Tag Archive 'fiabe'

Apr 03 2018

I CAPELLI

Si erano conosciuti da bambini.

Abitavano a due portoni di distanza, stessa scuola elementare e le loro famiglie che si frequentavano la domenica.

Poi l’adolescenza, le prime attrazioni nel guardarsi diversi, l’incertezza del proprio aspetto, la timidezza potente e il rossore sulle guance.

Infine, diventarono consapevoli che quello era proprio amore.

*** *** ***

Siete troppo giovani, dicevano le famiglie di entrambi, dovete conoscere la vita, ma a loro non importava.

La vita volevano conoscerla insieme e pensavano a sposarsi.

Sentivano che avrebbero percorso la strada, scoprendo la direzione giusta.

O tornando indietro e cercando altre vie, se avessero intrapreso quelle sbagliate.

Avevano trovato l’altra metà della mela, come taluni dicono.

Ed erano felici, sotto lo sguardo incredulo di tanti.

Poi il matrimonio, la casa, il lavoro e raccontarsi la giornata, al rientro la sera.

Si ascoltavano, si consigliavano: mai una notte che andassero a dormire senza appianare gli screzi, senza scusarsi a vicenda, se un atteggiamento dell’altro li avesse feriti.

E poi l’amore: trascinante, commovente, che ogni volta li lasciava muti e da cui riemergevano come naufraghi, aggrappandosi l’uno all’altra, stupiti di esistere.

*** *** ***

Un matrimonio lungo, ma nessun figlio.

Un cane e una gatta da accudire, cresciuti insieme e senza astio.

I due animali dormivano nello stesso divano, infossato dal peso del cane e lacerato dalle unghie feline.

Quando, dopo una vita lunga e placida, si addormentarono per sempre, il cane e la gatta ebbero due fosse vicine in giardino ed una pianta di ulivo a unirli con le sue radici.

I due coniugi li piansero come figli e non si curarono di chi diceva che quelli erano solo animali: certo che le bestie muoiono, non si sapeva?  Lacrime sprecate.

*** *** ***

Erano ormai vecchi.

Una notte lui sentì che il respiro gli mancava: chiamò affannato la moglie e davanti al viso esangue di lei, cominciò a salutarla.

Parlava male, smozzicava parole, ma voleva dirle ancora quanto l’avesse amata.

Lei cercò di rasserenarlo, ma si sentiva spezzare.

E fu guardandola che lui capì di non voler morire.

Forse c’era ancora tempo, pensò, forse poteva restare.

Disperato, abbracciò il corpo di lei e le strinse i capelli con forza.

Li aveva sempre trovati bellissimi e quasi glieli strappò, sentendosi portare via.

Ma la donna gli si aggrappava addosso, incurante del dolore.

Allora il corpo di lei divenne àncora, argine potente, baluardo roccioso, i capelli  come lacci robusti, a cui lui si afferrava sconvolto.

*** *** ***

Fu una lotta violenta, loro due a fermare la morte.

Poi, d’improvviso una calma serena, come quando cala il vento dopo la burrasca. Allora si guardarono increduli e respirarono forte, lui ancora stretto alla donna.

Nei loro sguardi estenuati, tutto lo stupore di esistere ancora.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com del 28/3/2018 n°. 81514

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LE LETTERE

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Dic 21 2017

LE LETTERE

Lo squillo del campanello, un rumore di passi oltre la porta.

“Buongiorno, signora. Per lei.”

A cadenze regolari il postino consegnava una busta, poi accennava un saluto.

La porta si apriva un attimo, poi si richiudeva rapida.

In quel breve istante gli occhi dell’uomo si abbagliavano per la bellezza di lei, che a stento lo salutava.

*** *** ***

Lavorava da anni in quel paese, conosceva tutti.

Intuiva dai sorrisi o dall’espressione stupita o dolente il contenuto delle lettere che consegnava.

Era orgoglioso se offriva gioia, anche se racchiusa in fogli di carta.

Ma quando si avvicinava alla casa di lei, gli batteva il cuore.

E si tratteneva a stento dal dirle che i suoi occhi gli toglievano il sonno.

Ormai sorrideva solo nell’attesa di vederla, dopo aver suonato quel campanello.

*** *** ***

Da molto tempo lei riceveva lettere.

La scrittura vigorosa a vergare nome e indirizzo suggeriva un temperamento sanguigno, imperioso. Sul retro della lettera, un nome maschile, una lontana città di provenienza.

Certo, pensava il postino, per interessare una donna come lei ci voleva questo: un uomo dalla scrittura forte, una volontà dura, un carattere teso al comando.

L’orgoglio di lei non poteva essere assecondato.

Bisognava dominarlo, pensava.

Quello di cui lui non sarebbe mai stato capace, arrendevole e mite com’era.

A volte lei partiva e in quel tempo nessuna lettera giungeva al suo indirizzo.

Poi la donna tornava.

E le giornate del postino si riempivano di luce.

Riprendevano quindi ad arrivare le lettere, ma lo sguardo di lei era sempre più triste.

*** *** ***

Infine quella corrispondenza terminò.

E fu delusione anche per lui, quando non ebbe più missive da consegnarle.

*** *** ***

Ormai nessuna lettera da tempo.

Alla consegna dell’ultima, la donna aveva aperto la porta con cautela: oltre lo spiraglio si era profilato in fondo alla stanza un gatto piccolo, che correva veloce verso l’uscita.

Lui amava i gatti e rimase colpito: non pensava che nella vita di lei ci fosse spazio per quelle tenerezze.

*** *** ***

Infine la pensione: l’ultimo giorno di lavoro lui si recò, come aveva fatto tante volte, all’indirizzo di lei.

Suonò, il fiato sospeso.

La donna aprì: questa volta teneva in braccio il gatto, per impedire che fuggisse.

Quello spalancò gli occhi verdi in faccia al postino, che tese la mano a carezzarlo.

E lui pensò che non era mai stato così vicino al viso di lei.

Poi le porse una lettera, salutò rapidamente e si allontanò, lasciandola inquieta e stupita.

In quei fogli lui aveva scritto tutto: il desiderio costante di vederla, la sua attesa paziente, la sua angoscia per la tristezza di lei e la speranza che potesse accoglierlo.

Lui, un uomo tranquillo, fedele, mite e disperatamente innamorato.

*** *** ***

Natale.

Non era facile trascorrerlo da soli.

Aveva però preparato un bell’albero e lo avrebbe piantato nel suo giardino, appena terminate le feste.

