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Ago 19 2019

LA VITA È BIPOLARE

Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) spiega che:

  • Il Disturbo Bipolare (definito anche Sindrome Maniaco-Depressiva) è una patologia caratterizzata da gravi alterazioni dell’umore e dei comportamenti.

  • Chi ne soffre si può sentire al settimo cielo in un momento e immediatamente dopo in preda alla disperazione, senza alcuna ragione apparente.

  • Questo oscillare di continuo tra stati d’animo opposti influisce pericolosamente sulla vita lavorativa, sociale e affettiva.

Oggi l’alternarsi veloce dei vissuti emotivi è guardato con sospetto e il Disturbo Bipolare sembra essere una patologia sempre più diffusa.

La paura della diagnosi psichiatrica ossessiona la vita di tanta gente.

Finire preda delle emozioni è considerato: pericoloso.

Troppo istintivo, patologico, disdicevole, anomalo e certamente… da evitare.

Nelle società evolute è preferibile mostrarsi calmi, pacati e indifferenti.

Va di moda l’impassibilità.

Eppure…

Dal punto di vista psicologico l’assenza di emozioni denota un deficit della consapevolezza emotiva definito alessitimia e caratterizzato dall’incapacità di riconoscere e condividere i sentimenti.

Il mondo intimo è animato da tanti stati d’animo differenti che possono coesistere o alternarsi anche velocemente nella psiche.

La vita stessa è bipolare.

Il giorno si avvicenda alla notte, l’inverno insegue l’estate, il dinamismo cede il posto al sonno…

Tutto è fatto di un continuo oscillare tra situazioni differenti e contrapposte.

Luce e buio, vuoto e pieno, attivo e passivo, rumore e silenzio… sono i ritmi che scandiscono le nostre giornate, regalandoci una naturale armonia.

A nessuno piacerebbe che il sole non tramontasse mai o che la notte durasse sempre.

Amiamo l’inverno e lo scintillio del Natale anche perché sappiamo che presto arriverà il caldo dell’estate con i colori del sole.

Prima o poi l’euforia cede il posto al silenzio.

E la quiete lascia spazio alla vitalità.

L’esistenza è fatta di continui cambiamenti.

Espansione e contrazione si alternano nella psiche come nella realtà e scandiscono il tempo delle nostre emozioni.

Gli animali vanno in letargo e recuperano nuove energie in primavera.

Ci alziamo al mattino pronti a cominciare una nuova giornata e la sera desideriamo rifugiarci nel riposo e nell’intimità delle nostre case.

Nella fase di espansione siamo pronti a confrontarci col mondo e desiderosi di cedere la nostra energia alla vita.

Nella fase di contrazione abbiamo bisogno di ritirarci in noi stessi e di elaborare le esperienze.

La socializzazione cede il posto alla solitudine.

L’intimità ci rinforza e ci spinge verso nuove avventure. 

Pretendere di uniformare i cicli della vita in un’unica traccia monocorde è come suonare sempre la stessa nota.

Uccide l’armonia e annichilisce le profondità dell’esistenza.

La bipolarità diventa una malattia soltanto quando provoca una forte sofferenza in chi la vive.

Più spesso è il segnale di un organismo in armonia con la natura.

Ci sono patologie che sono tali soltanto all’interno di una civiltà malata, segni di una disfunzione nell’organizzazione dell’umanità.

Ognuno di noi deve fare attenzione alle definizioni di sé e delle persone che incontra.

E scegliere autonomamente cosa è sano e cosa invece è patologico.

A volte, per rinchiudere chi non si sottomette ai dettami del più forte la psichiatria costruisce prigioni invisibili, marchiando l’unicità individuale con lo stigma infamante dell’infermità.

Carla Sale Musio

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Mag 12 2019

L’ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico è un sintomo apparentemente pazzo che ci spinge a vivere sensazioni fisiche di morte imminente senza alcun riscontro dal punto di vista medico.

Le persone che ne sono vittime si sentono estraniate dal controllo sulla propria vita, preda di un qualcosa che le lascia impotenti e sole, incapaci anche di spiegare ciò che sta accadendo.

L’attacco di panico è il sintomo del malessere psicologico degli anni duemila (nel novecento c’era la depressione, nell’ottocento c’era l’isteria) e segnala la perdita di contatto con la propria realtà interiore, il mancato ascolto delle paure e dei bisogni profondi.

È un campanello d’allarme che indica la necessità di apportare dei cambiamenti nel proprio stile di vita e ci ricorda in modo criptato che siamo venuti al mondo per dare espressione ai nostri talenti e per donare agli altri la nostra unicità.

L’attacco di panico è un sintomo creativo.

Così creativo che i medici non riescono a definirne una tipicità.

E indica la mancanza di creatività.

Infatti, quando la creatività non trova sbocchi nella quotidianità si esprime nell’unico luogo rimasto a sua disposizione: il corpo.

E lo fa producendo dei sintomi creativi, cioè diversi per ognuno.

La cura di questa problematica non può essere una pillola prescritta dal medico ma passa attraverso l’ascolto del mondo intimo e la ricerca dei propri bisogni inespressi.

Nell’intimità di noi stessi, infatti, coltiviamo il desiderio di manifestare la nostra originalità, ciò che ci rende unici e speciali, diversi da chiunque altro.

Pretendere di livellarci dentro uno stile di vita che non rispecchia le scelte personali soddisfa l’esigenza di ricevere approvazione e stima da parte delle persone a cui vogliamo bene.

Tuttavia, non basta a garantirci la salute e la realizzazione.

Come esseri umani abbiamo bisogno di affiancare all’appartenenza anche l’espressione individuale delle potenzialità che ci caratterizzano.

