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Lug 28 2018

UN PERCORSO PER INCONTRARE SE STESSI

Uscire dalla dipendenza alimentare è un cammino di conoscenza.

L’accesso a un diverso modo di nutrirsi segna un’importante trasformazione nella crescita individuale e rivela comprensioni altrimenti inaccessibili.

La maturità è fatta di conquiste successive che sviluppano una crescente abilità nell’accogliere il significato della vita.

Tuttavia, come in ogni rito di passaggio, per conquistare un nuovo stile alimentare è necessario superare delle prove.

Ogni iniziazione, infatti, è correlata a una simbolica morte e rinascita che comprende la fine dell’esistenza su un livello e l’ascensione al livello successivo.

Durante il cambiamento le tappe da attraversare riguardano trasformazioni fisiche, mentali, emotive, psicologiche e spirituali.

Spesso sono impedimenti interiori che, una volta superati, ci guidano alla scoperta di una nuova etica, rivelando una saggezza più rispettosa dell’esistenza.

Nel mio percorso personale e professionale ho individuato sei ostacoli ricorrenti:

  1. lo stomaco vuoto

  2. la memoria cellulare

  3. la paura dell’ignoto

  4. la paura di morire

  5. la paura della leggerezza

  6. la paura della Totalità

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LO STOMACO VUOTO

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Una volta presa la decisione, la sfida più grossa riguarda la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

E mette in luce il gioco socioeconomico volto a tenerci schiavi di una dipendenza nascosta dietro l’alibi della sopravvivenza.

Ci viene insegnato che mangiare è indispensabile per vivere.

Eppure…

Mentre il digiuno è uno strumento fondamentale per ripristinare la salute (gli animali lo utilizzano spontaneamente), la sovralimentazione è la causa più frequente di malattia.

Il bisogno smodato di mangiare è il sintomo di una disfunzione e la conseguenza inevitabile di una mancata accoglienza del valore della vita.

Ciò che cambia durante il percorso verso scelte più sane è il significato attribuito all’esistenza.

E la chiave che permette di accedere a soluzioni non più basate sulla violenza e attente all’energia che permea la creazione è proprio la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

L’ascolto intimo dell’empatia consente di accogliere il dono della vita per condividerlo nel mondo grazie a un atteggiamento riconoscente.

Infatti, quando il benessere si accompagna al dare: comprensione, ascolto, riconoscimento, gratitudine… la pienezza non riguarda più lo stomaco ma il cuore.

Se il cuore è pieno la fame sparisce e la realtà acquista un sapore nuovo.

La capacità di avere lo stomaco vuoto è il primo passo verso un modo di essere rispettoso e attento alla vita.

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LA MEMORIA CELLULARE

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Le nostre cellule mantengono il ricordo delle emozioni che abbiamo vissuto.

Queste memorie condizionano gli atteggiamenti, rendendo difficile l’acquisizione di comportamenti nuovi.

Cambiare vuol dire percorrere una strada solitaria, priva della condivisione con la maggior parte delle persone che ci sono vicine.

La memoria cellulare conserva le sensazioni legate alle tradizioni della nostra famiglia e del nostro paese.

Quando decidiamo di seguire un criterio alimentare diverso dal consueto è importante vivere e condividere emozioni gratificanti, in modo da affiancare ai ricordi antichi, impressi nelle cellule, le nuove competenze.

Un’adeguata programmazione di valori più rispettosi del benessere e della vita sostiene il cambiamento, aiutandoci a vivere le trasformazioni che accompagnano le nuove scelte.

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LA PAURA DELL’IGNOTO

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Cambiare significa abbandonare le certezze per affrontare la novità.

Durante le fasi di progettazione può apparire esaltante vivere esperienze sconosciute.

Tuttavia, nella pratica, insieme all’entusiasmo si attivano tante paure.

Ciò che non conosciamo suscita sospetto e timore.

L’ignoto è guardato con diffidenza e rende difficile portare avanti i progetti.

