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Nov 07 2018

L’AQUILONE

Percorreva tutti i giorni la spiaggia.

Era un aquilone, il più alto di una fila variopinta che proiettava ombra sui bagnanti ed entusiasmava i bambini.

A reggere il filo un uomo di colore, da così tanti anni in quei luoghi che ormai aveva imparato il dialetto oltre alla lingua nazionale, pronunciata come si usava lì, con la robusta potenza delle consonanti

**********

L’aquilone conduceva la schiera dei suoi fratelli di carta: li precedeva in cielo, agitato dal vento, e aveva la forma di un volatile con le ali colorate.

Dall’alto vedeva il mare, la spiaggia ondulata di vento e i colori degli ombrelloni, poi guardava con attenzione i bagnanti.

Alcuni stavano sdraiati al sole, altri leggevano, altri si proteggevano con cappelli ampi, altri ancora portavano al mare i loro cani.

Era una spiaggia tollerante quella, si diceva l’aquilone: nessuno protestava per gli animali che correvano a perdifiato; poi, richiamati dai padroni,  i cani invertivano la corsa e si buttavano sulla sabbia, a prendersi le carezze energiche di quelli.

**********

Erano le carezze a suscitare il desiderio struggente dell’aquilone.

Quando veniva preparato per innalzarsi verso il cielo ed era  toccato dalle mani dell’uomo, provava un senso strano di conforto.

E allora pensava a come sarebbe stato bello essere un cane, avere un padrone da onorare e riceverne carezze forti. 

**********

Il filo si stava logorando.

L’uomo si riprometteva ogni volta di sistemarlo, ma poi aveva fretta di andare: la fila degli aquiloni era il suo segno distintivo.

Lo si vedeva di lontano procedere con il braccio teso, il resto del corpo gravato di mercanzie: abiti, braccialetti, accendini, cappelli.

Tutto colorato come gli aquiloni che tracciavano il suo cammino.

Ma un giorno di vento terribile e potente, uno strappo: il primo aquilone si staccò di netto dalla fila dei suoi compagni. L’uomo che lo aveva portato sino ad allora lo guardò sconcertato: si allontanava, un cartone variopinto sbattuto dal vento e libero di fuggire.

**********

Volò sino a quando i soffi lo sostennero.

Poi, al calare di quelli cadde tra i cespugli, in un luogo che non conosceva.

**********

La voce di un bambino lo scosse.

“Mamma, c’è un cane qui.” 

Una corsa rapida, due gambe magre, le mani calde.

“Poverino, sei tutto sporco.” 

Continuò la voce infantile.

“Possiamo prenderlo, mamma?”

“Lascia quell’animale.”

Rispose la madre.

“Chi ha tempo di occuparsi di lui?”

Il bambino la guardò implorante.

Era sempre stato timido, incerto con gli altri, troppo piccolo e magro per la sua età e la madre lo proteggeva con forza, con una  tenacia che non credeva di avere.

Lo aveva cresciuto da sola e vederlo fragile la addolorava.

Ma, davanti a quell’animale comparso per caso, pensò che un cane avrebbe aiutato il bambino e lo avrebbe difeso, quando lei non avesse potuto.

E, allora, disse di sì. 

L’estate successiva decisero di andare al mare.

Lei sapeva che, non troppo distante da casa, c’era una spiaggia in cui i cani potevano stare indisturbati.

Allora ci andarono, lei, il figlio e il cane.

Li guardò correre, l’animale che precedeva il bambino, poi si voltava ad aspettarlo con attenzione gelosa.

E quando erano vicini, il bambino gli buttava le braccia al collo e lo accarezzava forte.

Di lontano, intanto, si vide giungere una fila di aquiloni colorati, mossi dal vento.

La loro ombra oscurava per un attimo i bagnanti.

L’uomo che li teneva, gravato di mercanzie, richiamava l’attenzione delle persone anche con frasi in dialetto: da tanto tempo ormai viveva in quei luoghi.

Giunse presso la madre e il figlio: il bambino guardò incantato quegli oggetti colorati e chiese di poter tenere il filo, anche solo per un attimo.

L’uomo gli lesse in viso un desiderio così forte, che accettò la richiesta.

Ma gli tenne la mano tra le proprie.

Poi si rivolse alla madre e le disse, rafforzando le consonanti, come faceva la gente di lì :

”Devo stare attento al vento. L’anno scorso, ho perso il più bello degli aquiloni. Peccato, ci tenevo molto. Chissà che fine ha fatto!”

In quel momento il cane, tornato verso il bambino, guardò gli aquiloni colorati.

Ripensò a un tempo non lontano.

E, senza rimpianti, si ricordò di come fosse bello anche allora: essere scossi dal vento e guardare il mondo dall’alto, legati ad un filo.

Gloria  Lai

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LA PROMESSA

 

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Set 17 2018

LA PROMESSA

La picchiava da tempo. 

Poi le diceva: “Ti amo, perdonami”.

E lei ci credeva perché lui tornava tenero, dolce, seduttivo, l’uomo di cui si era innamorata.

Voleva credergli, sembrava un altro inizio.

Invece, di nuovo, l’inferno.

*** *** *** *** *** ***

A volte tornava a casa dopo aver bevuto con gli amici: era intrattabile, fastidioso, maligno.

Lei taceva intimorita: bastava un nulla per scatenare l’ira di lui.

Ma almeno sul viso non la picchiava più, da quando uno zigomo gonfio e bluastro aveva attirato l’attenzione preoccupata della sorella di lei.

Sono caduta dalle scale” fu la risposta.

Non ho proprio visto un gradino”.

Lui divenne più scaltro.

Sarebbe stato fastidioso affrontare la famiglia della moglie.

Tutti loro avevano cercato inutilmente di distoglierla dal matrimonio.

Non gli piaceva quell’uomo, anche se buon lavoratore e certamente bellissimo.

*** *** *** *** *** ***

Un’altra serata terribile: liti, urla, una spinta violenta.

Era bastata una sciocchezza per accendere l’ira dell’uomo.

Lei, caduta sul divano, il viso sfatto di lacrime.

Fortunatamente non c’erano figli, la donna pensava, ma forse per loro avrebbe trovato il coraggio di andarsene.

