oltreché dagli eventi della vita.

Fare psicoterapia significa mettersi costantemente in gioco evidenziando gli atteggiamenti che inibiscono l’espressione di sé e affiancando nuovi modi di esprimersi alle abitudini comportamentali costruite nel tempo.

E questo vale sia per il terapeuta che per il paziente.

A prima vista può sembrare che non ci sia molta differenza fra i due ruoli: paziente e terapeuta parlano insieme impegnandosi a sostenere il cambiamento interiore e a migliorare la qualità della propria vita.

Un occhio più attento, però, si rende conto che mentre il paziente descrive le proprie difficoltà il terapeuta (che pure nota ciò che si agita nel proprio inconscio) sta bene attento a non parlare di sé e si concentra sul modo in cui far emergere i cambiamenti positivi nella vita di chi ha davanti.

Questo perché un terapeuta preparato e capace:

  • non si sostituisce al paziente nelle decisioni che quest’ultimo deve prendere

  • non vuole diventare un guru

  • non racconta le proprie esperienze come se fossero un modello da imitare

  • non pensa di essere il depositario di una indiscutibile saggezza

Un bravo terapeuta sa che, per la legge della risonanza, il simile attira il simile e ogni paziente indica un aspetto che egli stesso ha bisogno di analizzare e curare.

Così, mentre il paziente racconta i propri vissuti, il terapeuta mette in evidenza le risorse che possono essere utili a superare le difficoltà, formulando le domande necessarie a fare emergere comprensioni nuove (e non indicando quale strada seguire).

Essere un bravo terapeuta significa essere anche un paziente e accogliere in se stessi l’insegnamento che ogni richiesta di aiuto porta con sé.

La psicoterapia è un’occasione per sperimentare il valore di una relazione che lascia liberi e accende una profonda creatività interiore.

Carla Sale Musio

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COME VALUTARE UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA

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Feb 15 2018

COME VALUTARE UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA

Per permettere ai non addetti ai lavori di avventurarsi con fiducia in quel percorso di conoscenza intima e profonda che chiamiamo psicoterapia, è necessario sfatare i miti e i pregiudizi che aleggiano intorno al lavoro clinico.

Ecco quindi una guida rapida per bypassare i luoghi comuni e valutare la qualità di un percorso psicologico:

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1

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La psicoterapia non ha una durata predefinita

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Può durare un’ora o una vita intera e questo non dipende dalla gravità dei problemi di chi chiede aiuto, ma dalla volontà di approfondire la conoscenza di se stessi.

La scoperta del proprio mondo interiore non ha mai fine.

Non significa che sia necessario trascorrere l’esistenza in psicoterapia, ma che si può ricorrere all’aiuto di uno specialista tutte le volte che si vuole, proprio come si fanno periodicamente dei controlli per verificare lo stato di salute o si scatta una fotografia per inquadrare un paesaggio e osservarlo da una prospettiva diversa.

Le ragioni che spingono a rivolgersi a uno psicologo sono tante e non dipendono necessariamente dall’avere un problema.

Più spesso fanno capo all’esigenza di agire dei cambiamenti nella quotidianità, al desiderio di approfondire la conoscenza di sé e al bisogno di realizzare le proprie potenzialità.

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2

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Lo psicologo non è un medico né uno psichiatra

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Perciò non si occupa di gravi patologie della psiche ma lavora sulle risorse sane al fine di ampliare le possibilità espressive, la fiducia in se stessi, la realizzazione personale e il significato profondo delle proprie scelte.

Di conseguenza chi chiede il suo aiuto non è affetto da gravi turbe mentali, ma sta semplicemente cercando di potenziare le proprie possibilità per vivere la vita con maggiore soddisfazione.

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3

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Lo psicologo non può essere un amico

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Per svolgere il lavoro clinico con successo è indispensabile: condividere i vissuti di chi chiede aiuto, saper scorgere le risorse di cambiamento nascoste dietro le difficoltà e formulare le domande adatte all’emergere di soluzioni nuove.

Un coinvolgimento eccessivo non permette al terapeuta di equilibrare l’affettività con la competenza professionale e conduce al fallimento della psicoterapia.

Per questo non è possibile rivolgere una richiesta di psicoterapia agli amici che di mestiere fanno gli psicologi.

