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Ott 31 2018

LA DETOX: un cammino di guarigione

Decidere di cambiare il proprio stile alimentare significa affrontare un percorso di disintossicazione che permetta di liberarsi dalle tossine accumulate nel corso degli anni.

Il protrarsi di scelte sbagliate provoca un sovraccarico di sostanze nocive nel corpo, costringendo tutti gli organi a un lavoro logorante per riuscire a gestire i rifiuti.

E purtroppo le nostre abitudini gastronomiche sono spesso basate su piatti poco salutari:

  • le farine formano nell’intestino una sostanza adesiva che ostacola la corretta assimilazione dei cibi. Il loro consumo incolla i villi intestinali impedendo il passaggio dei nutrienti. Questo malassorbimento non permette alla fame di raggiungere il suo sollievo naturale, spingendoci a mangiare sempre di più.

  • prodotti animali provocano una pericolosa acidosi metabolica che danneggia l’organismo causando gravi malattie (per sentirci sani e in forma il PH del sangue deve essere sempre leggermente alcalino e ricco di ossigeno). Durante la digestione, carne, latte, uova, formaggio, salumi, pesce, frutti di mare creano fermentazioni e putrefazioni, causando un aumento della acidità nel sangue. L’acidosi metabolica genera un’alterazione delle funzioni cellulari che ha gravi ripercussioni sulla salute: intossicazione, stanchezza, stati infiammatori, irritabilità, aumento delle tossine e dei radicali liberi, indebolimento del sistema immunitario, intossicazione del fegato e del sistema linfatico, ne sono solo alcuni esempi.

  • i nutrizionisti di tutto il mondo concordano sul fatto che lo zucchero sia la causa di molte problematiche tra cui: obesità, malattie cardiovascolari, diabete, tumori. E non solo quello che aggiungiamo nel caffè o assumiamo con dolci e biscotti, ma anche quello nascosto negli yogurt, nelle bibite gassate, in quelle analcoliche, nei tè freddi e quello che il nostro corpo ricava dalla pasta, dal pane, dai cracker, dalla pizza e dalle farine raffinate. Praticamente, l’ottanta percento di ciò consumiamo abitualmente. L’industria alimentare spende ingenti quantità di denaro nel tentativo di occultare il rapporto fra assunzione di zucchero e malattie. Tuttavia, una mole sempre crescente di ricerche sottolinea che lo zucchero crea dipendenza costringendoci a consumarne sempre di più. Infatti, quando ingeriamo dello zucchero (o i carboidrati ad alto indice glicemico come la pizza, il riso e la pasta) il cervello va incontro a modificazioni uguali a quelle che si verificano dopo l’assunzione di droghe come la morfina o la cocaina. E nel momento in cui smettiamo di assumerlo, siamo costretti ad affrontare vere e proprie crisi di astinenza.

Per ripristinare il funzionamento sano dell’organismo è necessario eliminare la maggior parte dei cibi che consumiamo abitualmente.

Questo significa intraprendere un percorso di disintossicazione per permettere al corpo di liberarsi dalle sostanze tossiche.

La frutta e la verdura sono gli alimenti più idonei a ripristinare il naturale andamento delle funzioni vitali.

Soprattutto quando si possono mangiare crudi.

In natura, infatti, le specie simili all’uomo (gorilla, oranghi, scimpanzé, bonobo) si nutrono di bacche, germogli e foglie verdi, che non consumano in quantità esagerate come facciamo noi, ma gustano fino a quando raggiungono il naturale stop della fame.

Si è visto che queste specie non soffrono di diabete, bulimia, anoressia, obesità e tutte le altre patologie che affliggono la specie umana, perché il contatto con la natura unito a un’alimentazione sana e frugale permette al corpo di mantenere la sua vitalità anche durante la vecchiaia.

Scegliere di abbandonare uno stile alimentare dannoso per la salute significa avviare un processo spontaneo di disintossicazione.

Durante questa depurazione l’organismo si libera dai veleni rilasciando le sostanze tossiche che ha accumulato.

E i vari sintomi sgradevoli (muco, mal di testa, dolori, spossatezza) segnalano che il corpo ha iniziato un processo di guarigione.

È importante comprendere che la mente può giocare brutti scherzi.

La dipendenza, infatti, spinge a ripristinare le abitudini nocive suscitando un desiderio insaziabile dei cibi dannosi cui siamo assuefatti.

Per superare le crisi di astinenza occorre dare ascolto alle parti bulimiche della personalità senza lasciarsi travolgere dai loro bisogni e senza ricadere nelle cattive abitudini.

Un percorso ponderato di cibi di transizione permette di raggiungere in maniera efficace e senza drammi uno stile alimentare improntato al benessere e alla salute.

Evitare i piatti raffinati e malsani (incentivati da un mercato alimentare privo di scrupoli) significa percorrere un cammino di conoscenza e autonomia volto a liberarci dalla dipendenza di cui siamo prigionieri.

La migliore cura per tutte le malattie è l’efficienza del corpo e consiste nel riconquistare uno stile di vita sano e naturale.

Mangiare alimenti freschi, senza elaborate preparazioni gastronomiche, permette di ripristinare le funzioni di autoguarigione dell’organismo e crea le premesse per un diverso modo di vivere: libero dai bisogni indotti da interessi economici poco attenti alla salute e capace di accogliere il valore di ogni vita.

Carla Sale Musio

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Ott 25 2018

LA RIVOLUZIONE È NELLE SCELTE DI OGNI GIORNO

Consideriamo lecito, morale e indiscutibile utilizzare gli animali per i nostri scopi.

Non ci sfiora l’idea che queste creature siano esseri viventi: capaci di provare dolore proprio come noi.

E siamo certi di non commettere alcun crimine uccidendoli per il nostro divertimento.

Ma cosa ci rende così sicuri nel decidere la loro morte?

Sono convinta che l’insensibilità della specie umana sia il sintomo di una grave patologia.

Uccidere è sempre un atto criminale.

E diventa una malattia quando è considerato divertente.

La mancanza di empatia è la manifestazione di una disfunzione psicologica: segnala la scissione tra ragione e sentimenti.

E provoca gravi conseguenze nella vita di tutti i giorni.

La violenza che imperversa dappertutto ne è il sintomo più evidente.

Le leggi che sosteniamo interiormente, infatti, sono le stesse che l’inconscio trasferisce nella quotidianità, applicandone i principi.

Se affermiamo la liceità di ammazzare per divertimento stabiliamo inconsciamente che l’opportunismo e la crudeltà possono imperversare senza remore.

Un tacito assenso asseconda le scelte criminali che stanno distruggendo la nostra salute, e affonda le sue radici nei gesti di ogni giorno.

L’insensibilità è la norma che accompagna le nostre preferenze alimentari.