E invece restava e nell’assenza del marito scrutava i segni sulle braccia, sul corpo e anche sulle gambe, quando era capitato che la scalciasse, mentre lei era già a terra.

*** *** *** *** *** ***

Dopo averla spinta sul divano, stava per schiaffeggiarla, ma si trattenne.

Infilò la porta.

Fuori lo accolse il freddo di una notte invernale.

In giro senza meta, a sbollire la rabbia, infuriato contro di lei, contro il mondo, contro se stesso.

Quando fu stanco di andare, si sedette sul gradino di un portone, e restò così, la testa tra le mani.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto diventare uguale a lui?

La voce era scaturita dal nulla.

Si riscosse intimorito: gli stava di fronte una figura femminile.

Bella come un tempo, sua madre lo guardava.

E l’aspetto era quello di quando lui da bambino ne aveva combinata qualcuna e lei lo rimproverava acerba, poi lo perdonava sempre.

Ma il volto di lei cambiava quando tornava il marito: lo sguardo si spauriva, i gesti diventavano incerti, timorosa di infastidire quell’uomo, di cui un tempo era stata innamorata.

E spesso le serate si trasformavano in un incubo: urla, offese, percosse.

Il figlio si nascondeva in una stanza e cercava disperatamente di non sentire, premendosi le mani sulle orecchie.

Il gatto di casa, terrorizzato da quelle grida, cercava inutilmente una via di fuga e allora il bambino lo tratteneva vicino a sé, accarezzandolo piano.

Ma una volta l’ira del padre si era scatenata anche sul figlio e la madre, allora, lo aveva difeso come una furia, con un coraggio animale che non trovata per sé.

Il bambino cercava di consolarla, quando il padre era assente e le diceva che mai, proprio mai, avrebbe picchiato una donna.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto?” gli ripeté la voce materna.

Lui rimase sconvolto.

Cercò di stringere la madre a sé e di poggiarle il capo sul grembo, come quando era bambino.

Ma le mani restarono vuote: allora la guardò col rimpianto di cui non aveva più ricordo.

Prometti” disse ancora la madre, quando già la sua immagine spariva.

Prometti di mantenere quanto dicevi da bambino”.

E lui, con la voce rotta di nostalgia per lei, promise.

*** *** *** *** *** ***

Si era fatta mattina.

Già le auto scorrevano, qualche passante lo guardava, mentre lui era ancora seduto sul gradino.

Si alzò, sfatto dal ricordo della notte, dalla stanchezza e dai rimorsi. 

Andò verso casa.

Un venditore di fiori al semaforo.

Lui si fermò e comprò un rosa rossa, la più bella.

Poi, mentre camminava, con attenzione e cautela tolse dal gambo del fiore tutte le spine.

Neanche il graffio di una rosa, pensò, doveva ferire la pelle di lei.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com, n.° 89492 del 2/9/2018

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Apr 03 2018

I CAPELLI

Si erano conosciuti da bambini.

Abitavano a due portoni di distanza, stessa scuola elementare e le loro famiglie che si frequentavano la domenica.

Poi l’adolescenza, le prime attrazioni nel guardarsi diversi, l’incertezza del proprio aspetto, la timidezza potente e il rossore sulle guance.

Infine, diventarono consapevoli che quello era proprio amore.

*** *** ***

Siete troppo giovani, dicevano le famiglie di entrambi, dovete conoscere la vita, ma a loro non importava.

La vita volevano conoscerla insieme e pensavano a sposarsi.

Sentivano che avrebbero percorso la strada, scoprendo la direzione giusta.

O tornando indietro e cercando altre vie, se avessero intrapreso quelle sbagliate.

Avevano trovato l’altra metà della mela, come taluni dicono.

Ed erano felici, sotto lo sguardo incredulo di tanti.

Poi il matrimonio, la casa, il lavoro e raccontarsi la giornata, al rientro la sera.

Si ascoltavano, si consigliavano: mai una notte che andassero a dormire senza appianare gli screzi, senza scusarsi a vicenda, se un atteggiamento dell’altro li avesse feriti.

E poi l’amore: trascinante, commovente, che ogni volta li lasciava muti e da cui riemergevano come naufraghi, aggrappandosi l’uno all’altra, stupiti di esistere.

*** *** ***

Un matrimonio lungo, ma nessun figlio.

Un cane e una gatta da accudire, cresciuti insieme e senza astio.

I due animali dormivano nello stesso divano, infossato dal peso del cane e lacerato dalle unghie feline.

Quando, dopo una vita lunga e placida, si addormentarono per sempre, il cane e la gatta ebbero due fosse vicine in giardino ed una pianta di ulivo a unirli con le sue radici.

I due coniugi li piansero come figli e non si curarono di chi diceva che quelli erano solo animali: certo che le bestie muoiono, non si sapeva?  Lacrime sprecate.

*** *** ***

Erano ormai vecchi.

Una notte lui sentì che il respiro gli mancava: chiamò affannato la moglie e davanti al viso esangue di lei, cominciò a salutarla.

Parlava male, smozzicava parole, ma voleva dirle ancora quanto l’avesse amata.

Lei cercò di rasserenarlo, ma si sentiva spezzare.

E fu guardandola che lui capì di non voler morire.

Forse c’era ancora tempo, pensò, forse poteva restare.

Disperato, abbracciò il corpo di lei e le strinse i capelli con forza.

Li aveva sempre trovati bellissimi e quasi glieli strappò, sentendosi portare via.

Ma la donna gli si aggrappava addosso, incurante del dolore.

Allora il corpo di lei divenne àncora, argine potente, baluardo roccioso, i capelli  come lacci robusti, a cui lui si afferrava sconvolto.

*** *** ***

Fu una lotta violenta, loro due a fermare la morte.

Poi, d’improvviso una calma serena, come quando cala il vento dopo la burrasca. Allora si guardarono increduli e respirarono forte, lui ancora stretto alla donna.

Nei loro sguardi estenuati, tutto lo stupore di esistere ancora.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com del 28/3/2018 n°. 81514

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LE LETTERE

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Dic 21 2017

LE LETTERE

Lo squillo del campanello, un rumore di passi oltre la porta.