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4

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Un amico non può essere il tuo psicologo

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Gli amici sono risorse preziosissime soprattutto nei momenti di difficoltà, ma confondere l’aiuto di un amico con un aiuto professionale è un grave errore.

Le persone che ci sono vicine e che ci vogliono bene sono mosse da un coinvolgimento affettivo che non ha nulla a che vedere con quello professionale.

Il supporto degli amici tocca contenuti diversi da quelli affrontati durante la psicoterapia, avviene con modalità diverse e coinvolge risorse diverse.

Nei momenti difficili gli amici non devono mancare.

Tuttavia, chiedere il sostegno di un professionista è un’operazione che deve essere valutata intimamente perché fa risuonare corde emotive profonde e produce risultati profondi.

.

5

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Uno psicologo non dà consigli, ma sa fare le domande

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Un professionista serio e preparato non dà consigli.

Il suo lavoro mira a fare in modo che la persona che chiede aiuto trovi autonomamente le soluzioni e sviluppi le potenzialità indispensabili a superare i momenti difficili.

Per ottenere questo risultato lo psicologo deve formulare domande intelligenti, cioè in grado di attivare cambiamenti efficaci e duraturi e di stimolare la riflessione e l’emergere delle risorse che ancora sono nascoste nell’inconscio.

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6

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Uno psicologo dice qualcosa che sapevi già, ma che non stavi ascoltando

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L’abilità terapeutica è racchiusa nella capacità di evidenziare i nessi che imprigionano le persone dentro automatismi comportamentali dolorosi e improduttivi.

Sciogliere le trappole psicologiche significa liberare una grande energia e ritrovare il piacere e il desiderio di vivere.

Questo traguardo è il risultato di un diverso ascolto di sé e non dipende dai consigli o dalle speculazioni teoretiche.

Ecco perché uno psicologo bravo non ti dirà qualcosa di nuovo ma ti aiuterà ad ascoltarti in modi più adeguati. 

.

7

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Piangere, ridere, emozionarsi, fa parte del gioco

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Più uno psicologo è esperto più riuscirà a farti entrare in contatto con le tue emozioni.

Nel corso delle sedute ti capiterà di piangere, di ridere, di commuoverti… e di sperimentare tutte quelle sensazioni che, davanti alle difficoltà della vita, hai preferito nascondere nell’inconscio intrappolando la tua voglia di vivere dentro una pericolosa camicia di forza.  

Una psicoterapia in cui non ci si emoziona non produce cambiamenti efficaci e rischia di trasformarsi in una sterile dissertazione.

Questo non significa che la psicoterapia scateni un pericoloso caos emotivo, al contrario!

Liberare i vissuti rimossi genera un piacevole stato di equilibrio e di benessere.

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8

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Al termine della seduta devi sentirti bene

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Quando si raccontano le proprie difficoltà è inevitabile rivivere la sofferenza, ma non per questo le sedute devono essere un lungo e doloroso calvario.

Una seduta è efficace quando la persona può portarsi a casa almeno un progetto di cambiamento.

Vuol dire: uscire dal colloquio con una sensazione di leggerezza.

Non perché magicamente tutto si risolva in un incontro, ma perché si delinea un percorso di trasformazione e diventa possibile ipotizzare e realizzare un miglioramento.   

.

9

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Nel corso del tempo ci devono essere dei miglioramenti

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Non tutte le sedute sono uguali e non sempre ci si sente bene andando via.

Ma di sicuro le sedute in cui ci si sente meglio devono essere maggiori delle sedute difficili.

Se questo bilancio va in pari o, peggio, va in perdita (cioè le sedute negative sono pari o superano quelle positive) qualcosa nel lavoro clinico non sta funzionando.

Perché il percorso terapeutico sia efficace ci devono essere dei piccoli progressi che, nel corso del tempo, delineano un cambiamento.

È utile ogni tanto guardarsi indietro e confrontare i vissuti del passato con quelli del presente.

Diffidate delle psicoterapie in cui non ci sono sviluppi positivi.

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10

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Puoi valutare i miglioramenti osservando i cambiamenti nella tua vita interiore e esteriore

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L’efficacia di una psicoterapia si delinea nel percorso di trasformazione di chi la vive.

Se una terapia funziona, la vita deve progressivamente mutare in meglio.

I cambiamenti naturali sono impercettibili ma riconoscibili confrontando il prima e il dopo.

