Tag Archive 'fiabe'

Mar 13 2019

IL MESSAGGIO

“Che bel sole oggi,” disse la moglie.

“Il calore si sente fin qui.”

“È vero,” rispose lui. 

“Ritorna l’estate.”

Sorrisero e si strinsero l’uno all’altra, con lo stesso amore di un tempo.

***

Un rumore di passi rapidi.

“È lei.”

La moglie riconobbe nel risuonare di tacchi il passo della figlia.

“Sta tornando da noi, come sempre.”

I due videro la donna liberare i fiori dall’involto, svuotare la ciotola, tagliare i gambi e disporre steli e corolle a formare una macchia colorata. 

Piangeva mentre sistemava petali e foglie.

Piangeva ma non fermava i gesti, come capita spesso alle donne.

La madre si rattristava ogni volta.

“Sono passati gli anni, ma il suo dolore non guarisce ancora.”

***

I due coniugi avevano avuto solo quella figlia: assennata, studiosa e poi, sul lavoro, seria e puntuale.

Poco tempo per gli svaghi, poco interesse per i divertimenti.

I genitori si chiedevano a chi avesse assomigliato, così saggia per la sua età ma in fondo fragile, lo percepivano, e sensibile.

Amava gli animali e li guardava ammirata.

***

Loro due speravano che trovasse un uomo onesto, gentile, che apprezzasse le sue doti.

E che sapesse proteggerla.

Si chiedevano cosa sarebbe accaduto, quando se ne fossero andati.

***

E se ne andarono, infatti.

Prima l’uno, poi l’altra: la figlia li aveva accuditi fino all’ultimo con forza, con fiducia, sperando che il suo affetto li avrebbe salvati.

***

Continuò a lavorare con la stessa serietà di sempre, ma quel vuoto non sapeva riempirlo.

Andava spesso dai suoi, comprava un mazzo splendido di fiori e lo sistemava, accostando colori diversi e luminosi.

Poi baciava la foto in cui i genitori sorridevano e sembrava che la salutassero.

“A presto” lei diceva.

E si allontanava, sentendo sulla fronte la loro benedizione.

***

Si rallegravano al vederla, ma speravano che non fosse più così sofferta.

Quindi vollero che lei sapesse della loro felicità: i corpi erano raccolti in quello spazio intimo ma gli spiriti, ormai senza affanni, potevano volare nel vento, leggeri come ali di gabbiani.

***

Chiesero ad una farfalla bianca di aiutarli: si era posata sui fiori che la figlia aveva sistemato con la cura di sempre.

Un tempo lei pensava che le farfalle di quel colore portassero messaggi.

E sorrideva nel vederle, perché davano risposte alle sue domande, diceva.

***

Allora i genitori pregarono quell’essere di raccontarle tutta la loro felicità, perché la figlia non fosse più triste.    

***

La farfalla si levò leggera e raggiunse la donna che attraversava il viale presso l’uscita.

Le volò accanto, girandole piano intorno.

La figlia si fermò: aveva il respiro sospeso e la stessa speranza di un tempo.

In quel momento il fruscio delle ali si trasformò in parole e la donna impallidì.

Tese la mano: la farfalla si posò un attimo sulle dita, poi volò piano verso il cielo.

Risuonavano nelle mente della figlia quelle parole: i genitori erano felici, leggeri e liberi da affanni. 

E l’avrebbero abbracciata ancora, nello splendore del tempo infinito.

Intanto la farfalla saliva verso il sole.

“Ho sognato ad occhi aperti?” si chiese la donna.  

Ma riemersero vivi i ricordi del passato, le paste comprate la domenica, le fiabe che il padre le narrava, il profumo degli abiti appesi nella stanza coniugale.

Ricordò la colazione consumata insieme e il bacio della madre, prima della scuola.

Sentì una pace raccolta, un nuovo senso del tempo e per lei fu come nascere ancora.

Intanto l’aria profumava di fiori, mentre il bianco delle ali in volo si confondeva con le nuvole estive.

Gloria Lai

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L’OSPITE

Opera tutelata su Patamu.com con il n° 101001 del 3.3.2019

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Feb 04 2019

L’OSPITE

              

“Un gran freddo” pensava, guardando oltre i vetri.

“Credo che nevicherà.” concluse.

Attizzò il fuoco nel caminetto e si sedette di fronte a quel bagliore, sulla comoda e vecchia poltrona del salotto. 

Era da qualche tempo in pensione e divideva le giornate tra la lettura, la cucina, le telefonate ai colleghi di lavoro.

Erano in pensione anche loro e si dilettavano con nipoti e animali domestici.

Lui no: non si era mai sposato, non aveva affetti familiari e non voleva animali che lo avrebbero costretto, diceva, a occuparsi di loro e a soffrire, quando fossero morti.

Non voleva legami.

Un tempo li aveva desiderati, aveva amato, si era anche illuso che quelle fossero le donne giuste, ma il disincanto fu così duro da fargli preferire la solitudine.

E si trovò a vivere un senso insperato di libertà.

*** *** *** 

La lettura dei libri lo rendeva felice: non voleva limiti di tempo e si fermava a riflettere sulle parole e sulle emozioni che quelle gli suscitavano.

Sottolineava frasi intere e scriveva commenti sul margine del foglio: alla fine delle pagine, poi, annotava un giudizio.

E talvolta capitava, che preso dalla lettura, si accorgesse che il tempo del pranzo era ormai passato.

*** *** ***  

Quel pomeriggio dietro i vetri vide una mosca: il freddo esterno l’aveva richiamata verso il bagliore del fuoco, ma la finestra chiusa le impediva di entrare.

Lui si chiese che resistenza avesse quell’insetto alla temperatura che si irrigidiva con la sera.

Poi sedette comodo e si dimenticò di lei, affondato nella lettura.

Quando andò a cena, però, nell’abbassare la serranda, vide che la mosca era ancora lì, immobile sui vetri.

Allora decise di accoglierla: aprì leggermente la finestra e l’insetto, seguendo la luce del camino, si insinuò nella stanza.

“Abbiamo un ospite, stasera.” rise lui tra sé.

Ma lo consolava pensare che forse aveva salvato una vita, anche se infima. 