Quando facciamo la spesa scegliamo i corpi insanguinati di tante creature innocenti, senza pensare al dolore che abbiamo inflitto e senza sentirci colpevoli per questo.

Al contrario!

Cuciniamo quelle carni straziate convinti di compiere un gesto d’amore verso noi stessi e verso gli altri commensali.

Tuttavia, con la medesima incoscienza applichiamo gli stessi principi di indifferenza e crudeltà alla nostra salute, lasciando che la mancanza di empatia nasconda alla coscienza i danni che questa decisione comporta.

Preferiamo ignorare che i prodotti di origine animale sono la causa principale di tante malattie giudicate incurabili.

Infatti, mantenere attiva l’incoscienza che guida la maggior parte delle scelte alimentari significa nascondere la disumanità del nostro stile di vita, cancellando dalla consapevolezza le tracce degli orrori necessari a solleticarci il palato.

L’ottundimento indispensabile a sostenere il mercato alimentare è la conseguenza della tossicità del cibo che consumiamo e il frutto di un’abile manipolazione pubblicitaria.

La droga alimentare è onnipresente, colora i nostri giorni di festa e diventa il pretesto per riunioni di ogni tipo.

Che festa sarebbe senza le ghiottonerie preparate con le carni di qualcuno?

Più importante è l’occasione e più numerosi saranno i corpi immolati sulle nostre tavole imbandite.

Oggi l’uccisione e l’incoscienza tengono in piedi interessi smisurati.

Per spezzare questa catena di violenza e omertà bisogna avere coraggio.

La scelta di rispettare gli animali è impopolare, nonostante innumerevoli ricerche ne confermino il valore ecologico, etico e salutista.

Si preferisce ignorare che gli allevamenti intensivi sono i maggiori responsabili della deforestazione, dell’effetto serra e della fame nel mondo.

Il narcisismo patologico, indotto ad arte dagli interessi dell’economia, ci tiene schiavi della prepotenza e vittime di una pericolosa irresponsabilità.

In questo modo coltiviamo l’incoscienza, rendendoci prigionieri di pubblicità ingannevoli e senza scrupoli.

Smettere di consumare prodotti animali vuol dire informarsi e ragionare con la propria testa.

Ma soprattutto significa ascoltare la voce della coscienza.

Quel principio morale che conosce il valore di ogni vita e parla al nostro cuore.

L’etica della reciprocità è il fondamento della dignità, della convivenza pacifica, della legittimità, della giustizia, del riconoscimento e del rispetto.

La regola d’oro:

“Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.”

È una norma ancestrale.

Il cuore la conosce d’istinto.

Senza bisogno di parole.

Carla Sale Musio

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Set 29 2018

SI PUÒ VIVERE SENZA UCCIDERE?

La predatorietà ci sembra una componente inscindibile della vita.

Siamo convinti di appartenere a una catena alimentare che intreccia la morte con il cibo e sosteniamo che uccidere per vivere sia la norma della sopravvivenza.

“Mors tua vita mea

Ripetiamo con sussiego, augurandoci che la morte sia sempre quella degli altri e mettendoci in pace la coscienza davanti al massacro che crediamo indispensabile per il nostro sostentamento.

Partendo dall’assunto che qualsiasi organismo è obbligato a mangiare per vivere (e può a sua volta essere mangiato), ai nostri occhi ogni cosa trova collocazione dentro un’interdipendenza la cui regola base è: uccidere e/o essere uccisi.

La visione umana dell’esistenza poggia sul presupposto di una predatorietà ineliminabile.

Tuttavia, se analizziamo con attenzione la catena alimentare scopriamo che l’unico alimento realmente insostituibile è l’energia.

In ultima analisi, infatti, tutte le forme di vita si cibano dell’energia prodotta dagli organismi posti alla base della catena alimentare e chiamati: produttori.

Queste creature sono capaci di convertire le radiazioni solari in glucidi, producendo autonomamente i mattoni energetici indispensabili alla sopravvivenza.

I produttori non hanno bisogno di uccidere per vivere.

Ammazzarsi l’uno con l’altro è la soluzione utilizzata da chi è non è in grado di sintetizzare l’energia in maniera diretta.

Nei piani bassi della catena alimentare, subito dopo i produttori, troviamo le piante (capaci di trasformare la luce e l’acqua in nutrimento), a seguire gli erbivori, poi i carnivori e gli onnivori.

All’apice abbiamo posizionato la nostra specie: la più evoluta e la più intelligente.

Quella che distrugge per divertimento, anche quando la sopravvivenza non rappresenterebbe un problema.

Un patologico narcisismo impedisce agli esseri umani di scorgere il valore delle altre creature, rendendoci impossibile apprendere dai loro stili di vita.

Non ci fermiamo mai a pensare che l’indipendenza dimostrata dai produttori costituisca una preziosa risorsa evolutiva e una capacità da imitare.

Eppure…

Se l’umanità smettesse di uccidere prenderebbe forma un mondo fondato sulla cooperazione e sul riconoscimento dell’unicità di ciascuno.

Un mondo in cui l’amore sarebbe l’unico alimento indispensabile per sentirsi bene, senza bisogno di guerre, psicofarmaci e medicine.

Uccidere significa affermare la superiorità, la divisione e il sopruso.

Spacca la realtà in fazioni, gerarchie e prepotenza.

E impedisce alla psiche di conoscere la Totalità.

Dividere le cose in buoni e cattivi, giusto o sbagliato, bene e male… vuol dire allontanare ciò che crediamo diverso, disconoscendolo dentro di noi e combattendolo all’esterno come un nemico.

La predatorietà è l’antitesi della comunità, della fratellanza e della solidarietà.

La catena alimentare a cui ci appelliamo per giustificare le crudeltà inflitte alle altre specie al fine di soddisfare i nostri piaceri, non è una struttura circolare dove ognuno mangia l’altro in un continuum potenzialmente infinito.

Al contrario!

Ha una forma piramidale alla cui base sono poste quelle forme di vita che non hanno bisogno di uccidere per garantirsi la sopravvivenza.

Avremmo molto da imparare da questi esseri che conoscono il potere dell’autonomia e si sviluppano nel rispetto di ogni esistenza.

Dovremmo onorarli e apprendere come vivere in armonia con ogni cosa.

Smettere di dare la morte è un passaggio necessario per costruire una società capace di considerare ogni individuo.

Cambiare modo di mangiare significa sostenere un criterio etico, imparando ad accogliere il valore che sta dietro a tutte le cose.

Per riuscirci è necessario sostituire il narcisismo con la fiducia.

Dapprima in se stessi e poi nella vita.

La predatorietà con cui ci rapportiamo al mondo manifesta nella psiche la legge del più forte, finendo per colpire come un bumerang proprio noi stessi e condannandoci a vivere nella paura e nella sofferenza.