Se nel lungo periodo non si evidenziano dei cambiamenti, il lavoro psicologico non sta dando risultati.

* * *

Qualsiasi sia la ragione che ci ha condotto a interpellare uno specialista della psiche, è importante valutare se il cammino percorso insieme sia efficace oppure no.

E questo può avvenire già dalla prima seduta.

Nella prima seduta infatti succedono molte cose che predispongono alla riuscita degli obiettivi desiderati o che invece ne impediscono il successo.

È importante che tra terapeuta e paziente si crei un feeling (indispensabile a sostenere la fiducia e la stima reciproca).

Occorre ricordarsi che siamo esseri umani e che perciò, al di là dei titoli e dell’esperienza, deve esistere una sintonia, senza la quale nessuna psicoterapia potrà mai funzionare.

E infine non si deve mai perdere di vista che lo psicologo non è un guru, un saggio, un illuminato o un maestro, ma soltanto uno strumento al servizio di chi chiede aiuto.  

Perciò non possiede verità assolute e non ha il monopolio delle persone che segue.

È un tecnico che può essere interpellato quando se ne sente la necessità e può essere affiancato da altri tecnici con approcci differenti.

Ogni persona possiede le chiavi della propria vita e la responsabilità del proprio benessere.

Seguire un percorso psicologico è soltanto un’occasione in più di conoscenza e di cambiamento.

Carla Sale Musio

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COME SCEGLIERE UNO PSICOLOGO

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Nov 13 2017

COME SCEGLIERE UNO PSICOLOGO

La decisione di contattare uno psicologo è sempre un momento difficile che arriva dopo innumerevoli tentativi di risolvere da soli i problemi e si accompagna alla sensazione di non avere altra scelta.

Mettere la propria vita in mano a una persona sconosciuta non è semplice, presuppone il coraggio di raccontare il disagio interiore e richiede fiducia nelle competenze di chi ascolta.

Il legame che unisce lo specialista e chi gli chiede aiuto avviene tra persone impegnate a risolvere lo stesso problema e coinvolge profondamente la sfera affettiva.

Una relazione terapeutica non riguarda esclusivamente il rapporto professionale: è un modo di condividersi e stare insieme diverso da qualunque altro.

E questo vale sia per il professionista sia per il cliente, anche se i ruoli e le modalità interattive sono diverse.

Gli argomenti che raccontiamo nel segreto della psicoterapia, infatti, non sono quelli di cui parliamo con gli amici, i parenti, il medico, il sacerdote o il nostro partner.

Le idee prendono forma nel corso dei colloqui e producono una profonda trasformazione interiore.

È difficile spiegare quello che succede durante un percorso di crescita personale.

A uno sguardo superficiale i colloqui clinici potrebbero apparire delle chiacchierate informali, spesso prive di un filo logico e consequenziale.

Tuttavia lo scambio tra il terapeuta e il paziente è un dialogo intimo, fatto di associazioni, di ricordi, di sensazioni impercettibili e di vissuti che si muovono fuori dal tempo, in una dimensione sincronica e inconscia.

Durante le sedute si utilizza prevalentemente l’emisfero destro del cervello, quello della creatività e delle emozioni.

La logica, che appartiene all’emisfero sinistro, agisce dietro le quinte indirizzando le domande del terapeuta in modo da suscitare risposte spontanee, immediate e libere da censure.

Un bravo psicologo deve saper ascoltare e deve saper individuare le risorse necessarie all’emergere dei cambiamenti.

In questa professione la preparazione, l’aggiornamento, la ricerca e lo studio sono importantissimi.

Ma ciò che è davvero IMPRESCINDIBILE è la capacità di mettersi in gioco lasciando emergere dentro di sé le stesse problematiche di chi chiede aiuto.

Naturalmente l’esplorazione personale deve avvenire senza coinvolgere l’altro nei propri vissuti, esaminando in se stessi le medesime difficoltà sia durante il lavoro clinico sia nella solitudine.

E questa è la parte più difficile, la caratteristica che fa di uno psicologo: uno strumento efficace al servizio del paziente.

Nessuno può curare ciò che non è disposto ad accogliere dentro di sé.

Questo non vuol dire che un terapeuta debba fare le medesime esperienze di chi gli chiede aiuto.