*** *** *** 

Fare colazione la mattina dopo, alla presenza di una mosca, fu un’esperienza nuova. Certo aveva avuto insetti per casa: formiche, altre mosche, zanzare, ragni e lui non sempre era stato benevolo.

Ma una mosca sola, per giunta ospitata da lui, lo incuriosiva e quella mattina, mentre beveva il caffè, si incantò a guardarla quando sull’orlo del tavolo si puliva la testa e le ali, con attenzione e metodo.

Vederne molte era fastidioso, pensò, guardarne una sembrava interessante.

E per studiare il suo comportamento, le pose accanto piano qualche briciola di pane.

Lei ci volò sopra leggera.

E lo divertì con il movimento rapido delle sue molte zampe.

*** *** *** 

Nel rientrare a casa, dopo le sue uscite, gli capitava di chiudere in fretta la porta.

Gli dispiaceva che la mosca fuggisse: si era abituato alla sua presenza discreta, ai voli brevi per le stanze, alle briciole di cibo che lei sembrava gradire.

Ed era cauto nell’aprire le finestre.

Ma si chiedeva quanto quell’essere sarebbe vissuto: si mise a leggere, si informò.

Trenta giorni scrivevano alcuni, anche meno, affermavano altri.

A lui bastava che l’insetto non terminasse la vita brutalizzato da umani o straziato da qualche animale o intirizzito dal freddo esterno.

Si era impegnato ad ospitarlo.

E, come gli antichi affermavano, l’ospitalità è sacra.

*** *** ***  

Poi giunse il giorno fatale: lui si era alzato per tempo, era andato in cucina e si apprestava a mettere il caffè sul fuoco, quando vide sul tavolo il corpo piccolo e contratto dell’insetto.

Un mese scarso era durata quella ospitalità.

E la mosca, sul piano rigido di legno, giaceva supina: tra le zampe stringeva un petalo giallo, trovato chissà dove per casa.

Quello era un dono, lui pensò.

Un dono per ringraziarlo.

*** *** ***

L’uomo raccolse delicatamente l’insetto e lo depose in giardino, perché la terra lo accogliesse generosa, come una madre antica a cui si ritorna.

*** *** ***

Nei giorni seguenti lui pensò, incredulo e stupito, a quanto una mosca gli avesse riempito la vita.

Era bastato poco, si disse, a risvegliargli il cuore.

E magari poteva davvero occuparsi di un animale, concluse.

Sentì all’improvviso il peso dei suoi giorni solitari: certo, gli amici al telefono, le letture ricche e abbondanti, il piacere della cucina, ma un animale da amare, che ti accoglie al rientro o che porti a passeggio con te non ha uguali, si disse.

Qualche giorno dopo andò al canile della sua città: lo accolse un coro di guaiti e mugolii, che gli straziò il cuore.

Scelse un cane magrissimo, anziano: difficile che qualcun altro potesse volerlo.

Poi nell’uscire, davanti allo spazio dedicato ai gatti abbandonati, si incantò a guardare un piccolino, col pelo lungo e rosso.

Non ci volle pensare a lungo: prese anche lui con sé e li portò a casa.

Rimase ad ammirarli benevolo, il cane stupito per la sua buona sorte e il gatto che gli mordeva il muso, senza che quello reagisse.

*** *** ***

Dopo qualche giorno andò al parco con il cane: guinzaglio nuovo, passo elastico, l’animale aveva già un piglio diverso.

Si fermarono ad una panchina.

C’era una donna seduta, leggeva e teneva ad un guinzaglio rosa una meticcia.

L’uomo guardò di sottecchi la copertina del libro: non lo aveva mai letto.

Sedette a sua volta, mentre il cane gli si addossava alle gambe, timoroso di un altro abbandono.

Dopo qualche esitazione, si decise.

“Spero di non disturbarla”, disse alla donna.

“Sarebbe così gentile da parlarmi del libro che sta leggendo? Non lo conosco.”

Lei lo guardò: le piacevano quei modi da gentiluomo.

“Certo” disse.

“E’ una storia d’amore, però non banale. Le accenno qualcosa della trama, se vuole. Ma non so ancora come vada a finire”.

E sorrise.

Lui rimase interdetto.

Poi la guardò con attenzione.

Lei era avanti negli anni e aveva una bellezza morbida e placida.

“Penso che potrebbe finire bene.” le rispose.

Ma fu stupito dal suo stesso coraggio e sentì che si imbarazzava.

Per nascondere il volto, si chinò a carezzare il cane.

E quello gli porse il muso umido, mentre guaiva felice.

Gloria Lai

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LE FRESIE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 96969 del 29/12/2018

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Dic 14 2018

LE FRESIE

“È un bel maschietto” le dissero.

La madre guardò il figlio.

“Hai avuto fretta?” gli sussurrò.

“Sei nato quindici giorni prima”.

Poi lo strinse tra le braccia.

*****

Quell’anticipo di vita gli pesò a lungo: aveva perso molti giorni di pace ovattata.

E forse per quel motivo, ebbe un personale senso del tempo.

*****

Arrivava in ritardo ovunque: alle elementari, finché lo accompagnò la madre, riuscì ad anticipare il suono della campanella, poi fu un disastro.

Alle medie e anche al liceo entrava in classe quando ormai tutti si erano accomodati.

I professori, dopo aver smesso di adirarsi, lo prendevano in giro.

“Stavi per arrivare domani” gli diceva qualcuno.

Oppure: “Sei in anticipo sul secondo quadrimestre”, gli diceva qualcun altro.

La prof di greco, all’ennesimo ritardo, lo interrogò a sorpresa su Euripide, sperando di costringerlo ad una disciplina rigorosa.

E meno male che lui aveva studiato.

In seguito, all’università perse buona parte delle lezioni diurne e dei seminari pomeridiani perché il bus era già passato o gli telefonavano prima che uscisse (e certamente doveva rispondere) o dimenticava i libri o il quaderno di appunti e tornava indietro a prenderli.

Poi incontrò lei, la donna della sua vita: la amò perdutamente, ma nessuna volta che rispettasse gli orari degli appuntamenti.

Lei, di indole paziente, si limitò a sospirare per i ritardi e lo aspettava sempre, come fanno anche le madri.

Le cose migliorarono con il matrimonio: lei attendeva a casa il suo rientro e si trovò ad aspettare anche il loro primo figlio.