“Buongiorno, signora. Per lei.”

A cadenze regolari il postino consegnava una busta, poi accennava un saluto.

La porta si apriva un attimo, poi si richiudeva rapida.

In quel breve istante gli occhi dell’uomo si abbagliavano per la bellezza di lei, che a stento lo salutava.

*** *** ***

Lavorava da anni in quel paese, conosceva tutti.

Intuiva dai sorrisi o dall’espressione stupita o dolente il contenuto delle lettere che consegnava.

Era orgoglioso se offriva gioia, anche se racchiusa in fogli di carta.

Ma quando si avvicinava alla casa di lei, gli batteva il cuore.

E si tratteneva a stento dal dirle che i suoi occhi gli toglievano il sonno.

Ormai sorrideva solo nell’attesa di vederla, dopo aver suonato quel campanello.

*** *** ***

Da molto tempo lei riceveva lettere.

La scrittura vigorosa a vergare nome e indirizzo suggeriva un temperamento sanguigno, imperioso. Sul retro della lettera, un nome maschile, una lontana città di provenienza.

Certo, pensava il postino, per interessare una donna come lei ci voleva questo: un uomo dalla scrittura forte, una volontà dura, un carattere teso al comando.

L’orgoglio di lei non poteva essere assecondato.

Bisognava dominarlo, pensava.

Quello di cui lui non sarebbe mai stato capace, arrendevole e mite com’era.

A volte lei partiva e in quel tempo nessuna lettera giungeva al suo indirizzo.

Poi la donna tornava.

E le giornate del postino si riempivano di luce.

Riprendevano quindi ad arrivare le lettere, ma lo sguardo di lei era sempre più triste.

*** *** ***

Infine quella corrispondenza terminò.

E fu delusione anche per lui, quando non ebbe più missive da consegnarle.

*** *** ***

Ormai nessuna lettera da tempo.

Alla consegna dell’ultima, la donna aveva aperto la porta con cautela: oltre lo spiraglio si era profilato in fondo alla stanza un gatto piccolo, che correva veloce verso l’uscita.

Lui amava i gatti e rimase colpito: non pensava che nella vita di lei ci fosse spazio per quelle tenerezze.

*** *** ***

Infine la pensione: l’ultimo giorno di lavoro lui si recò, come aveva fatto tante volte, all’indirizzo di lei.

Suonò, il fiato sospeso.

La donna aprì: questa volta teneva in braccio il gatto, per impedire che fuggisse.

Quello spalancò gli occhi verdi in faccia al postino, che tese la mano a carezzarlo.

E lui pensò che non era mai stato così vicino al viso di lei.

Poi le porse una lettera, salutò rapidamente e si allontanò, lasciandola inquieta e stupita.

In quei fogli lui aveva scritto tutto: il desiderio costante di vederla, la sua attesa paziente, la sua angoscia per la tristezza di lei e la speranza che potesse accoglierlo.

Lui, un uomo tranquillo, fedele, mite e disperatamente innamorato.

*** *** ***

Natale.

Non era facile trascorrerlo da soli.

Aveva però preparato un bell’albero e lo avrebbe piantato nel suo giardino, appena terminate le feste.

Ma poco prima dell’ora di pranzo, uno squillo di campanello.

Dietro la porta, lei.

Bella, sorridente.

Gli consegnò una busta e si allontanò di fretta.

Lui sentì che gli mancavano le forze.

Chiuse la porta, sedette in poltrona, aprì cautamente.

Nell’unico foglio che si trovò tra le mani esitanti, lesse una sola parola.

Sì.

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IL PERDONO

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Nov 27 2017

IL PERDONO

Non gli restava molto tempo.

Ormai lo sapeva e si preparava alla fine, ma era un re.

Avrebbe voluto ritirarsi, riflettere, pesare il bene e il male compiuti, ma gli obblighi di governo lo impedivano.

Infine, decise: affidò il regno al più fedele dei suoi ministri.

Così fu libero di affrontare le ombre che gli oscuravano il cuore e chiedere perdono, prima che fosse tardi.

*** *** ***

Lui, primogenito, ebbe il titolo di re e la mano di una donna, giovane e nobilissima, scelta tempo prima dalla casa reale.

Ma suo fratello la amava perdutamente.

E, purtroppo, dallo sguardo rapito della donna, il re comprese che l’amore era ricambiato.

Però le esigenze del regno furono potenti e la ragione di stato inflessibile: quelle nozze erano necessarie.

Lui, poi, era il primogenito, orgoglioso erede del titolo e del reame.

Il giorno del matrimonio, il fratello minore rese omaggio alla coppia di sposi e si ritirò in un suo lontano possedimento.

Da allora i fratelli non si erano più visti.

Il matrimonio del re fu lungo e placido, ma nel sorriso mesto della donna lui intuiva il rimpianto per l’altro.

Lei rispettò il marito e lo onorò fedelmente, anche se l’affetto del re non riuscì mai a scalfirle l’anima.

*** *** ***

Dopo la morte della moglie, la solitudine gli piombò addosso.

Lui l’aveva amata con tenerezza, ne sentiva la mancanza e rimpianse amaramente di averle impedito quell’amore, legandola a sé.

Nessun figlio, inoltre, aveva scaldato il loro matrimonio.

*** *** ***

Il re si preparò per il viaggio.

Voleva raggiungere il fratello e chiedergli perdono per quell’amore non concesso.

Sapeva quanto le ragioni di stato fossero inflessibili, ma allora aveva mancato di coraggio, si diceva.

Doveva imporsi, rifiutare quelle nozze.

Un’altra donna, un’altra famiglia potente le avrebbe trovate, infine.

Ma ormai tutto era già avvenuto. 

*** *** ***

Il fratello, avvertito del suo arrivo, lo aspettava.

Quando se lo trovò di fronte, nell’atrio del palazzo, il re si intenerì a vedergli i capelli brizzolati e il volto segnato.

Non ci fu bisogno di parole: dicevano tutto lo sguardo oppresso del sovrano, la sua presenza, l’antica arroganza abbattuta.

Il fratello fece un passo avanti: i due si trovarono stretti l’uno all’altro.