Nonostante le consuetudini ci tengano intrappolati dentro situazioni invivibili e irte di difficoltà, l’ansia di affrontare la novità paralizza spesso le risorse evolutive creando i presupposti della malattia.

La paura dell’ignoto affianca la paura della morte e tiene in scacco il desiderio di sperimentare situazioni nuove.

Occorrono forza di volontà e determinazione per abbandonare l’apparente sicurezza che deriva delle abitudini e avventurarsi in territori ancora inesplorati.

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LA PAURA DI MORIRE

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Spesso è la paura di morire il motivo per cui abbandoniamo tutto e torniamo a seguire un’alimentazione sbagliata.

Nella realtà ciò che muore sono le abitudini alimentari malsane, i pregiudizi e il bisogno di uccidere per vivere.

Al loro posto prende forma uno stile di vita armonico e rispettoso delle altre creature.

Tuttavia, la mancanza di approvazione può diventare insopportabile e costringerci ad abbandonare tutto.

Lo spauracchio della morte agisce scatenando insicurezze e paure.

Rinunciare al consenso di amici e parenti presuppone una profonda riflessione interiore e un ascolto attento della propria intima verità.

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LA PAURA DELLA LEGGEREZZA

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Quando diminuisce la quantità di cibo che l’organismo è abituato a consumare quotidianamente si sperimenta una leggerezza nuova.

Sembra quasi che il corpo modifichi la propria densità e la forza di gravità agisca diversamente.

Il pensiero diventa veloce, la comprensione limpida, i colori vividi, l’udito pronto, le movenze sciolte… tutte le percezioni si potenziano e i sensi sottili si attivano.

Un’alimentazione sana regala sensazioni nuove e ci avvicina a un mondo altrimenti invisibile.

Aprirsi all’accoglienza di tutte le forme di vita spalanca le porte alla scoperta di nuovi piani dell’esistenza.

Tutto questo può creare un senso di disorientamento e di vertigine.

Non è facile passare dall’intorpidimento causato da una dieta tossica alla scoperta di potenzialità ancora inespresse.

È necessario imparare a leggere la realtà con uno sguardo capace di contenere l’infinito.

Aprirsi alla Totalità significa scoprire una parte di sé in ogni cosa che esiste, rinunciando per sempre ai privilegi e alla prepotenza nella quale siamo cresciuti.

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LA PAURA DELLA TOTALITÀ

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Avvicinarsi all’idea della Totalità significa allontanarci dalle coordinate spazio temporali con cui abbiamo imparato a muoverci nel mondo.

La mente perde la sua sicurezza e ci si ritrova facilmente in un territorio scivoloso dove tutto e il contrario di tutto possiedono il medesimo valore.

Il linguaggio dei paradossi appartiene all’Amore e alla Totalità ma sfugge alla linearità cui siamo abituati, facendoci sentire vittime di una pericolosa schizofrenia.

Tuttavia, il desiderio di raggiungere una comprensione più ampia spinge ad aprirsi all’impossibile guidandoci a contattare una saggezza fatta di intuizioni e basata su una conoscenza soggettiva, empirica e affettiva.

È il linguaggio dell’amore.

Gli animali lo conoscono d’istinto.

Gli esseri umani invece devono misurarsi con la pretesa egocentrica di poter padroneggiare l’esistenza.

Uscire dalla dipendenza dal cibo significa avvicinarsi a una libertà in cui tutto (ma proprio tutto) manifesta il suo valore e il diritto di esistere.

Per superare la paura della Totalità è importante aprirsi a una conoscenza fatta di sensazioni e di acquisizioni interiori, lasciando emergere la propria intima spiritualità.

Carla Sale Musio

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Lug 04 2018

AIUTO… HO LA PANCIA VUOTA!!!

Ci viene fame a intervalli regolari e, mediamente ogni tre ore, sentiamo la necessità di mettere qualcosa sotto i denti.

A prescindere da quanto e da cosa mangiamo.