La diversità non è uno stigma sociale volto a etichettare le persone che non si conformano agli standard condivisi dalla maggioranza.

La diversità è la capacità di interpretare la vita in modi nuovi e serve a permetterci di condividere con gli altri i doni che siamo venuti a portare nel mondo.

Spesso dietro un attacco di panico si nasconde il livellamento della propria autonomia.

E la guarigione arriva nel momento in cui si aprono strade nuove all’espressione di sé.

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STORIE DI PANICO E DI AUTONOMIA

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Marco lavora in una sartoria.

Il lavoro gli piace e, già da tempo, segue alcuni clienti in totale autonomia.

Il datore di lavoro lo stima e si complimenta con lui, lo considera il suo braccio destro e, spesso, gli confida anche le proprie problematiche personali.

Tra i due nasce una profonda amicizia che bypassa la differenza d’età e li spinge a vivere momenti di grande solidarietà.

Ultimamente, però, Marco sente il desiderio di avere uno spazio espressivo solo suo e vorrebbe aprire un proprio atelier.

Tuttavia, il pensiero di deludere l’amico non lavorando più per lui lo porta a rinunciare ai suoi progetti.

Teme di perdere quell’amicizia così bella e costruita con tanta dedizione.

Quando arriva nello studio di uno psicologo il disagio è fortissimo e gli attacchi di panico non gli permettono nemmeno di guidare la macchina, perciò è costretto a farsi accompagnare dai suoi genitori o a uscire di casa diverse ore prima per arrivare in orario utilizzando i mezzi pubblici.

Nel corso dei colloqui emerge il conflitto tra l’autonomia lavorativa tanto ambita e la paura di distruggere un legame affettivo costruito nel tempo. 

Soltanto dopo aver affrontato il proprio bisogno di espressione individuale e aver accettato di mettere a rischio l’amicizia, confidando all’amico i progetti lavorativi, Marco riuscirà a superare quella paura così invalidante da bloccare la sua carriera e la sua vita.

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Sonia convive da diversi anni con il suo compagno.

Nel tempo, però, la loro storia d’amore è diventata una sorta di emergenza emotiva sempre in allarme rosso.

E Sonia si è trasformata nell’infermiera dell’uomo che un tempo le faceva battere il cuore a mille.

Le paure di lui, i turbamenti, le insicurezze… sono l’argomento principale delle loro giornate e la donna nel tentativo di aiutarlo a ritrovare il gusto di vivere rinuncia a tutte le attività.

Ultimamente, però, sente di non farcela più e sogna una casa sua dove potersi dedicare ai tanti interessi che l’appassionano e che in passato hanno reso ricca e appagante la sua vita.

Tuttavia, il solo pensiero della separazione la fa sentire egoista e priva di sensibilità.

Come potrebbe abbandonare il partner con cui fino ad oggi ha condiviso la vita, sapendolo così fragile e bisognoso di lei?

Invano tenta di convincerlo a chiedere aiuto ad uno psicologo, lui non ne vuol sapere.

Gli basta la sicurezza di averla affianco per convincersi che presto tutto si risolverà.

Il tempo passa… e… un giorno dopo l’altro il panico attanaglia la vita di Sonia che, vittima di un’inspiegabile tachicardia parossistica, passa da un medico all’altro senza riuscire a trovare soluzioni.

Quando, infine, approda in terapia racconta di non farcela più: il suo cuore batte all’impazzata, le membra diventano molli, le orecchie ronzano e le sembra di morire da un momento all’altro… senza soluzione di continuità.

***

Marina ha trent’anni e i suoi genitori sono molto anziani.

Nata a dispetto di una diagnosi di infertilità la giovane donna è il miracolo che ha illuminato la vita di mamma e papà, la figlia amata e desiderata più di ogni altra cosa al mondo.

Marina sa di essere importante per sua famiglia ed è riconoscente ai genitori per tutto l’amore che le hanno donato in quei trenta bellissimi anni.

I suoi bisogni sono sempre stati ascoltati, capiti e soddisfatti; le passioni assecondate; le amicizie accolte.

E quando si è trattato di mettere dei paletti alle sue richieste è stato fatto con dolcezza, per il suo bene o per l’impossibilità materiale di accontentarla.

Insomma, Marina ha vissuto nella famiglia che ogni figlio vorrebbe avere!

E, anche se non ci sono stati dei fratelli, gli amici hanno sempre avuto uno spazio importante, compensando la solitudine e il bisogno di condivisione.

Apparentemente nulla motiva quel panico che la paralizza impedendole di uscire di casa per svolgere il lavoro che ama e che ha scelto con tanta passione: il medico.

Marina si interroga… ma non si spiega cosa non stia funzionando nella sua vita.

E dopo aver consultato decine di colleghi decide finalmente di chiedere aiuto ad un professionista.

Nel corso dei colloqui l’amore prenderà forma e infine svelerà a Marina il conflitto indicibile tra il bisogno di accompagnare i genitori nella vecchiaia e il desiderio di trasferirsi all’estero per proseguire i suoi studi e le sue ricerche.

Difficile ricambiare le cure che ha ricevuto senza tradire il suo impegno per risolvere i problemi che ammalano l’umanità!

Marina vuole bene al mondo e ama i suoi genitori… ma… per superare quei fastidiosi attacchi di panico dovrà fare spazio anche alla sua creatività e all’autonomia che la caratterizza.

Carla Sale Musio

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Mar 31 2019

A PROPOSITO DELLA DEPRESSIONE…

Si chiama depressione la reazione dell’organismo e della psiche davanti a un evento doloroso.

La depressione è un fenomeno naturale che segnala la presenza di una problematica vissuta come inevitabile, opprimente e penosa.

E rappresenta un tentativo sano di de-pressare il carico emotivo per ritrovare un significato più profondo in ciò che sta accadendo.

