Tag Archive 'morte'

Mar 28 2018

AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE: il linguaggio dei paradossi

Proveniamo da una Totalità senza confini e adattarci a vivere dentro le coordinate dello spazio e del tempo non è facile.

Da sempre una conoscenza antica racconta alla coscienza le origini profonde da cui scaturisce la vita.

Ma per l’orecchio umano, assuefatto ai suoni della fisicità, è difficile percepirne i sussurri.

Arriviamo da uno spazio immemore che la mente non può contenere, e impariamo a muoverci con fatica dentro i limiti imposti dall’identità necessaria per muoversi nella fisicità.

Così, una vota raggiunta la capacità di decodificare l’ambiente che ci circonda, con i codici condivisi della materialità, abbiamo paura di perdere il controllo sulla realtà e nascondiamo nelle profondità di noi stessi il ricordo di quella Totalità originaria.

Tuttavia, eclissare la vastità della vita nei confini angusti della nostra percezione fisica limita inevitabilmente la comprensione dell’esperienza terrena e disperde il significato dell’esistenza, frammentandolo in tante verità, spesso antitetiche.

L’esperienza materiale permette di individuare ogni singola componente del Tutto dentro un percorso di conoscenza che non ha fine.

Solo così, infatti, quel Sempre senza spazio né tempo, da cui ogni cosa ha origine, può finalmente individuare se stesso.

Questa frammentazione, indispensabile alla conoscenza, spezza l’Infinito nell’esperienza della nostra quotidianità, dando origine a tante opposizioni, a tante guerre e a tanta violenza.

Quando il bene e il male prendono forma nella psiche, la Totalità sperimenta la propria molteplicità, abbandonando il vuoto senza confini, che pure le appartiene, per identificarsi in ogni singola identità di se stessa.

È il meccanismo che dà forma all’io e al tu e scinde l’Eterno nello spazio e nel tempo, forgiando la materia così come la conosciamo e portandoci a combattere le innumerevoli apparenti fazioni contrarie, dentro il gioco di specchi che chiamiamo: vita.

Vero e falso, giusto o sbagliato, buono o cattivo… sono aspetti divisi di una stessa realtà infinita e il cammino della conoscenza (intrapreso per rivelare ciò che è) ci conduce un passo dopo l’altro a scoprire quella integrità interiore in grado di contenere gli opposti dentro un’unica verità.

È un percorso evolutivo lungo e difficile.

Ricomporre il mandala della Totalità colorando ogni singolo punto di vista con la propria verità significa attraversare la vita sentendo vibrare l’Infinito dentro ogni polarità contrapposta.

L’effetto è quello di un’insostenibile incoerenza.

Ciò nonostante, solo l’accoglienza di questa poliedricità permette alla psiche di comprendere la propria multidimensionalità, superando le barriere imposte dalla logica grazie al valore maieutico dei paradossi.

È in quello spazio indefinito e creativo che la mente può accogliere l’imponderabile e modellare una cultura nuova: capace di rivelare l’Eternità (con il suo progressivo srotolarsi nelle forme dell’identità) e di intrecciare il sapere misterioso del cuore insieme a quello della ragione.

Carla Sale Musio

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TUTTO & UNO. TUTTO È UNO?

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Mar 05 2018

TUTTO & UNO. TUTTO È UNO?

La percezione della Totalità è un ricordo inciso a fuoco nella nostra Anima e impregna di sé l’esperienza della vita intrauterina da cui tutti proveniamo.

Nella pancia della mamma il me e il Tutto sono la stessa cosa.

In quei primi nove mesi di vita, il concetto d’identità non ha ancora preso forma nella psiche e la realtà è un’unica indistinta sensazione di esistere.

È nel momento del parto che la Totalità idilliaca della gravidanza si incrina e l’identità è costretta a prendere forma, dando vita a un me che dovremo imparare a distinguere dall’altro, il diverso, ciò che appare separato e sembra non appartenerci più.

Dopo la nascita la vita si frammenta in polarità: coppie di opposti tra le quali ci sentiamo spinti a operare una scelta.

Diventiamo adulti selezionando le cose in categorie contrapposte: buono o cattivo, bello o brutto, giusto o sbagliato…

In questo modo abbandoniamo la nostra integrità originaria e scopriamo la diversità: tutto ciò che crediamo non faccia più parte di noi.

È per sfuggire a quell’alienità che continuiamo a scegliere e ad avventurarci nella vita, selezionando quello che ci piace e scartando ciò che non ci piace, nel tentativo di impersonare nell’esistenza l’immagine idealizzata di noi stessi.

Tuttavia l’esperienza della vita è un lungo e progressivo riappropriarsi dell’integrità, fino a raggiungere una completezza che al termine dell’esperienza terrena si arricchisce di una nuova consapevolezza: la coesistenza delle polarità nel mondo interiore.

Come ci insegna la fisica dei quanti, esistono sempre un’onda e una particella che sono diverse e anche la stessa cosa.

Sembra un paradosso, eppure spiega una profonda verità rivelandoci il segreto del nostro esistere.

Noi stessi siamo costantemente: un’onda di probabilità infinite e coesistenti e anche una particella limitata e relativa.

Il nostro percorso di crescita è il percorso di consapevolezza con cui il Tutto, durante l’esperienza della materialità, esplora ogni parte di sé, analizzandone le peculiarità e le diversità e acquisendo la conoscenza di ogni aspetto dell’infinito: l’identità insieme alla completezza dell’esistere, la coesistenza delle polarità.

L’unico modo per conoscere la propria infinità, infatti, è osservarne le caratteristiche dall’esterno, spostando il punto di vista fino a comprendere ogni possibile angolazione.

Solo così l’oceano e la goccia (che lo compone) imparano a coesistere in un’identità parcellizzata e totale insieme.

È la logica dei paradossi, quella che conosce il linguaggio dell’Anima e spiega il percorso della vita, l’apparente incoerente coesistenza del particolare e dell’universale in un’unica verità.

La mente fatica a tenere il passo.

I paradossi parlano il linguaggio dell’Infinito e spiegano al cuore ciò che la logica non riesce a decifrare.