Ma poco prima dell’ora di pranzo, uno squillo di campanello.

Dietro la porta, lei.

Bella, sorridente.

Gli consegnò una busta e si allontanò di fretta.

Lui sentì che gli mancavano le forze.

Chiuse la porta, sedette in poltrona, aprì cautamente.

Nell’unico foglio che si trovò tra le mani esitanti, lesse una sola parola.

Sì.

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IL PERDONO

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 75139 del 16.12.2017

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Nov 27 2017

IL PERDONO

Non gli restava molto tempo.

Ormai lo sapeva e si preparava alla fine, ma era un re.

Avrebbe voluto ritirarsi, riflettere, pesare il bene e il male compiuti, ma gli obblighi di governo lo impedivano.

Infine, decise: affidò il regno al più fedele dei suoi ministri.

Così fu libero di affrontare le ombre che gli oscuravano il cuore e chiedere perdono, prima che fosse tardi.

*** *** ***

Lui, primogenito, ebbe il titolo di re e la mano di una donna, giovane e nobilissima, scelta tempo prima dalla casa reale.

Ma suo fratello la amava perdutamente.

E, purtroppo, dallo sguardo rapito della donna, il re comprese che l’amore era ricambiato.

Però le esigenze del regno furono potenti e la ragione di stato inflessibile: quelle nozze erano necessarie.

Lui, poi, era il primogenito, orgoglioso erede del titolo e del reame.

Il giorno del matrimonio, il fratello minore rese omaggio alla coppia di sposi e si ritirò in un suo lontano possedimento.

Da allora i fratelli non si erano più visti.

Il matrimonio del re fu lungo e placido, ma nel sorriso mesto della donna lui intuiva il rimpianto per l’altro.

Lei rispettò il marito e lo onorò fedelmente, anche se l’affetto del re non riuscì mai a scalfirle l’anima.

*** *** ***

Dopo la morte della moglie, la solitudine gli piombò addosso.

Lui l’aveva amata con tenerezza, ne sentiva la mancanza e rimpianse amaramente di averle impedito quell’amore, legandola a sé.

Nessun figlio, inoltre, aveva scaldato il loro matrimonio.

*** *** ***

Il re si preparò per il viaggio.

Voleva raggiungere il fratello e chiedergli perdono per quell’amore non concesso.

Sapeva quanto le ragioni di stato fossero inflessibili, ma allora aveva mancato di coraggio, si diceva.

Doveva imporsi, rifiutare quelle nozze.

Un’altra donna, un’altra famiglia potente le avrebbe trovate, infine.

Ma ormai tutto era già avvenuto. 

*** *** ***

Il fratello, avvertito del suo arrivo, lo aspettava.

Quando se lo trovò di fronte, nell’atrio del palazzo, il re si intenerì a vedergli i capelli brizzolati e il volto segnato.

Non ci fu bisogno di parole: dicevano tutto lo sguardo oppresso del sovrano, la sua presenza, l’antica arroganza abbattuta.

Il fratello fece un passo avanti: i due si trovarono stretti l’uno all’altro.

E gli sembrò di essere tornati bambini, quando si abbracciavano dopo una lite violenta.

 Nell’atrio gelato, sentirono di volersi più bene di prima e la loro anima si confortò al calore di quella stretta.

*** *** ***

Il re percorreva la strada del ritorno, ma doveva ancora rimediare a qualcosa.

Era stato inflessibile con i sudditi: molti erano contadini, lavoravano la terra dei nobili, ma sapevano combattere per difendere il regno.

Da loro aveva sempre ricevuto rispetto e obbedienza.

E adesso il suo rigore gli pesava: la giustizia esercitata con forza, l’impegno preteso sino alla morte nelle guerre combattute e vinte, lo sguardo inflessibile sulle schiene piegate a mietere il grano e a custodirlo, prima di un possibile assedio.

Allora, ordinò che a ognuno di loro venisse offerto un bel pezzo di terra da tramandare ai figli e ai figli dei figli, in memoria del re.

Un gruzzolo di monete venne donato, invece, ad ogni artigiano e ad ogni mercante del regno, che nella passione del loro mestiere avevano onorato il nome del sovrano.

*** *** ***

Era quasi giunto e mentre percorreva l’ultima strada prima del suo palazzo, lo scosse un ricordo lontano.

Era ragazzino e correva a perdifiato sul suo cavallo, quando una biscia enorme gli attraversò il sentiero.

Lui non se ne preoccupò e gli zoccoli del cavallo la massacrarono.

Il re si stupì che quel ricordo futile lo ferisse, ora che era vecchio.

E comprese maggiormente quanto il suo cuore si fosse addolcito nel tempo.

Allora chiese perdono anche a lei, alla biscia uccisa.

*** *** ***

Ormai era tornato al palazzo.

Si sedette, in attesa.

Un bussare leggero alla porta della stanza.

Lui sussultò, si avvicinò all’uscio, lo aprì lentamente.

Gli apparve una donna vestita di scuro.

Il re sentì il cuore tremare, ma la guardò in volto e si stupì nel trovarla bellissima.

Lei lo prese per mano e lui sentì il calore di quelle dita, poi si fece guidare docilmente.

Oltrepassò la soglia.

E in quel momento lo raggiunse una musica lontana.

Il re esitò, poi la riconobbe.

Era la nenia che gli cantava sua madre, quando da bambino aveva paura del buio.

Poi lo stringeva tra le braccia, che odoravano di rose e gelsomini.

Gloria Lai

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LA CARROZZELLA

Opera tutelata da Patamu.com col N.° 72925 dl 5/11/2017

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Set 28 2017

LA CARROZZELLA

“Che fatica! Questo caldo terribile è una tortura”.

Così pensava ogni giorno mentre tirava una carrozzella per turisti, in quell’agosto torrido. Un’ordinanza del comune impediva l’andare nelle ore più calde. 

Ma nonostante il pomeriggio tardo, la calura ancora opprimeva.

Per fortuna un  vento leggero si era levato.

*** *** ***

Anni di lavoro.

Il suo padrone non era cattivo e aveva ereditato dal padre quel mestiere.

Lui, il cavallo, apparteneva a una razza selezionata in passato per trainare carri e aratri.

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Era un animale bellissimo.

Agli inizi gli era piaciuto l’entusiasmo dei turisti, il modo in cui i loro bambini guardavano gli ornamenti della carrozzella, le esclamazioni di ammirazione mentre lui attraversava le strade antiche di quella città.