Gli specialisti della psiche spiegano che l’inconscio ama i rituali e che la mente, per avere il controllo della realtà, ha bisogno di stabilità e di ripetitività.

Ma proprio la ritualità e la ripetitività sono gli ingredienti psicologici che cementano le dipendenze.

Impariamo presto ad associare la sensazione di avere lo stomaco pieno con il rilassamento che deriva dal potersi concedere un break.

Nella nostra società il tempo dedicato a mangiare è quasi sempre l’unico momento di pausa durante la giornata, il pretesto che consente di fermarsi a riprendere fiato.

Questo fa sì che il cibo si carichi di significati che hanno poco a che vedere con la nutrizione e riguardano invece il desiderio di dedicarsi a se stessi.

Un desiderio negato dalle esigenze incalzanti della civiltà del benessere.

Tuttavia, quando il nutrimento serve a compensare i bisogni affettivi si trasforma in qualcosa di molto diverso dalla necessità di preservare la vita.

Sentirsi amati, riconosciuti e valorizzati sono aspetti imprescindibili della salute mentale e, delegarne l’assolvimento all’alimentazione significa trasformare l’oralità in una fonte di appagamento psicologico.

È in questo modo che la pienezza dello stomaco ruba il posto alla pienezza dell’amore, trasformando la nutrizione in una dipendenza da cui è (quasi) impossibile uscire.

La digestione e l’intorpidimento che consegue allo spostamento dell’energia dal cervello alla pancia… diventano segnali associati al benessere emotivo e perciò indispensabili per sentirsi bene.

Ma hanno poco a che fare con la fame e con l’alimentazione.

Quando l’atto di mangiare si trasforma nel canale privilegiato per ricevere affetto, nel mondo interiore si consolida una pericolosa dipendenza dal cibo.

E la scimmia, che colpisce chi decide di cambiare le proprie abitudini alimentari, si fa sentire immediatamente.

Basta pronunciare la parola dieta.

Soltanto il pensiero di ridurre le dosi scatena nella psiche e nel corpo terribili crisi di astinenza.

Nella nostra cultura l’idea di avere la pancia vuota è associata alla sensazione di avere il cuore vuoto e provoca un doloroso stato di angoscia.

Questo spiega come mai ciò che è facilmente digeribile genera spesso un malessere interiore, facendoci sentire abbandonati e soli.

La pesantezza che spesso accompagna la digestione prolunga la possibilità di avere lo stomaco pieno, amplificando la percezione affettiva legata al cibo (quel senso di completezza e benessere che appartiene all’amore).

È un piacere destinato a sparire rapidamente per cedere il posto alla sonnolenza, al torpore e allo stordimento e, tuttavia, conferma la dipendenza alimentare e la reitera.

Nel panorama delle scelte nutritive tante indicazioni salutiste consigliano una disintossicazione a base di liquidi, proprio perché ciò che è fluido attraversa rapidamente il canale digestivo senza appesantire gli organi interni, permettendo al fisico di riprendere immediatamente le proprie attività abituali.

Scegliere esclusivamente cibi liquidi può essere un passaggio importante per liberare i pasti dalla dipendenza affettiva, permettendo al corpo di ricevere il nutrimento in modi salutari.

Eppure…

Chiunque abbia seguito una dieta liquida, anche solo per poco tempo, riferisce di aver provato una forte insoddisfazione insieme all’esigenza di tornare rapidamente a nutrirsi nei modi consueti, certamente più impegnativi per la digestione ma psicologicamente più gratificanti.

Ecco perché le diete sane e corroboranti sono difficili da seguire: non soddisfano i bisogni emotivi nascosti dietro il pretesto dell’alimentazione e scatenano dolorose crisi di astinenza.

Per cambiare le proprie abitudini alimentari è necessario slegare il piacere dell’affettività dal desiderio del cibo.

Finché l’alimentazione rappresenta un surrogato delle esigenze emotive non è possibile modificare la propria dieta senza incappare nello scoraggiamento.

