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Mag 16 2018

USCIRE DALLA DIPENDENZA ALIMENTARE

L’atto di mangiare è il nostro primo apprendimento: abbiamo appena messo il naso su questo pianeta che subito la mamma ci attacca al seno invitandoci ad assaporare il cibo.

E chi non vi si dedica e col dovuto entusiasmo è spronato a impegnarsi affinché non corra il rischio di morire d’inedia.

Eppure lo spettro della fame non esiste più nei paesi industrializzati.

Al suo posto incombe invece il pericolo dell’obesità.

Le statistiche mediche segnalano con urgenza i danni conseguenti alla sovralimentazione.

Tuttavia nessuno si preoccupa delle patologie legate all’abuso alimentare.

Siamo così convinti della necessità di mangiare più volte al giorno che non riusciamo nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere se le fonti alimentari fossero diverse e i bambini potessero scegliere spontaneamente le modalità nutritive congeniali al loro organismo.

Un mondo migliore presuppone la conoscenza di soluzioni alternative alla bulimia, all’anoressia e all’obesità che ammalano il nostro stile di vita.

Molte ricerche dimostrano che la vitalità e la luce sono i requisiti indispensabili per vivere in buona salute.

Tutti gli alimenti, infatti, possiedono un potere nutrizionale proporzionale alle radiazioni luminose che contengono (Il codice della luce).

Ci sono persone che hanno cambiato il proprio metabolismo e possono alimentarsi esclusivamente di energia (www.breatharianworld.com).

Queste persone non hanno bisogno di mangiare per vivere.

Esistono bambini nati da mamme che si nutrono grazie a una vibrazione luminosa e interiore (PFW 2016 conference).

Questi bambini hanno potuto scegliere quando e cosa mangiare, senza dipendere dal cibo per la loro sopravvivenza.

Andiamo incontro a un mondo dove la sopraffazione legata al piacere del gusto sarà sostituita dalla cooperazione e dal rispetto per tutte le creature.

Un mondo in cui l’empatia, la creatività e l’ascolto di sé modelleranno un sapere nuovo.

E, anche se questa civiltà ci appare ancora lontana e poco credibile, il cambiamento si sta già delineando.

Impercettibilmente, ma inesorabilmente.

La sofferenza psicologica e fisica conseguente alla sovralimentazione diventa ogni giorno più evidente e sempre più persone scelgono la via della consapevolezza e del cambiamento, nonostante il bombardamento mediatico agito dagli interessi economici.

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Una pericolosa bulimia sociale ci rende vittime di una fame insaziabile

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Esiste un mostro invisibile che stimola nella psiche il bisogno di mangiare in continuazione, intrecciando le necessità affettive con le dipendenze alimentari  fino a renderle indistinguibili.

Il primo passo per spingere i bambini a consumare ogni genere di dolcetti, merendine, snack, rompidigiuno, spuntini, stuzzichini… è mescolare le cure materne con il piacere dell’oralità.

Quasi tutti i cuccioli della specie umana nei primi mesi di vita sentono il bisogno di portare il dito in bocca o succhiare una tettarella di gomma.

Questo gesto comune e apparentemente innocente segnala una patologia.

I piccoli dell’uomo imparano molto presto a scambiare il cibo con l’affetto.

Per loro l’amore della mamma passa attraverso l’assunzione degli alimenti e questa sovrapposizione struttura una confusione tra il nutrimento affettivo e l’atto di portare qualcosa alla bocca.

Gli psicologi la chiamano fase orale e spiegano che soltanto dal suo superamento può prendere forma la maturità.

La crescita, infatti, passa attraverso la capacità di riconoscere all’altro una propria autonomia senza per questo aver bisogno di ingoiarlo.

A causa dei ritmi frenetici necessari alla sopravvivenza, sempre più spesso le madri della nostra specie si concedono il piacere di coccolare i figli solo durante il momento del pasto.

Questo trasforma l’atto di mangiare in una ricerca di affetto.

Dalla mescolanza tra cibo e intimità prende forma la dipendenza che sta ammalando l’umanità e distruggendo il pianeta.

Si struttura nei primi anni di vita e si mantiene viva grazie al bombardamento pubblicitario indispensabile a raggiungere gli standard di mercato.

Per liberarsi da questa patologia è necessario affrontare le crisi di astinenza che accompagnano l’uscita dalla dipendenza, seguendo un percorso progressivo capace di separare l’amore dalla necessità di sentire lo stomaco pieno.

Solo così può prendere forma una cultura libera dalle bugie dell’economia e dal bisogno compulsivo di sollecitare il senso del gusto.

La fase orale segnala la dipendenza più insidiosa che ci sia.

Si sviluppa nel rapporto intimo che ogni bambino vive con la mamma e si snoda attraverso un percorso di sollecitazioni pubblicitarie, di medicine, di merendine, di ricette e di tradizioni gastronomiche… dando forma a una dipendenza celata dietro la convinzione che mangiare sia indispensabile per vivere.

Di contro:

  • agli innamorati passa l’appetito perché il coinvolgimento affettivo basta da solo ad appagare il bisogno nutrirsi

  • i creativi si dimenticano di mangiare

  • e tutti quelli che sono immersi in un’attività appagante non sentono i sintomi della fame

Alimentarsi da fonti alternative significa cambiare il proprio stile di vita e permettersi il benessere grazie alle scelte di ogni giorno.

Vuol dire trascorrere del tempo all’aria aperta, dare valore al corpo, imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore, riconoscere la connessione che unisce tutte le creature viventi a un ecosistema prezioso per la sopravvivenza.

Conduce a scoprire l’importanza di ogni vita.

Senza gerarchie, senza possesso e senza crudeltà.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova, capace di aprirsi all’energia invisibile che permea la creazione, fino ad accogliere ogni diversità.

Per superare la fase orale è necessario abbandonare l’egocentrismo dell’infanzia e incamminarsi lungo la strada che conduce alla maturità.

Sostituendo il bisogno di portare tutto alla bocca con il piacere della scoperta, della conoscenza e della reciprocità.

È un percorso di crescita interiore che ognuno deve affrontare dentro di sé, trasformando il narcisismo e l’onnipotenza dell’infanzia per incontrare l’amore.

Quello vero.  