Infatti, quando un avvenimento angosciante mette a dura prova il mondo interiore tutti i valori considerati importanti perdono di interesse e l’organismo attraversa una crisi necessaria a metabolizzare l’esperienza fino a ritrovare il piacere di stare al mondo.

Durante quei momenti (fisiologici e indispensabili alla sopravvivenza) tutte le priorità si modificano e le cose che solitamente ci appassionavano perdono il loro sapore per lasciare spazio a un silenzio da cui emergeranno altri percorsi di vita e altre verità.

L’uscita dalla depressione segna l’inizio di un diverso modo di leggere il mondo e porta con sé interessi più intimi e più autentici.

Nel nostro frenetico stile di vita, però, non c’è spazio per l’interiorità e tutto ciò che è legato ai sentimenti è snobbato, deriso o patologicizzato.

Come se si trattasse di una deformità o di una malattia.

Abbiamo tante pastigliette colorate capaci di fare la fortuna delle case farmaceutiche e di cancellare in un batter d’occhi i fastidiosi sintomi del cambiamento interiore.

Per stare al passo con la società bisogna comprare e produrre: l’economia non ha bisogno di intimità ma di consumatori e di lavoratori!

Per questo la depressione è stata demonizzata al punto che per nasconderla si può arrivare anche a mentire.

“Non sono depresso è l’influenza che mi butta giù!”

“Sto benissimo, grazie, sono solo stroppo stanco per fare le cose.”

“Non ho più voglia di niente, dev’essere questo freddo!”

Le ragioni sono tante, il motivo è uno solo: non mostrarsi deboli, fragili, insicuri o apatici.

Negli anni duemila è indispensabile essere sempre attivi.

Cioè: energici, produttivi, pieni di cose da fare e proiettati verso il raggiungimento dei tanti desideri (spesso insoddisfabili) proposti dal mercato.

L’assenza di aspirazioni fa paura.

Eppure…

Il silenzio interiore è un presupposto indispensabile per trovare la propria autenticità.

La depressione è una manifestazione sana della psiche, una risposta a volte necessaria per superare il dolore emotivo.

Ciò che, invece, è malsano è la paura che l’accompagna, perché è la conseguenza di uno stile di vita avulso dai ritmi naturali e perciò disumano.

In natura gli animali non conoscono la depressione.

Accolgono la sofferenza che deriva dalle esperienze penose.

Sanno che davanti a una disgrazia ritirarsi in se stessi è spesso l’unica risposta adeguata e funzionale alla vita.

Gli esseri umani, invece, pretendono di sentirsi sempre effervescenti e dimenticano che il silenzio è un rimedio necessario per realizzare un’esistenza migliore.

Il dolore indica la strada del cambiamento e spinge alla ricerca della verità.

Non perché nella vita sia indispensabile procurarsi qualche tormento ma perché segnala il bisogno di esplorare aspetti nuovi di sé.

Carla Sale Musio

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SOFFERENZA PSICOLOGICA E ATTIVITÀ FISICA

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Feb 28 2019

SOFFERENZA PSICOLOGICA E ATTIVITÀ FISICA

Ci sono pensieri che girano per la testa ininterrottamente, dolori che non si vedono e possono rendere la vita un inferno.

Sono vortici che non si fermano mai, nemmeno durante il sonno.

Per calmare quella logorante ruminazione interiore esiste una soluzione semplice ma, purtroppo, poco divulgata.

Quando la mente è sofferente un antidoto efficace (forse l’unico) è l’attività fisica.

Niente riesce a spegnere la mente meglio di uno sforzo aerobico che coinvolga tutto il corpo.

Correre, nuotare, ballare, saltare… sono medicine naturali a costo zero.

Eppure… proprio in quei momenti l’idea di muoversi appare insopportabile.

È come se il cervello tenesse in scacco tutto l’organismo e più i pensieri ci torturano più diventiamo letargici e passivi.

Scivolare nelle sabbie mobili dell’inerzia fisica è il preludio della depressione e mette in moto un circolo vizioso fatto di apatia, di riflessioni insopportabili e di dolori psichici che presto diventano fisici.

Sì, perché non è possibile separare la mente dal corpo e quando qualcosa non funziona a esserne coinvolta è la totalità di noi stessi.

Spesso è proprio l’immobilità a provocare un’accelerazione mentale trasformando l’ideazione in fissazioni e sofferenza.

Conduciamo uno stile di vita che ci costringe a stare fermi per troppo tempo (al computer, alla scrivania, dietro un banco, in fabbrica…) eseguendo gli stessi gesti per parecchie ore tutti i giorni.

E questo crea degli atteggiamenti posturali innaturali.

La tensione necessaria a sopportare ritmi troppo stressanti si somatizza creando delle rigidità fisiche dentro le quali si depositano i cattivi pensieri.

La mente e il corpo, infatti, sono un unico tutto inscindibile e le posizioni che assumiamo più a lungo determinano ciò che viviamo e sentiamo profondamente.

La sofferenza psicologica si accumula nelle membra… e lì rimane!

Fino a quando non sciogliamo i nodi distendendo l’intero organismo.

Tuttavia, non sempre il rilassamento è fatto di immobilismo.

Più spesso è la conseguenza di un’attività capace di movimentare la muscolatura.

Infatti, quando i muscoli si attivano le contratture si aprono lasciando fluire l’energia.

E solo se l’energia fluisce liberamente il riposo diventa possibile.

Quando costringiamo il corpo all’immobilità paralizziamo la corrente vitale provocando un ristagno delle idee e della sofferenza.

Lo sport è un toccasana per la psiche, un elisir di lunga vita che andrebbe praticato e incrementato a mano a mano che l’età avanza.