La salute è prima di tutto libertà dalle dipendenze che ammalano il corpo e la psiche.

Un mondo nuovo prende forma grazie alla responsabilità di ciascuno.

Nutrire in modi appropriati il riconoscimento dei sentimenti e la soddisfazione delle necessità affettive è il primo passo verso una società capace di prendersi cura del benessere di tutti.

Non riempiendo la pancia ma colmando adeguatamente il bisogno d’amore.

Carla Sale Musio

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Giu 10 2018

HAI BISOGNO DI MORDERE?

Da bambini portare tutto alla bocca è la modalità conoscitiva per eccellenza.

Un pensiero atavico ci spinge a credere che ingoiando qualcosa possiamo fare nostre le sue qualità.

Così:

  • mangiando un toro si diventa potenti

  • mangiando l’erba si diventa elastici

  • mangiando un serpente si diventa sinuosi e capaci di nascondersi

  • mangiando un pesce scomparirà il mal di mare

Un’idea ancestrale considera lo stomaco alla stregua di un elaboratore dati in grado di distillare nel nostro organismo le virtù e i principi di ciò che ingeriamo.

Non è un pensiero logico.

Ha radici antiche.

Esiste nell’inconscio collettivo e viene abilmente sfruttato per venderci prodotti inutili (e spesso tossici) coltivando l’equazione:

.

MANGIARE = ACQUISIRE

.

Acquisire:

  • forza

  • prestanza

  • sicurezza

  • piacere

  • popolarità

  • successo

  • … e così via!

Immagini e slogan pubblicitari fanno leva su questo principio inconscio e potente.

Stimolano il desiderio di possedere qualcosa mettendola in bocca.

Agiscono sulla credenza che l’organismo assimili ciò che inghiottisce per renderlo parte integrante di sé.

Stuzzicano il bisogno di possesso.

Lusingano l’egocentrismo infantile che accompagna il piacere orale.

I cuccioli hanno la necessità di stimolare le gengive.

Massaggiarle è un modo per alleviare il dolore che accompagna la crescita dei primi dentini.

Per loro, conoscere il mondo mettendolo in bocca significa creare le prime relazioni con l’esterno.

Morsicando la vita, i bambini modulano il bisogno di fusione e la scoperta dell’altro.

Esplorano il dentro e il fuori, il pieno e il vuoto, l’io e il tu, la presenza e l’assenza.

Devono abbandonare il piano dell’Infinito da cui provengono per muoversi nelle coordinate della fisicità, imparando ciò che appartiene a una realtà fatta di prima e dopo, vicino e lontano, mancanza e completezza, paura e prepotenza, mio e tuo.

L’egocentrismo li spinge ad addentare l’esistenza per farla diventare una parte di sé.

E quando la fusione non è possibile in loro aiuto arriva il possesso: quel bisogno spasmodico di avere ciò che sfugge, per non perderlo.

Mordere riempie i vuoti dello stomaco e del cuore.

È così che impariamo a conoscere l’avidità, la gelosia, la rabbia, la prepotenza e il dominio.

È così che dimentichiamo la Totalità e perdiamo la sicurezza che deriva dal riconoscere ogni cosa in se stessi.

Mordere calma la paura dell’ignoto, la vergogna della diversità, l’angoscia della solitudine.

E nel tempo si trasforma in un rituale capace di farci sentire uniti.

Uniti nel piacere di condividere il cibo.

Uniti nel piacere di combattere un nemico.

Noi e loro.

Io e gli altri.

I buoni e i cattivi.

Mangiare insieme significa essere parte di un gruppo.

Ci fa sentire meno soli.

.

Chi non mangia in compagnia è un ladro o una spia”

.

Oggi la condivisione del cibo è diventata un cerimoniale indispensabile alla socializzazione, il veicolo privilegiato per dimostrare di volersi bene.

Ma è un volersi bene possessivo.

Discrimina la diversità.

Impone l’appartenenza.

E rende indispensabile l’omologazione.