Fatto di consapevolezza, di comprensione, di rispetto, di empatia e di solidarietà.

Solo allora la cooperazione prenderà il posto della predazione e la condivisione sostituirà la violenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

Un mondo migliore nasce dal valore che sappiamo riconoscere alla vita.

A ogni vita.

Nessuna esclusa.

Perché il valore che diamo alla vita è quello che intimamente riconosciamo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Apr 28 2018

GLI PSICOFARMACI ALIMENTARI

L’atto di mangiare assolve funzioni diverse da quelle strettamente legate alla sopravvivenza perché l’effetto biochimico degli alimenti si intreccia con i bisogni psicologici dando forma ad una connessione difficile da risolvere.

Quasi tutti i piatti delle tradizioni gastronomiche stimolano nella psiche una pericolosa dipendenza, spingendoci a non poter più fare a meno di quei sapori e dei loro ingredienti.

Il piacere del gusto associato alla soddisfazione dei desideri affettivi esaspera la necessità di mangiare determinati cibi, mentre le reazioni chimiche indotte nel corpo dagli alimenti strutturano una obbligatorietà compulsiva insieme all’impossibilità di rinunciarvi o di ridurre le dosi.

E, una volta diventato indispensabile, il cibo, come tutte le droghe, crea l’esigenza di aumentare progressivamente le quantità per ottenere lo stesso effetto stupefacente.

Proprio come gli psicofarmaci, gli alimenti hanno conseguenze sulla psiche, portandoci a non poterne più fare a meno.

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte dietetiche dobbiamo sopportare le crisi di astinenza che inevitabilmente accompagnano l’abbandono di certe sostanze e riabituare progressivamente il nostro corpo a soluzioni più salutari.

Occorre del tempo per superare la fase critica legata alla mancanza di tossicità e poter finalmente godere i vantaggi di un organismo sano.

Spesso la sensazione salutare di leggerezza e di frizzante vitalità ci fa sentire a disagio, come se ci mancasse qualcosa.

Siamo talmente abituati agli effetti nocivi degli alimenti che la salute ritrovata può scatenare una angosciante sensazione di pericolo.

Tutto ciò che non conosciamo mette in allarme e crea uno stato di allerta.

Così, quando usciamo dalla pesantezza indotta dalla digestione di alimenti poco salutari la sensazione di benessere che ne consegue non è familiare.

Anzi!

Sentire lo stomaco vuoto, le percezioni amplificate, vedere i colori più vividi, avere meno bisogno di dormire… sono tutti effetti conseguenti ad una pulizia interiore che non siamo abituati a sperimentare e che ci disorientano.

Emerge il bisogno di costruire nuove consuetudini e nuovi modi di pianificare le giornate per realizzare e sostenere una nuova qualità della vita.

La trasformazione dello stile alimentare ha ripercussioni molto più profonde di quanto si possa immaginare perché coinvolge profondamente l’identità, il valore che diamo a noi stessi , le nostre scelte e il nostro modo di essere.

È importante imparare ad ascoltarsi e individuare i passi necessari al percorso di cambiamento assumendosene in prima persona la responsabilità.

Nessuno può sindacare l’identità di qualcun’altro.

I buoni consigli sono utili e graditi ma l’ultima parola, la scelta determinante, poggia tutta sulle nostre spalle.

In questo modo diventa possibile sperimentare un cambiamento soddisfacente ed efficace.

Finché agiamo perché lo ha detto il medico o qualche altro specialista, non ascoltiamo veramente noi stessi e non permettiamo alla coscienza di esprimere la propria verità.

Ognuno deve trovare l’equilibrio, imparando a gestire il desiderio di mangiare e l’esperienza del piacere (che non è circoscritta al mangiare ma coinvolge la vita nella sua molteplicità).

Procurarsi il piacere con le droghe si rivela sempre una scelta dolorosa e perdente.

E il cibo non sfugge a questa regola.

Finché useremo gli alimenti alla stregua di psicofarmaci indispensabili per sopportare uno stile di vita inadeguato alla sopravvivenza e malsano, andremo incontro a quella grave dipendenza alimentare che sta distruggendo l’umanità insieme al pianeta.

Per costruire un mondo migliore non serve delegare le responsabilità e continuare a sopportare in silenzio la propria insoddisfazione esistenziale.

Serve piuttosto rimboccarsi le maniche e muovere i passi necessari al cambiamento, mettendo al primo posto l’ascolto delle proprie priorità.

Solo così può prendere forma una realtà capace di sostenere l’impatto con la salute.

Nessuno può tollerare il benessere se prima non impara a guardare negli occhi la propria verità.

Qualunque essa sia.

Carla Sale Musio

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Mar 22 2018

SCELTE ALIMENTARI E RICORDI D’INFANZIA

Nel momento in cui si prova ad abbandonare la strada battuta delle abitudini alimentari emergono da ogni parte mille difficoltà e, per conquistare il cambiamento desiderato, è necessario attraversare un sentiero irto di pericoli.

Le consuetudini sono difficili da trasformare e ogni cosa sembra cospirare al fine di rendere inamovibile lo status quo.

Improvvisamente:

  • mille ostacoli fanno capolino

  • accadono strane coincidenze a impedire di portare avanti i buoni propositi

  • ci si sente inspiegabilmente giù di tono

  • l’umore vacilla

  • e la determinazione si affievolisce… fino a sparire del tutto

Qualcosa si agita interiormente, segnalando il bisogno di riprendere a mangiare i piatti di sempre, forse poco sani nei valori nutrizionali ma rassicuranti dal punto di vista emotivo.

Davanti alla prospettiva di una dieta diversa, i cibi della tradizione si impongono alla coscienza come la strada maestra per il benessere e, nonostante la consapevolezza della loro nocività, un senso di appagamento e di sollievo accompagna la ripresa della normalità nel menù.

Quasi che modificare la tipologia degli alimenti mettesse a repentaglio la fiducia, compromettendo la capacità di far fronte alle richieste della vita e della salute (magari non quella fisica, ma certamente quella psicologica!).

In fase di progettazione sembrava tutto così facile e, invece, dopo aver fatto il primo passo verso il cambiamento, tante difficoltà insormontabili sbarrano la strada della trasformazione, annientando le buone intenzioni e costringendoci al fallimento.