E gli sembrò di essere tornati bambini, quando si abbracciavano dopo una lite violenta.

 Nell’atrio gelato, sentirono di volersi più bene di prima e la loro anima si confortò al calore di quella stretta.

*** *** ***

Il re percorreva la strada del ritorno, ma doveva ancora rimediare a qualcosa.

Era stato inflessibile con i sudditi: molti erano contadini, lavoravano la terra dei nobili, ma sapevano combattere per difendere il regno.

Da loro aveva sempre ricevuto rispetto e obbedienza.

E adesso il suo rigore gli pesava: la giustizia esercitata con forza, l’impegno preteso sino alla morte nelle guerre combattute e vinte, lo sguardo inflessibile sulle schiene piegate a mietere il grano e a custodirlo, prima di un possibile assedio.

Allora, ordinò che a ognuno di loro venisse offerto un bel pezzo di terra da tramandare ai figli e ai figli dei figli, in memoria del re.

Un gruzzolo di monete venne donato, invece, ad ogni artigiano e ad ogni mercante del regno, che nella passione del loro mestiere avevano onorato il nome del sovrano.

*** *** ***

Era quasi giunto e mentre percorreva l’ultima strada prima del suo palazzo, lo scosse un ricordo lontano.

Era ragazzino e correva a perdifiato sul suo cavallo, quando una biscia enorme gli attraversò il sentiero.

Lui non se ne preoccupò e gli zoccoli del cavallo la massacrarono.

Il re si stupì che quel ricordo futile lo ferisse, ora che era vecchio.

E comprese maggiormente quanto il suo cuore si fosse addolcito nel tempo.

Allora chiese perdono anche a lei, alla biscia uccisa.

*** *** ***

Ormai era tornato al palazzo.

Si sedette, in attesa.

Un bussare leggero alla porta della stanza.

Lui sussultò, si avvicinò all’uscio, lo aprì lentamente.

Gli apparve una donna vestita di scuro.

Il re sentì il cuore tremare, ma la guardò in volto e si stupì nel trovarla bellissima.

Lei lo prese per mano e lui sentì il calore di quelle dita, poi si fece guidare docilmente.

Oltrepassò la soglia.

E in quel momento lo raggiunse una musica lontana.

Il re esitò, poi la riconobbe.

Era la nenia che gli cantava sua madre, quando da bambino aveva paura del buio.

Poi lo stringeva tra le braccia, che odoravano di rose e gelsomini.

Gloria Lai

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LA CARROZZELLA

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Set 28 2017

LA CARROZZELLA

“Che fatica! Questo caldo terribile è una tortura”.

Così pensava ogni giorno mentre tirava una carrozzella per turisti, in quell’agosto torrido. Un’ordinanza del comune impediva l’andare nelle ore più calde. 

Ma nonostante il pomeriggio tardo, la calura ancora opprimeva.

Per fortuna un  vento leggero si era levato.

*** *** ***

Anni di lavoro.

Il suo padrone non era cattivo e aveva ereditato dal padre quel mestiere.

Lui, il cavallo, apparteneva a una razza selezionata in passato per trainare carri e aratri.

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Era un animale bellissimo.

Agli inizi gli era piaciuto l’entusiasmo dei turisti, il modo in cui i loro bambini guardavano gli ornamenti della carrozzella, le esclamazioni di ammirazione mentre lui attraversava le strade antiche di quella città.

Ma gli anni giovani erano ormai lontani e il cavallo si chiedeva con angoscia quanta vita ancora gli restasse. 

Gli sarebbe piaciuto pensare al tempo del suo riposo, a una stalla tranquilla, al silenzio e al conforto. Ma il suo padrone non parlava di smettere e nonostante lo nutrisse amorevolmente e lo strigliasse con attenzione, sembrava non capire l’affanno del suo animale.

*** *** ***

Quattro persone erano salite.

La carrozzella poteva andare.

Il cavallo pensò che i turisti erano sempre più grassi.

E pesanti.

Il caldo, nonostante fosse quasi sera, era insostenibile.

Ma il padrone lo fermò: una turista con una bambina di circa sei anni gli si affrettava incontro. Salirono anche loro e la carrozzella si avviò.

Il cavallo, con una certa difficoltà, negli anni aveva imparato a contare.

E gli sembrò che quel giorno i turisti fossero troppi.

Aveva sentito i vetturini parlare di cavalli stroncati dal caldo e dalla fatica.

Uno lo conosceva bene: era un essere generoso e gagliardo.

Si era abbattuto per strada, sfiancato.

Non c’era stato nulla da fare.

Forse lo avevano mandato al trotto, e lo sapevano tutti che era proibito.

Al passo bisognava andare, al passo.

Ma un cavallo stanco difficilmente si ribella.

*** *** ***

Il lavoro era stato estenuante, terribile.

Finalmente anche quel turno serale si concluse.

Uno dopo l’altro i passeggeri scesero, alcuni lentamente, gravati dal proprio peso, altri agili e compiaciuti.

Per ognuno di loro che si allontanava, il cavallo emise un sospiro di sollievo.

Ma sentì che la donna e la bambina parlavano con il suo padrone.

Potevano trattenersi un po’ vicino alla carrozzella? Chiese la madre.

Aveva dato appuntamento a suo marito proprio in quel luogo e lui ancora non si vedeva.

Non c’erano problemi, rispose l’uomo.

Stessero pure vicine al cavallo.

Anzi, il bar accanto aveva dei tavolini sulla piazza.

Potevano accomodarsi, lei e la bambina.

*** *** ***  

Per distrarre la figlia nell’attesa, la madre tolse un libro dalla borsa.

Il padrone della carrozzella doveva allontanarsi per delle commissioni rapide e di lì a poco avrebbe condotto l’animale alla stalla.

La bambina, intanto, chiese alla donna di leggerle il racconto iniziato il giorno prima.

Lei  era stanca e poi le piaceva ascoltare la voce materna.

La madre assentì.

Allora, incuriosito,  il cavallo si preparò ad ascoltare.