Non è possibile stare bene sentendosi minacciati e in pericolo.

La frase “mors tua vita mea” sancisce nell’inconscio il predominio di chi ha più potere, trasformando la quotidianità in un campo di battaglia.

Modificare interiormente la supremazia della prevaricazione è il primo passo per costruire il benessere e la salute.

Per farlo è necessario fermarsi a riflettere su ciò che oggi appare indiscutibile, aprendo la porta a nuove possibilità.

Il bisogno di uccidere per vivere occulta il valore dell’esistenza e trasforma la morte in un’atrocità.

Con cui tutti, prima o poi, dovremo fare i conti.

Imparare dalle specie diverse, riconoscendone la preziosità e le peculiarità, permette alla vita di donarci il suo più profondo significato.

Quando anche ai nostri occhi ogni essere vivente avrà riconquistato il valore della propria unicità, potremo scorgere la dignità e la saggezza in tutto ciò che esiste.

E alimentare il cuore oltreché il corpo.

Carla Sale Musio

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Ago 30 2018

RELAZIONI INCESTUOSE

È difficile da credere.

Eppure…

La maggior parte delle relazioni di coppia sono incestuose.

Sì.

Avete letto bene, ho detto proprio: incestuose

Cioè si configurano come relazioni parentali e non coniugali.

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Ma cos’è l’incesto?

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Con il termine incesto (dal latino incestumnon casto, impuro) si intende una corrispondenza sensuale fra individui uniti da un vincolo di consanguineità o di familiarità. 

Secondo l’antropologo finlandese Edvard Westermarck (1862 – 1939) le persone che hanno passato insieme gran parte dell’infanzia provano reciprocamente una naturale repulsione sessuale.

Il tabù dell’incesto sancisce l’impossibilità di vivere una relazione erotica con qualcuno che sentiamo parte della nostra famiglia.

Gli studi antropologici hanno evidenziato come il tabù dell’incesto sia diffuso dappertutto e riguardi culture e gruppi sociali differenti.

Esiste un’incompatibilità tra la sensualità e le relazioni parentali.

Le cure materne o l’essere cresciuti insieme favoriscono l’emergere di rapporti affettivi intimi e profondi ma privi di erotismo.

In altre parole: quando una relazione diventa genitoriale o fraterna, nella psiche scatta qualcosa che la rende antitetica al manifestarsi della sensualità.

Ma torniamo alle relazioni di coppia.

Succede spesso che tra due persone innamorate prendano forma inconsapevolmente dei ruoli parentali invece che coniugali.

Mi riferisco a quelle unioni in cui uno dei partner si pone come genitore dell’altro, accudendolo e soddisfacendone i bisogni in tutto e per tutto.

In questo tipo di relazioni la sessualità si affievolisce fino a sparire, cedendo il posto a un’affettività fatta di condivisione e quotidianità ma priva di attrazione erotica.

Il calo della libido (di cui oggi tanto si discute) trova in queste situazioni una profonda radice.

Accudire il proprio partner come un figlio è un gioco affettivo antitetico al sesso e destinato ad affievolire il coinvolgimento erotico.

L’amore genitoriale coinvolge aspetti dell’affettività diversi dall’amore di coppia e scatena pulsioni opposte alla sensualità.

Eppure…

A livello profondo è proprio questo tipo di amore che molti uomini e donne ricercano nelle relazioni sentimentali.

Nascosto nell’inconscio, il sogno infantile di avere finalmente un genitore senza difetti attende pazientemente il momento della sua realizzazione.

E, spesso, l’amore di coppia sembra essere la compensazione perfetta di quella speranza mai sopita.

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“Voglio qualcuno che mi capisca, che sia capace di riconoscere il mio valore, che mi accetti per quello che sono, che sappia cogliere le mie necessità e i miei desideri anche senza bisogno di parole…”

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Sono queste le aspettative magiche che spingono a sognare un partner, prima ancora che la scintilla dell’amore si sia accesa e una persona in carne e ossa abbia preso forma nella realtà.

Tuttavia, con queste attese andremo incontro al fallimento.

Infatti, la pretesa che lui (o lei) sia capace di soddisfare meravigliosamente ogni nostro bisogno d’amore segnala che sotto sotto stiamo cercando il genitore che ci è mancato nel passato.

E su queste basi, prima o poi, il rapporto sprofonderà nelle sabbie mobili della delusione.

L’amore è qualcosa che succede.

È un sentimento che prescinde dal prendere e, tantomeno, dal pretendere.

Agisce senza il controllo della volontà e ci coinvolge in un sentire profondo, fatto di condivisione e solitudine insieme.

E proprio la solitudine è un ingrediente importante della sensualità.

Infatti, l’amore senza solitudine è: simbiosi.

Ma la simbiosi è naturale soltanto nei primi anni di vita.

Dopo diventa patologica.

Nella maturità, la fusionalità segnala una profonda insicurezza e indica l’incapacità di camminare sulle proprie gambe, cioè di essere adulti.

Tuttavia, solo gli adulti possono avere una relazione di coppia.

I bambini hanno bisogno di vivere rapporti parentali: sbilanciati fisiologicamente e adatti alla loro crescita.

Il desiderio di qualcuno che mi renda felice, segnala che non ho ancora raggiunto la maturità psicologica indispensabile per vivere un rapporto erotico e appagante (e perciò devo ancora imparare a realizzare autonomamente la mia felicità).

Questo significa che la mia relazione, presto o tardi, perderà la magia per scivolare in un’unione di tipo parentale destinata inevitabilmente a finire.

Il rapporto con i genitori, infatti, DEVE essere superato.

Per definizione.

La dipendenza che caratterizza le relazioni con il padre e la madre è funzionale alla crescita e dura solo per un tempo limitato.

Un genitore EFFICACE insegna ai suoi piccoli come volare fuori dal nido.

I cuccioli possono godere di questo rapporto proprio perché crescendo non avranno più bisogno di quelle cure.

La genitorialità è sbilanciata per natura: papà e mamma danno e i figli prendono.

Quando questi ultimi diventeranno genitori, a propria volta daranno ai loro figli…

È una legge biologica e psicologica.

Trasferire questo modello evolutivo dentro un rapporto di coppia significa condannare la relazione a estinguersi e porta con sé incomprensioni e dolore.

La pretesa inconscia di trovare nel partner una compensazione affettiva alle sofferenze vissute durante l’infanzia è un presupposto impossibile per le relazioni coniugali.

L’amore erotico e sensuale ha bisogno di autonomia, mistero e reciprocità.

Non può esistere nello sbilanciamento emotivo che caratterizza i rapporti tra genitori e figli.

Il tabù dell’incesto garantisce il bisogno di vivere l’erotismo dentro una relazione matura, costruita grazie alla consapevolezza della solitudine, sostenuta dalla capacità di mettersi in gioco e concimata con il potere della libertà.