Pena: l’emarginazione, la derisione e l’abbandono.

Chi lucra sulla vendita del cibo conosce bene i meccanismi psicologici che sottostanno all’alimentazione.

E sfrutta a piene mani i nostri bisogni infantili per tenerci schiavi grazie all’oralità.

Per liberarsi dalla bulimia sociale che rende vittime del bisogno compulsivo di mangiare è necessario superare la fase orale e aprirsi a un’integrità interiore capace di far convivere gli opposti senza giudicarli.

Occorre ricomporre la Totalità dentro di sé arricchendo la conoscenza con l’esperienza dell’individualità.

Significa coltivare la comprensione, la cooperazione, la condivisione, l’ascolto e la solidarietà.

Per tutte le creature.

Per ogni aspetto di se stessi.

Vuol dire costruire un mondo migliore.

Capace di conoscere senza mordere, di amare senza possedere, di integrare senza emarginare e senza distruggere.

Durante l’infanzia il bisogno di portare tutto alla bocca ci aiuta a compiere i primi passi nel mondo della diversità, serve a farci scoprire i mille volti dell’Infinito, ci insegna la ricchezza nascosta nelle identità.

Ma poi è necessario integrare dentro di sé la conoscenza dell’altro, non per averlo inghiottito ma per averlo capito.

Non per chiuderlo nello stomaco ma per aprirsi alle profondità del dialogo.

Non per combatterne le differenze ma per conoscerne le qualità.

Carla Sale Musio

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Mag 29 2018

SPECISMO… O DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITÀ?

Coltiviamo la certezza di essere la specie più evoluta del pianeta: quella creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ma ignoriamo che questa convinzione sia il sintomo di una patologia chiamata Disturbo Narcisistico di Personalità e basata sulla percezione di una superiorità soggettiva e onnipotente.

Da tempo immemorabile il dibattito sulle diverse forme dell’intelligenza ha portato gli studiosi a comprendere che le valutazioni della conoscenza non vanno circoscritte al sapere della maggioranza, ma è necessario calibrare le performance in modo da renderle adeguate a tutti.

Eppure… quando è in gioco l’antropocentrismo nemmeno le scoperte scientifiche valgono più! 

Essere umani contiene un diritto di supremazia.

Imprescindibile.

È una pretesa arbitraria che evidenzia la patologia insieme alla necessità di una cura.

E segnala l’urgenza di garantire a ogni essere vivente il diritto all’esistenza e al rispetto delle proprie peculiarità.

Forti di valutazioni che tengono conto esclusivamente delle caratteristiche umane consideriamo inferiori tutte le altre specie.

Poiché gli animali non utilizzano un linguaggio simile al nostro ci sentiamo autorizzati a postulare anche una mancanza di intelligenza, legittimando il diritto alla sopraffazione.

È difficile accettare che questa pretesa egocentrica sia il sintomo di una disfunzione che il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) definisce:

 .

Disturbo Narcisistico di Personalità

.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità è un disturbo della personalità i cui principali indicatori sono:

  • un eccessivo egocentrismo

  • un deficit nella capacità di provare empatia

  • una esasperata idealizzazione di sé

Si tratta di una patologia caratterizzata dalla percezione di un Sé Grandioso, dal sentimento esagerato della propria importanza e dalle difficoltà di coinvolgimento nella percezione dell’altro.

Le persone affette da questa sintomatologia manifestano un egoismo esorbitante di cui di solito non sono consapevoli, arrivando a tiranneggiare chi hanno vicino senza alcuno scrupolo e senza nessuna comprensione della propria crudeltà.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità ci impedisce di analizzare con obiettività il sapere delle altre specie, occultandone le risorse, il valore, le potenzialità e i doni.

Occorrono: spirito di ricerca, capacità di ascolto, empatia, determinazione e rispetto, per cogliere la profondità di una cultura che utilizza principi differenti da quelli che ci sono abituali.