Ma nella nostra società malata esistono tante prigioni invisibili chiamate: lavoro, denaro, conformismo, omologazione, farmaci…

Sono camicie di forza che imbrigliano i pensieri dentro stili di vita innaturali e si ripercuotono sul fisico provocando degenerazione e malattia (e facendo la fortuna delle case farmaceutiche).

Esistono attività, giochi, passatempi e discipline sportive che non costano nulla, fonti di benessere e di libertà alla portata di tutti.

Per vincere le paure, la depressione, gli attacchi di panico… è indispensabile fare del movimento fisico una medicina.

E prenderla tutti i giorni.

(Anche più volte al giorno.)

Solo così la girandola dei pensieri può ritrovare il giusto equilibrio e il lavoro interiore raggiunge un adeguato compimento.

Psicoterapia e sport dovrebbero sempre camminare insieme.

In un mondo emotivamente sano nessuno dovrebbe soffrire di problemi mentali.

Gli animali (che non vivono con l’uomo) lo sanno e trascorrono la propria vita alternando riposo e movimento in modo sano e naturale.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà che li obbliga a vendersi per uno stipendio e, in nome del progresso e dell’intelligenza, costringono se stessi dentro un immobilismo che li allontana dall’umanità.

Carla Sale Musio

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IL MIO PSICOLOGO È PIÙ BRAVO DI TUTTI!

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Gen 16 2019

IL MIO PSICOLOGO È IL PIÙ BRAVO DI TUTTI!

 “Il mio psicologo è più bravo del tuo!”

“Ma cosa dici?! Il mio psicologo è bravissimo!”

Oggi ammettere di aver bisogno di un aiuto psicologico per fortuna non è più un tabù e questo ci porta a parlare con gli amici (senza alcuna vergogna) del nostro percorso interiore.

Così spesso ci ritroviamo a confrontare i risultati gli uni con gli altri, pronti a scegliere lo specialista più capace: il più veloce, il più competente, il più aggiornato… il migliore!

Ma è davvero così?

Esiste un terapeuta più bravo degli altri?

Ci sono psicoterapie che durano anni e psicoterapie che durano soltanto pochi incontri: la differenza sta nella profondità e nel risultato che si vuole raggiungere.

La crescita personale non ha mai fine.

Questo però non vuol dire che una terapia debba durare in eterno.

Il percorso interiore è fatto soprattutto di autonomia.

E un terapeuta è efficace quando aiuta le persone a camminare con le proprie gambe.

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MA QUANDO ARRIVA IL MOMENTO

DI CAMBIARE TERAPEUTA?

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Scegliere un terapeuta diverso da quello di sempre è un passo delicato e va inquadrato nel modo giusto.

Non parlo di quelle situazioni in cui il lavoro psicologico non funziona (e la necessità di rivolgersi a un altro professionista è la conseguenza inevitabile di un bisogno che non trova adeguata soddisfazione).

Mi riferisco ai momenti di crescita in cui è necessario sperimentare una nuova relazione terapeutica.

È importante tenere a mente un aspetto fondamentale nella scelta del terapeuta ideale, ovvero che l’obbiettivo di ogni psicoterapeuta non è fidelizzare le persone che gli chiedono aiuto ma renderle capaci di esprimere la propria unicità.

Come ho detto tante volte, la relazione terapeutica è un rapporto affettivo intimo e profondo all’interno del quale prende forma un ascolto in grado di evolvere le parti immature della psiche e realizzare una piena espressione dei talenti individuali.

Per questo motivo è assolutamente necessario trovare il giusto terapeuta ed è proprio all’interno di questo contesto che l’indipendenza gioca un ruolo importantissimo.

Sia per il paziente sia per lo specialista.

Decidere insieme di sospendere i colloqui per interpellare un diverso psicoterapeuta mette in luce due risultati fondamentali:

  1. il paziente è artefice del proprio sviluppo interiore mentre la psicoterapia è soltanto uno strumento a disposizione nei momenti di difficoltà;

  2. lo psicologo può permettersi di verificare l’autonomia e l’evoluzione di chi gli ha chiesto aiuto.

Sia per il paziente sia per lo specialista è quindi indispensabile gestire le sospensioni che costellano la crescita personale, tenendo sempre presente che stabilire di comune accordo di interpellare un diverso professionista rappresenta un momento ricco di doni preziosi.

Infatti, il paziente si racconterà all’ultimo psicologo anche alla luce delle acquisizioni raggiunte durante il percorso precedente.

E questa più ampia visione permetterà al nuovo specialista di scorgere ulteriori risorse e possibilità.

“Quindi non c’è un terapeuta migliore di un altro?”

Forse no… ma di sicuro ci sono tanti professionisti che hanno sviluppato prospettive diverse e talenti diversi, accomunati dall’obbiettivo di far stare bene le persone.

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LA COOPERAZIONE È IL FONDAMENTO

DI UN MONDO MIGLIORE

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Unire le capacità per lasciare emergere le potenzialità di ciascuno è una conquista che poggia sulla fiducia e sulla stima tra quanti condividono la ricerca del benessere e della salute.

Ecco perché interpellare terapeuti diversi in momenti diversi aiuta i pazienti a superare la visione infantile del Guru e del Genitore Onnipotente per aprirsi a una collaborazione dove ognuno mette a disposizione le proprie competenze in vista di una più grande armonia.

Inoltre, condividere i pazienti con altri colleghi, permette agli psicologi di coltivare una rete cooperativa in grado di svolgere un lavoro interiore efficace e profondo lasciando a ogni persona la gestione della propria salute.

“Ma allora… se il tuo terapeuta è più bravo del mio oppure se il mio è più bravo del tuo… ce li possiamo scambiare?!”