Quando ci avviciniamo alla realtà dei mondi invisibili dobbiamo lasciare che l’emozione guidi i nostri passi e arrenderci ai limiti di una razionalità che è utile soltanto nei ristretti confini della materialità.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo esiste il Tutto, l’infinito vuoto che comprende ogni cosa, l’enigma irrisolvibile che paralizza la mente e che il cuore riconosce d’istinto.

Senza bisogno di parole.

Carla Sale Musio

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L’IMMATERIALITÀ NON PUÒ MORIRE 

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Feb 21 2018

IL BAMBINO CREATIVO

La capacità di comprendere se stessi e gli altri poggia sull’accoglienza della propria originalità e sull’ascolto di quel Bambino Creativo che vive da sempre nel mondo interiore.

Soltanto l’espressione della propria unicità (e dell’ingenuità che l’accompagna) permette alla vita di dispiegare il suo profondo significato e rende la morte meno terribile.

La morte è, infatti, l’enigma più grande della nostra esistenza, l’ignoto che ci terrorizza e che paralizza il desiderio di esplorare la vita.

Vita e morte, però, sono le facce di un’unica medaglia, insieme danno forma al percorso necessario per manifestare la nostra irripetibilità.

Nel mondo interiore abbiamo tutti un Bambino Creativo venuto a donare il suo personale modo di interpretare l’esistenza.

Mi riferisco a quel sentire: emotivo, paranormale, istintivo, volubile, discontinuo, curioso e poliedrico, che fa di noi una persona unica al mondo.

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Emotivo

Ricco di sensibilità, di empatia, di emozione e sempre in ascolto dei vissuti interiori.

Paranormale

Dotato di una potente intuizione e capace di muoversi con disinvoltura nelle dimensioni più rarefatte dell’esistenza.

Istintivo

In contatto con i ritmi e i linguaggi della natura, e in grado di interpretare la vita con immediatezza, senza passare attraverso la logica.

Volubile

Sensibile ai climi emotivi e, perciò, spesso in balia dei movimenti interiori.

Discontinuo

Pronto a buttarsi a capofitto in nuove imprese… dimenticando tutto il resto!

Curioso

Partecipe e attento a ciò che lo circonda, veloce a scoprire modi nuovi di fare le cose.

Poliedrico

Ricco di strumenti e qualità diverse e desideroso di intraprendere percorsi diversi.

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Il bambino creativo possiede gli strumenti per rendere la vita un’esperienza appassionante.

Ma, per poter usufruire della sua ricchezza interiore, è indispensabile affrontare la paura della solitudine, l’angoscia dell’abbandono e l’esperienza della diversità, che intrecciano indissolubilmente la creatività.

Divisi tra il desiderio di manifestare le nostre peculiarità e il desiderio di appartenenza, finiamo spesso per omologarci a uno stile di vita che non ci rispecchia, nell’illusione di sentirci parte della società.

È difficile assecondare il bisogno di condividersi con gli altri senza perdere il contatto con la propria irripetibilità.

Stare insieme è un istinto fondamentale nella natura umana.

Tanto quanto la necessità di esprimere se stessi.

Ecco quindi che l’unicità diventa il traguardo di ogni percorso creativo ma anche il presupposto indispensabile per accogliere la diversità e per poter vivere con gli altri una reale reciprocità.

La Totalità contiene tutti i punti di vista contemporaneamente e questo fa sì che (come insegna la fisica quantistica) dall’universo delle infinite possibilità prenda forma la verità di ciascuno.

Il bene e il male sono i poli di un percorso lineare: fatto di antagonismi contrapposti.

Ma, nella poliedrica circolarità del Tutto, ogni cosa deve essere scoperta e compresa in se stessi, fino a che gli schieramenti cedono il posto a una completezza: fatta di empatia e di conoscenza.

Imparare ad accogliere in se stessi questa complessità è il compito di una esistenza intera, e l’unico strumento che permette di guardare la morte con occhi nuovi.

Infatti, nell’accoglienza della dimensione interiore, la morte non è più l’antagonista della vita ma la complementare espressione di un incessante divenire.

Il Bambino Creativo comprende con il cuore che non ci può essere inizio senza fine, e sa attraversare i paradossi che sussurrano nel mondo intimo.

La sua curiosa partecipazione all’Infinito lo rende pronto ad avvicinare qualsiasi cosa.

Pronto a scoprire la diversità nel proprio essere e nel cuore degli altri.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

anche in formato ebook

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Nov 20 2017

L’IMMATERIALITÀ NON PUÒ MORIRE

La nostra certezza di esistere poggia su una consapevolezza che sfugge al pensiero concreto.

La percezione di sé non è misurabile con gli strumenti della scienza, non è oggettiva, ripetibile o quantificabile, appartiene a un sentire interiore che possiamo convalidare soltanto ascoltando noi stessi.

“Penso, dunque sono.”

Sosteneva Cartesio, per confermare la propria realtà senza perdersi nell’ingannevole percezione materiale dei sensi.

La nostra più profonda verità è personale, intima, esiste al di fuori dello spazio e del tempo in una dimensione della coscienza diversa da quella della corporeità.

L’immaterialità non trova conferme nei laboratori scientifici, non è contemplata dai programmi scolastici e non ne parlano i telegiornali, tuttavia si tratta di un sapere con cui ci dobbiamo confrontare.

Inevitabilmente.

Soprattutto quando ci interroghiamo sul significato della vita e della morte.

Chi bazzica il mondo interiore, per mestiere o per scelta, è facilitato in questo compito perché impara a orientarsi nella soggettività che caratterizza i vissuti emotivi.

Chi invece ha bisogno di ottenere le proprie conferme da una dottrina esterna a sé, quando si trova davanti alla morte delle persone che ama, sprofonda in un baratro di dolore e di difficoltà.

La mancanza fisica, infatti, provoca uno strappo nell’anima, una ferita che si rimargina grazie alla fiducia nel proprio sentire e nella permanenza dei legami affettivi.

Tuttavia, parliamo di una certezza indimostrabile in laboratorio, perché l’amore sfugge agli strumenti della scienza e si convalida soltanto ascoltando il proprio cuore.