Non c’è posto per l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) arrivato a salvarci dalle rovine dell’infanzia.

Il passato è l’humus in cui sviluppiamo la nostra preziosa unicità.

Ognuno è l’eroe della propria storia e della propria vita.

La sensualità e l’erotismo sono doni che solo gli adulti possono assaporare.

I bambini hanno bisogno di crescere, non sono pronti per la sessualità.

Ed è giusto che sia così.

Carla Sale Musio

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Ago 10 2018

SCOPRI I TUOI SÉ CREATIVI

La creatività è un modo di essere che utilizza coordinate diverse dalla logica, si muove sul filo dell’intuizione e permette l’accesso al mondo sommerso dell’inconscio.

Per questo durante il processo creativo possiamo dimostrare capacità insospettabili e ottenere risultati che normalmente non ci sogneremmo nemmeno di immaginare.

L’estasi creativa è uno spazio magico che si accende (e si spegne) senza l’intervento della volontà, una spinta interiore che permette di non sentire fame, sete, sonno, caldo, freddo… e che ci monopolizza quando siamo immersi in un’attività coinvolgente e appassionante.

Durante il lavoro creativo diventiamo una cosa sola con il nostro progetto mentre tutto il resto sparisce dalla consapevolezza: si perde la cognizione del tempo che passa, non si sente il dolore, ci si dimentica la propria identità… fino a fondersi completamente con l’obiettivo.

Per comprendere il funzionamento della creatività occorre aprirsi all’idea che la personalità è composta da tanti Sé diversi  e capaci di alternarsi nella quotidianità per far fronte alle situazioni che si presentano.

I Sé Creativi sono un gruppo di possibilità espressive che favoriscono l’emergere della creatività, regalandoci possibilità nuove per risolvere i problemi e affrontare le sfide dell’esistenza.

Per scoprire le caratteristiche di queste risorse esaminiamo nel dettaglio sette aspetti diversi:

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IL SÉ POLIEDRICO

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Questo Sé regala la capacità di vedere le cose sotto diverse prospettive contemporaneamente.

È quello che ci permette di immaginare l’arredo nuovo del soggiorno, che ci aiuta a trovare le parole giuste per consolare un amico in difficoltà, il burlone che imprevedibilmente rovescia i termini di un discorso facendo scoppiare a ridere l’uditorio.

La capacità di osservare la vita da un’altra angolazione è l’ingrediente fondamentale della creatività.

Le persone che hanno un buon rapporto con questo Sé possiedono una bacchetta magica per trasformare le difficoltà in risorse.

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IL SÉ PARANORMALE

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La paranormalità non gode una buona fama nell’immaginario collettivo e spesso è associata a fenomeni di spiritismo o esibizioni da baraccone.

Tuttavia, i fenomeni paranormali sono molto comuni tra i creativi perché appartengono alle peculiarità dell’emisfero destro del cervello (quello preposto alla creatività, all’intuizione e all’immaginazione).

Il Sé Paranormale ci permette di essere al posto giusto nel momento giusto.

E poiché attinge da una conoscenza istintiva non ha bisogno di utilizzare la logica.

Quando gli prestiamo ascolto: possiamo sapere chi ci sta telefonando anche senza guardare lo schermo del telefono, possiamo scegliere istintivamente di passare per una strada diversa ed evitare traffico o incidenti, possiamo intuire i sentimenti e i pensieri di chi ci sta vicino.

Affiancare le conoscenze di questo Sé alla razionalità (che utilizziamo abitualmente) permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

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IL SÉ EMPATICO

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L’empatia è la capacità di comprendere e vivere i sentimenti degli altri come se fossero i propri.

È una risorsa indispensabile in tutte le professioni di aiuto e l’ingrediente fondamentale per costruire un mondo basato sulla solidarietà, la cooperazione e la fratellanza.

Il Sé Empatico permette di accogliere i bisogni degli altri e di creare armonia tra le persone, è il presupposto di una leadership sana ed efficace e il fondamento dell’amore.

Ascoltare le ragioni di questo Sé ci rende sensibili, rispettosi e attenti ai valori di ogni forma di vita.

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IL SÉ EGO CENTRATO

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Il mondo interiore è il luogo delle sensazioni e delle emozioni, lo spazio in cui emergono i bisogni personali.

Il Sé Ego Centrato affianca il Sé Empatico aiutandoci a considerare i nostri bisogni insieme a quelli degli altri.

Per godere di una buona salute mentale il Sé Empatico e il Sé Ego Centrato devono cooperare ed essere presenti nella nostra quotidianità.

Infatti, quando prevale il Sé Empatico possiamo cadere in un altruismo patologico mentre se prevale il Sé Ego Centrato possiamo diventare eccessivamente concentrati su noi stessi trascurando le esigenze degli altri.

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IL SÉ SOLITARIO

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Tutti i creativi possiedono un Sé Solitario che li spinge a isolarsi periodicamente per ritrovare il proprio equilibrio emotivo.

Spostare il punto di osservazione con rapidità e agilità porta a vedere la vita da tante prospettive diverse e spesso fa perdere di vista il proprio sentire profondo.

Ecco perché diventa necessario passare del tempo in solitudine, lontano dalle voci del mondo e aperti alla propria verità.

Il Sé Solitario ci ricorda il valore della nostra unicità, permettendoci di recuperare le energie prima di lanciarci in nuove avventure.

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IL SÉ INVENTIVO

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I creativi non amano la competizione, per loro è molto più appassionante dare forma a progetti sempre diversi e… migliori.

Inventare qualcosa che prima non esisteva, riciclare un oggetto regalandogli una nuova identità, risolvere un problema in modo imprevedibile e sorprendente… sono le attività preferite da tutti quelli che possiedono una buona dose di creatività.

Il Sé Inventivo ci ricorda che la vita è trasformazione e ci guida alla scoperta di realtà sconosciute.

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IL SÉ MUTEVOLE

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Il cambiamento è il segreto di una vita piena e appagante.

Ogni cosa, infatti, è destinata a evolvere e, perciò, a modificarsi.

La sofferenza psicologica deriva spesso da una incapacità a cavalcare il ritmo della trasformazione nel tentativo di mantenere inalterate le nostre abitudini.

È vero che una certa dose di stabilità aiuta a sentirsi più sicuri, tuttavia, indulgere nella routine genera una pericolosa fissità e apre la porta alla sofferenza.

Il Sé Mutevole ci aiuta a vivere con entusiasmo e curiosità le situazioni nuove e ci regala una frizzante sensazione di libertà.

* * *

I Sé Creativi sono molti e in continuo cambiamento, come compete alla creatività.