La risposta è sì.

E a conti fatti questo può essere un vantaggio per tutti.

Perché la crescita non finisce mai e seguire percorsi diversi arricchisce la vita di possibilità.

E perché non esistono terapeuti perfetti ma solo persone disposte a mettersi in gioco per scoprire la propria molteplicità interiore e professionisti desiderosi di fare bene il proprio lavoro con i propri strumenti.

In questa chiave scegliere insieme di cambiare terapeuta permette al terapeuta e al paziente di aprirsi a una condivisione in grado di riconoscere i limiti e i punti di forza.

In se stessi e negli altri.

Carla Sale Musio

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UN TEMPO PER SE STESSI E PER CONOSCERSI: il ruolo del paziente nella psicoterapia

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Dic 08 2018

UN TEMPO PER SE STESSI E PER CONOSCERSI: il ruolo del paziente nella psicoterapia

Il paziente ha un ruolo fondamentale nella psicoterapia: quello di cambiare la prospettiva da cui guarda il mondo, fino a considerare la propria vita con soddisfazione e con amore.

Ogni richiesta di aiuto segnala la difficoltà a convertire il dolore in resilienza.

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Ma cos’è la resilienza?

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La parola resilienza indica la capacità di assorbire gli urti senza frantumarsi e in genere si riferisce ai materiali.

In psicologia segnala l’attitudine a superare un evento traumatico trasformando la sofferenza in un punto di forza.

Questa alchimia interiore svela i valori delle esperienze, aiutandoci a comprendere il significato nascosto dietro alle cose.

La spiritualità, quel sentire profondo che ispira i momenti importanti della vita, sottende sempre il lavoro interiore e permea il percorso di cambiamento.

Travolti dai ritmi frenetici della quotidianità, spesso perdiamo di vista il disegno che impronta il nostro destino, finendo per spaccare la realtà in fazioni contrapposte di bene e male, buono o cattivo, giusto o sbagliato.

Ma schierarsi dalla parte migliore non permette di comprendere la totalità che appartiene alla vita.

Per sentirsi bene è indispensabile riconoscere il mistero nascosto dietro gli eventi e coltivare la fiducia nei poteri dell’esistenza.

Non è un compito facile, spesso le cose ci mostrano realtà così crudeli che sembra impensabile possano contenere qualcosa di buono.

Eppure…

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Esiste un dono nascosto dentro ogni realtà

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A volte per scoprirlo bisogna attraversare il dolore, affrontare la paura, sperimentare la rabbia e lasciare che la ragione si perda.

In quei momenti sembra che niente possa essere salvato.

Tuttavia, chi ha sperimentato eventi terribili racconta di essere riemerso dalla sofferenza con una saggezza nuova, qualcosa che può nascere soltanto quando tutto sembra perduto.

Non voglio inneggiare alla tragedia.

Ma so per esperienza che il loto cresce nel fango.

E spesso le vicende più terribili si rivelano salvifiche.

È questo il significato psicologico della resilienza.

La capacità di trovare un valore nuovo trasforma il dolore in saggezza e regala una comprensione intima e profonda della realtà.

Emerge la verità individuale.

Quella che caratterizza l’unicità di ciascuno.

Il dono che siamo venuti a portare nel mondo.

La psicoterapia ha la funzione di aiutare le persone a immergersi nel proprio vissuto intimo, fino a scoprire le luci che indicano la strada della realizzazione.

È un tempo per se stessi, necessario a conoscere anche ciò che non ci piace, le parti dolci e le parti amare della nostra personalità.

Il ruolo del terapeuta è quello di camminare affianco al paziente.

Perché le strade più impervie diventano meno aspre quando le si percorre in due.

Il ruolo del paziente è quello di rivelare la propria emotività, accogliendo le verità che stanno dietro alla vita e lasciando che nuovi equilibri illuminino il buio.

Ci vuole molto coraggio, molto amore, molta fiducia e molta determinazione.

Solo chi ha saputo varcare le soglie di un nuovo universo interiore può planare leggero nell’infinito e regalare a se stesso e al mondo la profondità della propria vita.

Carla Sale Musio

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… ma chi è e cosa fa uno PSICOTERAPEUTA?!

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Nov 13 2018

… ma chi è e cosa fa uno PSICOTERAPEUTA?!

Lo psicoterapeuta è un professionista che ha scelto di sostenere le persone lungo un percorso di cambiamento e di realizzazione.

Chi decide di svolgere questo mestiere coltiva la convinzione che la vita meriti di essere vissuta e si impegna a trasformare il malessere interiore fino a renderlo un prezioso alleato.

Mi piace pensare che la psicoterapia sia l’unica competizione in cui si vince insieme o si perde insieme.

A essere sfidata, infatti, è la sofferenza.

E la vittoria si ottiene trasformandola in un’occasione di crescita e di potere personale.

Come sostiene Bert Hellinger:

“Tutti i terapeuti hanno imparato il mestiere da bambini, nel tentativo impossibile di curare uno o entrambi i genitori”.

La propensione a occuparsi del dolore psichico, infatti, è una vocazione che si manifesta molto presto, una spinta interiore insopprimibile legata alla certezza intima e profonda che l’esistenza sia un’esperienza interessante e piena di valore.

Quando la sofferenza psicologica ammala uno o entrambi i genitori, i piccoli futuri psicoterapeuti rivelano una determinazione e una fiducia incrollabile nel proprio potere maieutico di guarigione e si impegnano in una battaglia senza esclusione di colpi per curare il dolore delle persone che amano.

Questo allenamento precoce è destinato a fallire.

Infatti, nessun figlio potrà mai risolvere l’angoscia di chi lo ha messo al mondo.