Così, se vogliamo comprendere cosa succede quando il corpo non c’è più, dobbiamo aprirci a una realtà soggettiva, fatta di sentimenti più che di apparecchiature mediche o di rituali religiosi, e abbracciare un sapere fondato sull’ascolto della propria intima verità.

“Cogito, ergo sum.”

Ci ricorda Cartesio, sottolineando il valore imprescindibile del nostro pensiero e del nostro sentire interiore, e affermando l’importanza di una realtà che esiste dentro noi stessi.

Come il pensiero anche l’amore possiede una pregnanza che è irraggiungibile basandosi soltanto sui cinque sensi.

Eppure, nonostante la sua mancanza di prove concrete, è una verità che nessuno può ragionevolmente mettere in discussione.

Non è possibile affermare che l’amore non esiste.

Sappiamo tutti con matematica certezza che un’esistenza senza amore perderebbe il suo valore riducendosi a un cumulo di esperienze prive d’intensità e di significato.

(Lo verificano quotidianamente gli specialisti della psiche che si occupano di patologie conseguenti alla mancanza di amore.)

L’amore è un’energia imprescindibile e immortale perché si colloca fuori dalla caducità della materia, in uno spazio intimo fatto di sensibilità.

Non si può misurare con gli strumenti della scienza, tuttavia determina la salute o la malattia ed è la causa prima della nostra sopravvivenza e di una esistenza appagante.  

Senza amore si muore.

Ma soprattutto muore la consapevolezza della profondità della vita.

Studiare le dimensioni dell’amore significa uscire dalla tirannia della materialità e avventurarsi in un mondo sottile, fatto di soggettività e di evidenze interiori.

La morte è una di queste.

E l’orrore che l’accompagna è tale soltanto quando la osserviamo indossando gli occhiali della corporeità.

Quando muore una persona cara la sofferenza per la perdita della fisicità ci toglie il respiro.

Ma spesso l’anima sembra imperturbabile di fronte alla catastrofe che pure stiamo vivendo interiormente.

Tante persone raccontano un’inspiegabile indifferenza nonostante la scomparsa di qualcuno che hanno amato moltissimo.

“Ero come anestetizzato.”

“Sapevo che era successo qualcosa di terribile eppure non mi sembrava reale.”

“Non provavo nulla.”

“Mi sentivo quello di sempre, come se non fosse successo niente.” 

Sono parole cariche di sgomento, quasi uno scoprirsi aridi e privi di sentimenti.

Tuttavia sono proprio queste le sensazioni che segnalano la continuità dell’amore, la convinzione inconfessabile che nulla sia realmente cambiato.

L’amore, infatti, non finisce.

Nemmeno quando si muore.

Vive al di fuori del tempo, in un piano della coscienza che non è misurabile con i cinque sensi.

In quello spazio intimo e profondo tutto esiste in un eterno SEMPRE e il legame che ci unisce continua a svilupparsi, perché è fatto di un’energia che non può morire.

La certezza di questa immortalità dimora in una dimensione infinita e onnipresente.

E ci accompagna in ogni istante della nostra esistenza.

La morte è la fine del corpo e dell’esperienza materiale.

Se ci diamo il permesso di guardare oltre i confini della fisicità, scopriamo un mondo nascosto fatto della stessa essenza impalpabile di cui è fatto il pensiero e altrettanto vitale.

Ammettere la permanenza dell’amore significa osservare la morte da un punto di vista nuovo, capace di accogliere la Totalità dell’esistenza superando i limiti della concretezza e imparando i codici dell’infinito.

Solo così è possibile ascoltare le voci di chi non esiste più nello spazio e nel tempo ma cerca di raggiungerci parlando al nostro cuore.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO 

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Nov 01 2017

A PROPOSITO DELLA PAURA DELLA MORTE…

Finché siamo giovani la vecchiaia e la morte ci appaiono così lontani che non sembrano riguardarci davvero.

Siamo catturati dal bisogno di esprimere e realizzare noi stessi e l’idea che prima o poi dovremo lasciar perdere tutto appare lontana e imprendibile.

Eppure gli anni scappano via uno dopo l’altro e, più rapidamente di quanto non avessimo previsto, ci ritroviamo ad abbandonare la corporeità per affrontare un evento sconosciuto, angosciante e misterioso.

In quel momento, la paura e il dolore rendono difficile comprendere pienamente ciò che accade.

Viviamo fingendo che la morte non esista.

Totalmente assorbiti dal raggiungimento di beni materiali e spesso effimeri, non ci fermiamo mai a valutare davvero la portata e il valore della fine dell’esperienza terrena.

Corriamo nella vita evitando di pensare che un giorno avrà termine e, quando si avvicina il momento di lasciare il corpo, scopriamo di essere del tutto impreparati ad accoglierne il significato e la profondità.

Nessuno ci insegna come attraversare quella metamorfosi così definitiva e importante.

I programmi scolastici non prevedono la conoscenza del mondo immateriale.

La scienza analizza soltanto i dati concreti: il cuore smette di battere, l’elettroencefalogramma è piatto, l’organismo si decompone e, infine, diventa polvere.

Le religioni raccontano che l’anima si sposta in un altro luogo dove non è possibile raggiungerla (paradiso, purgatorio, inferno, reincarnazione…) e dove Dio, il karma o qualcos’altro, giudicheranno le nostre azioni destinandoci al premio o al castigo; ma parlano per dogmi e richiedono fede.

La ragione, lacerata tra il bisogno di comprendere e la paura di non farcela, finisce per accantonare il problema impegnandosi nelle mille imprese che costellano la quotidianità.

È così che un brutto giorno scopriamo che è giunto il momento di oltrepassare le Colonne d’Ercole.

La fine della vita è arrivata e noi non siamo pronti per accettarla e per attraversare i piani della coscienza senza lasciarci travolgere dalla paura dell’ignoto.

Tuttavia, il corpo si prepara molto tempo prima di quell’istante conclusivo; comincia a darci i segnali del cambiamento un giorno dopo l’altro, all’inizio quasi impercettibilmente e poi sempre più chiaramente.