Allarmati da questa dolorosa incoerenza osserviamo delusi la nostra mancanza di disciplina e, sconfitti nell’amor proprio, riprendiamo a mangiare come sempre.

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Cosa è successo?

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Cosa ha fatto precipitare la decisione di conquistare il benessere e una nuova forma fisica?

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Qualcuno, nascosto nelle segrete dell’inconscio, ha manomesso le nostre scelte attirando come una calamita gli eventi necessari al boicottaggio.

E adesso quel bambino interiore si sfrega le mani soddisfatto.

Non può e non vuole rinunciare ai sapori dell’infanzia, memorie indelebili di un passato sempre vivo nel mondo intimo, strumenti capaci di rievocare ricordi colmi di significato.

Non è possibile avventurarsi verso scelte alimentari diverse da quelle familiari senza rispettare la voce che parla della nostra fanciullezza.

Il cucciolo che siamo stati rivendica il suo diritto a fidarsi degli insegnamenti di mamma e papà, vuole credere nella loro illuminata sapienza anche in campo alimentare, fatica a stare al passo con i tempi e con i cambiamenti.

Per lui la vita è fatta della protezione dei genitori e di un abbandono senza riserve tra le loro braccia possenti.

Anche quando l’adulto che siamo diventati, ha già affrontato i limiti di quella fisiologica dipendenza e oggi percorre sentieri nuovi, in vista di un equilibrio e di una armonia al passo con la complessità della propria vita.

Per ottenere un’efficace trasformazione del menù è indispensabile coinvolgere il bimbo del passato in scelte rispettose delle sue necessità emotive.

Questo non significa continuare a magiare come un tempo.

Occorre permettergli di partecipare alle decisioni adulte, contrattando con lui le diverse strategie alimentari e rispettando la sua visione della vita: fiduciosa e appassionata insieme.

I bambini hanno bisogno di sperimentare il piacere.

E il piacere è fatto di appagamento, soddisfazione, godimento, pienezza, entusiasmo e allegria.

Nella nostra cultura l’atto di mangiare assolve spesso tutte queste funzioni e, a mano a mano che diventiamo grandi, finisce per essere l’unica fonte di benessere nella quotidianità delle cose improrogabili da assolvere.

Quando questo succede, un cambiamento nelle scelte nutritive diventa impossibile.

Per modificare le preferenze di sempre, infatti, bisogna preventivare l’astinenza che accompagna l’abbandono della tossicità alimentare, e sostituire l’appagamento legato al cibo con altri momenti altrettanto gratificanti.

È questo il passaggio più difficile da attuare, perché i piaceri non legati al cibo nella nostra cultura sono demonizzati ed evitati scaramanticamente, quasi che contattarli bastasse per attirare la sciagura.

Credo che una visione della sofferenza come indispensabile percorso di crescita sia il retaggio di un cattolicesimo superstizioso e pernicioso.

Tuttavia, non si può non tenerne conto quando si elabora una diversa impostazione alimentare, altrimenti il bambino che vive in noi impegnerà tutte le sue risorse nel boicottaggio dei nuovi programmi.

Quel piccolino, infatti, è portavoce di un’esigenza indispensabile alla sopravvivenza: il bisogno di provare piacere, senza il quale la vita stessa è compromessa e si trasforma in un carico di doveri senza senso.

Tante malattie fisiche e psichiche affondano le radici in uno stile di vita che ha inibito il piacere, e il cui antidoto è l’esperienza di un appagamento profondo, fatto di amore, realizzazione, creatività, positività, curiosità e abbandono… tutto insieme.

Questo magico mix è l’elisir di lunga vita cui attingere nei momenti di cambiamento, per evitare il fallimento e l’emergere di una pericolosa sensazione d’impotenza.

Quando stabiliamo di agire una diversa strategia alimentare, l’esperienza del piacere deve ampliarsi, spostandosi dal cibo per coinvolgere anche altri settori della vita.

Non perché il cibo non sia un piacere, ma perché il piacere non deve essere limitato al cibo.

Cambiare alimentazione significa portare la propria attenzione sull’appagamento e sul benessere che circola (o non circola) nella nostra esistenza, ed effettuare un check up completo di questi valori prima di intraprendere qualsiasi modifica relativa al menù.

Se nella giornata l’atto di mangiare detiene il primato del piacere un cambiamento di alimentazione è impossibile.

E, per poter realizzare una diversa modalità alimentare, occorre dare spazio a nuove occasioni di appagamento: effettuando scelte capaci di permettere al bambino che siamo stati di esprimere se stesso liberando la creatività, l’amore, la positività, la curiosità e l’abbandono.

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STORIE DI CAMBIAMENTO E DI PIACERE

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Maria porta avanti una quotidianità affollata di impegni inderogabili.

Tutto deve essere fatto presto e bene!

Senza concessioni all’indulgenza e senza cedere al desiderio di prendersi una pausa.

A fermare la sua corsa kamikaze ci pensa un sospetto diabete che la costringe a occuparsi della salute e a fare scelte più attente ai suoi bisogni profondi.

La paura la spinge a cercare un supporto psicologico e Maria scopre con disappunto di aver escluso se stessa dalla sua vita.

Nelle sue giornate tutti hanno la precedenza.

E per fermare questo meccanismo letale qualcuno, dentro di lei, ha dovuto manomettere la salute. 

Davanti allo sguardo stupito di Maria si apre un mondo nuovo, fatto di scelte alimentari più oculate ma anche di amore per la vita e per l’ambiente.

Un contatto diverso con la propria realtà la costringe a fare lunghe passeggiate nel silenzio della natura.

In quei momenti emerge un piacere profondo, fatto di intimità e di contatto con le energie sottili che permeano gli spazi verdi e il mare.

Oggi Maria non mangia più come un tempo e il suo percorso l’ha condotta dal diabete… al fruttarismo.

Per raggiungere questo risultato ha dovuto modificare tante abitudini e organizzare le sue giornate in modo che il tempo da trascorrere in mezzo alla natura occupi uno spazio importante.

Ogni giorno.

* * *

Alberto era un bambino solitario innamorato dei pastelli e delle immagini colorate stampate sui libri di favole.

Il suo sogno era fare l’illustratore da grande, ma la morte prematura del papà lo ha costretto a lavorare presto dimenticando i progetti infantili.