Ma gli anni giovani erano ormai lontani e il cavallo si chiedeva con angoscia quanta vita ancora gli restasse. 

Gli sarebbe piaciuto pensare al tempo del suo riposo, a una stalla tranquilla, al silenzio e al conforto. Ma il suo padrone non parlava di smettere e nonostante lo nutrisse amorevolmente e lo strigliasse con attenzione, sembrava non capire l’affanno del suo animale.

*** *** ***

Quattro persone erano salite.

La carrozzella poteva andare.

Il cavallo pensò che i turisti erano sempre più grassi.

E pesanti.

Il caldo, nonostante fosse quasi sera, era insostenibile.

Ma il padrone lo fermò: una turista con una bambina di circa sei anni gli si affrettava incontro. Salirono anche loro e la carrozzella si avviò.

Il cavallo, con una certa difficoltà, negli anni aveva imparato a contare.

E gli sembrò che quel giorno i turisti fossero troppi.

Aveva sentito i vetturini parlare di cavalli stroncati dal caldo e dalla fatica.

Uno lo conosceva bene: era un essere generoso e gagliardo.

Si era abbattuto per strada, sfiancato.

Non c’era stato nulla da fare.

Forse lo avevano mandato al trotto, e lo sapevano tutti che era proibito.

Al passo bisognava andare, al passo.

Ma un cavallo stanco difficilmente si ribella.

*** *** ***

Il lavoro era stato estenuante, terribile.

Finalmente anche quel turno serale si concluse.

Uno dopo l’altro i passeggeri scesero, alcuni lentamente, gravati dal proprio peso, altri agili e compiaciuti.

Per ognuno di loro che si allontanava, il cavallo emise un sospiro di sollievo.

Ma sentì che la donna e la bambina parlavano con il suo padrone.

Potevano trattenersi un po’ vicino alla carrozzella? Chiese la madre.

Aveva dato appuntamento a suo marito proprio in quel luogo e lui ancora non si vedeva.

Non c’erano problemi, rispose l’uomo.

Stessero pure vicine al cavallo.

Anzi, il bar accanto aveva dei tavolini sulla piazza.

Potevano accomodarsi, lei e la bambina.

*** *** ***  

Per distrarre la figlia nell’attesa, la madre tolse un libro dalla borsa.

Il padrone della carrozzella doveva allontanarsi per delle commissioni rapide e di lì a poco avrebbe condotto l’animale alla stalla.

La bambina, intanto, chiese alla donna di leggerle il racconto iniziato il giorno prima.

Lei  era stanca e poi le piaceva ascoltare la voce materna.

La madre assentì.

Allora, incuriosito,  il cavallo si preparò ad ascoltare.

*** *** ***

“Perseo tagliò di netto la testa di Medusa, dai capelli simili a serpenti. E dal sangue di lei nacque Pegaso, un bellissimo cavallo alato. Quindi Perseo prese con sé la testa di Medusa e impietrì i nemici con lo sguardo di lei. Zeus, infine, regalò Pegaso all’eroe Bellerofonte”.

La bambina amava la mitologia.

Al sentire che Perseo aveva tagliato la testa di Medusa, sbarrò gli occhi spaventata, ma  continuando ad ascoltare rimase sconvolta quando seppe che Bellerofonte, salendo in cielo con Pegaso, venne disarcionato dal cavallo e precipitò al suolo.

La madre, ormai, era arrivata alla fine:

“Pegaso allora fu trasformato in una costellazione scintillante, che da lui prese il nome”.  

Il cavallo aveva ascoltato l’intera storia con attenzione stupita ma, proprio in quel momento, si sentì una voce maschile, un richiamo.

Il marito era giunto e i tre si allontanarono rapidamente.

*** *** ***

Era stupefatto: conoscere la storia di Pegaso lo aveva colmato di gioia.

Un essere alato, un cavallo come lui.

Desiderò levarsi in cielo, agitare solennemente le ali, vedere dall’alto quel mondo che sbirciava  a fatica di giorno, sentirsi libero.

Ma giunse il suo padrone per condurlo alla stalla.

E lo sistemò per la notte.

*** *** ***

Nonostante la stanchezza, il cavallo non poteva riposare.

Ripensava al racconto, immaginava il volo alato.  

Guardò attraverso le sbarre di un’apertura per cercare la costellazione di cui il mito parlava.

E non seppe trovarla.

Allora chiese a tutte le stelle del cielo di aiutarlo, perché sul suo dorso di cavallo da tiro crescessero le ali.

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*** *** ***

La mattina dopo il padrone entrò nella stalla: si preparava ad una solita giornata di lavoro.

Guardò con attenzione: c’erano molti cavalli, tranne il suo.

Attonito, scrutò intorno.

I finimenti erano al solito posto, ma nessuna traccia del cavallo.

La porta della stalla era aperta, è vero, ma forse qualche suo collega l’aveva lasciata così, per distrazione o per comodità: i vetturini partivano quasi tutti alla stessa ora.

E poi era difficile che qualcuno gli avesse rubato il suo animale, già stanco e anziano.

*** *** ***

Non riusciva a darsi risposte.

E ancora meno poté capire quando, guardando con più attenzione nello spazio che il cavallo occupava, vide qualcosa.

Erano piume e qualche penna, grandi e bianche.

Troppo grandi perché fossero dei colombi che si riparavano sotto la copertura del tetto.

I gabbiani, poi, non entravano nella stalla, si disse.

Ma quelle piume e quelle penne erano grandi anche per loro, che sfrecciavano liberi nel cielo aperto, signori del vento.

Gloria Lai

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L’ANGELO

Opera tutelata da Patamu.com con il n°69996 del 14/09/2017

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Ago 02 2017

L’ANGELO

La scrutava da vicino.

L’aveva vista crescere, sbocciare piano, poi era rimasto abbagliato da lei.

Era bella, dolce, gentile.

Se lui fosse stato un uomo, si sarebbe presentato, le avrebbe offerto doni, mostrandole ammirazione e rispetto, le avrebbe rivelato la sua passione.

Ma questo era impossibile.

Lui era il suo angelo custode.

*** *** ***

Gli altri esseri di luce lo vedevano rattristarsi e la sua perfezione si incrinava ogni giorno: prendeva il volo lentamente, ombre lievi scurivano il suo aspetto.

E poi, quella tensione che lui sentiva dove gli uomini hanno il cuore.