Sta a noi accordargli la giusta attenzione fermando il vorticoso meccanismo della distrazione per accogliere il passaggio in tutta la sua intima e profonda intensità.

La vecchiaia, quel cambiamento progressivo e inesorabile che rende il fisico sempre meno prestante ad affrontare le prove dell’esperienza materiale, corrisponde al formarsi di uno strumento adatto a muoversi nelle forme più rarefatte in cui la morte ci accompagnerà.

Se osserviamo la decadenza fisica dalla prospettiva immateriale, scopriamo che il “deterioramento” è in realtà uno spostamento sui livelli sottili dell’esistenza.

Il declino fisico segnala che un altro corpo sta prendendo forma.

Gli animali lo chiamano “fare il bozzolo”, indicando con ciò il trasferimento progressivo della consapevolezza al di fuori dalla dimensione terrena.

Per questo quando arrivano in prossimità della morte preferiscono isolarsi lasciando che la natura faccia il suo corso senza ostacolarla.

Nelle loro culture legate ai ritmi della creazione la morte non è combattuta con la foga con cui noi l’avversiamo.

Dal nostro punto di vista carico di superiorità e di giudizio i loro atteggiamenti possono essere scambiati erroneamente per indifferenza, tuttavia nel loro stile di vita sempre attento all’ecosistema, la medicina, i farmaci e l’accanimento terapeutico, che caratterizzano la società umana non sono contemplati.

Per le altre specie la morte è un passaggio, a volte doloroso, ma inevitabile.

È con questa consapevolezza che lasciano andare i loro simili e se stessi nel momento del trapasso.

Proprio come il bruco diventa inutile e isolandosi si trasforma in una meravigliosa farfalla, così il corpo perde le sue funzionalità permettendo all’energia individuale di trasferirsi nelle configurazioni necessarie a continuare l’avventura della conoscenza su altri livelli della realtà.

Ecco perché “invecchiare” dal punto di vista immateriale indica uno spostamento e non un deterioramento.

Se osserviamo la vecchiaia da una diversa prospettiva, scopriamo che è un tempo necessario a prendere confidenza con le leggi che governano i piani impalpabili della coscienza.

Un tempo in cui l’organismo perde le sue capacità mentre chi lo abita, l’io, l’osservatore, il testimone che ci accompagna silenzioso dal primo all’ultimo giorno della vita, non invecchia.

Quella presenza consapevole percepisce che il corpo si sta fermando ma sa che tu non ti stai fermando, al contrario, stai accelerando!

Ti liberi dalle strettoie del tempo e dello spazio e impari a fluttuare nell’immensità.

In quei momenti l’inconscio schiude le sue potenzialità e spalanca le porte dell’eterno presente mostrando la coesistenza di infinite possibilità.

Tutto cambia.

Nel passaggio che conduce alla rarefazione, l’organismo perde la sua funzione di veicolo fisico e l’io si sente sempre più vivo, leggero e pronto ad affrontare una nuova avventura.

Ecco perché gli anziani dormono spesso e si confondono facilmente, scambiano il giorno con la notte, il prima con il dopo, il presente con il passato: ondeggiano nel tempo mentre imparano a esistere senza il tempo.

Il cervello, che è stato lo strumento principale per decodificare la materialità, diventa inutile a leggere i nuovi codici della rarefazione.

Prende forma un’essenza più lieve, capace di planare nelle dimensioni come una farfalla.

Per lo stesso motivo anche i piaceri che appartengono alla fisicità perdono d’importanza lasciandoci scoprire appagamenti nuovi.

Non più il cibo, la sessualità, il chiasso, le feste, le chiacchiere, le emozioni forti… ma un ascolto intimo e profondo che conduce fuori dalle passioni nel mondo senza confini della Totalità.

Un mondo che in tanti hanno provato a raccontarci, sia dopo le esperienze di premorte che nei sogni, nelle comunicazioni telepatiche e nel channeling post morte, ma che è così difficile da accettare e da comprendere quando la fisicità fa sentire ancora con urgenza il suo richiamo.

La paura della morte intreccia l’ignoranza sul significato della vita.

Aprirsi a una conoscenza che va oltre i cinque sensi per accogliere una realtà intima fatta di sensazioni, di intuizioni e di un sapere che nasce dentro di sé un attimo prima che sia stata formulata la domanda, permette di comprendere i cambiamenti impercettibili che ci conducono oltre la materialità, creando un ponte tra le dimensioni.

Una cultura nuova abbraccia ciò che attiene alla fisicità e ciò che invece la trascende, aiutandoci a colmare i vuoti che riducono la fine della vita a una perdita d’identità, di valore e di presenza.

Per costruire un mondo migliore è necessario abbattere il pregiudizio che ammanta la morte di tristezza, e oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo dando forma a un’unione profonda fatta di legami autentici e immortali.

Solo così si permette all’amore di dispiegare tutta la sua verità.

Carla Sale Musio

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ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

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Set 16 2017

ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

Crediamo che la nostra sia l’unica cultura degna di questo nome e disprezziamo le altre creature giudicandole rozze e stupide.

Eppure, quelle che presuntuosamente definiamo bestie possiedono una conoscenza che noi abbiamo dimenticato e comprendono la vita senza dipendere dalle parole.

Gli animali conoscono il valore di ciò che non si vede e padroneggiano d’istinto le percezioni immateriali.

Possiamo verificarlo ogni volta che interagiscono tra loro senza emettere alcun suono.

Grazie a una partecipazione silenziosa e impercettibile, le altre specie condividono la voglia di giocare, la curiosità, il piacere di conoscersi, la rabbia, la paura, il confitto, l’unione, il corteggiamento, l’amore…

Sentono interiormente i vissuti reciproci e si comportano di conseguenza.

Quando muore una persona cara, il desiderio di riabbracciarla ci spinge a desiderare un modo per ricongiungerci nonostante la mancanza della fisicità, e il più grande limite che incontriamo è legato alla dipendenza dai suoni e dalle parole.

Abbiamo bisogno della concretezza.