Ognuno di noi deve apprezzare la propria originalità riconoscendo il valore della verità individuale.

L’accettazione e l’ascolto di sé sono i presupposti della salute e della realizzazione personale.

Imparare a osservare la creatività che anima la realtà interiore permette di risolvere le difficoltà che costellano la vita e apre nuovi spazi di accoglienza per se stessi e per le altre creature.

Dall’espressione senza limitazioni e senza censure dei Sé Creativi prende forma una società di persone realizzate e felici.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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Lug 28 2018

UN PERCORSO PER INCONTRARE SE STESSI

Uscire dalla dipendenza alimentare è un cammino di conoscenza.

L’accesso a un diverso modo di nutrirsi segna un’importante trasformazione nella crescita individuale e rivela comprensioni altrimenti inaccessibili.

La maturità è fatta di conquiste successive che sviluppano una crescente abilità nell’accogliere il significato della vita.

Tuttavia, come in ogni rito di passaggio, per conquistare un nuovo stile alimentare è necessario superare delle prove.

Ogni iniziazione, infatti, è correlata a una simbolica morte e rinascita che comprende la fine dell’esistenza su un livello e l’ascensione al livello successivo.

Durante il cambiamento le tappe da attraversare riguardano trasformazioni fisiche, mentali, emotive, psicologiche e spirituali.

Spesso sono impedimenti interiori che, una volta superati, ci guidano alla scoperta di una nuova etica, rivelando una saggezza più rispettosa dell’esistenza.

Nel mio percorso personale e professionale ho individuato sei ostacoli ricorrenti:

  1. lo stomaco vuoto

  2. la memoria cellulare

  3. la paura dell’ignoto

  4. la paura di morire

  5. la paura della leggerezza

  6. la paura della Totalità

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LO STOMACO VUOTO

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Una volta presa la decisione, la sfida più grossa riguarda la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

E mette in luce il gioco socioeconomico volto a tenerci schiavi di una dipendenza nascosta dietro l’alibi della sopravvivenza.

Ci viene insegnato che mangiare è indispensabile per vivere.

Eppure…

Mentre il digiuno è uno strumento fondamentale per ripristinare la salute (gli animali lo utilizzano spontaneamente), la sovralimentazione è la causa più frequente di malattia.

Il bisogno smodato di mangiare è il sintomo di una disfunzione e la conseguenza inevitabile di una mancata accoglienza del valore della vita.

Ciò che cambia durante il percorso verso scelte più sane è il significato attribuito all’esistenza.

E la chiave che permette di accedere a soluzioni non più basate sulla violenza e attente all’energia che permea la creazione è proprio la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

L’ascolto intimo dell’empatia consente di accogliere il dono della vita per condividerlo nel mondo grazie a un atteggiamento riconoscente.

Infatti, quando il benessere si accompagna al dare: comprensione, ascolto, riconoscimento, gratitudine… la pienezza non riguarda più lo stomaco ma il cuore.

Se il cuore è pieno la fame sparisce e la realtà acquista un sapore nuovo.

La capacità di avere lo stomaco vuoto è il primo passo verso un modo di essere rispettoso e attento alla vita.

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LA MEMORIA CELLULARE

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Le nostre cellule mantengono il ricordo delle emozioni che abbiamo vissuto.

Queste memorie condizionano gli atteggiamenti, rendendo difficile l’acquisizione di comportamenti nuovi.

Cambiare vuol dire percorrere una strada solitaria, priva della condivisione con la maggior parte delle persone che ci sono vicine.

La memoria cellulare conserva le sensazioni legate alle tradizioni della nostra famiglia e del nostro paese.

Quando decidiamo di seguire un criterio alimentare diverso dal consueto è importante vivere e condividere emozioni gratificanti, in modo da affiancare ai ricordi antichi, impressi nelle cellule, le nuove competenze.

Un’adeguata programmazione di valori più rispettosi del benessere e della vita sostiene il cambiamento, aiutandoci a vivere le trasformazioni che accompagnano le nuove scelte.

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LA PAURA DELL’IGNOTO

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Cambiare significa abbandonare le certezze per affrontare la novità.

Durante le fasi di progettazione può apparire esaltante vivere esperienze sconosciute.

Tuttavia, nella pratica, insieme all’entusiasmo si attivano tante paure.

Ciò che non conosciamo suscita sospetto e timore.

L’ignoto è guardato con diffidenza e rende difficile portare avanti i progetti.

Nonostante le consuetudini ci tengano intrappolati dentro situazioni invivibili e irte di difficoltà, l’ansia di affrontare la novità paralizza spesso le risorse evolutive creando i presupposti della malattia.

La paura dell’ignoto affianca la paura della morte e tiene in scacco il desiderio di sperimentare situazioni nuove.

Occorrono forza di volontà e determinazione per abbandonare l’apparente sicurezza che deriva delle abitudini e avventurarsi in territori ancora inesplorati.

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LA PAURA DI MORIRE

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Spesso è la paura di morire il motivo per cui abbandoniamo tutto e torniamo a seguire un’alimentazione sbagliata.

Nella realtà ciò che muore sono le abitudini alimentari malsane, i pregiudizi e il bisogno di uccidere per vivere.

Al loro posto prende forma uno stile di vita armonico e rispettoso delle altre creature.

Tuttavia, la mancanza di approvazione può diventare insopportabile e costringerci ad abbandonare tutto.

Lo spauracchio della morte agisce scatenando insicurezze e paure.

Rinunciare al consenso di amici e parenti presuppone una profonda riflessione interiore e un ascolto attento della propria intima verità.

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LA PAURA DELLA LEGGEREZZA

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Quando diminuisce la quantità di cibo che l’organismo è abituato a consumare quotidianamente si sperimenta una leggerezza nuova.

Sembra quasi che il corpo modifichi la propria densità e la forza di gravità agisca diversamente.

Il pensiero diventa veloce, la comprensione limpida, i colori vividi, l’udito pronto, le movenze sciolte… tutte le percezioni si potenziano e i sensi sottili si attivano.

Un’alimentazione sana regala sensazioni nuove e ci avvicina a un mondo altrimenti invisibile.

Aprirsi all’accoglienza di tutte le forme di vita spalanca le porte alla scoperta di nuovi piani dell’esistenza.

Tutto questo può creare un senso di disorientamento e di vertigine.

Non è facile passare dall’intorpidimento causato da una dieta tossica alla scoperta di potenzialità ancora inespresse.

È necessario imparare a leggere la realtà con uno sguardo capace di contenere l’infinito.

Aprirsi alla Totalità significa scoprire una parte di sé in ogni cosa che esiste, rinunciando per sempre ai privilegi e alla prepotenza nella quale siamo cresciuti.

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LA PAURA DELLA TOTALITÀ

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Avvicinarsi all’idea della Totalità significa allontanarci dalle coordinate spazio temporali con cui abbiamo imparato a muoverci nel mondo.