Nel corso degli anni ne vennero altri e i ritardi di lui, del marito, si fecero meno lunghi.

Infatti cercava di migliorarsi, ma pretendere la puntualità fu un’utopia inarrivabile.

Al lavoro, inoltre, doveva timbrare il cartellino: i ritardi si cumularono e divennero un tempo eterno da recuperare.

******

Lui rifletteva sul suo comportamento, sul senso del tempo.

“Certo è quella nascita anticipata” si diceva.

“Quindici giorni in meno di delizie. Chi me li rende? “

******

Poi la pensione, l’età avanzata, i figli lontani e realizzati e lei, la donna amata, che un pomeriggio si mise in poltrona per guardare un documentario.

A sera, al rientro dalla passeggiata, lui la trovò ancora seduta.

Composta come era sempre stata, sembrava dormire un sonno tranquillo.

Ma non rispose al richiamo di lui.

 ******

Lo strazio fu immenso.

Non sapeva più perché vivere.

I figli furono teneri al funerale, poi ognuno tornò alla propria vita.

******

Trovare quel cagnetto fu una grande gioia.

Da tempo lui non riusciva a sorridere, ma quel randagio dalle zampe incerte gli restituì vigore.

Al mattino era il cane che lo svegliava e lo scortava a comprare il giornale, poi al parco aspettava che il padrone leggesse i titoli e gli saltellava intorno, quando l’uomo si alzava dalla panchina faticosamente per l’età e i dolori alle gambe e tornava a casa.

******

Da qualche tempo affannava nel camminare e ogni minimo sforzo gli costava una fatica immensa.

Pensò che il suo tempo si fosse concluso.

Per sé era rassegnato, ma si preoccupava del cane: allora chiamò un amico, tra i pochissimi che gli erano rimasti.

E quello promise che ci avrebbe badato lui.

******

Ripensò a tutta la sua vita: era stato un marito innamorato e fedele e un padre responsabile.

L’unica ombra della sua esistenza erano quei molti ritardi: decise che voleva chiudere il cerchio, rimediare all’errore.

Dopo aver riflettuto a lungo, seppe il da farsi.

Allora chiamò la Morte e le disse che era pronto: si offriva a lei quindici giorni prima del momento fatale.

Così avrebbe restituito quel tempo di vita, che pure non aveva chiesto.

Le dava appuntamento al parco ogni pomeriggio, disse ancora alla Morte.

Ma sperava che lei arrivasse di primavera: gli piaceva il pensiero di andarsene, respirando profumo di fresie.

******

Mentre aspettava, il giorno dopo, sentì un rumore rapido di zampe: il suo cane arrivava di corsa, le orecchie all’indietro e il guinzaglio penzolante.

Era riuscito a fuggire dalla casa dell’amico a cui lo aveva affidato.

Il cane gli balzò addosso, ansante e felice di rivederlo.

“Ma sai dove sto andando?” gli disse il padrone.

“Da lì non si torna”.

Gli occhi umidi dell’animale lo scrutarono in fondo all’anima.

“Staremo sempre insieme” sembrò dirgli quello sguardo.

“Non mi vuoi con te?”.

Allora l’uomo strinse il cane palpitante tra le braccia e accettò l’offerta.

*****

Non dovette attendere a lungo.

Alcuni pomeriggi dopo, eccola giungere.

Non sembrava avere fretta.

Alta, solenne, elegante, diversa da come l’aveva immaginata.

Gli si fermò davanti: “Sono onorata della tua richiesta” disse la Morte.

“È così difficile trovare persone rigorose.”

Poi gli sussurrò: “C’è qualcuno felice di vederti”.

Allora davanti a lui comparve la moglie, bella e sorridente come in gioventù.

“Ma ci pensi? Sarai con me quindici giorni prima” gli disse lei, con dolcezza.

Lui la guardò rapito, le prese la mano.

E sparirono felici con il loro cane, nella luce calda di un pomeriggio primaverile.

Intorno si sentiva forte il profumo delle fresie.

Gloria Lai

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L’AQUILONE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 93453 dell’1/11/2018

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Nov 07 2018

L’AQUILONE

Percorreva tutti i giorni la spiaggia.

Era un aquilone, il più alto di una fila variopinta che proiettava ombra sui bagnanti ed entusiasmava i bambini.

A reggere il filo un uomo di colore, da così tanti anni in quei luoghi che ormai aveva imparato il dialetto oltre alla lingua nazionale, pronunciata come si usava lì, con la robusta potenza delle consonanti

**********

L’aquilone conduceva la schiera dei suoi fratelli di carta: li precedeva in cielo, agitato dal vento, e aveva la forma di un volatile con le ali colorate.

Dall’alto vedeva il mare, la spiaggia ondulata di vento e i colori degli ombrelloni, poi guardava con attenzione i bagnanti.

Alcuni stavano sdraiati al sole, altri leggevano, altri si proteggevano con cappelli ampi, altri ancora portavano al mare i loro cani.

Era una spiaggia tollerante quella, si diceva l’aquilone: nessuno protestava per gli animali che correvano a perdifiato; poi, richiamati dai padroni,  i cani invertivano la corsa e si buttavano sulla sabbia, a prendersi le carezze energiche di quelli.

**********

Erano le carezze a suscitare il desiderio struggente dell’aquilone.

Quando veniva preparato per innalzarsi verso il cielo ed era  toccato dalle mani dell’uomo, provava un senso strano di conforto.

E allora pensava a come sarebbe stato bello essere un cane, avere un padrone da onorare e riceverne carezze forti. 

**********

Il filo si stava logorando.

L’uomo si riprometteva ogni volta di sistemarlo, ma poi aveva fretta di andare: la fila degli aquiloni era il suo segno distintivo.

Lo si vedeva di lontano procedere con il braccio teso, il resto del corpo gravato di mercanzie: abiti, braccialetti, accendini, cappelli.

Tutto colorato come gli aquiloni che tracciavano il suo cammino.

Ma un giorno di vento terribile e potente, uno strappo: il primo aquilone si staccò di netto dalla fila dei suoi compagni. L’uomo che lo aveva portato sino ad allora lo guardò sconcertato: si allontanava, un cartone variopinto sbattuto dal vento e libero di fuggire.