Ciò che occorre è la capacità di sedersi dall’altra parte della scrivania, sperimentando sulla propria pelle cosa si prova quando ci si rivolge a uno specialista della psiche.

Uno psicologo che non va dallo psicologo non è un bravo psicologo.

Perché nessuno può aiutare un altro a risolvere i propri problemi se non possiede l’umiltà necessaria per chiedere aiuto a sua volta.

Nelle professioni sociali questa è una delle risorse più importanti e meno facili da individuare.

Nel curriculum professionale si riportano i titoli di studio, le specializzazioni e le esperienze lavorative ma non è necessario rispondere alla domanda:

“Quali percorsi di crescita personale hai fatto e quali stai seguendo attualmente?”

Eppure questa informazione è cruciale per comprendere lo spessore emotivo della persona a cui abbiamo deciso di affidare la nostra intimità e la nostra sofferenza interiore.

Per scegliere uno psicologo che sia veramente BRAVO è necessario conoscere il suo orientamento professionale e le sue competenze lavorative ma è INDISPENSABILE sapere quali siano stati i suoi terapeuti e da quanto tempo è (o non è) in terapia.

(Se non si è sottoposto a un trattamento personale per un periodo più lungo di due anni… probabilmente conviene diffidare!)

Per svolgere bene questo mestiere, infatti, è necessario affrontare periodicamente un training personale con un collega preparato e altrettanto capace di mettersi in discussione.

Non è possibile trascorrere le giornate ad ascoltare i problemi degli altri senza esserne coinvolti e senza individuarne le risonanze nel proprio mondo interiore.

Un bravo psicologo non si vergogna di essere seguito in psicoterapia: sa che i pazienti sono i più grandi maestri perché in questa professione (come nella vita) ogni persona incarna una verità che implora di essere riconosciuta e accettata.

Dapprima dentro di sé.

E poi negli altri.

Carla Sale Musio

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Mag 15 2017

“Ok… ma, ora che lo so, cosa devo fare?!” (Dubbi e dilemmi sulla psicoterapia)

Durante il lavoro clinico mi capita spesso di sentirmi rivolgere questa domanda da chi è ansioso di risolvere al più presto il proprio malessere.

Seguendo un’impostazione medica, ci si aspetta che la ricerca delle cause della sofferenza psicologica sia la premessa per individuare una cura che condurrà alla guarigione.

L’idea che il corpo funzioni come una macchina, permea le nostre credenze fino a convincerci che qualsiasi guasto possa essere aggiustato da un bravo meccanico.

Della mente come delle auto.

Nell’immaginario collettivo è difficile accettare che la psiche sia qualcosa di diverso da un congegno dove i pezzi danneggiati vanno riparati per ripristinarne il corretto funzionamento.

Dal punto di vista psicologico, però, la coscienza è molto di più che uno strumento necessario per muoversi nel mondo.

La consapevolezza di sé fa parte di un percorso interiore che si snoda lungo l’arco di tutte le esperienze, fino a disegnare quel significato intimo e profondo che rende unica ogni esistenza.

La conoscenza della realtà emotiva è indispensabile per comprendere la sofferenza psicologica.

Ciò che provoca dolore, infatti, è proprio la mancanza di attenzione per i vissuti profondi (nostri o degli altri).

La vita intima è composta da innumerevoli aspetti, spesso in conflitto tra loro.

L’ascolto delle esigenze di ogni singola parte di noi stessi costituisce la chiave che permette di ritrovare l’armonia nel mondo interno e in quello esterno.

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Ma cosa significa: ascoltare le esigenze interiori?

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Come si fa ad ascoltare qualcosa che non si può localizzare, toccare, misurare, pesare, guardare?

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Dare una risposta a queste domande è impossibile.

Per rispondere è necessario cambiare codice e riformulare la domanda.

I sensi fisici, infatti, non possono cogliere gli stati d’animo.

Il mondo della psiche non è materiale, è qualcosa che… si sente dentro.

Proprio come non si può pesare l’acqua con un metro o misurare una stanza con una bilancia, non è possibile valutare le percezioni interiori usando i parametri della fisicità.

La sensibilità è fatta di sensazioni.

E le sensazioni devono essere sentite intimamente.

Come l’amore.

Non è possibile misurare l’affetto, la tristezza, la gioia, la malinconia, la nostalgia, la commozione.