La mente perde la sua sicurezza e ci si ritrova facilmente in un territorio scivoloso dove tutto e il contrario di tutto possiedono il medesimo valore.

Il linguaggio dei paradossi appartiene all’Amore e alla Totalità ma sfugge alla linearità cui siamo abituati, facendoci sentire vittime di una pericolosa schizofrenia.

Tuttavia, il desiderio di raggiungere una comprensione più ampia spinge ad aprirsi all’impossibile guidandoci a contattare una saggezza fatta di intuizioni e basata su una conoscenza soggettiva, empirica e affettiva.

È il linguaggio dell’amore.

Gli animali lo conoscono d’istinto.

Gli esseri umani invece devono misurarsi con la pretesa egocentrica di poter padroneggiare l’esistenza.

Uscire dalla dipendenza dal cibo significa avvicinarsi a una libertà in cui tutto (ma proprio tutto) manifesta il suo valore e il diritto di esistere.

Per superare la paura della Totalità è importante aprirsi a una conoscenza fatta di sensazioni e di acquisizioni interiori, lasciando emergere la propria intima spiritualità.

Carla Sale Musio

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Lug 04 2018

AIUTO… HO LA PANCIA VUOTA!!!

Ci viene fame a intervalli regolari e, mediamente ogni tre ore, sentiamo la necessità di mettere qualcosa sotto i denti.

A prescindere da quanto e da cosa mangiamo.

Gli specialisti della psiche spiegano che l’inconscio ama i rituali e che la mente, per avere il controllo della realtà, ha bisogno di stabilità e di ripetitività.

Ma proprio la ritualità e la ripetitività sono gli ingredienti psicologici che cementano le dipendenze.

Impariamo presto ad associare la sensazione di avere lo stomaco pieno con il rilassamento che deriva dal potersi concedere un break.

Nella nostra società il tempo dedicato a mangiare è quasi sempre l’unico momento di pausa durante la giornata, il pretesto che consente di fermarsi a riprendere fiato.

Questo fa sì che il cibo si carichi di significati che hanno poco a che vedere con la nutrizione e riguardano invece il desiderio di dedicarsi a se stessi.

Un desiderio negato dalle esigenze incalzanti della civiltà del benessere.

Tuttavia, quando il nutrimento serve a compensare i bisogni affettivi si trasforma in qualcosa di molto diverso dalla necessità di preservare la vita.

Sentirsi amati, riconosciuti e valorizzati sono aspetti imprescindibili della salute mentale e, delegarne l’assolvimento all’alimentazione significa trasformare l’oralità in una fonte di appagamento psicologico.

È in questo modo che la pienezza dello stomaco ruba il posto alla pienezza dell’amore, trasformando la nutrizione in una dipendenza da cui è (quasi) impossibile uscire.

La digestione e l’intorpidimento che consegue allo spostamento dell’energia dal cervello alla pancia… diventano segnali associati al benessere emotivo e perciò indispensabili per sentirsi bene.

Ma hanno poco a che fare con la fame e con l’alimentazione.

Quando l’atto di mangiare si trasforma nel canale privilegiato per ricevere affetto, nel mondo interiore si consolida una pericolosa dipendenza dal cibo.

E la scimmia, che colpisce chi decide di cambiare le proprie abitudini alimentari, si fa sentire immediatamente.

Basta pronunciare la parola dieta.

Soltanto il pensiero di ridurre le dosi scatena nella psiche e nel corpo terribili crisi di astinenza.

Nella nostra cultura l’idea di avere la pancia vuota è associata alla sensazione di avere il cuore vuoto e provoca un doloroso stato di angoscia.

Questo spiega come mai ciò che è facilmente digeribile genera spesso un malessere interiore, facendoci sentire abbandonati e soli.

La pesantezza che spesso accompagna la digestione prolunga la possibilità di avere lo stomaco pieno, amplificando la percezione affettiva legata al cibo (quel senso di completezza e benessere che appartiene all’amore).

È un piacere destinato a sparire rapidamente per cedere il posto alla sonnolenza, al torpore e allo stordimento e, tuttavia, conferma la dipendenza alimentare e la reitera.

Nel panorama delle scelte nutritive tante indicazioni salutiste consigliano una disintossicazione a base di liquidi, proprio perché ciò che è fluido attraversa rapidamente il canale digestivo senza appesantire gli organi interni, permettendo al fisico di riprendere immediatamente le proprie attività abituali.

Scegliere esclusivamente cibi liquidi può essere un passaggio importante per liberare i pasti dalla dipendenza affettiva, permettendo al corpo di ricevere il nutrimento in modi salutari.

Eppure…

Chiunque abbia seguito una dieta liquida, anche solo per poco tempo, riferisce di aver provato una forte insoddisfazione insieme all’esigenza di tornare rapidamente a nutrirsi nei modi consueti, certamente più impegnativi per la digestione ma psicologicamente più gratificanti.

Ecco perché le diete sane e corroboranti sono difficili da seguire: non soddisfano i bisogni emotivi nascosti dietro il pretesto dell’alimentazione e scatenano dolorose crisi di astinenza.

Per cambiare le proprie abitudini alimentari è necessario slegare il piacere dell’affettività dal desiderio del cibo.

Finché l’alimentazione rappresenta un surrogato delle esigenze emotive non è possibile modificare la propria dieta senza incappare nello scoraggiamento.

La salute è prima di tutto libertà dalle dipendenze che ammalano il corpo e la psiche.

Un mondo nuovo prende forma grazie alla responsabilità di ciascuno.

Nutrire in modi appropriati il riconoscimento dei sentimenti e la soddisfazione delle necessità affettive è il primo passo verso una società capace di prendersi cura del benessere di tutti.

Non riempiendo la pancia ma colmando adeguatamente il bisogno d’amore.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2018

AMORI SBAGLIATI

Perché mi innamoro sempre della persona sbagliata?

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Facendo il mio mestiere, questa è una domanda che si sente ripetere spesso.

Sembra quasi che un destino maligno si diverta a condurci tra le braccia di chi… non ci merita!

Ma siamo davvero le vittime di amori sbagliati o si tratta, piuttosto, di scelte inconsce?

Sono convinta che tante situazioni poco felici in un primo momento possano apparire così familiari da farci sentire a casa, spingendoci verso l’abbandono e la fiducia tipiche della fanciullezza.

Le nostre parti bambine si aspettano un risarcimento danni per i torti che hanno vissuto nel passato, e coltivano l’illusione che, da grandi, un partner possa compensare quelle sofferenze donando loro l’amore che i genitori non hanno saputo offrire.

Questa visione risente dell’egocentrismo e della dipendenza che caratterizzano i primi anni di vita.