*** *** ***

“Perseo tagliò di netto la testa di Medusa, dai capelli simili a serpenti. E dal sangue di lei nacque Pegaso, un bellissimo cavallo alato. Quindi Perseo prese con sé la testa di Medusa e impietrì i nemici con lo sguardo di lei. Zeus, infine, regalò Pegaso all’eroe Bellerofonte”.

La bambina amava la mitologia.

Al sentire che Perseo aveva tagliato la testa di Medusa, sbarrò gli occhi spaventata, ma  continuando ad ascoltare rimase sconvolta quando seppe che Bellerofonte, salendo in cielo con Pegaso, venne disarcionato dal cavallo e precipitò al suolo.

La madre, ormai, era arrivata alla fine:

“Pegaso allora fu trasformato in una costellazione scintillante, che da lui prese il nome”.  

Il cavallo aveva ascoltato l’intera storia con attenzione stupita ma, proprio in quel momento, si sentì una voce maschile, un richiamo.

Il marito era giunto e i tre si allontanarono rapidamente.

*** *** ***

Era stupefatto: conoscere la storia di Pegaso lo aveva colmato di gioia.

Un essere alato, un cavallo come lui.

Desiderò levarsi in cielo, agitare solennemente le ali, vedere dall’alto quel mondo che sbirciava  a fatica di giorno, sentirsi libero.

Ma giunse il suo padrone per condurlo alla stalla.

E lo sistemò per la notte.

*** *** ***

Nonostante la stanchezza, il cavallo non poteva riposare.

Ripensava al racconto, immaginava il volo alato.  

Guardò attraverso le sbarre di un’apertura per cercare la costellazione di cui il mito parlava.

E non seppe trovarla.

Allora chiese a tutte le stelle del cielo di aiutarlo, perché sul suo dorso di cavallo da tiro crescessero le ali.

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*** *** ***

La mattina dopo il padrone entrò nella stalla: si preparava ad una solita giornata di lavoro.

Guardò con attenzione: c’erano molti cavalli, tranne il suo.

Attonito, scrutò intorno.

I finimenti erano al solito posto, ma nessuna traccia del cavallo.

La porta della stalla era aperta, è vero, ma forse qualche suo collega l’aveva lasciata così, per distrazione o per comodità: i vetturini partivano quasi tutti alla stessa ora.

E poi era difficile che qualcuno gli avesse rubato il suo animale, già stanco e anziano.

*** *** ***

Non riusciva a darsi risposte.

E ancora meno poté capire quando, guardando con più attenzione nello spazio che il cavallo occupava, vide qualcosa.

Erano piume e qualche penna, grandi e bianche.

Troppo grandi perché fossero dei colombi che si riparavano sotto la copertura del tetto.

I gabbiani, poi, non entravano nella stalla, si disse.

Ma quelle piume e quelle penne erano grandi anche per loro, che sfrecciavano liberi nel cielo aperto, signori del vento.

Gloria Lai

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L’ANGELO

Opera tutelata da Patamu.com con il n°69996 del 14/09/2017

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Ago 02 2017

L’ANGELO

La scrutava da vicino.

L’aveva vista crescere, sbocciare piano, poi era rimasto abbagliato da lei.

Era bella, dolce, gentile.

Se lui fosse stato un uomo, si sarebbe presentato, le avrebbe offerto doni, mostrandole ammirazione e rispetto, le avrebbe rivelato la sua passione.

Ma questo era impossibile.

Lui era il suo angelo custode.

*** *** ***

Gli altri esseri di luce lo vedevano rattristarsi e la sua perfezione si incrinava ogni giorno: prendeva il volo lentamente, ombre lievi scurivano il suo aspetto.

E poi, quella tensione che lui sentiva dove gli uomini hanno il cuore.

Tutto questo, però, i suoi compagni non riuscivano a capirlo.

*** *** ***

Nel volare, vedeva il mondo dall’alto.

Lo trovava bellissimo e non comprendeva come in quei luoghi splendidi l’umanità potesse odiarsi.

Ma lo colpivano la forza dell’amore e i dubbi degli umani, la precarietà della vita e quell’andare a volte sofferto.

Poi, lo scuoteva la loro felicità improvvisa, così folgorante da lasciare muti.

E così breve, da perdersi in un attimo.

Li ammirava per il coraggio di resistere e proseguire, anche dopo lo strazio di un dolore ma sempre, dal fondo di questi pensieri, emergeva lo splendore umido degli occhi di lei.

Lo estasiava, inoltre, la bellezza degli animali.

Ammirava il loro muoversi armonico.

E si chiedeva da dove venisse la violenza di coloro che li suppliziavano, senza pietà né comprensione.

Come potessero offendere oscenamente l’armonia di quei corpi, irriderli e straziarli.

Come riuscissero, in tanti, a spezzare la loro sacralità arcana.

*** *** ***

Lui la trovava ammirevole.

Lei, infatti, raccoglieva animali feriti, li accudiva, li salvava, poi li metteva in libertà.

Ma alcuni li tratteneva con sé, soprattutto gatti, che restavano nella sua casa al riparo, quand’era inverno.

Curava le piante e si stupiva a guardarle.

Non strappava i fiori e mormorava scuse, se nell’andare li urtava.

E poi capiva dagli sguardi le tristezze degli altri e le bastava poco per strappargli un sorriso.

Era attenta alle piccole cose del mondo.

E lui, che poteva insegnarle l’armonia, si trovava talvolta a impararla da lei.

*** *** ***

Anche se non voleva turbarla, gli era difficile nascondersi del tutto.

Infatti lei qualche volta si sentiva osservata, come se uno sguardo benevolo la scrutasse.

Altre volte percepiva un soffio, un vento leggero.

“Ho lasciato la finestra accostata”, lei si diceva.

Poi controllava.

Le ante, invece, erano perfettamente chiuse.

*** *** ***

Gli altri angeli ormai avevano capito, ma speravano di trattenerlo.

“Sfiducia, infelicità e malattie affiggono gli uomini” gli dicevano.

“E l’amore, anche se esiste tra loro, può essere fragile o breve come un soffio. Infine giunge la morte” continuavano.

“A volte pietosa, a volte straziante e oscena. Dopo il suo passaggio noi accogliamo tutti, uomini e animali, che si abbandonano fiduciosi. Ma siamo esseri di luce come te. Non viviamo quelle realtà”.