I sentimenti vanno vissuti, perché solo sperimentandoli sulla propria pelle diventa possibile riconoscerne la qualità e l’intensità.

La mente razionale si sforza di classificare le emozioni, di nominarle, di condividerle e di padroneggiarle.

Questo lavoro è utile e ci permette di gestire, almeno un poco, il caos che talvolta caratterizza gli stati d’animo.

Tuttavia, quando andiamo a recuperare i ricordi e le sensazioni che hanno dato origine ai sintomi psicologici, dobbiamo immergerci di nuovo in quel caos e lasciarci trascinare dalle correnti interiori perché, solo così, diventa possibile sbrogliare i nodi che imprigionano il presente nel passato e che impediscono alle nostre potenzialità di esprimersi in tutta la loro interezza.

Durante le sedute di psicoterapia spesso percorriamo a ritroso la strada della vita e, dai disagi del presente, scivoliamo nel passato, alla ricerca delle trame che bloccano la naturale espressività individuale.

L’ascolto delle percezioni, presenti e passate, permette di riordinare le emozioni e di archiviare nell’album dei ricordi le esperienze spiacevoli, liberando la quotidianità dalle zavorre traumatiche che oggi non le appartengono più.

Quando il viaggio nel mondo interiore si svolge con partecipazione e coinvolgimento, la sfera affettiva affiora alla coscienza e il dolore di un tempo torna a galla.

In questo modo può essere riconosciuto, accolto e archiviato.

Come una pietra preziosa.

“Il loto cresce nel fango” ci ricorda una famosa metafora buddista.

Il dolore si trasforma in una chiave che aiuta a crescere e a sviluppare comprensione, profondità, attenzione, equilibrio e sapienza.

Questo lavoro (emotivo e poco razionale) è il cuore di una terapia efficace, il sentiero che favorisce il cambiamento e conduce a un miglioramento della qualità della vita.

Quando invece la mente logica interferisce eccessivamente per analizzare e sezionare ogni esperienza, i ricordi sono privi di emozione e questo trasforma il percorso clinico in un disquisire esclusivamente cerebrale.

In questi casi (poiché la ragione non è strutturata per comprendere i parameri del cuore) il cambiamento non può avvenire, i sintomi psicologici non regrediscono e la qualità della vita non migliora.

Si tratta di terapie prive di risultati, in cui, purtroppo, la descrizione dei fatti e il controllo razionale sostituiscono l’ascolto emotivo a discapito di un reale cambiamento.

Ciò che dà origine alla guarigione, infatti, è proprio la possibilità di rivivere nel presente i sentimenti di un tempo, riconoscendone l’origine e l’intensità.

Da questo processo prende il via una trasformazione spontanea e destinata a durare nel tempo.

L’ascolto intimo e partecipe è l’essenza di un lavoro introspettivo efficace.

Non c’è qualcosa da fare.

C’è qualcosa da sentire.

Si tratta di un percorso che è difficile condividere o spiegare, perché tradurre in parole le emozioni è riduttivo.

Il cuore ci parla con un linguaggio poco scientifico e poco ripetibile.

Ognuno di noi è unico, speciale e diverso da chiunque altro.

Per questo, il mondo interiore non è riconducibile a una mappa o a una ricetta prestabilite.

Durante i colloqui clinici, il terapeuta e la persona che chiede aiuto devono avventurarsi insieme nelle profondità dell’inconscio, fino a trovare i tanti sé che popolano la vita psichica, e assegnare a ciascuno il proprio spazio e il proprio posto nella consapevolezza.

Osservare dal centro di se stessi questo ottovolante interiore, permette all’io cosciente di utilizzare tutte le risorse a sua disposizione, sostenendo la tensione degli opposti senza essere trascinato a identificarsi con l’uno o con l’altro aspetto della propria cangiante poliedricità.

È un lavoro in continua evoluzione, un percorso che non finisce mai e che ci accompagna a scoprire il significato nascosto dietro ogni cosa, piccola o grande.

In questa costante scoperta di sé si svela la creatività che intreccia il nostro destino, e prende forma una profonda autenticità.

Il riconoscimento della propria vita interiore rende capaci di affrontare anche le situazioni difficili con un entusiasmo che scaturisce dalla totalità delle nostre risorse e che permette di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

Carla Sale Musio

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PAZIENTI O MAESTRI?