Tuttavia, proprio questa prima esperienza diventa la palestra in cui cimentare la propria volontà di debellare il malessere interiore.

L’umiltà che deriva dall’inevitabile sconfitta di quelle prime ambizioni salvifiche è l’ingrediente fondamentale per diventare uno psicoterapeuta efficace.

Solo arrendendosi alla propria inadeguatezza, infatti, si diviene capaci di ascoltare con rispetto e accoglienza le esperienze di un altro essere vivente e si impara a riconoscere le possibilità latenti, fino a trasformare il dolore in una risorsa di cambiamento.

L’abilità a condividere la sofferenza psicologica di chi abbiamo intorno si struttura da bambini e trova la sua espressione nell’impulso irresistibile ad ascoltare le storie degli altri.

I giovani futuri psicoterapeuti sono quelli a cui tutti finiscono per confidare i propri drammi, quelli a cui anche gli sconosciuti chiedono consiglio, quelli che diventano subito i migliori amici di un sacco di gente.

Ma anche quelli che sanno ascoltare ma non sanno chiedere, quelli che spesso si sentono invisibili perché gli altri parlano ma a nessuno viene in mente di domandare “Tu come stai?”, quelli che sentono il bisogno di isolarsi perché a furia di immedesimarsi nelle vicende altrui finiscono per perdere di vista se stessi.

Il tirocinio svolto durante l’infanzia, con il suo corollario di delusione e fragilità, costituisce la base di una futura professionalità: forte della capacità di mettersi in gioco sperimentandosi continuamente nei ruoli di paziente e di terapeuta.

In quell’humus germoglieranno in seguito le conoscenze teoriche, le esperienze professionali, le specializzazioni, i titoli e la competenza necessaria ad esercitare la psicoterapia.

Il primo oggetto di studio di ogni specialista della psiche è il proprio mondo intimo.

E tanto più a fondo scenderà nell’inconscio tanto più ampia e profonda diverrà la sua esperienza.

Naturalmente, la capacità di autoanalisi deve essere affiancata dall’attitudine a farsi da parte per lasciare a chi chiede aiuto lo spazio di rivelarsi.

Il ruolo del terapeuta è un ruolo cangiate, fatto di un interesse spontaneo per la vita delle persone, dell’abilità a cogliere le risorse inespresse e della sensibilità che deriva dall’ascolto costante di sé e degli altri.

Sigmund Freud paragonava se stesso a un archeologo in grado di recuperare i tesori di un tempo antico sepolti sotto le macerie del presente.

Tuttavia, se in passato il terapeuta era visto come una guida oggi l’accento è posto soprattutto sulla partecipazione attiva del paziente, che deve essere accompagnato nel proprio mondo interiore fino a riappropriarsi delle risorse perdute durante la crescita.

L’urgenza di diventare grandi e guadagnarsi un posto nel mondo, infatti, ci spinge a coltivare ciò che permette di ottenere approvazione, affetto e stima, tralasciando le capacità poco valorizzate da chi abbiamo intorno.

Una volta adulti, però, nuovi scenari si aprono al nostro orizzonte e percorrere a ritroso la strada della maturità consente l’emergere di nuove possibilità.

Tornare indietro significa spesso: incontrare i mostri del passato.

Non sempre è facile.

Di solito è doloroso.

Ma scendere in fondo al proprio inferno interiore in compagnia di un testimone attento e partecipe cambia gli equilibri intimi rivelando significati impensabili.

Il ruolo dello psicoterapeuta è quello di sostenere l’energia del paziente con la propria presenza, evidenziando insieme alle attitudini nascoste i nessi che legano tra loro le diverse esperienze.

È un mestiere e anche una missione di vita.

Chi lo esercita deve essere pronto a porgere aiuto e a scoprire la maestria che caratterizza ogni essere vivente.

Ogni persona porta in dono la bellezza della propria unicità.

Osservare lo scorrere delle emozioni è un’opportunità, un privilegio e un insegnamento.

Senza fine.

Carla Sale Musio

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LA RELAZIONE TERAPEUTICA

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Ott 12 2018

LA RELAZIONE TERAPEUTICA

Si chiama relazione terapeutica la comunione affettiva e professionale che coinvolge intimamente psicoterapeuta e paziente lungo un percorso di crescita personale.

Durante questo cammino, entrambi:

  • vivono un profondo coinvolgimento reciproco

  • si impegnano a perfezionare la conoscenza del mondo interiore

  • scoprono risorse nuove grazie al lavoro svolto insieme

La relazione terapeutica è un rapporto diverso da ogni altro e profondamente coinvolgente.

Tuttavia, è difficile raccontarlo perché tocca corde intime e soggettive.

La professionalità fa sì che in questa relazione i ruoli siano diversi:

  • lo psicoterapeuta sostiene la crescita del paziente utilizzando il colloquio e le domande

  • il paziente si apre all’ascolto di sé impegnandosi ad accogliere ciò che nel suo mondo interno ancora non conosce o non gli piace

In questa disparità di compiti sono contenuti i semi del cambiamento.

Per entrambi.

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Ma quali sono le caratteristiche di questa relazione?

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A differenza di altri rapporti affettivi la relazione terapeutica prevede una conclusione.

Ed è proprio questo punto di arrivo a sostenere l’impegno dei partecipanti.

Quando il lavoro è svolto con successo, infatti, paziente e psicoterapeuta sentono il bisogno di separarsi per verificare in autonomia le conquiste realizzate.

Tuttavia, come ogni altro rapporto profondo e significativo anche la relazione terapeutica lascia un segno importante nell’anima ed entrambi serberanno nel cuore il ricordo l’uno dell’altro.

Oltre alla disparità dei ruoli e alla sua indispensabile conclusione, perché una relazione possa definirsi terapeutica deve essere frutto di un percorso interiore svolto con impegno e maestria.