Diversamente dagli animali, non siamo capaci di cogliere in noi stessi gli avvenimenti interiori, non sappiamo distinguere i vissuti intimi dal flusso ininterrotto dei pensieri che affollano la mente.

Preferiamo affidare la nostra conoscenza alla vista, all’udito, alle consuetudini, agli scienziati o alla tecnologia, e deridiamo la telepatia, l’istintualità, la sensitività e l’intuizione che caratterizzano il sapere degli animali.

Neghiamo a noi stessi la possibilità di utilizzare il sesto senso e ignoriamo le profondità dell’empatia.

Così, quando le persone che amiamo abbandonano il corpo, non sappiamo come fare per ritrovarle e veniamo travolti dalla sofferenza.

In quei momenti la vita sembra un gioco crudele volto a farci impazzire.

La mancanza della fisicità ci coglie inermi, disperati e soli.

Abbiamo perso i codici dell’invisibile e disprezziamo i maestri che potrebbero aiutarci.

È faticoso assumersi la responsabilità della propria ignoranza e ammettere che tutto quel dolore dipenda dalla convinzione di una superiorità arbitraria e inesistente.

È difficile accettare che non riusciamo a sentire la presenza di chi è privo del corpo perché abbiamo calpestato il valore delle comunicazioni intime e profonde, fatte di percezioni senza parole.

Tuttavia, chi vive con un cane o con un gatto (ma anche con un coniglio, con un porcellino, con una pecora, con una gallina…) può osservare quotidianamente il sapere delle altre specie.

I nostri animali, infatti, avvertono la realtà dentro di sé e sanno quando abbiamo deciso di portarli dal veterinario, di fargli il bagno, di uscire per una passeggiata o di dargli da mangiare.

Lo intuiscono e si fidano di ciò che sentono.

Non cercano le prove scientifiche.

Non ne hanno bisogno.

Quando muore una persona cara, la necessità di recuperare quel linguaggio senza parole diventa l’unica via per ritrovare chi abbiamo amato, oltre l’annientamento imposto dal pensiero scientifico alla morte del corpo fisico.

La possibilità di sperimentare ancora la presenza immateriale dei nostri cari passa attraverso l’ascolto di un’intimità fatta di sensazioni impalpabili.

In quei momenti l’anima cerca la continuità del legame dentro un vissuto profondo che chiamiamo: unione.

In quella partecipazione interiore è racchiusa la percezione dell’intesa indissolubile che sopravvive nell’intimità di ciascuno, oltre le barriere dello spazio e del tempo.

Il cuore la riconosce d’istinto.

Gli animali lo sanno da sempre.

La specie umana (intrappolata nella propria presunzione) chiede conferme agli esperti e si priva dell’autenticità capace di restituire senso alla vita.

E alla morte.

Carla Sale Musio

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PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

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Ago 21 2017

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Parlare con chi non possiede più un corpo è un’impresa difficile in un mondo abituato a usare le parole per diluire le emozioni.

I vocaboli veicolano l’energia dei sentimenti dentro suoni carichi di significato, ma l’abitudine a comunicare solo grazie al linguaggio parlato ci spinge a dimenticare il valore intimo che lo sottende.

Succede a tutti di esprimere frasi prive di una reale carica emotiva, suoni vuoti di energia, involucri senza contenuto.

Amiamo la poesia perché i poeti fanno vibrare le parole di vissuti interiori, ricordandoci il valore di una comunicazione che intreccia la mente con il cuore.

Quando i vocaboli sono privi di risonanza con la vita intima, il dialogo diventa un atto sterile e artefatto.

Ne abbiamo un esempio evidente in tutte le espressioni formali:

“Come stai?”

“Bene grazie, e tu?”

“Buongiorno”

“Buonasera”

“Sentite condoglianze”

“Buon Compleanno”

“Tanti auguri”

“Cento di questi giorni”

“Congratulazioni”

Modi gentili che rispettano le consuetudini ma che spesso sono privi di una reale energia emotiva.

Per comunicare con i defunti bisogna abbandonare le parole e avventurarsi nel mondo delle sensazioni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro di noi e fidarci di quelle percezioni che accompagnano i nostri discorsi senza fare rumore.

Questo tipo di ascolto può rivelarsi molto difficile per quanti sono soliti concentrarsi sui suoni piuttosto che sulle emozioni.

Sono visioni, ricordi, impressioni, stati d’animo, consapevolezze veloci e sfuggenti che appaiono (e scompaiono rapidamente) sotto la soglia del mondo fisico in cui siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione.

Per incontrare chi fisicamente non c’è più, occorre fidarsi di ciò che si sente dentro, senza pretendere una verifica formale.

Perché la vita interiore non può avere altre conferme di quelle che riceve da se stessa.

Per comunicare con le persone che vivono nelle dimensioni immateriali, è indispensabile assumersi la responsabilità di ciò che ci succede intimamente e non ostinarsi a cercarne le prove concrete.

La concretezza, infatti, non appartiene alle realtà interiori.

In quei luoghi ciò che è corporeo non funziona.

La realtà al di fuori del mondo fisico utilizza codici diversi dalla materialità e per comprenderne il significato è indispensabile seguire il proprio cuore.

Solo il cuore, infatti, può stabilire la veridicità delle emozioni e fidarsi della loro autenticità, a dispetto di ogni prova scientifica.

L’amore non è scientifico.

È reale.

E possiede una certezza così pregnante per chi la vive, da non aver bisogno di dimostrazioni.

La soggettività è il linguaggio dell’amore e l’unica convalida possibile quando si tratta di comunicare con chi è privo di corporeità.

Cercarne le conferme all’esterno non ci aiuta.

È necessario concedersi il permesso di credere senza pretendere altra prova che quella del proprio ascolto interiore.

Viviamo in un periodo in cui il conformismo ci fa sentire sicuri e integrati spingendoci ad adottare i modi e le convinzioni delle persone che abbiamo intorno.

Ma, per ritrovare chi abbiamo amato, anche dopo la morte, è necessario abbandonare questo bisogno di omologazione e sopportare il peso dell’autonomia.