**********

Volò sino a quando i soffi lo sostennero.

Poi, al calare di quelli cadde tra i cespugli, in un luogo che non conosceva.

**********

La voce di un bambino lo scosse.

“Mamma, c’è un cane qui.” 

Una corsa rapida, due gambe magre, le mani calde.

“Poverino, sei tutto sporco.” 

Continuò la voce infantile.

“Possiamo prenderlo, mamma?”

“Lascia quell’animale.”

Rispose la madre.

“Chi ha tempo di occuparsi di lui?”

Il bambino la guardò implorante.

Era sempre stato timido, incerto con gli altri, troppo piccolo e magro per la sua età e la madre lo proteggeva con forza, con una  tenacia che non credeva di avere.

Lo aveva cresciuto da sola e vederlo fragile la addolorava.

Ma, davanti a quell’animale comparso per caso, pensò che un cane avrebbe aiutato il bambino e lo avrebbe difeso, quando lei non avesse potuto.

E, allora, disse di sì. 

L’estate successiva decisero di andare al mare.

Lei sapeva che, non troppo distante da casa, c’era una spiaggia in cui i cani potevano stare indisturbati.

Allora ci andarono, lei, il figlio e il cane.

Li guardò correre, l’animale che precedeva il bambino, poi si voltava ad aspettarlo con attenzione gelosa.

E quando erano vicini, il bambino gli buttava le braccia al collo e lo accarezzava forte.

Di lontano, intanto, si vide giungere una fila di aquiloni colorati, mossi dal vento.

La loro ombra oscurava per un attimo i bagnanti.

L’uomo che li teneva, gravato di mercanzie, richiamava l’attenzione delle persone anche con frasi in dialetto: da tanto tempo ormai viveva in quei luoghi.

Giunse presso la madre e il figlio: il bambino guardò incantato quegli oggetti colorati e chiese di poter tenere il filo, anche solo per un attimo.

L’uomo gli lesse in viso un desiderio così forte, che accettò la richiesta.

Ma gli tenne la mano tra le proprie.

Poi si rivolse alla madre e le disse, rafforzando le consonanti, come faceva la gente di lì :

”Devo stare attento al vento. L’anno scorso, ho perso il più bello degli aquiloni. Peccato, ci tenevo molto. Chissà che fine ha fatto!”

In quel momento il cane, tornato verso il bambino, guardò gli aquiloni colorati.

Ripensò a un tempo non lontano.

E, senza rimpianti, si ricordò di come fosse bello anche allora: essere scossi dal vento e guardare il mondo dall’alto, legati ad un filo.

Gloria  Lai

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LA PROMESSA

 

Opera tutelata da Patamu.com con il num. 91179 del 27/09/2018

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Set 17 2018

LA PROMESSA

La picchiava da tempo. 

Poi le diceva: “Ti amo, perdonami”.

E lei ci credeva perché lui tornava tenero, dolce, seduttivo, l’uomo di cui si era innamorata.

Voleva credergli, sembrava un altro inizio.

Invece, di nuovo, l’inferno.

*** *** *** *** *** ***

A volte tornava a casa dopo aver bevuto con gli amici: era intrattabile, fastidioso, maligno.

Lei taceva intimorita: bastava un nulla per scatenare l’ira di lui.

Ma almeno sul viso non la picchiava più, da quando uno zigomo gonfio e bluastro aveva attirato l’attenzione preoccupata della sorella di lei.

Sono caduta dalle scale” fu la risposta.

Non ho proprio visto un gradino”.

Lui divenne più scaltro.

Sarebbe stato fastidioso affrontare la famiglia della moglie.

Tutti loro avevano cercato inutilmente di distoglierla dal matrimonio.

Non gli piaceva quell’uomo, anche se buon lavoratore e certamente bellissimo.

*** *** *** *** *** ***

Un’altra serata terribile: liti, urla, una spinta violenta.

Era bastata una sciocchezza per accendere l’ira dell’uomo.

Lei, caduta sul divano, il viso sfatto di lacrime.

Fortunatamente non c’erano figli, la donna pensava, ma forse per loro avrebbe trovato il coraggio di andarsene.

E invece restava e nell’assenza del marito scrutava i segni sulle braccia, sul corpo e anche sulle gambe, quando era capitato che la scalciasse, mentre lei era già a terra.

*** *** *** *** *** ***

Dopo averla spinta sul divano, stava per schiaffeggiarla, ma si trattenne.

Infilò la porta.

Fuori lo accolse il freddo di una notte invernale.

In giro senza meta, a sbollire la rabbia, infuriato contro di lei, contro il mondo, contro se stesso.

Quando fu stanco di andare, si sedette sul gradino di un portone, e restò così, la testa tra le mani.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto diventare uguale a lui?

La voce era scaturita dal nulla.

Si riscosse intimorito: gli stava di fronte una figura femminile.

Bella come un tempo, sua madre lo guardava.

E l’aspetto era quello di quando lui da bambino ne aveva combinata qualcuna e lei lo rimproverava acerba, poi lo perdonava sempre.

Ma il volto di lei cambiava quando tornava il marito: lo sguardo si spauriva, i gesti diventavano incerti, timorosa di infastidire quell’uomo, di cui un tempo era stata innamorata.

E spesso le serate si trasformavano in un incubo: urla, offese, percosse.

Il figlio si nascondeva in una stanza e cercava disperatamente di non sentire, premendosi le mani sulle orecchie.

Il gatto di casa, terrorizzato da quelle grida, cercava inutilmente una via di fuga e allora il bambino lo tratteneva vicino a sé, accarezzandolo piano.

Ma una volta l’ira del padre si era scatenata anche sul figlio e la madre, allora, lo aveva difeso come una furia, con un coraggio animale che non trovata per sé.

Il bambino cercava di consolarla, quando il padre era assente e le diceva che mai, proprio mai, avrebbe picchiato una donna.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto?” gli ripeté la voce materna.

Lui rimase sconvolto.

Cercò di stringere la madre a sé e di poggiarle il capo sul grembo, come quando era bambino.

Ma le mani restarono vuote: allora la guardò col rimpianto di cui non aveva più ricordo.

Prometti” disse ancora la madre, quando già la sua immagine spariva.

Prometti di mantenere quanto dicevi da bambino”.