L’amore per gli animali, però, non lo abbandona mai e, quando scopre le torture che vengono loro inflitte per trasformarli nel pasto dell’uomo, decide di cancellare dalla sua alimentazione ogni prodotto che non sia vegetale.

Tuttavia, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e Alberto ricade spesso in un consumo smodato e compulsivo proprio di quegli alimenti crudeli e poco etici che vorrebbe eliminare dalla dieta.

Deluso da se stesso chiede aiuto a un nutrizionista che lo invita a prendersi cura anche delle sue parti infantili: riscoprendo il piacere del disegno e i sogni coltivati tanto tempo fa.

Un libro confezionato a mano per i suoi bambini, un corso di acquarello e tante filastrocche buffe illustrate per gioco e per passione… nasce così un hobby capace di calmare la fame nervosa e di sostenere Alberto nel suo nuovo stile alimentare volto al rispetto per la vita.

La vita di tante creature innocenti a cui dedica i suoi lavori grafici.

Inutile dire che il piacere del cibo ha ceduto un po’ di spazio al piacere del gioco, mentre la disciplina e la volontà hanno finalmente potuto fare il resto.

* * *

Barbara lavora in una fabbrica di tessuti e la sua giornata è scandita dai turni e dall’impegno che dedica alla casa, al marito, ai parenti e agli amici.

È una ragazza sensibile, sempre pronta a farsi in quattro per tutti, tanto da diventare spesso il punto di riferimento delle persone che le stanno intorno: ognuno la cerca per avere un consiglio o più semplicemente per ricevere il suo ascolto premuroso e partecipe.

Spinta da questa centralità si decide a partecipare a un percorso di studi per ottenere il titolo di counselor.

Prima la formazione, poi il tirocinio, gli esami, il titolo e l’inizio di una nuova attività, questa volta scelta per passione e non per il bisogno urgente di rendersi indipendente.

Nel tempo, la nuova professione le permetterà di lasciare la fabbrica, trasformando le sue capacità di aiuto in un lavoro vero.

Oggi Barbara condivide uno studio insieme ad altre figure professionali e si mantiene grazie ai proventi della nuova occupazione.

Ma ciò che ancora non finisce di sorprenderla è stata la scomparsa di quei chili di troppo apparsi quando aveva cominciato a lavorare in fabbrica e dileguatisi misteriosamente insieme alla decisione di dare a se stessa una nuova possibilità professionale.

Carla Sale Musio

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Mar 17 2018

I SÈ CREATIVI

Tra le tante voci che animano il mondo interiore i sé creativi sono spesso quelli più trascurati e ingiustamente considerati poco idonei agli standard imposti dal nostro stile di vita.

Nella società in cui viviamo, la competizione, la specializzazione, la razionalità e l’impassibilità, sono ingredienti imprescindibili per raggiungere il successo e, nel tentativo di uniformarci ai suoi modelli di rendimento, finiamo per guardare con sospetto le peculiarità che contraddistinguono il pensiero creativo.

Vittime della paura di essere emarginati, preferiamo nascondere gli aspetti impopolari della psiche, perdendo la possibilità di illuminare la vita con i loro preziosi contributi.

I Sé Creativi sono aspetti della personalità dotati di sensibilità, entusiasmo, fantasia e flessibilità.

Tuttavia, queste loro qualità non piacciono a chi ha bisogno di omologazione, dedizione e ubbidienza.

Oggi la creatività non fa tendenza.

Per questo è difficile integrare nella psiche le sue risorse.

È più semplice ignorarla sottovalutandone la ricchezza.

Per ogni Sé Creativo l’esistenza è un eterno divenire, perciò può (e spesso DEVE) essere costantemente trasformata in qualcosa di nuovo e migliore.

Il bisogno di cambiamento porta a modificare in continuazione le certezze.

E integrare questi aspetti nella personalità significa imparare a convivere con un senso di precarietà e con la convinzione che la stabilità non può durare a lungo senza compromettere l’entusiasmo e senza l’instaurarsi di una pericolosa sensazione d’inutilità esistenziale (che precede la depressione).

I Sé Creativi portano nella psiche una quantità di doni preziosissimi, ma per poterli utilizzare è necessario superare la paura della diversità che, purtroppo, intreccia spesso l’originalità.

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Ma quali sono le caratteristiche della creatività?

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Vediamole una per una.

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1

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La prima e la più importante è la capacità di cambiare prospettiva per osservare le cose da tanti punti di vista contemporaneamente.

Questa abilità è alla base dell’empatia, della democrazia, della fratellanza e della reciprocità.

Ci permette di esplorare mondi nuovi e arricchisce la nostra conoscenza della Totalità.  

Il suo corollario è la sensibilità, cioè l’ascolto dei vissuti interiori e la scoperta della profondità emotiva di ogni creatura vivente.

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2

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Un’altra importante prerogativa della creatività è la trasformazione, il coraggio di esplorare possibilità sempre diverse.

Questa abilità permette di attraversare la vita con occhi limpidi e ci aiuta a scoprire risorse insospettabili nelle cose di ogni giorno.

La maestria del cambiamento alimenta l’entusiasmo e il benessere interiore svelandoci il pregio delle contrapposizioni che costellano l’esistenza.

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3

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Un altro dono della creatività è la poliedricità, il potere di appassionarsi a tante cose diverse.

La poliedricità consente di svolgere molti mestieri e permette di percorrere strade ancora poco battute, aiutandoci ad adattarci a situazioni nuove, imprevedibili e sorprendenti.

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4

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Ultimo requisito, ma non meno importante, è la fantasia.

La genialità che scaturisce da un pensiero creativo promuove nella psiche la possibilità di coniugare armonicamente gli opposti, autorizzandoci ad assaporare la maestosità insieme alla semplicità della vita.

Solo chi è capace di abbandonare le abitudini per avventurarsi in mondi ancora inesplorati può contemplare il mistero dell’Infinito e abbracciare la Totalità senza volerla possedere.

Carla Sale Musio

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Mar 11 2018

INCOERENZA

Essere coerenti presuppone una costanza nelle idee, nel pensiero e nell’affettività.

Tuttavia, ostinarsi a conquistare la stabilità può generare parecchi conflitti.

La vita è un eterno divenire e intestardirsi su posizioni rigide e inamovibili è la radice di tante guerre.