Tutto questo, però, i suoi compagni non riuscivano a capirlo.

*** *** ***

Nel volare, vedeva il mondo dall’alto.

Lo trovava bellissimo e non comprendeva come in quei luoghi splendidi l’umanità potesse odiarsi.

Ma lo colpivano la forza dell’amore e i dubbi degli umani, la precarietà della vita e quell’andare a volte sofferto.

Poi, lo scuoteva la loro felicità improvvisa, così folgorante da lasciare muti.

E così breve, da perdersi in un attimo.

Li ammirava per il coraggio di resistere e proseguire, anche dopo lo strazio di un dolore ma sempre, dal fondo di questi pensieri, emergeva lo splendore umido degli occhi di lei.

Lo estasiava, inoltre, la bellezza degli animali.

Ammirava il loro muoversi armonico.

E si chiedeva da dove venisse la violenza di coloro che li suppliziavano, senza pietà né comprensione.

Come potessero offendere oscenamente l’armonia di quei corpi, irriderli e straziarli.

Come riuscissero, in tanti, a spezzare la loro sacralità arcana.

*** *** ***

Lui la trovava ammirevole.

Lei, infatti, raccoglieva animali feriti, li accudiva, li salvava, poi li metteva in libertà.

Ma alcuni li tratteneva con sé, soprattutto gatti, che restavano nella sua casa al riparo, quand’era inverno.

Curava le piante e si stupiva a guardarle.

Non strappava i fiori e mormorava scuse, se nell’andare li urtava.

E poi capiva dagli sguardi le tristezze degli altri e le bastava poco per strappargli un sorriso.

Era attenta alle piccole cose del mondo.

E lui, che poteva insegnarle l’armonia, si trovava talvolta a impararla da lei.

*** *** ***

Anche se non voleva turbarla, gli era difficile nascondersi del tutto.

Infatti lei qualche volta si sentiva osservata, come se uno sguardo benevolo la scrutasse.

Altre volte percepiva un soffio, un vento leggero.

“Ho lasciato la finestra accostata”, lei si diceva.

Poi controllava.

Le ante, invece, erano perfettamente chiuse.

*** *** ***

Gli altri angeli ormai avevano capito, ma speravano di trattenerlo.

“Sfiducia, infelicità e malattie affiggono gli uomini” gli dicevano.

“E l’amore, anche se esiste tra loro, può essere fragile o breve come un soffio. Infine giunge la morte” continuavano.

“A volte pietosa, a volte straziante e oscena. Dopo il suo passaggio noi accogliamo tutti, uomini e animali, che si abbandonano fiduciosi. Ma siamo esseri di luce come te. Non viviamo quelle realtà”.

*** *** ***

Lui ascoltava.

Dopo aver riflettuto a lungo, si convinse che anche la sua essenza eterna era fragile.

E la sua esistenza gli apparve come un lento ed estenuante morire.

Certo, gli umani soffrivano, ma conoscevano il calore degli abbracci, gli sguardi persi nell’altro, le carezze che salvano.

Conoscevano i misteri dell’amore e la misericordia, le parole sconvolte a raccontare il dolore.

E il silenzio davanti alla bellezza.

Soprattutto lo premeva il pensiero di lei.

Allora comprese davvero la forza potente dell’amore.

Desiderò starle accanto, svegliarsi la mattina e guardarle il volto ancora chiuso dal sonno, mangiare insieme, stringerle il corpo caldo e consolante, ridere.

Della morte seppe di non aver paura.

E decise.

*** *** ***

Più facile di quanto non pensasse.

La sua essenza di luce si rivestì di colori, una materia compatta si addensò intorno alla sua anima.

*** *** ***

Subito dopo lo colpì l’aspetto del proprio corpo: la potenza delle gambe, il respiro a sollevargli il petto, il chiarore della pelle.

Si guardò le mani.

Sembravano forti e capaci.

E percepì gli odori, così colmi e vitali.

Era un uomo, giovane e saldo.

Allora si avviò verso casa di lei.

*** *** ***

La porta si aprì.

Lui aveva bussato timidamente, pensando di chiedere un’informazione.

Ma un gatto sbucò rapido dall’interno e attraversò la strada.

Lui si lanciò all’inseguimento e apprezzò la velocità del proprio corpo.

Raggiunse l’animale che si fece prendere facilmente.

E tenendolo tra le braccia, ne sentì la morbidezza e il calore.

Quindi tornò indietro: lei era vicina alla porta.

E lui pensò che, anche così agitata, quella donna era bellissima davvero.

*** *** ***

“Grazie”, lei disse.

“Fortuna che sia riuscito a riprenderlo”, rispose lui, porgendole il gatto e sfiorandole le mani.

“Non sono di qui” continuò “Ma spero di trattenermi a lungo, se trovo un lavoro e una casa ”.

Lo sguardo della donna, limpido e luminoso, scivolava sul suo viso.

“C’è una casa libera, proprio qui vicino” gli disse.

“E quanto al lavoro, questo paese è giovane e ha bisogno di nuove braccia”.

Lui si voltò consolato a guardare la strada e le case, le botteghe e quell’animazione sana di un luogo vivo.

E lei poté allora ammirarlo apertamente.

Era l’uomo più bello che avesse mai visto.

Gloria Lai

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IL RISCATTO

Tutelato da Patamu.com, n.65904 del 6/7/2017

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Giu 21 2017

IL RISCATTO

Otto anni appena compiuti, ma era diversa dalle altre.

Le bambine che conosceva andavano a scuola, avevano una famiglia, ridevano, giocavano, a volte piangevano.

Anche lei andava a scuola, ma viveva con la nonna materna.

La vecchia, oltre a occuparsi di lei, badava a un campicello, a poche galline e a una pecora.

La bambina l’aiutava nelle faccende, dopo aver terminato i compiti.

Guardava la nonna chinarsi sulla terra, la scrutava mentre parlava ai suoi animali e la ammirava per la sua energia, nonostante l’età.

*** *** *** ***

Quando aveva il cuore triste, la bambina viveva un fatto straordinario.

Sentiva un rimescolio potente dentro il corpo.

E poco dopo, senza che lei potesse nulla, accadeva il prodigio.

Veniva trasformata in un verme scuro dalle tante zampe.

Solo lei e la nonna sapevano quel mistero.

La prima volta era successo dopo la morte della mamma.

Affranta dal dolore e nascosta nella sua stanzetta, la bambina si era sentita sprofondare dentro un’altra realtà, come se il corpo fosse risucchiato in un involucro vivo.