I punti salienti di questo lavoro possono riassumersi in tre passaggi fondamentali:

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  1. ASCOLTO partecipe e attento della vita emotiva e della sensibilità individuale

  2. SCOPERTA di nuove possibilità espressive

  3. CAMBIAMENTO progressivo e duraturo

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Vediamoli nel dettaglio:

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ASCOLTO

L’ascolto del mondo interiore presuppone una grande capacità empatica e una forte determinazione.

Non sempre è facile riconoscere i vissuti personali, soprattutto quando sono giudicati sconvenienti, disonorevoli o sgradevoli.

Occorrono coraggio e onestà per accogliere gli aspetti rifiutati di sé.

Spesso il razzismo si annida in fondo all’anima, impedendo alle parti immature della psiche di evolvere e regalarci risorse preziose.

SCOPERTA

Calarsi con sincerità nelle profondità di se stessi significa mettere ordine nel proprio passato, e questo porta con sé un diverso modo di leggere gli avvenimenti.

Le nostre conclusioni, infatti, prendono forma durante l’infanzia, in una fase della vita in cui il cervello non possiede ancora le risorse necessarie per una valutazione adeguata della realtà.

Tuttavia, una volta tirate le somme difficilmente torniamo a esaminarle e su quelle prime basi costruiamo la nostra personalità e le nostre valutazioni.

Riprendere in mano le chiavi del mondo interiore significa ripercorrere le tappe della vita con la maturità conquistata nel corso degli anni.

Questo cammino scioglie i nodi che imprigionano i pensieri, liberando l’energia intrappolata e permettendo di cogliere nuove opportunità nelle cose di sempre.

CAMBIAMENTO

Il cambiamento è la conseguenza dell’ascolto e della scoperta di un modo di essere più ampio e variegato.

È un passaggio di crescita che avviene per gradi e porta con sé nuove prospettive.

Ogni trasformazione interiore scaturisce dal progressivo riappropriarsi dei propri talenti e spesso conduce alla scoperta della missione che siamo venuti a svolgere in questa vita.

In una prima fase la razionalità non permette di accogliere il tumulto emotivo.

Tuttavia, quando la fiducia e il coraggio trovano il giusto posto accanto alla ragione, il cuore apre le proprie memorie rivelando i sentimenti più intimi.

La realizzazione personale è frutto di un lavoro capace di integrare il passato e il presente in una nuova comprensione dell’esistenza.

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L’ascolto di sé, la scoperta delle proprie risorse ancora inutilizzate e il cambiamento che ne consegue sono le chiavi che permettono di accedere a un diverso modo di porsi davanti agli avvenimenti e costituiscono l’obiettivo perseguito dallo psicoterapeuta e dal paziente nel corso di una relazione professionale ed efficace.

La valutazione del cambiamento determina la necessità dell’autonomia e la fine del lavoro svolto insieme.

Infatti, come tutti i rapporti che fanno crescere anche la relazione terapeutica alimenta il bisogno di indipendenza.

Uno psicoterapeuta può definirsi tale solo quando aiuta i suoi pazienti a muoversi autonomamente nella vita.

Questo non significa che in seguito non ci si debba più incontrare.

Può succedere di avere la necessità di un confronto e di percorrere insieme un ulteriore tratto di strada.

Ogni volta, però, la fine della relazione farà parte degli obiettivi da raggiungere.

Nessun rapporto può essere terapeutico se non prevede l’indipendenza.

La relazione terapeutica è un percorso di crescita volto a far emergere la libertà di ciascuno.

Carla Sale Musio

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MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

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2 responses so far

Set 23 2018

MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

Difficile rispondere a questa domanda.

Una psicoterapia può durare un’ora o anche… per sempre!

Dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e dalla velocità con cui ci si apre ai cambiamenti.

In linea generale, possiamo dire che il percorso di crescita è proporzionale alla sofferenza che abbiamo attraversato.

Più a lungo abbiamo vissuto nel dolore e maggiore sarà il tempo necessario a sciogliere i nodi psicologici.

Questo non vuol dire che se per vent’anni ho convissuto con l’angoscia saranno necessari altri vent’anni per ritrovare il benessere e la voglia di vivere.

Tuttavia, per superare la tristezza e fare emergere la salute e l’entusiasmo  è indispensabile curare le ferite del passato.

E per farlo è necessario del tempo.

La psiche si abitua alle situazioni e tende a riproporle automaticamente.

Per operare un cambiamento nel mondo interiore bisogna imparare ad accogliere la sofferenza, scoprendo i doni che il dolore ci ha offerto e attraversando la paura che ogni trasformazione porta con sé.

Anche quando si tratta di trasformazioni positive.

Per evitare sprechi di energia, infatti, un meccanismo inconscio di autoregolazione tende a riproporre sempre lo stesso equilibrio, ricreando le condizioni che ci sono familiari.

È questa la ragione per cui tante vincite milionarie finiscono in investimenti sbagliati o perdite improvvise.

I cambiamenti sono fonte di stress… anche quando ci regalano una migliore qualità della vita.

Per fare in modo che i progressi siano duraturi è indispensabile procedere per gradi, abituando il mondo interiore alle nuove condizioni di esistenza.

Le vacanze, i viaggi, le storie d’amore improvvise e coinvolgenti, proprio come le vincite milionarie… sono tutte fonti di stress, anche se auspicabili e positive.

E ci regalano il benessere solo quando abbiamo il tempo di abituarci a vivere con pienezza le emozioni che conosciamo poco.

Quando si intraprende una psicoterapia è importante considerare il bisogno di stabilità insieme all’esigenza di uscire dalle situazioni difficili, muovendosi con maestria e alternando i momenti di riflessione alle azioni di cambiamento, in modo da creare equilibri nuovi senza traumi e senza forzature.