Sia fuori che dentro di noi.

Pretendere un’aderenza immutabile a dei principi considerati giusti è un tentativo di imbrigliare il cambiamento dentro una camicia di forza che paralizza le energie.

La crescita ci conduce a una continua trasformazione.

Non è possibile imprigionare il mutamento dentro una stabilità imposta con la volontà, senza aprire le porte alla patologia.

Seguire il movimento della trasformazione significa danzare con maestria al ritmo del proprio sentire e della vita stessa.

Tutto evolve continuamente.

Lo sanno bene i creativi, che devono fare i conti con la volubilità e con le innovazioni che caratterizzano la creatività.

In questa nostra società malata di durezza, la più grande difficoltà che si incontra nell’accettare un Sé Creativo è proprio la sua incoerenza.

I creativi, infatti, sono mutevoli per natura.

In loro la curiosità è più forte del bisogno di stabilità e li spinge a esplorare territori sconosciuti.

Per queste persone il bianco e il nero non sono mai rigidamente contrapposti, al contrario!

Sono possibilità da comprendere… e da integrare!

Strumenti indispensabili per modellare avventure sempre più coinvolgenti.

Chi possiede una Personalità Creativa può attraversare periodi difficili nell’amministrare una psiche portata a sperimentare anche ciò che a prima vista appare inconciliabile.

Gli antagonismi esprimono posizioni esistenziali diverse, eppure… sono indispensabili per esplorare la Totalità (da cui tutti proveniamo).

Nel passato una cultura basata su valori rigorosamente razionali e competitivi ha demonizzato l’incoerenza e la sua poliedrica capacità di far convivere possibilità contrapposte.

Per questo oggi un principio femminile, attento al mondo intimo e alla sensibilità che lo contraddistingue, fatica a sostenere la necessità di una convivenza pacifica tra gli opposti.

E spesso viene accusato di irrazionalità, incostanza, mancanza di solidità, inconcludenza…

Tuttavia, la mente razionale privata dei sentimenti e dell’ascolto incondizionato perde di vista la propria umanità e finisce per guardare l’amore con diffidenza, giudicandolo… sbagliato.

Emotività e razionalità, femminile e maschile, morbidezza e rigore, dolcezza e severità, buono e cattivo, bianco e nero… compongono il quadro affascinante della Totalità e ci permettono di attraversare la vita rivelando infinite possibilità espressive.

L’incoerenza è lo strumento che ci congiunge all’impossibile.

Estingue la censura dalla psiche e spalanca le porte alla creatività.

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Feb 27 2018

IL SAPERE DEGLI ANIMALI: autenticità e civiltà

Gli animali possiedono una conoscenza molto diversa dalla nostra.

Per loro la parola d’ordine è autenticità e i sentimenti sono al primo posto nella comunicazione.

Ciò che vivono non lo nascondo e non lo giudicano.

Lo accolgono.

E si comportano di conseguenza.

Per gli esseri umani, invece, assuefatti alla dissimulazione imposta dalla civiltà, è difficile anche soltanto credere che una cosa simile si possa definire… cultura.

Ciò nonostante, gli specialisti della psiche ritengono che la capacità di esprimere e riconoscere le emozioni sia un segno di intelligenza e di maturità, la definiscono: competenza emotiva e individuano nella sua mancanza un requisito della patologia.

Lo psicologo americano Daniel Goleman è stato il primo a sottolineare il valore di questo tipo di intelligenza, evidenziandone l’aspetto imprescindibile nelle relazioni umane.

“L’intelligenza emotiva coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione, l’abilità di accedere ai sentimenti, l’abilità di capire i vissuti e la conoscenza intima e l’abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita affettiva e intellettuale”

È interessante notare come la capacità di valutare, utilizzare, comprendere e gestire ciò che si agita nel mondo interiore si applichi perfettamente al sapere degli animali mettendo in luce le peculiarità della loro cultura.

Il linguaggio e la comunicazione degli animali, infatti, sono interamente basati sull’espressione delle emozioni.

(Non sorprende che la loro esistenza sia priva di patologie mentali.)

Naturalmente mi riferisco agli animali selvatici, cioè quelli che non vivono a stretto contatto con l’uomo e perciò sono portatori dei propri valori intimi e sociali.

Gli esseri umani, al contrario degli animali, presentano non pochi problemi nella decodifica dei linguaggi emozionali e in loro la distorsione costante della comunicazione affettiva determina un alto tasso di sofferenza psichica. 

Per la nostra specie parlare dei sentimenti è difficile, se non proprio impossibile, e crea spesso vergogna e imbarazzo.

Al punto che consideriamo di serie B chi possiede un sapere totalmente basato sulla partecipazione emotiva.

La condivisione immediata e spontanea dei vissuti interiori ci appare il simbolo di un modo di fare rozzo e bestiale, e per questo, più che un valore, la consideriamo un segno di scarsa intelligenza.

Nei nostri vocabolari, infatti, la parola: “animale” indica l’antitesi della parola: “umanità”.

Ma è proprio vero?

  • Le bestie sono realmente delle creature brutali e prive di sentimenti come le ha dipinte fino ad oggi l’immaginario collettivo?

  • O, piuttosto, abbiamo proiettato su di loro tutti quegli atteggiamenti e comportamenti che ci è difficile riconoscere in noi stessi e che per questo preferiamo collocare all’esterno?

L’immediatezza emotiva ci spaventa e ci mette in difficoltà.

Abbiamo imparato a nascondere la nostra verità e, per sentirci parte di un gruppo, rinunciamo ad ascoltare le tante voci che animano la vita intima.

Siamo convinti che sia meglio zittire quel mormorio interiore in favore di un più rassicurante e anestetizzato conformismo sociale. 

Ma tutto ciò che nascondiamo alla coscienza finiamo per combatterlo fuori, coltivando i pregiudizi e la crudeltà che invece vorremmo eliminare dalla nostra vita.

Nascono così le specie di serie A e quelle di serie B.

Prendono forma da un’arbitraria suddivisione di giusto e sbagliato.

Spaccano il mondo in buoni e cattivi.

I buoni sono le creature “prescelte” da Dio, cioè gli esseri umani.

I cattivi sono tutti gli altri.