E si ritrovò a guardare allo specchio quello che era diventata.

Un essere sinuoso, un lungo corpo scuro.

Lo sconvolgimento fu tale da tramortirla.

La nonna la trovò sul pavimento, riversa di lato e contorta.

Stupefatta e inorridita, riuscì ancora a vedere qualche zampetta che rientrava nelle carni della nipote, lasciandole l’aspetto di sempre.

La vecchia ammutolì e attese con ansia che la bambina si svegliasse da quel torpore.

Allora ricordò una storia che le avevano raccontato nell’infanzia.

*** *** *** ***

Molte generazioni prima, una donna della famiglia, cattiva d’animo con le persone, trattava con durezza anche i suoi animali.

Li percuoteva, li strattonava, li nutriva a stento e quando doveva uccidere una gallina, si divertiva al supplizio di quella creatura.

Gli altri animali li allontanava con violenza o li maltrattava.

Una sera in campagna brutalizzò una lucertola e, non contenta di questo, si trastullò a tagliare a pezzetti lombrichi e bruchi, che inoffensivi strisciavano sul terreno o sui tronchi degli alberi.

*** *** *** ***

Ma la misura ormai era colma.

Mentre la donna procedeva, la terra si aprì di fronte a lei, presso una fonte.

Nel fondo della voragine le apparve un essere straordinario, un lombrico immenso coronato d’oro.

A lei rivolse parole terribili:

“La tua crudeltà ha superato la nostra pazienza. Non vivrai a lungo. Soffrirai nel morire e la tua discendenza porterà il segno della nostra ira. Sarai dannata nell’oltretomba e ogni sette generazioni una donna del tuo sangue, anche se innocente, si trasformerà in verme nei momenti di tristezza”.

*** *** *** ***

La nonna aveva sempre pensato che quel racconto fosse una leggenda, ma davanti al terribile prodigio era rimasta folgorata.

E la settima generazione, pensò, era proprio quella a cui la nipote apparteneva.

Da allora, altre volte la bambina si era trasformata e sempre la nonna le era stata accanto.

Un brutto voto a scuola raccontato al rientro, la nostalgia dolente della madre, il pensiero del padre, che non aveva mai conosciuto, una tristezza senza motivo.

Ad ogni sofferenza interiore, quel supplizio.

*** *** *** ***

La nonna aveva sperato che il prodigio svanisse con il tempo, ma questo non avvenne.

Ormai disperata, prese con sé la bambina, a cui aveva rivelato il racconto lontano, e si avviò con lei in piena campagna.

Mentre procedevano, il tempo era cambiato.

Le nuvole si addensavano e l’urlo del vento impauriva le viandanti, che si fermarono presso la fonte di cui il racconto parlava.

Allora la nonna cominciò a implorare la terra affinché si aprisse, come era già accaduto.

Finalmente si formò una voragine e davanti ai loro occhi apparve quell’essere straordinario coronato d’oro, immenso e terribile.

Entrambe gli si inchinarono davanti:

“Signore della terra,” pregò la nonna“mia nipote è innocente di quel male antico. Ti chiedo pietà”.

Il re della terra le guardò con attenzione.

“Erano innocenti anche gli animali che la sua antenata ha tormentato” disse.

“Ma voglio aiutarvi. Dammi la bambina. La libererò dal maleficio e la trasformerò in farfalla. Rimarrà per sempre al mio servizio.”

La bambina chinò di nuovo il capo:

“Signore,” disse “ ti obbedirò, ma permettimi di stare con mia nonna. Siamo sole al mondo.”

Il re della terra, la cui ira andava svanendo, rifletté un attimo.

Poi abbassò il capo, sfavillante d’oro.

Qualche istante dopo, si levarono verso il cielo due farfalle, una piccola e iridescente, l’altra scura e massiccia. Le loro ali si incrociarono, sfiorandosi in una danza di ringraziamento.

*** *** *** ***

Le guardò silenzioso, assorto.

Le due farfalle volavano leggere, sembravano felici.

E lui ne sentì pietà.

Cosa cambiava del male compiuto, se quelle due creature avessero pagato?

Erano innocenti anche loro, come le vittime inermi della violenza lontana.

Non era quello il giusto riscatto del dolore atroce di altri, del loro strazio inutile, della loro fine irrisa, pensò.

Infine, concluse consapevole, l’altra donna aveva scontato la sua perfidia, sette generazioni prima.

E per il resto del tempo.

*** *** *** ***

Allora sollevò il capo, facendo sfavillare la corona.

Le due farfalle interruppero il volo e si posarono lievemente sul terreno, agitando le ali.

Poi ripresero forma umana e stupore.

Si guardarono incredule.

E la luce del loro sorriso riuscì a oscurare lo splendore dell’oro.

Gloria Lai

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LA CLESSIDRA

Tutelato da Patamu.com n° di deposito 63621 del 31/5/2017

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Mag 10 2017

LA CLESSIDRA

Aveva degli splendidi occhi celesti.

Era il figlio del re, nato agli inizi di primavera.

In tutto il regno si parlava della sua bellezza.

I sudditi recarono doni e doni arrivarono da altri reami.

Oggetti d’oro, pietre preziose, stoffe luccicanti.

Ma il regalo più gradito fu un puledro bianco, dalla lunga criniera e dagli occhi celesti, come quelli del bambino.

Il sovrano ringraziò per il dono e pensò consolato che il figlio e il puledro sarebbero cresciuti insieme.

*** *** *** *** ***

Il re e la regina l’avevano aspettato a lungo.

E ormai disperavano che un figlio arrivasse.

Poi, la gioia travolgente di abbracciarlo, di odorarlo sul collo, di ammirarlo muti.

Molte notti non dormirono per stare a guardarlo, stretti l’uno all’altra, temendo che quel dono svanisse.

*** *** *** *** ***

Era il loro bene più pregiato.

E decisero che il figlio andava difeso da tutto: dalla tristezza, dalla povertà, dal dolore.

Gli misero intorno cortigiani giovani e belli, chiusero le porte del palazzo ai poveri e ai derelitti, perché vederli non lo rattristasse.

Quando crebbe, fermarono i messaggeri fuori dalle mura, affinché non sapesse delle guerre e delle morti.

I fatti del reame li trattavano i ministri in accordo col sovrano, ma lontano dagli occhi e dalle orecchie del bambino.

*** *** *** *** ***

Inconsapevole del male, il principe cresceva bello e gentile.