*** *** ***

Lui ascoltava.

Dopo aver riflettuto a lungo, si convinse che anche la sua essenza eterna era fragile.

E la sua esistenza gli apparve come un lento ed estenuante morire.

Certo, gli umani soffrivano, ma conoscevano il calore degli abbracci, gli sguardi persi nell’altro, le carezze che salvano.

Conoscevano i misteri dell’amore e la misericordia, le parole sconvolte a raccontare il dolore.

E il silenzio davanti alla bellezza.

Soprattutto lo premeva il pensiero di lei.

Allora comprese davvero la forza potente dell’amore.

Desiderò starle accanto, svegliarsi la mattina e guardarle il volto ancora chiuso dal sonno, mangiare insieme, stringerle il corpo caldo e consolante, ridere.

Della morte seppe di non aver paura.

E decise.

*** *** ***

Più facile di quanto non pensasse.

La sua essenza di luce si rivestì di colori, una materia compatta si addensò intorno alla sua anima.

*** *** ***

Subito dopo lo colpì l’aspetto del proprio corpo: la potenza delle gambe, il respiro a sollevargli il petto, il chiarore della pelle.

Si guardò le mani.

Sembravano forti e capaci.

E percepì gli odori, così colmi e vitali.

Era un uomo, giovane e saldo.

Allora si avviò verso casa di lei.

*** *** ***

La porta si aprì.

Lui aveva bussato timidamente, pensando di chiedere un’informazione.

Ma un gatto sbucò rapido dall’interno e attraversò la strada.

Lui si lanciò all’inseguimento e apprezzò la velocità del proprio corpo.

Raggiunse l’animale che si fece prendere facilmente.

E tenendolo tra le braccia, ne sentì la morbidezza e il calore.

Quindi tornò indietro: lei era vicina alla porta.

E lui pensò che, anche così agitata, quella donna era bellissima davvero.

*** *** ***

“Grazie”, lei disse.

“Fortuna che sia riuscito a riprenderlo”, rispose lui, porgendole il gatto e sfiorandole le mani.

“Non sono di qui” continuò “Ma spero di trattenermi a lungo, se trovo un lavoro e una casa ”.

Lo sguardo della donna, limpido e luminoso, scivolava sul suo viso.

“C’è una casa libera, proprio qui vicino” gli disse.

“E quanto al lavoro, questo paese è giovane e ha bisogno di nuove braccia”.

Lui si voltò consolato a guardare la strada e le case, le botteghe e quell’animazione sana di un luogo vivo.

E lei poté allora ammirarlo apertamente.

Era l’uomo più bello che avesse mai visto.

Gloria Lai

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IL RISCATTO

Tutelato da Patamu.com, n.65904 del 6/7/2017

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Giu 21 2017

IL RISCATTO

Otto anni appena compiuti, ma era diversa dalle altre.

Le bambine che conosceva andavano a scuola, avevano una famiglia, ridevano, giocavano, a volte piangevano.

Anche lei andava a scuola, ma viveva con la nonna materna.

La vecchia, oltre a occuparsi di lei, badava a un campicello, a poche galline e a una pecora.

La bambina l’aiutava nelle faccende, dopo aver terminato i compiti.

Guardava la nonna chinarsi sulla terra, la scrutava mentre parlava ai suoi animali e la ammirava per la sua energia, nonostante l’età.

*** *** *** ***

Quando aveva il cuore triste, la bambina viveva un fatto straordinario.

Sentiva un rimescolio potente dentro il corpo.

E poco dopo, senza che lei potesse nulla, accadeva il prodigio.

Veniva trasformata in un verme scuro dalle tante zampe.

Solo lei e la nonna sapevano quel mistero.

La prima volta era successo dopo la morte della mamma.

Affranta dal dolore e nascosta nella sua stanzetta, la bambina si era sentita sprofondare dentro un’altra realtà, come se il corpo fosse risucchiato in un involucro vivo.

E si ritrovò a guardare allo specchio quello che era diventata.

Un essere sinuoso, un lungo corpo scuro.

Lo sconvolgimento fu tale da tramortirla.

La nonna la trovò sul pavimento, riversa di lato e contorta.

Stupefatta e inorridita, riuscì ancora a vedere qualche zampetta che rientrava nelle carni della nipote, lasciandole l’aspetto di sempre.

La vecchia ammutolì e attese con ansia che la bambina si svegliasse da quel torpore.

Allora ricordò una storia che le avevano raccontato nell’infanzia.

*** *** *** ***

Molte generazioni prima, una donna della famiglia, cattiva d’animo con le persone, trattava con durezza anche i suoi animali.

Li percuoteva, li strattonava, li nutriva a stento e quando doveva uccidere una gallina, si divertiva al supplizio di quella creatura.

Gli altri animali li allontanava con violenza o li maltrattava.

Una sera in campagna brutalizzò una lucertola e, non contenta di questo, si trastullò a tagliare a pezzetti lombrichi e bruchi, che inoffensivi strisciavano sul terreno o sui tronchi degli alberi.

*** *** *** ***

Ma la misura ormai era colma.

Mentre la donna procedeva, la terra si aprì di fronte a lei, presso una fonte.

Nel fondo della voragine le apparve un essere straordinario, un lombrico immenso coronato d’oro.

A lei rivolse parole terribili:

“La tua crudeltà ha superato la nostra pazienza. Non vivrai a lungo. Soffrirai nel morire e la tua discendenza porterà il segno della nostra ira. Sarai dannata nell’oltretomba e ogni sette generazioni una donna del tuo sangue, anche se innocente, si trasformerà in verme nei momenti di tristezza”.

*** *** *** ***

La nonna aveva sempre pensato che quel racconto fosse una leggenda, ma davanti al terribile prodigio era rimasta folgorata.

E la settima generazione, pensò, era proprio quella a cui la nipote apparteneva.

Da allora, altre volte la bambina si era trasformata e sempre la nonna le era stata accanto.

Un brutto voto a scuola raccontato al rientro, la nostalgia dolente della madre, il pensiero del padre, che non aveva mai conosciuto, una tristezza senza motivo.

Ad ogni sofferenza interiore, quel supplizio.