Ognuno segue un proprio cammino fatto di esperienze e di ascolto di sé, di ricordi e di conquiste.

Ognuno decide autonomamente a quale profondità vuole spingersi nella conoscenza interiore.

C’è chi ha bisogno di mettere subito in pratica le acquisizioni e corre nella vita senza sentire il bisogno di approfondire le nuove scoperte.

E c’è chi invece si immerge sempre più profondamente nel mondo intimo, dando forma a realtà ogni volta diverse.

Non esiste un limite e nemmeno una regola.

L’espressione individuale è unica: non si può standardizzare né omologare.

È importante sottolineare, però, che lo psicoterapeuta è sempre e solo un accompagnatore capace di aiutare chi ha davanti a fare emergere le proprie risorse di cambiamento.

Uno specialista competente utilizza le domande e il colloquio per stimolare la riflessione lasciando che ognuno decida per sé.

Solo così è possibile aprirsi a possibilità nuove e ancora inesplorate.

Una psicoterapia efficace utilizza il tempo necessario a sciogliere le rigidità interiori per aiutarci a sviluppare la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Carla Sale Musio

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CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

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One response so far

Set 05 2018

CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

La psicoterapia non è una cura di tipo medico ma un percorso di crescita personale volto a far emergere risorse nuove e a illuminare di significato gli eventi della vita.

Crediamo che la realtà esista a prescindere dalla nostra partecipazione.

Tuttavia, questa visione ignora il potere della psiche.

L’esistenza non è uno scorrere imprevedibile di avvenimenti casuali, è piuttosto la conseguenza del nostro modo di essere e di interpretare quello che succede.

Ogni cosa si muove in risonanza con ciò che profondamente sentiamo vero.

Ma è difficile comprendere questo concetto in un mondo che deride la sensibilità e fa spallucce davanti alle emozioni.

Siamo convinti che le cose importanti siano poste al di fuori di noi.

E sosteniamo una visione dell’esistenza funzionale all’economia e al bisogno di creare un popolo di consumatori omologati e ubbidienti (indispensabili per fare crescere i profitti delle multinazionali).

Eppure…

Nel mondo intimo di ciascuno si nascondono le leve che danno forma alla realtà.

Lavorare sulla propria interiorità significa comprendere che la vita è sempre la conseguenza del modo in cui trattiamo noi stessi.

Consciamente o inconsciamente.

Le paure, le ansie, l’arroganza, il dolore… modellano la comprensione degli eventi e, come tante calamite, attirano le situazioni corrispondenti ai movimenti emotivi.

Immergersi nei propri vissuti è indispensabile per realizzare una democrazia interiore capace di restituire dignità e valore a ogni aspetto della psiche.

Non tutti possono fare una psicoterapia.

La crescita emotiva presuppone: coraggio, autonomia, umiltà, rispetto, dedizione, pazienza, sincerità e libertà.

Valori poco comuni di questi tempi.

Uno smisurato egoismo insieme ad un eccessivo altruismo imperversano nella personalità, modellando il mondo delle ingiustizie del quale ci lamentiamo.

Per cambiare la società è necessario trasformare le prevaricazioni che alimentano la sofferenza interiore.

Fino a dare forma a una cultura basata sul rispetto di ogni vita.

La psicoterapia segue strade diverse dalla medicina, è un cammino di crescita personale in cui non trovano posto deresponsabilizzazione e pastigliette miracolose.

Ognuno deve assumersi il peso e il valore del proprio cambiamento.

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“Ma allora a che serve lo psicoterapeuta?!”

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Lo psicoterapeuta:

  • aiuta le persone a liberare nuove risorse e a rivelare la missione che sono venute a svolgere nel mondo

  • non è un guru e non è un saggio

  • è un professionista che affronta costantemente il proprio percorso di crescita, sedendosi spesso dall’altra parte della scrivania e chiedendo aiuto a un altro collega

La funzione di uno psicoterapeuta è quella di stimolare la riflessione e la conoscenza di sé.

I suoi strumenti sono: l’ascolto, il dialogo e le domande.

In un mondo basato sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, la condivisione e il sostegno reciproco dovrebbero costituire le basi della vita sociale, le psicopatologie non dovrebbero esistere e gli psicoterapeuti potrebbero fare un altro mestiere. 

Nel nostro mondo, invece, una pericolosa sordità emotiva crea innumerevoli malattie, occultando le chiavi del benessere e della realizzazione personale.

Lo psicoterapeuta è una persona che ha scelto di dedicare la propria vita a cambiare.

Non perché il mondo là fuori sia sbagliato ma perché ognuno ha il PROPRIO universo e per stare bene è necessario cavalcare il cambiamento di momento in momento, armonizzando le polarità dentro di sé.

Ogni psicoterapeuta è il primo paziente di se stesso (e le sue armi sono il rispetto, l’umiltà e la capacità di chiedere aiuto).

Gli studi, le competenze, i titoli e le ricerche sono soltanto il corollario dell’abilità di ascoltare (prima se stessi e poi gli altri).

Per fare una psicoterapia occorre avere il coraggio di incontrare i mostri interiori e imparare a gestire il benessere che deriva dalla realizzazione di una nuova visione della realtà.

Non tutti sono adatti a vivere questa esperienza.

Chi spera di cambiare senza cambiare niente, delegando ad altri le responsabilità della propria vita, non è idoneo ad affrontare una psicoterapia.

In un mondo sano l’aiuto reciproco è un valore imprescindibile.

Va dato con amore e chiesto senza deleghe.

Carla Sale Musio

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PSICOTERAPIA: paure, risorse, cambiamento

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