E il suo cavallo con lui.

Era emozionante vederli in corsa a sfidare il vento.

Poi si fermavano esausti, la stessa luce celeste negli occhi.

Ogni giorno percorrevano il vasto parco che circondava il castello.

Alte mura di pietra impedivano lo sguardo sui campi all’intorno.

E molte guardie vigilavano sulle porte sbarrate.

*** *** *** *** ***

Il bambino cresceva, aveva quasi dieci anni.

A corte si preparavano i festeggiamenti, ma una terribile carestia si diffuse nel regno.

E molti sudditi, indeboliti, si ammalarono.

Il re e la regina offrirono alla popolazione cibo, abiti, ricoveri, erbe curative, i migliori medici del regno.

Cercarono quanto possibile di recare aiuto, ma dal chiuso del loro castello.

Il loro figlio non doveva sapere nulla né rattristarsi nel vedere.

*** *** *** *** ***

Ma un pomeriggio il bambino e il cavallo, giunti alla fine del parco, trovarono sguarnita l’ultima porta.

Perso d’amore per una contadinella, il soldato aveva abbandonato il suo posto.

La ragazza lo aspettava impaziente oltre le mura, e quell’amore valeva il rischio, lui si era detto.

Del resto, pensò, il regno viveva ben altri problemi.

*** *** *** *** ***

Incuriosito, il bambino scese da cavallo, spinse esitante i battenti accostati.

E uscì.

Campi estesi, una strada, un villaggio in fondo.

Prese ad andare, accanto a lui il cavallo bianco.

Quello che vide, però, lo riempì di stupore dolente: lungo il cammino mendicanti esausti, bambini piangenti, donne sfatte.

Ai lati della strada, qualche corpo esanime.

Quelle immagini si mischiavano nel suo sguardo allo splendore dei saloni reali, agli abiti sontuosi dei cortigiani, alla loro bellezza intatta.

All’improvviso, scopriva un’umanità lacera e derelitta.

E mentre procedeva, capì di aver perso l’innocenza dei suoi anni.

*** *** *** *** ***

All’inizio del villaggio, una casupola dall’ingresso basso.

Oppresso da quelle visioni, il bambino legò il cavallo al tronco stentato di un albero ed entrò per chiedere un goccio d’acqua.

Aveva la gola riarsa e anche il suo cavallo soffriva la sete.

*** *** *** *** ***

All’interno, una stanza modesta.

Seduto ad un tavolo un vecchio e, accanto a lui, una clessidra.

“Ti aspettavo, principe” disse l’uomo.

Il bambino si fermò, incerto.

“Accostati, sei ancora più bello di quanto immaginassi”.

Quello sgranò gli occhi.

Alla sua domanda muta, il vecchio rispose:

“Io sono il Tempo. E questa è la clessidra della tua vita. Come vedi, la sabbia degli anni non scorre. I tuoi genitori hanno implorato questo dono per te”.

Il bambino, stupito, salutò con rispetto, poi chiese:

“Perché è ferma la sabbia dei miei anni?”

“Tu vivrai in eterno. Questo ha ottenuto il loro amore” rispose il vecchio.

“E cosa accadrà ai miei genitori?” chiese il principe.

“La vita scorrerà per loro. Poi se ne andranno, come è sorte dei mortali”.

*** *** *** *** ***

Il bambino sentì il pianto chiudergli la gola.

“E il mio bellissimo cavallo bianco?”

“Vivrà a lungo, invecchierà e lo vedrai morire”

“ Nessun altro mi accompagnerà in eterno?” chiese il principe, che tentava a fatica di ingoiare le lacrime.

“Nessun altro ha ottenuto questo dono. Ma tu puoi scegliere. Ho concesso anche questo ai tuoi genitori”.

In piedi davanti al vecchio, il bambino sentì il cuore tumultuare: d’improvviso esistevano per lui la sofferenza, la solitudine e la morte, gli affetti che finiscono e gli addii che affannano e straziano.

Si chiuse in se stesso, rifletté a lungo.

Poi tese la mano e non ebbe esitazioni.

Afferrò la clessidra e la girò deciso.

La sabbia si mosse e prese a scorrere lentamente.

Il Tempo non poté nulla.

Gli era concesso donare l’eternità, non cambiare le scelte dei mortali.

E il giovane principe, chinato il capo, sorrise.

Gloria Lai

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ROSSILLINA

Tutelato da Patamu.com n°deposito 61486 del 30/4/2017

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Feb 25 2017

ROSSILLINA

Quella bambola non le era riuscita bene.

Tondi gli occhi, troppo rossi i capelli, morbida nel corpo, ma sgraziata.

Si chiese a chi avrebbe potuto venderla.

In realtà, la donna era conosciuta per la perfezione dei suoi manufatti.

E quell’ultimo lavoro non le rendeva onore.

Anche l’abito rosso della bambola era uscito male, stretto e mal cucito.

Nessuno avrebbe acquistato un prodotto così imperfetto. Sospirò e gettò la bambola nel cestino, vicino al tavolo da lavoro.

Più tardi se ne sarebbe liberata, insieme con i resti di filo, stoffa e lana.

*** *** *** ***

In quella casa dove la donna, per arrotondare le magre entrate, realizzava bambole di stoffa, un altro essere occupava la stanza da lavoro: una gatta.

Era capitata lì per caso qualche anno prima.

La donna non l’aveva cacciata, ma si limitava a darle del cibo e non la accarezzava quasi mai.

La gatta, sentendosi trascurata, si strusciava di nascosto sulle bambole.

E si consolava con la morbidezza dei loro corpi di stoffa.

*** *** *** ***

Aveva avuto un’ infanzia felice, poi l’avevano regalata ad una famiglia numerosa e distratta, che spesso la dimenticava fuori, anche d’inverno.

Lei dapprima si sentì infelice, ma una sera decise.

E dopo aver annusato il vento, se ne andò senza voltarsi.

Corse raminga per strade e giardini.

Infine, giunta una notte in un cortile, si raggomitolò vicino all’ingresso della casa.

La mattina dopo, una donna uscì per tempo, lasciando la porta accostata.

La gatta si insinuò all’interno e vide stoffe, nastri, lana e fili.

Sperò di poter restare.

La donna non la mandò via, ma non le piacevano i colori della gatta.

E non l’accarezzava quasi mai.

*** *** *** ***

Dopo aver gettato la bambola, la donna si allontanò.