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Giu 16 2014

PAZIENTI O MAESTRI?

Prendere un appuntamento con lo psicologo è sempre un momento temuto e difficile.

L’orgoglio ci spinge a trovare da soli le soluzioni ai problemi che ci tormentano, mentre l’idea di chiedere aiuto a uno sconosciuto (anche se laureato e specializzato) ci fa sentire incapaci e falliti.

Così tendiamo a rimandare il momento fatidico della telefonata e, quando (dopo innumerevoli tentativi di soluzione andati a vuoto) siamo costretti ad arrenderci e a comporre il numero del terapeuta, l’autostima è a brandelli e un senso d’impotenza permea rovinosamente l’identità.

E’ con questo stato d’animo che tante persone approdano per la prima volta nello studio dello psicologo.

Camminando a testa bassa e sentendosi così inadeguate… da essere costrette a delegare a un altro la gestione della propria vita!

Ma la scelta di mettersi in discussione affrontando un percorso di cambiamento, agli occhi di chi passa le giornate a esplorare l’animo umano, appare  completamente diversa.

Ci vogliono forza e determinazione per abbandonare le proprie difese fronteggiando la paura del giudizio e del rifiuto, e rivelando la propria anima senza censure.

Raccontare con onestà la verità su di sé, evitando di nascondere i punti deboli per sembrare migliori, presuppone una grande capacità di mettersi in gioco.

Affrontare le proprie parti immature e il cambiamento necessario a trasformarle, è un’impresa difficile e coraggiosa, che non tutti sono in grado di portare avanti, lungo quel viaggio dentro se stessi chiamato: psicoterapia.

Questo coraggio e questa capacità hanno un valore inestimabile.

Soprattutto agli occhi di uno psicologo.

Chi fa il nostro mestiere, infatti, DEVE periodicamente sostenere l’esperienza personale della psicoterapia, sperimentando sulla propria pelle, seduto dall’altra parte della scrivania, il disagio e l’incertezza nel rivelarsi davanti a un altro essere umano.

Questo continuo confrontarsi e affrontare le proprie parti deboli e ombrose, insegna ai terapeuti a prendere contatto con le profondità del mondo interiore ed è un presupposto indispensabile per lavorare con la psiche.

Propria e degli altri.

Uno psicologo deve apprendere sul campo a non giudicarsi (e, di conseguenza, a non giudicare) e sperimentare personalmente cosa si prova nel mettere a nudo la propria vulnerabilità.

Senza orpelli e senza veli.

Imparando ad accettare e a trasformare le parti immature di sé, si diventa capaci di accogliere la diversità (dapprima in se stessi e poi negli altri) e si sviluppano le risorse necessarie a valorizzare i talenti e la creatività.

Per questo, ogni paziente che varca la soglia dello studio di psicoterapia, è sempre un guerriero, capace di sfidare i nemici interni e di affrontare il caos e la paura che accompagnano il cambiamento.

L’autenticità di chi si immerge con coraggio nella propria ricerca interiore, insegna al terapeuta che assiste e supporta il processo, l’onestà e il valore di essere se stessi.

Ogni individuo è diverso, unico e speciale.

E ogni paziente offre a chi lo segue un’occasione di apprendere e di migliorarsi.

Uno psicologo nutre sempre una profonda gratitudine per tutti coloro che gli hanno permesso di assistere al proprio percorso di cambiamento.

Ognuno, infatti, ci indica una strada verso l’evoluzione interiore, regalandoci l’opportunità di diventare migliori mentre combattiamo insieme le stesse battaglie.

Chi di mestiere ha scelto di fare lo psicoterapeuta, deve costantemente lavorare su se stesso e coltivare la propria crescita emotiva fino a comprendere che ogni persona è un Maestro, venuto a indicare una via di trasformazione e a illuminare un aspetto diverso della nostra anima.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2012

MA E’ GIUSTO PORTARE I BAMBINI DALLO PSICOLOGO?

Bambini afflitti da problematiche psicologiche, ancora in via di sviluppo e già dallo psicologo!

Che brutta visione…

Purtroppo, una concezione molto all’antica considera gli psicologi alla stregua degli psichiatri e cioè, nell’immaginario comune, medici che curano i matti!

Impropriamente si accomunano psichiatri e psicologi.

Viceversa, si tratta di due professionalità molto diverse.