E lui, con la voce rotta di nostalgia per lei, promise.

*** *** *** *** *** ***

Si era fatta mattina.

Già le auto scorrevano, qualche passante lo guardava, mentre lui era ancora seduto sul gradino.

Si alzò, sfatto dal ricordo della notte, dalla stanchezza e dai rimorsi. 

Andò verso casa.

Un venditore di fiori al semaforo.

Lui si fermò e comprò un rosa rossa, la più bella.

Poi, mentre camminava, con attenzione e cautela tolse dal gambo del fiore tutte le spine.

Neanche il graffio di una rosa, pensò, doveva ferire la pelle di lei.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com, n.° 89492 del 2/9/2018

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Apr 03 2018

I CAPELLI

Si erano conosciuti da bambini.

Abitavano a due portoni di distanza, stessa scuola elementare e le loro famiglie che si frequentavano la domenica.

Poi l’adolescenza, le prime attrazioni nel guardarsi diversi, l’incertezza del proprio aspetto, la timidezza potente e il rossore sulle guance.

Infine, diventarono consapevoli che quello era proprio amore.

*** *** ***

Siete troppo giovani, dicevano le famiglie di entrambi, dovete conoscere la vita, ma a loro non importava.

La vita volevano conoscerla insieme e pensavano a sposarsi.

Sentivano che avrebbero percorso la strada, scoprendo la direzione giusta.

O tornando indietro e cercando altre vie, se avessero intrapreso quelle sbagliate.

Avevano trovato l’altra metà della mela, come taluni dicono.

Ed erano felici, sotto lo sguardo incredulo di tanti.

Poi il matrimonio, la casa, il lavoro e raccontarsi la giornata, al rientro la sera.

Si ascoltavano, si consigliavano: mai una notte che andassero a dormire senza appianare gli screzi, senza scusarsi a vicenda, se un atteggiamento dell’altro li avesse feriti.

E poi l’amore: trascinante, commovente, che ogni volta li lasciava muti e da cui riemergevano come naufraghi, aggrappandosi l’uno all’altra, stupiti di esistere.

*** *** ***

Un matrimonio lungo, ma nessun figlio.

Un cane e una gatta da accudire, cresciuti insieme e senza astio.

I due animali dormivano nello stesso divano, infossato dal peso del cane e lacerato dalle unghie feline.

Quando, dopo una vita lunga e placida, si addormentarono per sempre, il cane e la gatta ebbero due fosse vicine in giardino ed una pianta di ulivo a unirli con le sue radici.

I due coniugi li piansero come figli e non si curarono di chi diceva che quelli erano solo animali: certo che le bestie muoiono, non si sapeva?  Lacrime sprecate.

*** *** ***

Erano ormai vecchi.

Una notte lui sentì che il respiro gli mancava: chiamò affannato la moglie e davanti al viso esangue di lei, cominciò a salutarla.

Parlava male, smozzicava parole, ma voleva dirle ancora quanto l’avesse amata.

Lei cercò di rasserenarlo, ma si sentiva spezzare.

E fu guardandola che lui capì di non voler morire.

Forse c’era ancora tempo, pensò, forse poteva restare.

Disperato, abbracciò il corpo di lei e le strinse i capelli con forza.

Li aveva sempre trovati bellissimi e quasi glieli strappò, sentendosi portare via.

Ma la donna gli si aggrappava addosso, incurante del dolore.

Allora il corpo di lei divenne àncora, argine potente, baluardo roccioso, i capelli  come lacci robusti, a cui lui si afferrava sconvolto.

*** *** ***

Fu una lotta violenta, loro due a fermare la morte.

Poi, d’improvviso una calma serena, come quando cala il vento dopo la burrasca. Allora si guardarono increduli e respirarono forte, lui ancora stretto alla donna.

Nei loro sguardi estenuati, tutto lo stupore di esistere ancora.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com del 28/3/2018 n°. 81514

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LE LETTERE

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Dic 21 2017

LE LETTERE

Lo squillo del campanello, un rumore di passi oltre la porta.

“Buongiorno, signora. Per lei.”

A cadenze regolari il postino consegnava una busta, poi accennava un saluto.

La porta si apriva un attimo, poi si richiudeva rapida.

In quel breve istante gli occhi dell’uomo si abbagliavano per la bellezza di lei, che a stento lo salutava.

*** *** ***

Lavorava da anni in quel paese, conosceva tutti.

Intuiva dai sorrisi o dall’espressione stupita o dolente il contenuto delle lettere che consegnava.

Era orgoglioso se offriva gioia, anche se racchiusa in fogli di carta.

Ma quando si avvicinava alla casa di lei, gli batteva il cuore.

E si tratteneva a stento dal dirle che i suoi occhi gli toglievano il sonno.

Ormai sorrideva solo nell’attesa di vederla, dopo aver suonato quel campanello.

*** *** ***

Da molto tempo lei riceveva lettere.

La scrittura vigorosa a vergare nome e indirizzo suggeriva un temperamento sanguigno, imperioso. Sul retro della lettera, un nome maschile, una lontana città di provenienza.

Certo, pensava il postino, per interessare una donna come lei ci voleva questo: un uomo dalla scrittura forte, una volontà dura, un carattere teso al comando.

L’orgoglio di lei non poteva essere assecondato.

Bisognava dominarlo, pensava.

Quello di cui lui non sarebbe mai stato capace, arrendevole e mite com’era.

A volte lei partiva e in quel tempo nessuna lettera giungeva al suo indirizzo.

Poi la donna tornava.

E le giornate del postino si riempivano di luce.

Riprendevano quindi ad arrivare le lettere, ma lo sguardo di lei era sempre più triste.

*** *** ***

Infine quella corrispondenza terminò.

E fu delusione anche per lui, quando non ebbe più missive da consegnarle.

*** *** ***

Ormai nessuna lettera da tempo.

Alla consegna dell’ultima, la donna aveva aperto la porta con cautela: oltre lo spiraglio si era profilato in fondo alla stanza un gatto piccolo, che correva veloce verso l’uscita.

Lui amava i gatti e rimase colpito: non pensava che nella vita di lei ci fosse spazio per quelle tenerezze.

*** *** ***

Infine la pensione: l’ultimo giorno di lavoro lui si recò, come aveva fatto tante volte, all’indirizzo di lei.