*** *** *** ***

La nonna aveva sperato che il prodigio svanisse con il tempo, ma questo non avvenne.

Ormai disperata, prese con sé la bambina, a cui aveva rivelato il racconto lontano, e si avviò con lei in piena campagna.

Mentre procedevano, il tempo era cambiato.

Le nuvole si addensavano e l’urlo del vento impauriva le viandanti, che si fermarono presso la fonte di cui il racconto parlava.

Allora la nonna cominciò a implorare la terra affinché si aprisse, come era già accaduto.

Finalmente si formò una voragine e davanti ai loro occhi apparve quell’essere straordinario coronato d’oro, immenso e terribile.

Entrambe gli si inchinarono davanti:

“Signore della terra,” pregò la nonna“mia nipote è innocente di quel male antico. Ti chiedo pietà”.

Il re della terra le guardò con attenzione.

“Erano innocenti anche gli animali che la sua antenata ha tormentato” disse.

“Ma voglio aiutarvi. Dammi la bambina. La libererò dal maleficio e la trasformerò in farfalla. Rimarrà per sempre al mio servizio.”

La bambina chinò di nuovo il capo:

“Signore,” disse “ ti obbedirò, ma permettimi di stare con mia nonna. Siamo sole al mondo.”

Il re della terra, la cui ira andava svanendo, rifletté un attimo.

Poi abbassò il capo, sfavillante d’oro.

Qualche istante dopo, si levarono verso il cielo due farfalle, una piccola e iridescente, l’altra scura e massiccia. Le loro ali si incrociarono, sfiorandosi in una danza di ringraziamento.

*** *** *** ***

Le guardò silenzioso, assorto.

Le due farfalle volavano leggere, sembravano felici.

E lui ne sentì pietà.

Cosa cambiava del male compiuto, se quelle due creature avessero pagato?

Erano innocenti anche loro, come le vittime inermi della violenza lontana.

Non era quello il giusto riscatto del dolore atroce di altri, del loro strazio inutile, della loro fine irrisa, pensò.

Infine, concluse consapevole, l’altra donna aveva scontato la sua perfidia, sette generazioni prima.

E per il resto del tempo.

*** *** *** ***

Allora sollevò il capo, facendo sfavillare la corona.

Le due farfalle interruppero il volo e si posarono lievemente sul terreno, agitando le ali.

Poi ripresero forma umana e stupore.

Si guardarono incredule.

E la luce del loro sorriso riuscì a oscurare lo splendore dell’oro.

Gloria Lai

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LA CLESSIDRA

Tutelato da Patamu.com n° di deposito 63621 del 31/5/2017

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Mag 10 2017

LA CLESSIDRA

Aveva degli splendidi occhi celesti.

Era il figlio del re, nato agli inizi di primavera.

In tutto il regno si parlava della sua bellezza.

I sudditi recarono doni e doni arrivarono da altri reami.

Oggetti d’oro, pietre preziose, stoffe luccicanti.

Ma il regalo più gradito fu un puledro bianco, dalla lunga criniera e dagli occhi celesti, come quelli del bambino.

Il sovrano ringraziò per il dono e pensò consolato che il figlio e il puledro sarebbero cresciuti insieme.

*** *** *** *** ***

Il re e la regina l’avevano aspettato a lungo.

E ormai disperavano che un figlio arrivasse.

Poi, la gioia travolgente di abbracciarlo, di odorarlo sul collo, di ammirarlo muti.

Molte notti non dormirono per stare a guardarlo, stretti l’uno all’altra, temendo che quel dono svanisse.

*** *** *** *** ***

Era il loro bene più pregiato.

E decisero che il figlio andava difeso da tutto: dalla tristezza, dalla povertà, dal dolore.

Gli misero intorno cortigiani giovani e belli, chiusero le porte del palazzo ai poveri e ai derelitti, perché vederli non lo rattristasse.

Quando crebbe, fermarono i messaggeri fuori dalle mura, affinché non sapesse delle guerre e delle morti.

I fatti del reame li trattavano i ministri in accordo col sovrano, ma lontano dagli occhi e dalle orecchie del bambino.

*** *** *** *** ***

Inconsapevole del male, il principe cresceva bello e gentile.

E il suo cavallo con lui.

Era emozionante vederli in corsa a sfidare il vento.

Poi si fermavano esausti, la stessa luce celeste negli occhi.

Ogni giorno percorrevano il vasto parco che circondava il castello.

Alte mura di pietra impedivano lo sguardo sui campi all’intorno.

E molte guardie vigilavano sulle porte sbarrate.

*** *** *** *** ***

Il bambino cresceva, aveva quasi dieci anni.

A corte si preparavano i festeggiamenti, ma una terribile carestia si diffuse nel regno.

E molti sudditi, indeboliti, si ammalarono.

Il re e la regina offrirono alla popolazione cibo, abiti, ricoveri, erbe curative, i migliori medici del regno.

Cercarono quanto possibile di recare aiuto, ma dal chiuso del loro castello.

Il loro figlio non doveva sapere nulla né rattristarsi nel vedere.

*** *** *** *** ***

Ma un pomeriggio il bambino e il cavallo, giunti alla fine del parco, trovarono sguarnita l’ultima porta.

Perso d’amore per una contadinella, il soldato aveva abbandonato il suo posto.

La ragazza lo aspettava impaziente oltre le mura, e quell’amore valeva il rischio, lui si era detto.

Del resto, pensò, il regno viveva ben altri problemi.

*** *** *** *** ***

Incuriosito, il bambino scese da cavallo, spinse esitante i battenti accostati.

E uscì.

Campi estesi, una strada, un villaggio in fondo.

Prese ad andare, accanto a lui il cavallo bianco.

Quello che vide, però, lo riempì di stupore dolente: lungo il cammino mendicanti esausti, bambini piangenti, donne sfatte.

Ai lati della strada, qualche corpo esanime.

Quelle immagini si mischiavano nel suo sguardo allo splendore dei saloni reali, agli abiti sontuosi dei cortigiani, alla loro bellezza intatta.

All’improvviso, scopriva un’umanità lacera e derelitta.

E mentre procedeva, capì di aver perso l’innocenza dei suoi anni.