Solo tu puoi sapere se ciò che senti è un sogno, una visone, una comunicazione o una fantasia!

Così, mentre la logica scrolla la testa, dobbiamo imparare a camminare a braccetto con l’incertezza, lasciando che il cuore ci guidi a incontrare le creature cui siamo legati.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo.

Nelle profondità dell’Amore.

L’empatia non ha bisogno di essere provata scientificamente, trova le sue verifiche nello scambio affettivo che abbiamo con le altre forme di vita.

Quando attiviamo le potenzialità dell’emisfero destro del cervello, ci muoviamo negli spazi dell’emotività e della sensazione e grazie a queste facoltà (diverse dalla razionalità che caratterizza l’emisfero sinistro) incontriamo gli altri su un piano intimo, intenso e profondo.

Gli animali lo sanno e si lasciano guidare dall’istinto.

Sentono interiormente cosa è giusto fare o non fare, dove è meglio andare, di chi ci si può fidare… e lasciano che queste percezioni dirigano la loro vita e le loro scelte.

Senza bisogno di usare le parole.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà fatta di finzioni e imparano a nascondere la verità dietro alle maschere necessarie per sentirsi parte della società.

In questo modo la nostra specie ha perso il contatto con le potenzialità dell’emisfero destro e, per sapere se qualcosa è vero, si sente costretta a dimostrarlo… in laboratorio.

Ma l’amore non si può comprovare.

Bisogna viverlo e sperimentarne in se stessi l’autenticità.

I legami affettivi appartengono al mondo dei sentimenti.

Per questo, dopo la morte di una persona cara, è indispensabile permettersi di seguire il richiamo del cuore e lasciare emergere la certezza di ritrovarsi ancora, a dispetto dei ragionamenti, del dolore, della mancanza e della scienza.

Solo l’amore può contenere l’eternità.

E, quando il corpo non esiste più, ci guida a incontrare chi abbiamo amato.

Oltre le barriere del linguaggio e della concretezza.

Nel mondo intimo e scivoloso dell’affettività.

Carla Sale Musio

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INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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Giu 27 2017

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

  • È possibile riconoscere la presenza di una persona che non ha più un corpo?

  • Come facciamo a sapere che si tratta proprio di chi abbiamo amato e non di un prodotto della nostra fantasia?

  • È il dolore che spinge a cercare una consolazione nel sogno di una vita che continua dopo la morte, o davvero ci si può ritrovare ancora?

Per rispondere a queste domande è indispensabile cambiare prospettiva e osservare gli eventi con lo sguardo del cuore, senza lasciarsi intrappolare negli stereotipi culturali che ammalano la civiltà.

Nella nostra cultura, il cuore è considerato una romanticheria adatta a persone poco concrete, inattendibili e con la testa tra le nuvole.

Le cose reali sono quelle che si possono quantificare, misurare, calcolare e, possibilmente, trasformare in business.

L’economia detta legge in tutti i settori e arriva a sindacare persino nelle profondità di noi stessi.

Viviamo nella dittatura del sistema produttivo e l’arroganza monetaria ha trasformato i sentimenti in smancerie, prive d’intelligenza.

Per inseguire il reddito dimentichiamo che il benessere e la salute affondano le radici dentro una soggettività fatta soprattutto di sensibilità.

La crescita esponenziale di tante patologie psicologiche indica una falla nella gestione materialista della vita e segnala l’urgenza di un cambiamento capace di ridare valore al mondo intimo di ciascuno.

L’amore è un fatto personale: poco quantificabile, poco misurabile, poco riproducibile in laboratorio.

E, per questo, è stato dichiarato scientificamente: inesistente.

Eppure, l’amore è reale.

Lo sanno con certezza tutti quelli che ne sperimentano gli effetti dentro di sé.

La sensibilità ha un potere che non si può comprare e permette alla vita di dispiegarsi nelle sue infinite possibilità.

L’amore è uno stato d’animo.

Perciò, è sempre un fatto personale.

Ognuno lo vive a modo suo.

Questo non significa che non esista.

La vita psichica è soggettiva.

Soggettiva non vuol dire inesistente.

Vuol dire che ognuno se ne assume la responsabilità, senza dover cercare all’esterno le conferme necessarie a convalidare ciò che vive.

Tutta la psicologia poggia sull’assunto di una soggettività che si fa legge e diventa verità per chi la sperimenta.

Agli specialisti della psiche non verrebbe mai in mente di mettere in dubbio l’autenticità dei vissuti interiori.

Tuttavia, nessuno psicologo si sognerebbe di estendere la soggettività, trasformando in verità universali le percezioni individuali.

Per la psicologia: realtà, verità, soggettività ed emotività, camminano a braccetto, accompagnando ogni persona lungo un percorso unico, ricco di realtà e di significato.

La ricerca scientifica basata sulla riproducibilità è funzionale alle statistiche e ai business, ma non si adatta alle esperienze interiori, che trovano il proprio valore nella sensibilità individuale.

La perdita di una persona cara è un evento personale.

Addentrasi nel mondo intimo della percezione della morte, ci porta a esplorare una realtà che trova nella ricettività di ciascuno le proprie conferme.

È un concetto difficile da digerire in una società che pretende di cancellare i sentimenti e che ha trasformato il consumo nell’unico obiettivo degno di valore.

Ma l’amore e l’economia sono diversi e non possono essere valutati con gli stessi strumenti.

Quando affrontiamo il tema di una continuità dopo la morte, dobbiamo usare i codici della psiche, ed esplorare gli accadimenti permettendoci di convalidare gli incontri sulla base della nostra esperienza personale.

Le persone che non hanno più il corpo, per coltivare una relazione hanno bisogno di comunicare in un profondo legame emotivo.

E il legame emotivo è qualcosa che succede dentro, non fuori, di noi.

Perciò, le prove necessarie alla ricerca scientifica sperimentale e ripetibile, sono inadatte.

Occorre spostare il punto di vista e permettersi di credere alle percezioni interiori, sviluppando un ascolto fatto di sensazioni, di simboli, di archetipi, di visioni, di improvvise rivelazioni, di emozioni indefinibili e di magia.