Per riconoscere la civiltà degli animali è necessario superare il Disturbo Narcisistico di Personalità e osservare con più umiltà i saperi delle specie diverse dalla nostra.

Ma soprattutto è indispensabile aprirsi a una comprensione biocentrica delle relazioni che uniscono gli esseri viventi dando vita a un ecosistema capace di garantire il benessere di tutti.

Quando ognuno contribuisce all’integrità della vita la capacità di mettersi in gioco si libera dall’egocentrismo formando una società volta al benessere del singolo e del pianeta nella sua interezza.

E questo è il requisito su cui poggiano tutte le culture degli animali.

Le altre specie possiedono una saggezza che noi abbiamo perduto.

Per loro la conoscenza dell’ecosistema e l’ascolto dei mondi interiori sono parte di una verità antica e piena di valore.

Biocentrismo, intuizione, istintività, paranormalità… appartengono a un sapere che li rende capaci di rispettare il pianeta, di frequentare le altre dimensioni e di conoscere il significato profondo della vita.

Valori che noi non riusciamo più a considerare tali.

È questa la conseguenza della patologia narcisistica in cui viviamo immersi.

Una patologia che ammala la civiltà umana dando origine a problematiche sconosciute a ogni altra specie.

Usura, pedofilia, schizofrenia, disturbi alimentari… sono malattie ignote agli altri animali.

Il loro sapere comprende valori e abilità impensabili per noi e questo dovrebbe indurci ad imparare piuttosto che a sfruttarli.

La capacità di riconoscere ciò che non si può toccare è un requisito importantissimo per la salute mentale.

Saper distinguere le emozioni e i sentimenti e comportarsi di conseguenza sono le risorse che permettono agli specialisti della psiche di aiutare tante persone in difficoltà.

Gli animali le utilizzano per muoversi nell’ambiente e comunicare tra loro.

Noi invece preferiamo la manipolazione e la menzogna, giudichiamo sconveniente l’autenticità e inibiamo l’ascolto della nostra verità… per ottenere un amore del quale non siamo mai sicuri.

Poi ci ammaliamo di depressione, di attacchi di panico, di ossessioni, di compulsioni e delle innumerevoli malattie che segnalano la perdita di un contatto profondo con la vita.

Tutti gli animali ci insegnano con l’esempio della loro esistenza a ritrovare il legame che unisce ogni creatura al suo ambiente e il valore di un ascolto intimo, fatto di conoscenza e di intuizione, di sensazioni e di percezioni visibili e invisibili.

Carla Sale Musio

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Mag 23 2018

ORTORESSIA: come la psichiatria imprigiona la libertà di pensiero

Si chiama ortoressia l’etichetta che demonizza chi sceglie un regime alimentare diverso da quello della maggioranza.

Grazie a un’accurata descrizione di sintomi e a un corollario ben orchestrato di spiegazioni scientifiche, la psichiatria questa volta mette alla gogna gli spiriti liberi e responsabili.

Un tempo esisteva il disturbo ossessivo compulsivo e da solo bastava a indicare la sofferenza psicologica derivante dal sentirsi costretti a compiere più volte al giorno una serie di azioni stereotipate, vissute come indispensabili per raggiungere la sensazione interiore di vivere in pace con se stessi.

Oggi alla diagnostica tradizionale si è aggiunta una perversione nuova volta a discriminare chi sceglie di occuparsi in prima persona della propria alimentazione e invece di seguire il branco si impegna ogni giorno a selezionare il proprio menù seguendo un criterio salutista fatto di scelte accurate e, ahimè… controcorrente.

Si potrebbe discutere a lungo sull’utilità di trovare definizioni psichiatriche alla sofferenza psicologica, ma qui voglio soltanto sottolineare in che modo il demone della patologia sia stato costruito ad arte per comporre un quadro diagnostico funzionale agli interessi delle case farmaceutiche e alla necessità di plasmare la nostra psiche rendendola schiava di esigenze che hanno ben poco a che vedere con il benessere e con la salute.