Suonò, il fiato sospeso.

La donna aprì: questa volta teneva in braccio il gatto, per impedire che fuggisse.

Quello spalancò gli occhi verdi in faccia al postino, che tese la mano a carezzarlo.

E lui pensò che non era mai stato così vicino al viso di lei.

Poi le porse una lettera, salutò rapidamente e si allontanò, lasciandola inquieta e stupita.

In quei fogli lui aveva scritto tutto: il desiderio costante di vederla, la sua attesa paziente, la sua angoscia per la tristezza di lei e la speranza che potesse accoglierlo.

Lui, un uomo tranquillo, fedele, mite e disperatamente innamorato.

*** *** ***

Natale.

Non era facile trascorrerlo da soli.

Aveva però preparato un bell’albero e lo avrebbe piantato nel suo giardino, appena terminate le feste.

Ma poco prima dell’ora di pranzo, uno squillo di campanello.

Dietro la porta, lei.

Bella, sorridente.

Gli consegnò una busta e si allontanò di fretta.

Lui sentì che gli mancavano le forze.

Chiuse la porta, sedette in poltrona, aprì cautamente.

Nell’unico foglio che si trovò tra le mani esitanti, lesse una sola parola.

Sì.

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IL PERDONO

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Nov 27 2017

IL PERDONO

Non gli restava molto tempo.

Ormai lo sapeva e si preparava alla fine, ma era un re.

Avrebbe voluto ritirarsi, riflettere, pesare il bene e il male compiuti, ma gli obblighi di governo lo impedivano.

Infine, decise: affidò il regno al più fedele dei suoi ministri.

Così fu libero di affrontare le ombre che gli oscuravano il cuore e chiedere perdono, prima che fosse tardi.

*** *** ***

Lui, primogenito, ebbe il titolo di re e la mano di una donna, giovane e nobilissima, scelta tempo prima dalla casa reale.

Ma suo fratello la amava perdutamente.

E, purtroppo, dallo sguardo rapito della donna, il re comprese che l’amore era ricambiato.

Però le esigenze del regno furono potenti e la ragione di stato inflessibile: quelle nozze erano necessarie.

Lui, poi, era il primogenito, orgoglioso erede del titolo e del reame.

Il giorno del matrimonio, il fratello minore rese omaggio alla coppia di sposi e si ritirò in un suo lontano possedimento.

Da allora i fratelli non si erano più visti.

Il matrimonio del re fu lungo e placido, ma nel sorriso mesto della donna lui intuiva il rimpianto per l’altro.

Lei rispettò il marito e lo onorò fedelmente, anche se l’affetto del re non riuscì mai a scalfirle l’anima.

*** *** ***

Dopo la morte della moglie, la solitudine gli piombò addosso.

Lui l’aveva amata con tenerezza, ne sentiva la mancanza e rimpianse amaramente di averle impedito quell’amore, legandola a sé.

Nessun figlio, inoltre, aveva scaldato il loro matrimonio.

*** *** ***

Il re si preparò per il viaggio.

Voleva raggiungere il fratello e chiedergli perdono per quell’amore non concesso.

Sapeva quanto le ragioni di stato fossero inflessibili, ma allora aveva mancato di coraggio, si diceva.

Doveva imporsi, rifiutare quelle nozze.

Un’altra donna, un’altra famiglia potente le avrebbe trovate, infine.

Ma ormai tutto era già avvenuto. 

*** *** ***

Il fratello, avvertito del suo arrivo, lo aspettava.

Quando se lo trovò di fronte, nell’atrio del palazzo, il re si intenerì a vedergli i capelli brizzolati e il volto segnato.

Non ci fu bisogno di parole: dicevano tutto lo sguardo oppresso del sovrano, la sua presenza, l’antica arroganza abbattuta.

Il fratello fece un passo avanti: i due si trovarono stretti l’uno all’altro.

E gli sembrò di essere tornati bambini, quando si abbracciavano dopo una lite violenta.

 Nell’atrio gelato, sentirono di volersi più bene di prima e la loro anima si confortò al calore di quella stretta.

*** *** ***

Il re percorreva la strada del ritorno, ma doveva ancora rimediare a qualcosa.

Era stato inflessibile con i sudditi: molti erano contadini, lavoravano la terra dei nobili, ma sapevano combattere per difendere il regno.

Da loro aveva sempre ricevuto rispetto e obbedienza.

E adesso il suo rigore gli pesava: la giustizia esercitata con forza, l’impegno preteso sino alla morte nelle guerre combattute e vinte, lo sguardo inflessibile sulle schiene piegate a mietere il grano e a custodirlo, prima di un possibile assedio.

Allora, ordinò che a ognuno di loro venisse offerto un bel pezzo di terra da tramandare ai figli e ai figli dei figli, in memoria del re.

Un gruzzolo di monete venne donato, invece, ad ogni artigiano e ad ogni mercante del regno, che nella passione del loro mestiere avevano onorato il nome del sovrano.

*** *** ***

Era quasi giunto e mentre percorreva l’ultima strada prima del suo palazzo, lo scosse un ricordo lontano.

Era ragazzino e correva a perdifiato sul suo cavallo, quando una biscia enorme gli attraversò il sentiero.

Lui non se ne preoccupò e gli zoccoli del cavallo la massacrarono.

Il re si stupì che quel ricordo futile lo ferisse, ora che era vecchio.

E comprese maggiormente quanto il suo cuore si fosse addolcito nel tempo.

Allora chiese perdono anche a lei, alla biscia uccisa.

*** *** ***

Ormai era tornato al palazzo.

Si sedette, in attesa.

Un bussare leggero alla porta della stanza.

Lui sussultò, si avvicinò all’uscio, lo aprì lentamente.

Gli apparve una donna vestita di scuro.

Il re sentì il cuore tremare, ma la guardò in volto e si stupì nel trovarla bellissima.

Lei lo prese per mano e lui sentì il calore di quelle dita, poi si fece guidare docilmente.

Oltrepassò la soglia.

E in quel momento lo raggiunse una musica lontana.

Il re esitò, poi la riconobbe.

Era la nenia che gli cantava sua madre, quando da bambino aveva paura del buio.

Poi lo stringeva tra le braccia, che odoravano di rose e gelsomini.