Perché sono proprio queste le peculiarità della vita emotiva.

E perché è all’interno di quei piani della coscienza che possiamo incontrare chi abbiamo amato.

Bisogna tenere sempre presente, però, che la personalità è strettamente intrecciata alla fisicità e che la mancanza di fisicità cambia l’identità.

Per questo motivo, la pretesa di ritrovare i nostri cari, nelle stesse forme in cui li conoscevamo quando possedeva il corpo, è destinata a essere delusa.

Quando il corpo muore, infatti, muore anche la personalità.

E quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che determinavano il carattere durante l’esperienza materiale, va perduto.

Questa è una delle principali ragioni che ci spingono a rifiutare la continuità della vita dopo la morte.

Il dolore e la mancanza ci inducono a cercare le persone che abbiamo amato nelle loro sembianze del passato e a volerle ritrovare con le modalità che un tempo le hanno rese uniche e speciali, ma questa pretesa di continuità non permette di evolvere il legame e inibisce l’ascolto interiore.

Dopo la trasformazione che si accompagna alla perdita del corpo, i nostri cari sono diversi da prima e, per poterli incontrare, è indispensabile accettare la loro evoluzione.

Quando il corpo e la personalità non ci sono più, ciò che resta è una profonda consapevolezza di sé, affrancata dagli aspetti necessari a muoversi nella vita fisica.

Dopo la morte, l’amore si libera dai bisogni di appartenenza e riconoscimento, e può esprimere se stesso in una totalità più ampia, più profonda e più intima.

Per ritrovare i nostri cari, dobbiamo essere pronti a seguirli nel loro percorso di cambiamento e accettare le trasformazioni che la morte del corpo porta con sé.

Solo così diventa possibile coltivare i legami, evolvendo insieme nella capacità di amare.

Ecco perché, di solito, le immagini che i disincarnati utilizzano sono un’icona, necessaria soltanto per farsi riconoscere.

Al di là di quella percezione, si estende il mondo impalpabile della loro realtà, lo spazio della coscienza in cui dobbiamo imparare a protenderci, per creare un ponte che avvicini le dimensioni e permetta all’amore di fluire.

Oltre i limiti dello spazio, del tempo e della corporeità.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

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Apr 15 2017

LA DITTATURA DELLA MATERIALITÀ

Quando muore una persona cara, il dolore della perdita impedisce di coltivare il legame costruito durante la vita del corpo e rende impossibile percepirne ancora la presenza.

La morte è uno scrollone inammissibile per la ragione, abituata a misurare, pesare, valutare e pianificare.

Nell’immaginario collettivo la mancanza di un corpo fisico corrisponde alla fine di tutto, e il silenzio che avvolge la relazione affettiva  recide come una rasoiata ogni possibilità di ritrovarsi.

Le religioni e la scienza, entrambe con i loro dogmi, impediscono alla consapevolezza di far fronte alla perdita e al cambiamento che conseguono alla morte, alimentando una fede cieca e ingenua.

“Dopo la morte soltanto Dio decide cosa ci aspetta!”

Asserisce la religione cattolica, chiudendo le porte a qualunque verifica individuale.

“Dopo la morte non c’è più niente!”

Affermano amaramente gli scettici, delusi dalle spiegazioni sacre e devoti al sapere di una conoscenza scolastica ormai superata.

Pochi animi liberi hanno il coraggio di avventurarsi in una ricerca capace di restituire dignità, pregnanza ed esistenza, anche a chi ha perduto per sempre la fisicità.

Eppure…

La spiritualità sussurra, nell’intimo di ciascuno, l’esistenza di una realtà impalpabile ma capace di interagire con gli eventi che ci succedono, mentre le nuove frontiere della fisica descrivono un’immaterialità più significativa della materia, e la psicologia evidenzia l’importanza di uno spazio interiore che trascende la corporeità e la condiziona.

Le più recenti rivelazioni scientifiche confermano l’esistenza di un’incorporeità fatta di possibilità infinite, un’onda di probabilità che collassa nelle forme materiali solo quando la nostra attenzione ne determina la concretezza.

Ciò che crediamo e pensiamo, insomma, ha un impatto sugli avvenimenti e rende possibile o impossibile la conoscenza della vita dopo la morte.

Siamo vittime di una dittatura della materialità che impedisce al pensiero di avventurarsi oltre il limite della fisicità e rende impossibile ascoltare la voce intima dell’intuizione.

La mancanza di una corretta informazione scientifica unita a una sorta di superstizione religiosa, paralizza ogni possibilità di incontrare chi abbiamo amato, quando questi non possiede più un corpo fisico.

Superare le barriere delle nostre abitudini mentali non è un’impresa da poco.

Occorre determinazione, forza di volontà e spirito di ricerca, per oltrepassare i limiti imposti dal materialismo e aprirsi alla comprensione di un mondo fatto di sensazioni e soggettività.

La paura di essersi inventati ogni cosa imprigiona le certezze interiori dentro la pretesa di una scientificità scolastica, ormai superata.

Oggi, la soggettività è la nuova epistemologia della ricerca scientifica, il presupposto indispensabile per studiare le cose con obiettività.

Per la scienza moderna, infatti, la percezione di ciò che succede è sempre soggettiva e, solo nel riconoscimento di quella soggettività, diventa possibile costruire un’ipotesi rigorosa.

La psicologia ha affermato l’importanza di una comprensione individuale della vita, sostenendo che nella soggettività si nascondono i semi del benessere o del malessere, e il significato profondo di ogni esistenza.

Nella scuola dell’obbligo, però, non si parla di tutto questo, la scienza è ancora quella, ormai datata, degli esperimenti oggettivi.

La fisica quantistica è esclusa dai programmi ministeriali e il buon senso comune, imbevuto di nozioni superate, impedisce all’amore di ritrovare i nostri cari dopo la loro morte.

Avventurarsi fuori dalle colonne d’ercole dell’indottrinamento scolastico è difficile.

Eppure…

Quando il dolore appesantisce il cuore, la speranza di incontrare di nuovo chi abbiamo amato spinge a superare i pregiudizi e incoraggia l’anima ad avventurarsi nel mondo scivoloso e imprendibile della soggettività e dei sentimenti.