Una volta adulti, infatti, siamo noi stessi a doverci prendere cura del Bambino Interiore, riservandogli le attenzioni e le cure che gli sono mancate.

A prima vista può sembrare un compito impossibile, quasi un film di fantascienza!

Come si fa a tornare indietro nel tempo per coccolare i bimbi che siamo stati?

Eppure…

La maturità si raggiunge quando nel mondo intimo le Parti Adulte decidono di adottare le Parti Infantili, occupandosene con la dedizione che avrebbero voluto ricevere dai genitori.

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“Vorrei accudire il mio Bambino Interiore ma non so come fare.”

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Anche questa è una affermazione che sento ripetere spesso.

Il corpo è uno solo: cresce, cambia e diventa adulto.

Tuttavia nel mondo intimo convivono un’infinità di aspetti differenti.

Nell’inconscio siamo sempre: bambini, adolescenti, adulti, ingenui, saggi, folli, giocosi, ribelli, responsabili, incoscienti…

La vita interiore è composta da un numero illimitato di possibilità che, per vivere una vita soddisfacente, dobbiamo riconoscere e gestire.

Il bambino che siamo stati vive i suoi drammi in un eterno presente e attende che qualcuno si prenda cura di lui.

Da adulti dobbiamo aiutarlo a sentirsi protetto e importante, riconoscendo i traumi e il suo bisogno di giocare, accogliendo l’ingenuità e l’entusiasmo insieme al dolore e alle profondità che lo caratterizzano.

La capacità di osservare le cose da un’angolazione giocosa e innocente è un presupposto della saggezza.

E appartiene all’infanzia.

Prendersi cura del proprio Bambino Interiore significa lasciare il giusto spazio alla sua energia, liberando i doni e la vitalità della fanciullezza insieme all’equilibrio e alla competenza della maturità.

Questo processo di integrazione ci consente di costruire una relazione affettiva scevra dal bisogno di delegare ad altri la risoluzione delle angosce passate e capace di comprendere la fragilità insieme all’autonomia.

Di se stessi e del partner.

Troppo spesso l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) ci stimola a coltivare il sogno di un’unione in grado di sanare miracolosamente le sofferenze del passato esonerandoci dal percorso necessario ad evolvere le parti immature della psiche.

Su questo equivoco nascono tanti amori sbagliati.

Crescono sul presupposto di una compensazione affettiva e coltivano la pretesa di ricevere dall’altro la dedizione che siamo incapaci di darci.

Si tratta di una richiesta che spinge a idealizzare il partner e conduce inevitabilmente alla delusione, con il suo corollario di colpevolizzazioni, recriminazioni e rancori.

Infatti, quando il Bambino Interiore reclama l’amore incondizionato che avrebbe voluto ricevere dai genitori, la scelta ricade inconsciamente su chi sembra poterne compensare le mancanze e che, perciò, ne incarna anche i difetti.

Sono proprio quei difetti che ci fanno sentire a casa creando la magia di tante storie impossibili.

Atteggiamenti e comportamenti così familiari da passare quasi inosservati… diventano presto gli scogli che impediscono l’amore.

Un impulso infantile ci spinge a scegliere chi impersona le qualità idealizzate del genitore che avremmo voluto avere insieme a quelle del genitore che abbiamo realmente avuto.

Tuttavia, ripetere il dramma di un tempo non fa che reiterare lo stesso tragico finale.

Chi meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno per sentirci bene?

Per liberarsi dalle sofferenze antiche è necessario assumersi pienamente la responsabilità di sé, abbracciando il cucciolo interiore con l’amore che avrebbe voluto ricevere, piuttosto che abbandonarlo tra le braccia di un partner nella speranza di poter cambiare il finale della nostra storia passata.

Carla Sale Musio

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Giu 10 2018

HAI BISOGNO DI MORDERE?

Da bambini portare tutto alla bocca è la modalità conoscitiva per eccellenza.

Un pensiero atavico ci spinge a credere che ingoiando qualcosa possiamo fare nostre le sue qualità.

Così:

  • mangiando un toro si diventa potenti

  • mangiando l’erba si diventa elastici

  • mangiando un serpente si diventa sinuosi e capaci di nascondersi

  • mangiando un pesce scomparirà il mal di mare

Un’idea ancestrale considera lo stomaco alla stregua di un elaboratore dati in grado di distillare nel nostro organismo le virtù e i principi di ciò che ingeriamo.

Non è un pensiero logico.

Ha radici antiche.

Esiste nell’inconscio collettivo e viene abilmente sfruttato per venderci prodotti inutili (e spesso tossici) coltivando l’equazione:

.

MANGIARE = ACQUISIRE

.

Acquisire:

  • forza

  • prestanza

  • sicurezza

  • piacere

  • popolarità

  • successo

  • … e così via!

Immagini e slogan pubblicitari fanno leva su questo principio inconscio e potente.

Stimolano il desiderio di possedere qualcosa mettendola in bocca.

Agiscono sulla credenza che l’organismo assimili ciò che inghiottisce per renderlo parte integrante di sé.

Stuzzicano il bisogno di possesso.

Lusingano l’egocentrismo infantile che accompagna il piacere orale.

I cuccioli hanno la necessità di stimolare le gengive.

Massaggiarle è un modo per alleviare il dolore che accompagna la crescita dei primi dentini.

Per loro, conoscere il mondo mettendolo in bocca significa creare le prime relazioni con l’esterno.

Morsicando la vita, i bambini modulano il bisogno di fusione e la scoperta dell’altro.

Esplorano il dentro e il fuori, il pieno e il vuoto, l’io e il tu, la presenza e l’assenza.

Devono abbandonare il piano dell’Infinito da cui provengono per muoversi nelle coordinate della fisicità, imparando ciò che appartiene a una realtà fatta di prima e dopo, vicino e lontano, mancanza e completezza, paura e prepotenza, mio e tuo.

L’egocentrismo li spinge ad addentare l’esistenza per farla diventare una parte di sé.

E quando la fusione non è possibile in loro aiuto arriva il possesso: quel bisogno spasmodico di avere ciò che sfugge, per non perderlo.

Mordere riempie i vuoti dello stomaco e del cuore.

È così che impariamo a conoscere l’avidità, la gelosia, la rabbia, la prepotenza e il dominio.

È così che dimentichiamo la Totalità e perdiamo la sicurezza che deriva dal riconoscere ogni cosa in se stessi.

Mordere calma la paura dell’ignoto, la vergogna della diversità, l’angoscia della solitudine.

E nel tempo si trasforma in un rituale capace di farci sentire uniti.

Uniti nel piacere di condividere il cibo.

Uniti nel piacere di combattere un nemico.

Noi e loro.

Io e gli altri.

I buoni e i cattivi.

Mangiare insieme significa essere parte di un gruppo.