Da questa contrapposizione scaturiscono le violenze e le guerre che ammalano la nostra civiltà.

La psiche umana, infatti, non può cancellare da se stessa l’autenticità e, nel tentativo di elevarsi al di sopra della propria realtà, finisce per inseguire un’immagine irraggiungibile e idealizzata.

Questa perdita di contatto con la vita interiore provoca tanta sofferenza e tante distorsioni nelle relazioni, e causa un profondo disprezzo per la sensibilità emotiva e per gli animali.

Una volta catalogate come portatrici di una pericolosa istintualità le bestie perdono, per gli esseri umani, ogni diritto al rispetto e alla reciprocità.

Ma, soprattutto, perdono il riconoscimento della loro cultura.

Sono proprio gli animali, infatti, quelli che ci ricordano con l’esempio delle loro scelte l’importanza dell’ecosistema e il valore della verità, mostrandoci un sapere che non prevede maschere, convenienze o formalità.

La cultura degli animali è una cultura che non ha bisogno di parole perché è in contatto diretto con la Totalità.

Una cultura che non deve nascondere l’autenticità e che sa accogliere con umiltà i propri limiti, forte di una conoscenza che guarda con sincerità la vita intima e l’ambiente a cui appartiene.  

Da sempre la civiltà degli animali regala un insegnamento prezioso alla specie umana, troppo impegnata a fare i conti con la paura di ciò che alberga nel proprio cuore per scorgere la bellezza della verità.

Carla Sale Musio

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Feb 09 2018

COME TROVARE LO SCOPO DELLA VITA E VIVERE A LUNGO FELICI E CONTENTI

Esiste un pregiudizio diffuso volto a nascondere le potenzialità creative dietro lo stereotipo dell’artista incompreso, costretto a vivere di stenti in mezzo alle disgrazie e alla sofferenza.

Questo luogo comune ha fomentato la convinzione che essere creativi sia una sorta di patologia incurabile, destinata a produrre una vita di sacrifici e di tormenti.

Si tratta di una manipolazione psicologica abilmente diffusa nell’immaginario collettivo allo scopo di trasformarci in tanti soldatini al servizio del miglior offerente.

Solo rinunciando alla creatività, infatti, si diventa malleabili ai voleri di chi ha bisogno di comandare per raggiungere i propri obiettivi.

In questo modo è stato nascosto che la creatività è la medicina più preziosa, l’elisir di lunga vita capace di garantire la felicità, la prosperità, la salute, il benessere e la realizzazione personale a chiunque si permetta di riconoscerne le qualità dentro di sé e di seguirne le direttive.

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CREATIVITÀ: saggezza o follia?

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Esiste un gruppo di individui attratti dal potere e dal dominio e capaci di indurre nella psiche di tanta gente una sudditanza che spinge a rinunciare alla creatività in cambio di uno stipendio e dell’appartenenza a una maggioranza indifferente.

A quella piccola élite che governa il mondo non interessa che le persone abbiano una vita gratificante, preferiscono ottenerne la dedizione per usarle a piacimento.

Per raggiungere i propri obiettivi i pochi che governano i molti non esitano a incentivare le guerre e la violenza, fondando la loro supremazia sul controllo di tante creature docili, arrendevoli e sottomesse.

Ci hanno convinto che la felicità dipenda da qualcosa posto al di fuori di noi, qualcosa che si può ottenere solo grazie all’acquisto di beni sempre più inutili.

E ci nascondono che la realizzazione, l’entusiasmo, la gioia e il piacere, sono la conseguenza di una sana espressione personale e creativa.

Nasciamo tutti con un bagaglio di talenti e con le potenzialità necessarie a forgiare un disegno unico, originale e irripetibile.

La nostra creatività è il dono che siamo venuti a condividere nel mondo e l’unico strumento capace di realizzare lo scopo della nostra vita.

Annichilirne le potenzialità e l’espressione significa mutilare la propria Anima e condannarsi per sempre alla sofferenza.

La creatività, infatti, ci regala le chiavi della nostra esistenza, dando forma a una vita appagante e ricca di significato.

Ma, per aprirsi al suo potere magico e necessario comprenderne le risorse e il valore, e liberarsi dallo stereotipo che l’accomuna impropriamente alla follia.

Essere creativi è un modo di sentir vibrare la vita dentro di sé, è un radar psichico in grado di donarci empatia, conoscenza, genialità, entusiasmo e voglia di vivere.

Per raggiungere la felicità bisogna accogliere in sé quell’espressione unica e speciale che ci permette di realizzare appieno le nostre potenzialità.

Creare significa:

  • vedere possibilità nuove nelle cose di sempre

  • scoprire le soluzioni anche quando tutto sembra perduto

  • trasformare gli ostacoli in possibilità

  • alimentare la resilienza, imparando a uscire indenni dalle situazioni avverse

Creatività, genialità, realizzazione personale e felicità camminano a braccetto, guidandoci a sperimentare una soddisfazione che trasforma la vita in un’esperienza profonda e coinvolgente.

L’unica vita degna di essere vissuta.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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Feb 02 2018

CRUDELTÀ E APPARTENENZA: il rischio di muoversi in branco

La cronaca è piena di episodi crudeli agiti spesso quando più persone si muovono in branco.

Si tratta di fatti orribili che mostrano una violenza e una cattiveria quasi sempre impensabili per gli stessi individui presi singolarmente, e che ci portano a riflettere sulla perdita della volontà individuale e sul significato delle nostre scelte collettive.

Esiste una sorta di autorità di gruppo che spinge gli individui a uniformarsi alle decisioni della maggioranza.

Il bisogno di appartenenza caratterizza la specie umana e muove inconsciamente le nostre opinioni, trascinandoci a ricercare l’approvazione degli altri.

Da un punto di vista etologico siamo animali sociali e per la nostra specie la condivisione è indispensabile alla sopravvivenza.

Non siamo fatti per vivere in isolamento e la minaccia della solitudine ci terrorizza fino a condurci in direzioni contrarie alla morale.

Ecco perché, a volte, fare parte di un gruppo può generare un’energia che intrappola le persone dentro una eccessiva omogeneità di comportamenti e di pensieri.

Sono state fatte tante ricerche sul conformismo, sul bisogno di aggregazione e sulle interconnessioni che influenzano le scelte individuali in favore di un’omologazione alla maggioranza.