Gloria Lai

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LA CARROZZELLA

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Set 28 2017

LA CARROZZELLA

“Che fatica! Questo caldo terribile è una tortura”.

Così pensava ogni giorno mentre tirava una carrozzella per turisti, in quell’agosto torrido. Un’ordinanza del comune impediva l’andare nelle ore più calde. 

Ma nonostante il pomeriggio tardo, la calura ancora opprimeva.

Per fortuna un  vento leggero si era levato.

*** *** ***

Anni di lavoro.

Il suo padrone non era cattivo e aveva ereditato dal padre quel mestiere.

Lui, il cavallo, apparteneva a una razza selezionata in passato per trainare carri e aratri.

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Era un animale bellissimo.

Agli inizi gli era piaciuto l’entusiasmo dei turisti, il modo in cui i loro bambini guardavano gli ornamenti della carrozzella, le esclamazioni di ammirazione mentre lui attraversava le strade antiche di quella città.

Ma gli anni giovani erano ormai lontani e il cavallo si chiedeva con angoscia quanta vita ancora gli restasse. 

Gli sarebbe piaciuto pensare al tempo del suo riposo, a una stalla tranquilla, al silenzio e al conforto. Ma il suo padrone non parlava di smettere e nonostante lo nutrisse amorevolmente e lo strigliasse con attenzione, sembrava non capire l’affanno del suo animale.

*** *** ***

Quattro persone erano salite.

La carrozzella poteva andare.

Il cavallo pensò che i turisti erano sempre più grassi.

E pesanti.

Il caldo, nonostante fosse quasi sera, era insostenibile.

Ma il padrone lo fermò: una turista con una bambina di circa sei anni gli si affrettava incontro. Salirono anche loro e la carrozzella si avviò.

Il cavallo, con una certa difficoltà, negli anni aveva imparato a contare.

E gli sembrò che quel giorno i turisti fossero troppi.

Aveva sentito i vetturini parlare di cavalli stroncati dal caldo e dalla fatica.

Uno lo conosceva bene: era un essere generoso e gagliardo.

Si era abbattuto per strada, sfiancato.

Non c’era stato nulla da fare.

Forse lo avevano mandato al trotto, e lo sapevano tutti che era proibito.

Al passo bisognava andare, al passo.

Ma un cavallo stanco difficilmente si ribella.

*** *** ***

Il lavoro era stato estenuante, terribile.

Finalmente anche quel turno serale si concluse.

Uno dopo l’altro i passeggeri scesero, alcuni lentamente, gravati dal proprio peso, altri agili e compiaciuti.

Per ognuno di loro che si allontanava, il cavallo emise un sospiro di sollievo.

Ma sentì che la donna e la bambina parlavano con il suo padrone.

Potevano trattenersi un po’ vicino alla carrozzella? Chiese la madre.

Aveva dato appuntamento a suo marito proprio in quel luogo e lui ancora non si vedeva.

Non c’erano problemi, rispose l’uomo.

Stessero pure vicine al cavallo.

Anzi, il bar accanto aveva dei tavolini sulla piazza.

Potevano accomodarsi, lei e la bambina.

*** *** ***  

Per distrarre la figlia nell’attesa, la madre tolse un libro dalla borsa.

Il padrone della carrozzella doveva allontanarsi per delle commissioni rapide e di lì a poco avrebbe condotto l’animale alla stalla.

La bambina, intanto, chiese alla donna di leggerle il racconto iniziato il giorno prima.

Lei  era stanca e poi le piaceva ascoltare la voce materna.

La madre assentì.

Allora, incuriosito,  il cavallo si preparò ad ascoltare.

*** *** ***

“Perseo tagliò di netto la testa di Medusa, dai capelli simili a serpenti. E dal sangue di lei nacque Pegaso, un bellissimo cavallo alato. Quindi Perseo prese con sé la testa di Medusa e impietrì i nemici con lo sguardo di lei. Zeus, infine, regalò Pegaso all’eroe Bellerofonte”.

La bambina amava la mitologia.

Al sentire che Perseo aveva tagliato la testa di Medusa, sbarrò gli occhi spaventata, ma  continuando ad ascoltare rimase sconvolta quando seppe che Bellerofonte, salendo in cielo con Pegaso, venne disarcionato dal cavallo e precipitò al suolo.

La madre, ormai, era arrivata alla fine:

“Pegaso allora fu trasformato in una costellazione scintillante, che da lui prese il nome”.  

Il cavallo aveva ascoltato l’intera storia con attenzione stupita ma, proprio in quel momento, si sentì una voce maschile, un richiamo.

Il marito era giunto e i tre si allontanarono rapidamente.

*** *** ***

Era stupefatto: conoscere la storia di Pegaso lo aveva colmato di gioia.

Un essere alato, un cavallo come lui.

Desiderò levarsi in cielo, agitare solennemente le ali, vedere dall’alto quel mondo che sbirciava  a fatica di giorno, sentirsi libero.

Ma giunse il suo padrone per condurlo alla stalla.

E lo sistemò per la notte.

*** *** ***

Nonostante la stanchezza, il cavallo non poteva riposare.

Ripensava al racconto, immaginava il volo alato.  

Guardò attraverso le sbarre di un’apertura per cercare la costellazione di cui il mito parlava.

E non seppe trovarla.

Allora chiese a tutte le stelle del cielo di aiutarlo, perché sul suo dorso di cavallo da tiro crescessero le ali.

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*** *** ***

La mattina dopo il padrone entrò nella stalla: si preparava ad una solita giornata di lavoro.

Guardò con attenzione: c’erano molti cavalli, tranne il suo.

Attonito, scrutò intorno.

I finimenti erano al solito posto, ma nessuna traccia del cavallo.

La porta della stalla era aperta, è vero, ma forse qualche suo collega l’aveva lasciata così, per distrazione o per comodità: i vetturini partivano quasi tutti alla stessa ora.

E poi era difficile che qualcuno gli avesse rubato il suo animale, già stanco e anziano.

*** *** ***

Non riusciva a darsi risposte.

E ancora meno poté capire quando, guardando con più attenzione nello spazio che il cavallo occupava, vide qualcosa.

Erano piume e qualche penna, grandi e bianche.

Troppo grandi perché fossero dei colombi che si riparavano sotto la copertura del tetto.