Ci fa sentire meno soli.

.

Chi non mangia in compagnia è un ladro o una spia”

.

Oggi la condivisione del cibo è diventata un cerimoniale indispensabile alla socializzazione, il veicolo privilegiato per dimostrare di volersi bene.

Ma è un volersi bene possessivo.

Discrimina la diversità.

Impone l’appartenenza.

E rende indispensabile l’omologazione.

Pena: l’emarginazione, la derisione e l’abbandono.

Chi lucra sulla vendita del cibo conosce bene i meccanismi psicologici che sottostanno all’alimentazione.

E sfrutta a piene mani i nostri bisogni infantili per tenerci schiavi grazie all’oralità.

Per liberarsi dalla bulimia sociale che rende vittime del bisogno compulsivo di mangiare è necessario superare la fase orale e aprirsi a un’integrità interiore capace di far convivere gli opposti senza giudicarli.

Occorre ricomporre la Totalità dentro di sé arricchendo la conoscenza con l’esperienza dell’individualità.

Significa coltivare la comprensione, la cooperazione, la condivisione, l’ascolto e la solidarietà.

Per tutte le creature.

Per ogni aspetto di se stessi.

Vuol dire costruire un mondo migliore.

Capace di conoscere senza mordere, di amare senza possedere, di integrare senza emarginare e senza distruggere.

Durante l’infanzia il bisogno di portare tutto alla bocca ci aiuta a compiere i primi passi nel mondo della diversità, serve a farci scoprire i mille volti dell’Infinito, ci insegna la ricchezza nascosta nelle identità.

Ma poi è necessario integrare dentro di sé la conoscenza dell’altro, non per averlo inghiottito ma per averlo capito.

Non per chiuderlo nello stomaco ma per aprirsi alle profondità del dialogo.

Non per combatterne le differenze ma per conoscerne le qualità.

Carla Sale Musio

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Mag 29 2018

SPECISMO… O DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITÀ?

Coltiviamo la certezza di essere la specie più evoluta del pianeta: quella creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ma ignoriamo che questa convinzione sia il sintomo di una patologia chiamata Disturbo Narcisistico di Personalità e basata sulla percezione di una superiorità soggettiva e onnipotente.

Da tempo immemorabile il dibattito sulle diverse forme dell’intelligenza ha portato gli studiosi a comprendere che le valutazioni della conoscenza non vanno circoscritte al sapere della maggioranza, ma è necessario calibrare le performance in modo da renderle adeguate a tutti.

Eppure… quando è in gioco l’antropocentrismo nemmeno le scoperte scientifiche valgono più! 

Essere umani contiene un diritto di supremazia.

Imprescindibile.

È una pretesa arbitraria che evidenzia la patologia insieme alla necessità di una cura.

E segnala l’urgenza di garantire a ogni essere vivente il diritto all’esistenza e al rispetto delle proprie peculiarità.

Forti di valutazioni che tengono conto esclusivamente delle caratteristiche umane consideriamo inferiori tutte le altre specie.

Poiché gli animali non utilizzano un linguaggio simile al nostro ci sentiamo autorizzati a postulare anche una mancanza di intelligenza, legittimando il diritto alla sopraffazione.

È difficile accettare che questa pretesa egocentrica sia il sintomo di una disfunzione che il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) definisce:

 .

Disturbo Narcisistico di Personalità

.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità è un disturbo della personalità i cui principali indicatori sono:

  • un eccessivo egocentrismo

  • un deficit nella capacità di provare empatia

  • una esasperata idealizzazione di sé

Si tratta di una patologia caratterizzata dalla percezione di un Sé Grandioso, dal sentimento esagerato della propria importanza e dalle difficoltà di coinvolgimento nella percezione dell’altro.

Le persone affette da questa sintomatologia manifestano un egoismo esorbitante di cui di solito non sono consapevoli, arrivando a tiranneggiare chi hanno vicino senza alcuno scrupolo e senza nessuna comprensione della propria crudeltà.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità ci impedisce di analizzare con obiettività il sapere delle altre specie, occultandone le risorse, il valore, le potenzialità e i doni.

Occorrono: spirito di ricerca, capacità di ascolto, empatia, determinazione e rispetto, per cogliere la profondità di una cultura che utilizza principi differenti da quelli che ci sono abituali.

Per riconoscere la civiltà degli animali è necessario superare il Disturbo Narcisistico di Personalità e osservare con più umiltà i saperi delle specie diverse dalla nostra.

Ma soprattutto è indispensabile aprirsi a una comprensione biocentrica delle relazioni che uniscono gli esseri viventi dando vita a un ecosistema capace di garantire il benessere di tutti.

Quando ognuno contribuisce all’integrità della vita la capacità di mettersi in gioco si libera dall’egocentrismo formando una società volta al benessere del singolo e del pianeta nella sua interezza.

E questo è il requisito su cui poggiano tutte le culture degli animali.

Le altre specie possiedono una saggezza che noi abbiamo perduto.

Per loro la conoscenza dell’ecosistema e l’ascolto dei mondi interiori sono parte di una verità antica e piena di valore.

Biocentrismo, intuizione, istintività, paranormalità… appartengono a un sapere che li rende capaci di rispettare il pianeta, di frequentare le altre dimensioni e di conoscere il significato profondo della vita.

Valori che noi non riusciamo più a considerare tali.

È questa la conseguenza della patologia narcisistica in cui viviamo immersi.

Una patologia che ammala la civiltà umana dando origine a problematiche sconosciute a ogni altra specie.

Usura, pedofilia, schizofrenia, disturbi alimentari… sono malattie ignote agli altri animali.

Il loro sapere comprende valori e abilità impensabili per noi e questo dovrebbe indurci ad imparare piuttosto che a sfruttarli.

La capacità di riconoscere ciò che non si può toccare è un requisito importantissimo per la salute mentale.

Saper distinguere le emozioni e i sentimenti e comportarsi di conseguenza sono le risorse che permettono agli specialisti della psiche di aiutare tante persone in difficoltà.

Gli animali le utilizzano per muoversi nell’ambiente e comunicare tra loro.

Noi invece preferiamo la manipolazione e la menzogna, giudichiamo sconveniente l’autenticità e inibiamo l’ascolto della nostra verità… per ottenere un amore del quale non siamo mai sicuri.

Poi ci ammaliamo di depressione, di attacchi di panico, di ossessioni, di compulsioni e delle innumerevoli malattie che segnalano la perdita di un contatto profondo con la vita.

Tutti gli animali ci insegnano con l’esempio della loro esistenza a ritrovare il legame che unisce ogni creatura al suo ambiente e il valore di un ascolto intimo, fatto di conoscenza e di intuizione, di sensazioni e di percezioni visibili e invisibili.

Carla Sale Musio

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