Gli psicologi lo definiscono fantasma di gruppo e si riferiscono a quell’unanimità che trascende le motivazioni di ciascuno e trascina dentro un pensiero unico, condiviso e sostenuto dal bisogno di appartenenza più che dalla logica, dall’etica o dall’evidenza.

Il fantasma di gruppo spiega tanti eventi spaventosi che succedono quando una pluralità di persone prende il sopravvento sull’identità di ciascuno.

Eventi che, in seguito, i singoli partecipanti non sanno spiegare nemmeno a se stessi, e che ci lasciano sconvolti e impotenti davanti alla complessità e all’ignoranza dei nostri vissuti interiori.

Il fantasma di gruppo è un meccanismo psicologico sconosciuto alla maggioranza delle persone, ma abilmente utilizzato dalla pubblicità.

Si tratta di una struttura difensiva che condiziona le nostre scelte quotidiane molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

L’associazione della violenza al piacere della condivisione del cibo è un esempio eclatante di questo fenomeno e dell’uso che ne viene fatto per sostenere i guadagni dei pochi che gestiscono i molti.

È in conseguenza del fantasma di gruppo che tante persone amorevoli, sensibili e attente ai bisogni degli altri, si trasformano in crudeli aguzzini, acquistando senza nessuno scrupolo ogni genere di cadavere animale, sanguinolento e fatto a pezzi in modi crudeli, come se non fosse mai stato il corpo di qualcuno ma soltanto un oggetto privo di coscienza e di valore.

Il messaggio sbandierato dalle réclame, infatti, è che gli animali siano prodotti di consumo.

Non esseri viventi ma alimenti: privi di volontà, personalità o sensibilità, incapaci di provare emozioni e sofferenza.

La vendita di tanti cibi di uso comune (carne, latte, uova, formaggi…) poggia sull’ignoranza della brutalità che sostiene le scelte alimentari della maggioranza.

La vivisezione, i macelli, gli allevamenti intensivi, i massacri, le torture e le sofferenze inflitte agli animali sono abilmente celate alla vista dei consumatori.  

Al posto della crudeltà e del dolore compaiono le immagini buffe, tenere e piacevoli che ci raccontano una realtà fittizia, tanto simile a quella dei cartoni animati quanto distante dalla verità e dalla violenza con cui ogni giorno vengono condannati a morte milioni di esseri viventi appartenenti alle specie diverse dalla nostra.

Molte persone buone hanno guardato con partecipazione e tenerezza il film Babe, maialino coraggioso” senza fare la connessione tra il salame che farcisce il panino e l’orrore degli allevamenti da cui il piccolo Babe fa di tutto per sfuggire, proprio per evitare di diventare parte del menù di chi guarda il film.

Uomini e donne amorevoli colmano di attenzioni il proprio cane e il proprio gatto mentre uccidono con indifferenza e crudeltà i cuccioli delle altre specie (agnellini, vitellini, capretti, coniglietti…), creature capaci di provare dolore, entusiasmo, passione, tenerezza, amore e voglia di vivere.

Esseri considerati diversi dal cane e dal gatto di casa solo perché una cultura funzionale agli interessi di mercato ne ha decretato l’utilizzo per fini alimentari, occultandone la sofferenza.

Individui sensibili, attenti al valore della vita e pronti ad insorgere contro chiunque decidesse di maltrattare un cane o un gatto, ignorano la crudeltà nascosta dietro i propri pasti quotidiani.

Così, mentre spendono i loro risparmi per curare il micino randagio trovato agonizzante sulla strada di casa, ammazzano con indifferenza il maialino Babe nel giorno di Natale per festeggiare la famiglia, l’amore e la rinascita.

La nostra cultura gastronomica è un esempio evidente del fantasma di gruppo e di quanto il bisogno di appartenenza spinga ognuno di noi a occultare il dolore inflitto ad altri essere viventi, colpevoli soltanto di un’eccessiva innocenza.

Per sentirsi parte della società in cui viviamo, ognuno ha dovuto nascondere a se stesso la crudeltà delle scelte alimentari, proclamando la liceità dello schiavismo, della brutalità e dello sfruttamento di tanti esseri docili e ingenui.

Svegliarsi da questa anestesia emotiva non è facile.

Occorre affrontare la solitudine e l’emarginazione destinata a chi sceglie di non uniformarsi al branco.

È un percorso riservato a pochi indomiti spiriti liberi, capaci di riconoscere la malvagità nascosta dietro le scelte di ogni giorno e pronti ad ascoltare il cuore anche quando la solitudine incalza.

Staccarsi dal branco e camminare soli significa mantenere il contatto con una profonda verità interiore nel momento in cui il mondo ci deride e ci abbandona.

È una strada fatta di coraggio, di volontà e di amore.

Un amore così profondo da non aver bisogno di conferme e in grado di guardare negli occhi ogni altro essere vivente.

Senza ignoranza.

Senza presunzione.

Senza crudeltà.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2018

SEPAMARSI, UN LIBRO D’AMORE

Cari lettori, amici e curiosi è appena uscito il mio ultimo libro, frutto di una ricerca durata più di trent’anni:

SEPAMARSI

linee guida per una separazione amorevole

.

e finalmente disponibile in tutti gli store on line e ordinabile nelle librerie.

.

Sono emozionata e felice di condividere oggi con voi la bellissima recensione della poetessa e scrittrice Anna Cristina Serra, che ha curato l’editing del testo rendendolo meravigliosamente… perfetto!

Carla Sale Musio

Iniziamo dalla dedica: 

“A mia madre che non ha mai voluto separarsi.

A  mio padre che l’ha sempre tradita.”

Dirompente, coraggiosa, leale.

Dice molto di questo libro e della sua Autrice.

Li identifica, li connota, li svela.

Diversi.

Diversi da ciò che spesso incontriamo: persone,  messaggi, letture in apparenza portatori delle verità che ricerchiamo.

Ognuno la propria.

Di frequente però ci imbattiamo in patine di sostanza.

Qui, invece, percepiamo immediatamente la sincerità profonda, la ricerca, la verità del cammino.

E l’Amore.  

Quello che da questo libro trabocca ribaltando  i luoghi comuni delle nostre certezze.  