 

  • Lo psichiatra è un medico che ha studiato alla facoltà di medicina e poi ha preso una specializzazione in psichiatria. Si occupa delle patologie mentali degli adulti e, essendo un medico, può prescrivere gli psicofarmaci.

  • Chi cura le patologie mentali dei bambini è, invece, il neuropsichiatra. Anche lui è un medico che, dopo essersi laureato in medicina, ha preso una specializzazione in neuropsichiatria infantile.

  • Lo psicologo invece, non è un medico, ha studiato alla facoltà di psicologia e si occupa di psiche e salute mentale.

  • Lo psicologo clinico, dopo essersi laureato in psicologia, ha preso una o più specializzazioni in psicologia clinica (cioè in quella branca della psicologia che studia la personalità, il carattere e i comportamenti) e segue sia gli adulti sia i bambini. La psiche degli adulti, infatti, é sempre una conseguenza di quella dei bambini. Lo psicologo non usa i farmaci.

Come si può intuire da questo specchietto, i bambini non vanno mai dallo psichiatra ma dal neuropsichiatra o dallo psicologo.

Però, andare dallo psicologo è molto diverso che andare dal neuropsichiatra.

Lo psicologo è una figura di aiuto e sostegno alla salute mentale. Figura che è prevista anche in ambito scolastico.

Il neuropsichiatra, invece, si occupa delle patologie infantili e le scuole lo interpellano solo nei casi di handicap.

Lo psicologo aiuta i bambini a superare la timidezza, a potenziare l’autostima e la concentrazione, interviene nelle relazioni tra genitori e figli, nelle paure infantili, nei disturbi del sonno e dell’alimentazione, nell’enuresi notturna e in tutti quei casi in cui, non essendoci un problema organico, per crescere è necessario un supporto psicologico.

Portare i bambini dallo psicologo è un po’ come portarli dal pediatra, a volte serve per superare un ostacolo, più spesso ha la funzione di prevenire le situazioni problematiche.

Personalmente, ritengo che i migliori terapeuti dei bambini siano i genitori. Perciò, di solito, lavoro con la famiglia.

Insieme costruiamo un progetto d’equipe, in cui saranno il padre e la madre a fare terapia al bambino, utilizzando le mie competenze professionali.

Sono molto rare le situazioni in cui è necessario seguire individualmente i bambini in psicoterapia e anche in quei casi non è possibile ottenere dei buoni risultati senza la collaborazione di chi si occupa di loro quotidianamente.

Di solito, però, anche lavorando con papà e mamma, è necessario conoscere personalmente il bambino.

I bambini si recano molto volentieri nello studio di uno psicologo, perché è un posto colorato e allegro dove si gioca, non si fanno compiti e c’è un adulto che ti ascolta e ti capisce, qualsiasi cosa tu dica, anche se te ne stai zitto e imbronciato in un angolo.

Se si vuole comprendere un bambino, un solo incontro non basta. Ne occorrono almeno tre.

  • Nel primo si fa amicizia e, mentre gioca o chiacchiera, il piccolo esamina lo psicologo e valuta quanto si potrà fidare di lui.

  • Nel secondo (se lo psicologo ha superato l’esame) il bambino si apre e racconta molte cose di se stesso, con il gioco, il disegno o il dialogo.

  • Nel terzo, infine, si scende più in profondità, si affrontano gli argomenti scottanti (quando ci sono) e si creano le basi di fiducia e complicità che permetteranno al bambino di chiedere altri appuntamenti, se in futuro ne sentirà il bisogno.

Arrivati al termine dell’ultimo incontro, è sempre difficile convincere i piccoli che il lavoro è concluso e bisogna tornare a casa, perché la situazione di ascolto e partecipazione che si è creata è uno spazio protetto… che a tutti dispiace abbandonare (anche allo psicologo).

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, non è giusto portare i bambini dallo psicologo, come se si trattasse di un medico che, non potendo dare farmaci, prescrive qualche regola di comportamento per fare funzionare bene la mente.

E’ giusto, invece, consultare lo psicologo e utilizzare le sue competenze per costruire insieme un progetto di cambiamento e una vita più sana in cui tutti possano esprimere le proprie caratteristiche e la propria creatività, a vantaggio dei bambini, ma anche degli adulti e di un mondo migliore.

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