I gabbiani, poi, non entravano nella stalla, si disse.

Ma quelle piume e quelle penne erano grandi anche per loro, che sfrecciavano liberi nel cielo aperto, signori del vento.

Gloria Lai

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L’ANGELO

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Ago 02 2017

L’ANGELO

La scrutava da vicino.

L’aveva vista crescere, sbocciare piano, poi era rimasto abbagliato da lei.

Era bella, dolce, gentile.

Se lui fosse stato un uomo, si sarebbe presentato, le avrebbe offerto doni, mostrandole ammirazione e rispetto, le avrebbe rivelato la sua passione.

Ma questo era impossibile.

Lui era il suo angelo custode.

*** *** ***

Gli altri esseri di luce lo vedevano rattristarsi e la sua perfezione si incrinava ogni giorno: prendeva il volo lentamente, ombre lievi scurivano il suo aspetto.

E poi, quella tensione che lui sentiva dove gli uomini hanno il cuore.

Tutto questo, però, i suoi compagni non riuscivano a capirlo.

*** *** ***

Nel volare, vedeva il mondo dall’alto.

Lo trovava bellissimo e non comprendeva come in quei luoghi splendidi l’umanità potesse odiarsi.

Ma lo colpivano la forza dell’amore e i dubbi degli umani, la precarietà della vita e quell’andare a volte sofferto.

Poi, lo scuoteva la loro felicità improvvisa, così folgorante da lasciare muti.

E così breve, da perdersi in un attimo.

Li ammirava per il coraggio di resistere e proseguire, anche dopo lo strazio di un dolore ma sempre, dal fondo di questi pensieri, emergeva lo splendore umido degli occhi di lei.

Lo estasiava, inoltre, la bellezza degli animali.

Ammirava il loro muoversi armonico.

E si chiedeva da dove venisse la violenza di coloro che li suppliziavano, senza pietà né comprensione.

Come potessero offendere oscenamente l’armonia di quei corpi, irriderli e straziarli.

Come riuscissero, in tanti, a spezzare la loro sacralità arcana.

*** *** ***

Lui la trovava ammirevole.

Lei, infatti, raccoglieva animali feriti, li accudiva, li salvava, poi li metteva in libertà.

Ma alcuni li tratteneva con sé, soprattutto gatti, che restavano nella sua casa al riparo, quand’era inverno.

Curava le piante e si stupiva a guardarle.

Non strappava i fiori e mormorava scuse, se nell’andare li urtava.

E poi capiva dagli sguardi le tristezze degli altri e le bastava poco per strappargli un sorriso.

Era attenta alle piccole cose del mondo.

E lui, che poteva insegnarle l’armonia, si trovava talvolta a impararla da lei.

*** *** ***

Anche se non voleva turbarla, gli era difficile nascondersi del tutto.

Infatti lei qualche volta si sentiva osservata, come se uno sguardo benevolo la scrutasse.

Altre volte percepiva un soffio, un vento leggero.

“Ho lasciato la finestra accostata”, lei si diceva.

Poi controllava.

Le ante, invece, erano perfettamente chiuse.

*** *** ***

Gli altri angeli ormai avevano capito, ma speravano di trattenerlo.

“Sfiducia, infelicità e malattie affiggono gli uomini” gli dicevano.

“E l’amore, anche se esiste tra loro, può essere fragile o breve come un soffio. Infine giunge la morte” continuavano.

“A volte pietosa, a volte straziante e oscena. Dopo il suo passaggio noi accogliamo tutti, uomini e animali, che si abbandonano fiduciosi. Ma siamo esseri di luce come te. Non viviamo quelle realtà”.

*** *** ***

Lui ascoltava.

Dopo aver riflettuto a lungo, si convinse che anche la sua essenza eterna era fragile.

E la sua esistenza gli apparve come un lento ed estenuante morire.

Certo, gli umani soffrivano, ma conoscevano il calore degli abbracci, gli sguardi persi nell’altro, le carezze che salvano.

Conoscevano i misteri dell’amore e la misericordia, le parole sconvolte a raccontare il dolore.

E il silenzio davanti alla bellezza.

Soprattutto lo premeva il pensiero di lei.

Allora comprese davvero la forza potente dell’amore.

Desiderò starle accanto, svegliarsi la mattina e guardarle il volto ancora chiuso dal sonno, mangiare insieme, stringerle il corpo caldo e consolante, ridere.

Della morte seppe di non aver paura.

E decise.

*** *** ***

Più facile di quanto non pensasse.

La sua essenza di luce si rivestì di colori, una materia compatta si addensò intorno alla sua anima.

*** *** ***

Subito dopo lo colpì l’aspetto del proprio corpo: la potenza delle gambe, il respiro a sollevargli il petto, il chiarore della pelle.

Si guardò le mani.

Sembravano forti e capaci.

E percepì gli odori, così colmi e vitali.

Era un uomo, giovane e saldo.

Allora si avviò verso casa di lei.

*** *** ***

La porta si aprì.

Lui aveva bussato timidamente, pensando di chiedere un’informazione.

Ma un gatto sbucò rapido dall’interno e attraversò la strada.

Lui si lanciò all’inseguimento e apprezzò la velocità del proprio corpo.

Raggiunse l’animale che si fece prendere facilmente.

E tenendolo tra le braccia, ne sentì la morbidezza e il calore.

Quindi tornò indietro: lei era vicina alla porta.

E lui pensò che, anche così agitata, quella donna era bellissima davvero.

*** *** ***

“Grazie”, lei disse.

“Fortuna che sia riuscito a riprenderlo”, rispose lui, porgendole il gatto e sfiorandole le mani.

“Non sono di qui” continuò “Ma spero di trattenermi a lungo, se trovo un lavoro e una casa ”.

Lo sguardo della donna, limpido e luminoso, scivolava sul suo viso.

“C’è una casa libera, proprio qui vicino” gli disse.

“E quanto al lavoro, questo paese è giovane e ha bisogno di nuove braccia”.

Lui si voltò consolato a guardare la strada e le case, le botteghe e quell’animazione sana di un luogo vivo.

E lei poté allora ammirarlo apertamente.

Era l’uomo più bello che avesse mai visto.

Gloria Lai

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IL RISCATTO

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