*** *** *** *** ***

All’inizio del villaggio, una casupola dall’ingresso basso.

Oppresso da quelle visioni, il bambino legò il cavallo al tronco stentato di un albero ed entrò per chiedere un goccio d’acqua.

Aveva la gola riarsa e anche il suo cavallo soffriva la sete.

*** *** *** *** ***

All’interno, una stanza modesta.

Seduto ad un tavolo un vecchio e, accanto a lui, una clessidra.

“Ti aspettavo, principe” disse l’uomo.

Il bambino si fermò, incerto.

“Accostati, sei ancora più bello di quanto immaginassi”.

Quello sgranò gli occhi.

Alla sua domanda muta, il vecchio rispose:

“Io sono il Tempo. E questa è la clessidra della tua vita. Come vedi, la sabbia degli anni non scorre. I tuoi genitori hanno implorato questo dono per te”.

Il bambino, stupito, salutò con rispetto, poi chiese:

“Perché è ferma la sabbia dei miei anni?”

“Tu vivrai in eterno. Questo ha ottenuto il loro amore” rispose il vecchio.

“E cosa accadrà ai miei genitori?” chiese il principe.

“La vita scorrerà per loro. Poi se ne andranno, come è sorte dei mortali”.

*** *** *** *** ***

Il bambino sentì il pianto chiudergli la gola.

“E il mio bellissimo cavallo bianco?”

“Vivrà a lungo, invecchierà e lo vedrai morire”

“ Nessun altro mi accompagnerà in eterno?” chiese il principe, che tentava a fatica di ingoiare le lacrime.

“Nessun altro ha ottenuto questo dono. Ma tu puoi scegliere. Ho concesso anche questo ai tuoi genitori”.

In piedi davanti al vecchio, il bambino sentì il cuore tumultuare: d’improvviso esistevano per lui la sofferenza, la solitudine e la morte, gli affetti che finiscono e gli addii che affannano e straziano.

Si chiuse in se stesso, rifletté a lungo.

Poi tese la mano e non ebbe esitazioni.

Afferrò la clessidra e la girò deciso.

La sabbia si mosse e prese a scorrere lentamente.

Il Tempo non poté nulla.

Gli era concesso donare l’eternità, non cambiare le scelte dei mortali.

E il giovane principe, chinato il capo, sorrise.

Gloria Lai

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ROSSILLINA

Tutelato da Patamu.com n°deposito 61486 del 30/4/2017

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Feb 25 2017

ROSSILLINA

Quella bambola non le era riuscita bene.

Tondi gli occhi, troppo rossi i capelli, morbida nel corpo, ma sgraziata.

Si chiese a chi avrebbe potuto venderla.

In realtà, la donna era conosciuta per la perfezione dei suoi manufatti.

E quell’ultimo lavoro non le rendeva onore.

Anche l’abito rosso della bambola era uscito male, stretto e mal cucito.

Nessuno avrebbe acquistato un prodotto così imperfetto. Sospirò e gettò la bambola nel cestino, vicino al tavolo da lavoro.

Più tardi se ne sarebbe liberata, insieme con i resti di filo, stoffa e lana.

*** *** *** ***

In quella casa dove la donna, per arrotondare le magre entrate, realizzava bambole di stoffa, un altro essere occupava la stanza da lavoro: una gatta.

Era capitata lì per caso qualche anno prima.

La donna non l’aveva cacciata, ma si limitava a darle del cibo e non la accarezzava quasi mai.

La gatta, sentendosi trascurata, si strusciava di nascosto sulle bambole.

E si consolava con la morbidezza dei loro corpi di stoffa.

*** *** *** ***

Aveva avuto un’ infanzia felice, poi l’avevano regalata ad una famiglia numerosa e distratta, che spesso la dimenticava fuori, anche d’inverno.

Lei dapprima si sentì infelice, ma una sera decise.

E dopo aver annusato il vento, se ne andò senza voltarsi.

Corse raminga per strade e giardini.

Infine, giunta una notte in un cortile, si raggomitolò vicino all’ingresso della casa.

La mattina dopo, una donna uscì per tempo, lasciando la porta accostata.

La gatta si insinuò all’interno e vide stoffe, nastri, lana e fili.

Sperò di poter restare.

La donna non la mandò via, ma non le piacevano i colori della gatta.

E non l’accarezzava quasi mai.

*** *** *** ***

Dopo aver gettato la bambola, la donna si allontanò.

Nel rientrare in casa dalla sua uscita quotidiana, la gatta trovò qualcosa che non si sarebbe aspettata. Dentro il cestino degli scampoli inutili e dei fili spezzati, vicino al tavolo da lavoro, vide una bambola.

Incuriosita e guardinga la gatta le si accostò e, approfittando dell’assenza della donna, avvicinò il muso a quel viso di stoffa.

La bambola era triste e abbandonata, ma a lei sembrò così carina, che nella sua mente di gatta balenò una decisione: prese quel corpo di stoffa tra i denti e, stringendolo delicatamente come fosse un figlio, balzò fuori dalla finestra e tagliò dritta per i campi.

La donna nel rientrare cercò la gatta, ma non la trovò e non si dette pensiero a lungo.

Così come era giunta, si era detta in quegli anni, sarebbe andata via.

E in realtà quell’essere singolare non le era piaciuto mai troppo.

*** *** *** ***

La gatta corse finché le sembrò che il cuore le scoppiasse.

Quando finalmente si fermò, poggiò delicatamente la bambola sull’erba e la contemplò soddisfatta. Con quel rosso nei capelli e nella veste, certamente Rossillina sarebbe stato un bellissimo nome per lei.

La gatta se lo ripetè, miagolando.

Finalmente, pensò, un affetto nella sua vita.

Un affetto di stoffa.

Si sarebbe occupata lei della bambola, l’avrebbe scaldata nelle notti fredde, l’avrebbe consolata quando fosse stata triste.

Le si accostò, poggiò il suo corpo su quello morbido della bambola.

E fu allora che, mentre la gatta la guardava trepidante, Rossillina aprì le sue braccia di stoffa e si strinse fortemente a lei.

Gloria Lai

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L’ALBERO

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