È lì, infatti, che possiamo incontrare i nostri cari.

Solo dando ascolto al silenzio che sussurra nel mondo interiore, diventa possibile distinguere la Vita anche oltre la vita, e riconoscere, nell’imprendibile assenza della fisicità, la voce delle persone cui abbiamo voluto bene e che ancora si raccontano al nostro cuore con il linguaggio senza parole dei sentimenti.

Carla Sale Musio

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COSA C’È DOPO LA MORTE?

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Apr 03 2017

COSA C’È DOPO LA MORTE?

Sarebbe bello sapere cosa c’è dopo la morte, ma nessuno è mai tornato indietro a dircelo.

Quest’affermazione non è vera.

Tutti i nostri cari tornano indietro a dircelo.

E tutti cercano di farci sapere cosa succede durante la morte e cosa c’è dopo.

Il problema è che, senza avere un corpo, è molto difficile farsi capire da chi usa soltanto i sensi fisici per decodificare l’esistenza.

Senza il corpo non si può parlare, non si può essere visti, non si può essere ascoltati e non si è riconosciuti nemmeno quando si riesce a dare un segnale di sé, manipolando l’energia o le immagini interiori degli interlocutori.

Così, le persone che abbiamo amato e che dopo la morte sono tornate a raccontarci cosa è successo dal momento in cui il loro cuore ha cessato di battere, hanno trovato la porta chiusa, perché la nostra comprensione non prevede altro ascolto che quello uditivo, visivo, tattile, olfattivo o gustativo.

E queste vie di comunicazione sono precluse a chi non possiede più una struttura fisica.

Quando il corpo muore, infatti, rimangono soltanto i legami che abbiamo costruito.

L’amore che dai è l’amore che resta ci insegna Miryam Jael Riboldi nel suo bellissimo libro, evidenziando una profonda verità.

Solo l’amore sopravvive al corpo e, dopo la morte, i legami che abbiamo realizzato diventano autostrade in grado di condurci a incontrare i nostri cari.

Ma tutto questo succede in quello stesso spazio interiore in cui li abbiamo amati durante la vita.

Un luogo della coscienza che non tutti frequentano abitualmente.

Il ritmo frenetico che impronta le nostre giornate non prevede l’ascolto dei movimenti emotivi.

La corsa a comprare, lavorare, guadagnare e… comprare ancora, deride il silenzio e l’attenzione necessari a coltivare i sentimenti.

Eppure…

Il benessere e la salute mentale dipendono proprio da quell’ascolto e dal tempo dedicato all’intimità.

Con se stessi e con gli altri.

Quel mondo intimo in cui scopriamo la nostra affettività è ciò che sopravvive alla morte e, quando il corpo non c’è più, la percezione della vita interiore diventa uno strumento prezioso per ricongiungerci con chi abbiamo amato.

Naturalmente questo succede sempre.

Anche quando il corpo lo abbiamo.

Ma durante la vita fisica, tendiamo a privilegiare la concretezza, lasciandoci sfuggire tra le dita l’opportunità di imparare a gestire le profondità dell’amore e dei sentimenti.

Il nostro stile di vita, proteso al raggiungimento del successo e al disprezzo dei valori interiori, è l’ostacolo più grande alla comunione emotiva e impedisce la continuità dell’amore dopo la perdita del corpo fisico.

Le esigenze della civiltà, infatti, non si curano dell’interiorità.

Al contrario, per raggiungere un’affermazione sempre maggiore, è necessario sacrificare la sensibilità e imparare a far finta di niente davanti ai soprusi necessari per ottenere il benessere previsto dall’economia.

In questo scenario, la morte diventa inevitabile e funzionale al potere dei pochi sui molti.

Che si tratti di una legge naturale, della catena alimentare, dell’homo homini lupus o di altre cose del genere, il risultato non cambia: per vivere bisogna uccidere e per uccidere bisogna zittire la propria sensibilità, ammutolire il cuore, imbavagliare l’empatia e trasformarsi in cinici robot, indifferenti davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore, strumento di soddisfazione del più forte.

Nella cultura della sopraffazione, quella stessa morte che infliggiamo quotidianamente con leggerezza (per divertimento, per interesse, per soddisfare i piaceri del palato o perché si è sempre fatto così) diventa un mostro con cui non è più possibile confrontarsi.

La barriera che impedisce la continuità dell’amore, quello con la A maiuscola.

L’amore, infatti, non può convivere con l’uccisione e con la violenza di cui ogni giorno siamo mandanti e vittime.

Nascondere a noi stessi l’orrore che sta dietro una società improntata alla prevaricazione e al dominio dei forti sui deboli, ci spinge a nascondere il valore delle cose che non si vedono e impedisce che l’evoluzione interiore possa proseguire il suo percorso.

Sia prima sia dopo la perdita del corpo.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci cosa succede dopo la morte, cercando di creare un ponte che unisca le dimensioni della coscienza: quella fisica della materialità e della concretezza e quella intima dei sentimenti e dell’impalpabilità dell’Amore.

Il tentativo di costruire una comunione che sopravviva alla morte del corpo, è un’esigenza ancestrale che tutti noi ci portiamo dentro e che annientiamo con sofferenza, per riuscire a omologarci alla nostra società dei consumi.

Consumare, infatti, tiene in piedi l’economia e il potere dei pochi sui molti, ma annienta la sensibilità e la creatività indispensabili per vivere con pienezza l’esistenza.

La morte ci riporta bruscamente al valore dell’immaterialità e del mondo della sensibilità ma, per accogliere il messaggio di chi abbiamo amato, è indispensabile permettersi l’empatia e camminare nel mondo dei sentimenti senza paura.

Senza sentirsi ridicoli, stupidi, ingenui, infantili, visionari, creduloni o poco intelligenti.

E, soprattutto, senza dover nascondere a se stessi le morti inflitte a cuor leggero:

“… perché si è sempre fatto così e perchè, si sa, nella nostra civiltà uccidere è indispensabile.”

Carla Sale Musio

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