Nel rientrare in casa dalla sua uscita quotidiana, la gatta trovò qualcosa che non si sarebbe aspettata. Dentro il cestino degli scampoli inutili e dei fili spezzati, vicino al tavolo da lavoro, vide una bambola.

Incuriosita e guardinga la gatta le si accostò e, approfittando dell’assenza della donna, avvicinò il muso a quel viso di stoffa.

La bambola era triste e abbandonata, ma a lei sembrò così carina, che nella sua mente di gatta balenò una decisione: prese quel corpo di stoffa tra i denti e, stringendolo delicatamente come fosse un figlio, balzò fuori dalla finestra e tagliò dritta per i campi.

La donna nel rientrare cercò la gatta, ma non la trovò e non si dette pensiero a lungo.

Così come era giunta, si era detta in quegli anni, sarebbe andata via.

E in realtà quell’essere singolare non le era piaciuto mai troppo.

*** *** *** ***

La gatta corse finché le sembrò che il cuore le scoppiasse.

Quando finalmente si fermò, poggiò delicatamente la bambola sull’erba e la contemplò soddisfatta. Con quel rosso nei capelli e nella veste, certamente Rossillina sarebbe stato un bellissimo nome per lei.

La gatta se lo ripetè, miagolando.

Finalmente, pensò, un affetto nella sua vita.

Un affetto di stoffa.

Si sarebbe occupata lei della bambola, l’avrebbe scaldata nelle notti fredde, l’avrebbe consolata quando fosse stata triste.

Le si accostò, poggiò il suo corpo su quello morbido della bambola.

E fu allora che, mentre la gatta la guardava trepidante, Rossillina aprì le sue braccia di stoffa e si strinse fortemente a lei.

Gloria Lai

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L’ALBERO

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Dic 30 2016

L’ALBERO

Era un albero centenario nel profondo del bosco ombroso.

E le vie per raggiungerlo, intricate e nascoste.

I vecchi dicevano:

“Se hai un desiderio, devi sussurrarlo ai suoi rami”

Ma bisognava recare bei doni.

Infatti l’albero era esigente.

E voleva essere ripagato.

*** *** *** *** ***

A memoria d’uomo, pochi desideri erano stati esauditi.

Forse i doni erano miseri o scarsa la passione nel chiedere.

Nessuno sapeva rispondere.

Gli stessi vecchi scuotevano il capo canuto.

E tacevano.

*** *** *** *** ***

Viveva in un villaggio ai margini del bosco.

Sola.

Mesi prima la madre, ormai vecchia e malata, l’ aveva chiamata a sé, l’aveva baciata in fronte.

Poi, aveva chiuso gli occhi per sempre.

E da allora lei non sapeva vivere.

Mai più i sorrisi, le tenerezze, le risate, le confidenze, mai più gli abbracci.

Soprattutto questo la straziava, non averla più accanto, non parlarle, non poterla guardare negli occhi.

*** *** *** *** ***

Fu allora che decise di cercare l’albero dei desideri, quello di cui i vecchi parlavano.

Portò con sé dei viveri, ignorando quando sarebbe giunta.

E una collana d’oro e ametiste.

La sua sola ricchezza.

*** *** *** *** ***

Ricordava i racconti dei vecchi nelle sere d’estate:

“Se nutri desideri profondi, il bosco ti aiuta”

E a lei sembrava proprio che il bosco la guidasse.

Al rumore di una frasca si era voltata e aveva intravisto un sentiero.

Poi, la danza di due farfalle l’aveva condotta.

Ed ecco all’improvviso l’albero antico, contorto di anni e di vento.

Gli si accostò, esitante.

Sentiva la linfa fluire e il mormorio difforme delle foglie.

Si inchinò a lui con rispetto e gli parlò.

*** *** *** *** ***

Quando tacque, attese per qualche lunghissimo istante.

Pareva non accadesse nulla ma, d’improvviso, sulla corteccia comparve un’immagine.

Con immenso stupore la figlia riconobbe il volto della madre.

Poi vide che tutta la figura di lei si stagliava lentamente sul tronco, assumeva rilievo.

E si animava.

Folle di emozione, cercò di toccare quel viso e quel corpo.

Allora, viva nell’aspetto, la madre aprì dolcemente le braccia e la strinse a sé.

La figlia sentì che il proprio corpo rinsecchiva, aderiva alla corteccia, diventava rami e foglie, attraversato dagli umori vitali.

E allora capì.

Lei e la madre, insieme, palpitavano nel grande respiro del mondo.

Ai piedi dell’albero, la collana di ametiste rifletteva nel viola opalescente i bagliori del tramonto.

*** *** *** *** ***

Passò il tempo.

I pochi a giungere in quel luogo sussurravano richieste, ma erano desideri miseri o inverecondi o feroci.

Nessuna risposta.

Non si mosse neanche una foglia.

Lei e la madre, intanto, esistevano nell’essenza dell’albero, si nutrivano della stessa energia.

E il tempo scandiva per loro le stagioni e gli istanti.

*** *** *** *** ***

Da mesi ormai non si vedeva nessuno, quando una sera d’autunno giunse un uomo.

Non recava doni, ma si inchinò.

Poi prese a dire.

“Non ho nulla da offrirti, ma ascoltami. Ho viaggiato nel mondo tra splendori e brutture, albe, tramonti, prodigi e cieli infuocati. Ma l’amore, quello vero, l’ho cercato invano. E se vorrai donarmelo, te ne sarò grato.”

L’albero ascoltò quella preghiera, come aveva sentito le altre.

Ma palpitò per la profondità del desiderio.

E non si curò della mancanza di doni.

*** *** *** *** ***

Poi fu sconvolgente quanto accadde.

Uno schianto nel legno. E con forza l’albero strappò via da sé la figlia.

Lei si oppose ma, per quanto tentasse di aggrapparsi e resistere, si trovò sull’erba tra le radici nodose.

Di nuovo donna, nuda e piangente come appena nata.

Incapace di guardarsi intorno, i capelli a nascondere il viso, sentì allora la voce materna:

“Ti sarò sempre accanto, figlia d’oro”

*** *** *** *** ***

Abbattuta, spaventata, silenziosa.

E inerme.

Ma, in quel momento, delle mani strinsero le sue, la sollevarono saldamente e le posero un indumento ampio sulle spalle, a proteggerla.

Come avrebbe fatto anche un padre.

Lei alzò esitante lo sguardo.

E incontrò l’azzurro degli occhi dell’uomo, ancora stupiti dal prodigio inatteso, ma inteneriti.