Amor che move il Sole e l’altre stelle recitava il Sommo e oggi la dottoressa Carla Sale Musio indaga perché move il sole e l’altre stelle.

E ci mette di suo.

Molto.

Per proporci un concetto d’Amore che travalica quello finora dai più conosciuto e propagandato.

E, con il suo cuore e la sua esperienza, ci conduce su strade certo non facili, aprendoci talvolta prospettive dolorose ma…la scommessa che ci porge , se vinta, dà in premio non solo la scoperta di sé stessi ma la LIBERTÀ del cuore.

E l’Amore.

Quello infinito.

Come sempre capace di esplorare i punti più bui dell’Universo e del cuore per renderli al prossimo quali fonte di luce Carla Sale Musio prosegue nella sua missione.

E quest’opera, forse più di altre, è anche un valido e pratico aiuto, quasi un manuale, per chi si sente tentennante e impaurito/a,  ad andare a “cogliere le stelle”.

Le storie delle altre Donne presenti nel libro e che mettono  a disposizione le loro esperienze, le loro lacrime e la loro forza, funzionano un po’ come apripista, un po’ come sostegno per mettere le ali e volare più in alto.

Lì dove si incontrano tutte le pienezze delle scommesse vinte, i premi che la nostra Vita ci ha riservato.

Anna Cristina Serra

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Gen 03 2018

I RITUALI ALIMENTARI

Nella nostra frenetica società dei consumi i pasti hanno assunto una funzione rituale, scandiscono i tempi della giornata e spesso sono l’unico momento dedicato a noi stessi e alla famiglia.

Ma cos’è un rituale?

Chiamiamo rituale l’insieme delle norme che regolano una cerimonia sacra.

E nel mondo occidentale mangiare è diventato un evento venerato e idolatrato quanto una celebrazione religiosa.

In ogni famiglia esiste un cerimoniale alimentare che comprende la preparazione, il consumo e la condivisione del cibo.

Si tratta di un rito talmente diffuso e importante da prevedere una o più stanze della casa.

Nelle nostre abitazioni abbiamo:

  • una cucina (o almeno un angolo cottura), indispensabile per la preparazione degli alimenti

  • una sala da pranzo dedicata alla condivisione dei pasti

  • ed infine (ma non meno importante) un gabinetto, necessario all’eliminazione delle scorie

Trascorriamo gran parte della giornata a scegliere i cibi, prepararli, mescolarli, cuocerli, renderli appetitosi, masticarli, ingoiarli, digerirli e ripulire gli ambienti dai residui di tutto questo lavorio.

Facciamo a gara nel sollecitare il palato con stuzzichini e gusti sempre diversi.

Amiamo:

  • scambiarci le ricette

  • parlare di cosa abbiamo mangiato

  • programmare quello che mangeremo

  • decidere dove andremo ad assaggiare nuove pietanze

  • pianificare quando capiterà ancora…

E così via, in un’interminabile ricerca di sapori appetitosi, elaborati e stimolanti.

Abbiamo costruito una sacralità alimentare totalmente incentrata sul gusto, al punto che mettere qualcosa in bocca sembra essere l’unico piacere in grado di appagarci davvero.

Una cultura gastronomica, compulsiva e maniacale, ha trasformato l’esistenza in un insaziabile bisogno di nutrirsi.

Così una volta riempita la pancia non resta altro da fare che lavorare per poterla riempire ancora.

E ancora.

E ancora.

È difficile proporre occasioni d’incontro che non prevedano uno scambio di vivande.

I rituali alimentari hanno invaso tutti gli spazi ricreativi, tanto che oggi nemmeno al cinema o a teatro si può evitare di sbocconcellare qualcosa.

Nella borsa bisogna avere almeno una caramella, una liquerizia, una mentina… per scongiurare il pericolo di morire di fame.

Eppure la fame, quella vera, esiste soltanto in rari luoghi del mondo: pochi paesi sottomessi a un potere economico che ha trasformato la nutrizione in uno strumento di sopraffazione (e che approfitta delle popolazioni povere per ingrassare e drogare sempre di più gli abitanti dei paesi ricchi).

Per soddisfare gli interessi economici di quella piccola élite che governa il mondo il cibo è diventato un rituale, con un cerimoniale ben più importante e coinvolgente di qualsiasi celebrazione religiosa.

Un rituale che prevede dedizione, impegno, abnegazione e lavoro.

E che imprigiona dentro una dipendenza difficile da scardinare.

Per liberarsene, infatti, è necessario rinunciare ai ricordi, alle abitudini, alle condivisioni…  e a tutti quei comportamenti indispensabili per sentirsi parte della nostra società.

A causa di tutto questo è difficile modificare le proprie scelte nutrizionali.

I neuroni a specchio, sollecitati dal comportamento delle persone a cui vogliamo bene, spingono verso valutazioni condivise anche se poco salutari.

Il bisogno di appartenenza conduce a cercare nel piatto quello scambio affettivo capace di farci sentire importanti e amati.

Cambiare alimentazione è una sfida, un percorso solitario fatto di scelte impopolari, di ricerche costanti, di sperimentazione e di trasformazioni interiori.

Modificare la propria dieta significa seguire uno stile di vita nuovo e agire un’importante rivoluzione.

Dapprima dentro se stessi.

E poi nei rapporti con gli altri.

È un cambiamento che spaventa e presuppone il coraggio di ascoltare tutte le parti di sé: quelle che amano la trasformazione e quelle che invece vogliono mantenere stabili le abitudini di sempre.

Dentro di noi abbiamo tanti punti di vista in contrasto, portavoce di esigenze diverse e pronti a farsi la guerra pur di raggiungere ognuno i propri obiettivi.

Modificare le scelte alimentari significa comprendere ogni singolo sé e armonizzare le esigenze di tutti, costruendo una democrazia interiore in grado di soppiantare la dittatura che il conformismo impone nella psiche.

È un’impresa ardua.

Occorre rimboccarsi le maniche e sopportare l’incoerenza che caratterizza la vita emotiva.

Solo così diventa possibile superare le paure e costruire uno stile di vita finalmente rispettoso.

Di noi stessi, degli altri e del pianeta.

Un mondo migliore nasce dalle scelte di ogni giorno e si sviluppa nell’attenzione che sappiamo donare alla vita.

Di tutte le creature.

Carla Sale Musio

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