E sorridenti.

Gloria Lai

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IL TEMPO

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Nov 16 2016

IL TEMPO

“Raccontami, nonna”.

La vecchia sorrise alla nipote.

Le piaceva averla accanto, a chiederle storie passate.

Le carezzò il capo.

Quella ragazza cresceva ogni giorno, si disse la vecchia.

E, guardandola, vide la donna che sarebbe stata.

Ma nell’ammirarle il viso, la vecchia si confuse.

Assomigliava così tanto a sua figlia.

La donna si aggrappò ai ricordi, temendo il vuoto improvviso.

Confusi nella mente, l’ieri e l’oggi talvolta oscillavano.

Poi si riprese.

“Raccontami di quando eri giovane”.

Anche il cagnetto, da anni in quella casa, si preparò ad ascoltare.

Consolata dalla richiesta della nipote, lei cominciò.

*** *** *** ***

“Ero appena ragazza, quando tuo nonno ha iniziato a guardarmi. Lui già adulto e austero. Io però lo capivo che si dava un tono. Per gli amici, per tutti gli altri. E quando incrociavo i suoi occhi, aveva lo sguardo impacciato. Ma non mi dispiaceva.….”

La nonna continuò a raccontare.

Il fidanzamento, le nozze, la casa costruita con sacrifici, una figlia adorata.

Raccontò di un amore onesto, tenace.

Ma senza voli.

Raccontò quello che poteva narrare, quanto voleva dire.

Un’altra storia invece, quella nascosta, non poteva dirla.

E l’avrebbe tenuta per sé.

*** *** *** ***

Era giunto in paese da poco: lui, il nuovo maestro.

Lei, segretaria in quella scuola elementare, a guardarlo restò muta.

Era bellissimo.

Nascose l’emozione abbassando gli occhi e gli strinse timida la mano, con ritegno.

*** *** *** ***

Non ebbe ritegno, invece, la loro passione.

Inaspettata, potente, nascosta agli altri, sfiorata nell’oscurità di un vicolo percorso insieme, al rientro dal lavoro.

O vissuta nel silenzio di una stanza d’albergo.

“Vado da mia cugina” lei diceva ogni tanto.

Il paese in cui recarsi era distante, ma lei sapeva che il marito non avrebbe indagato.

Gli sembrava normale che la moglie andasse talvolta a trovare quell’anziana parente, ammalata da tempo e accudita da estranei.

Non sapeva che le visite all’ammalata duravano molto meno delle ore di assenza.

Il resto del tempo, passione, stupore, mani avide, occhi accesi a rubare lo sguardo dell’altro.

*** *** *** ***

Ma lei era spezzata, tra la famiglia e quella passione inattesa e cocente.

Con sofferenza scelse la famiglia, gli affetti quotidiani, gli occhi onesti di suo marito, che qualche volta si abbassavano ancora, come un tempo.

Quel marito rigoroso lei lo amava davvero, ma con l’altro era diverso.

E comunque, lasciò andare quell’altro e chiuse il cuore alla passione.

Lui, il maestro, sconfitto da quella scelta, chiese il trasferimento.

Non si cercarono più.

Lui non sposò nessuna.

E qualcuno le riferì che viveva solo.

Seppe poi, con il cuore stretto, che una breve malattia lo aveva stroncato.

Nonostante l’età e la sofferenza, disse chi l’aveva visto, era ancora bello.

*** *** *** ***

“Poi tuo nonno se n’è andato per sempre.”

Continuò a raccontare la vecchia.

“E quello stesso giorno, ho trovato per strada un cagnetto, solo e spaurito. L’ho accolto come si accetta un dono. Ora si è fatto vecchio e sbilenco. Ma sembra giovane, quando mi viene incontro”.

La nipote, come sempre quando la nonna raccontava, la guardava intenerita e attenta.

Andava a trovarla appena poteva e spesso sua madre l’accompagnava.

Nei visi delle tre donne, il sorriso era identico e luminoso.

*** *** *** ***

Ma quel giorno la vecchia si era stancata a raccontare.

Adagiata in poltrona, sembrava quasi dormire, il cagnetto in grembo.

La nipote si alzò, la baciò in fronte e si allontanò in silenzio.

La vecchia si riscosse: come le accadeva ormai da tempo, i ricordi si mescolavano, lasciandola confusa.

Le sembrò di sentire una voce.

Era quella di sua madre: “Alzati, ho preparato la colazione.”

Lei si rivide bambina, seduta al tavolo, a godersi il profumo dei biscotti.

E a sentire l’odore materno, consolante e caldo.

“Deve essere un sogno”, si disse, ma aveva gli occhi aperti.

Poi con stupore, vide andarle incontro due figure maschili: il marito e l’altro, sorridenti e luminosi.

Li guardò incredula.

La osservavano miti, neanche un’ombra di giudizio nello sguardo.

Sembravano aspettarla.

Lei si alzò.

Il cagnetto allora le si strinse addosso, deciso ad accompagnarla dovunque lei volesse.

E come a proteggerla, le camminò accanto.

Davanti a loro comparve una grande porta luminosa.

La vecchia la contemplò, il respiro sospeso.

E in quel momento la colse uno scoramento profondo.

*** *** *** ***

La straziava lasciare la figlia ma, ancor di più, la nipote, che aveva tenuto in braccio appena nata.

Aveva amato inventarle fiabe, la vedeva crescere dolce e buona.

E la tenerezza per lei la pressava.

Desiderava davvero starle ancora vicino.

Magari solo per poco.

Forse lo chiese a voce alta, forse supplicò.

Non avrebbe saputo dire.

*** *** *** ***

Allora, con grande stupore, vide che la porta luminosa si dissolveva lentamente.

E le figure dei due uomini sparirono alla vista, miti come erano comparse. Nell’andarsene, le fecero un lieve cenno di saluto.

*** *** *** ***

Lei rimase attonita.

E percepì la grandezza del dono.

Ringraziò profondamente in cuor suo per quel tempo regalato, inatteso e prezioso.

Ne avrebbe onorato ogni istante.

E pensò che nell’attimo fatale, avrebbe oltrepassato quella porta senza timore.

*** *** *** ***

Poi tornò nella sua stanza e si coricò placida.

“Domani sarà una bellissima giornata”, disse.

In quel momento il cane, balzato sul letto, si sdraiò accanto a lei.

Scodinzolava felice.

Gloria Lai

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IL PATTO

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