Occuparsi della propria alimentazione in modo attento e consapevole dovrebbe essere per tutti un dovere imprescindibile, necessario a condurre una vita sana e soddisfacente.

Tuttavia, la nosografia psichiatrica è riuscita a trasformare un gesto di responsabilità e di partecipazione civile in una psicopatologia da contrastare grazie al meticoloso utilizzo di farmaci, ricoveri e psicoterapia.

Chi ne risulta affetto se la dovrà vedere davanti a un giudizio sociale colpevolizzante, omologato e crudele, rischiando di portare per sempre le stimmate della malattia mentale e dell’emarginazione.

Infatti, è proprio la preoccupazione per la salute e per le scelte nutrizionali che la sottendono ad essere finita questa volta nel mirino degli psichiatri.

Non serve opporsi e dichiarare il bisogno di controllare una cultura gastronomica sempre più distante dalle necessità della sopravvivenza e incentivata da esigenze commerciali.

Passare troppo tempo a esaminare le etichette dei prodotti alimentari, rifiutarsi di bere e mangiare cibi carichi di tossicità o di violenza, evitare di partecipare a riunioni goliardiche incentrate sul consumo smodato di alimenti malsani… non è il segnale di un comportamento responsabile e maturo.

Al contrario: è un sintomo da curare!

E protestare non servirà, perché chi si trova dalla parte GIUSTA della scrivania tiene il coltello per il manico.

Contrastare il verdetto degli psichiatri, infatti, è considerato sintomo di una patologica resistenza ad accettare la diagnosi.

Ecco quindi che tante persone in lotta con l’avvelenamento nascosto dietro alla vendita degli alimenti, dovranno prestare attenzione a ciò che dicono e a ciò che fanno.

Pena: un ricovero coatto e una cura farmacologica capace di ricondurli alla ragione

E chi ancora insiste a non seguire la dieta prescelta dalla maggioranza se la dovrà vedere con l’emarginazione riservata a quelli che hanno qualche rotella fuori posto.

Le scelte alimentari vanno bene solo nel range indicato dalle statistiche, quello incentivato dalla pubblicità e dai mass media e finalizzato a tenerci cronicamente dipendenti dalle medicine.

In questo modo le case farmaceutiche possono continuare a garantirsi i loro lauti guadagni.

La cura è quella degli interessi economici e la salute è quella che li incrementa con regolarità.

L’obbiettivo della scienza medica non è il benessere delle persone ma la longevità delle malattie, funzionale alla vendita di pillole sempre diverse e alla creazione di una popolazione cronicamente bisognosa di terapie.

In questo scenario il cibo e la dipendenza che ne deriva sono strumenti potenti ed efficaci per assicurarsi il mercato del farmaco e, come dimostrano le tante ricerche su questi argomenti, non servono persone armate di spirito critico, di consapevolezza, di interesse e di curiosità.

Occorre piuttosto una massa gregaria di consumatori diligenti, pronti a banchettare senza chiedersi perché e senza alcun desiderio di indagare le conseguenze delle proprie scelte alimentari.

Per chi si ribella è arrivata l’ortoressia a dimostrare che la coscienza non è necessaria e che la salute non corrisponde al benessere individuale, perché gli sforzi volti a costruire la consapevolezza sono diventati una patologia con tanto di timbro e di ricetta medica.

Nel mondo dell’economia non c’è posto per le menti consapevoli: è auspicabile la lobotomia.

Ma negli anni duemila il bisturi non serve più, i manicomi sono stati chiusi e al posto delle prigioni abbiamo la diagnostica psichiatrica, l’omologazione e l’emarginazione.

Benvenuta ortoressia!

Carla Sale Musio

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Mag 16 2018

USCIRE DALLA DIPENDENZA ALIMENTARE

L’atto di mangiare è il nostro primo apprendimento: abbiamo appena messo il naso su questo pianeta che subito la mamma ci attacca al seno invitandoci ad assaporare il cibo.

E chi non vi si dedica e col dovuto entusiasmo è spronato a impegnarsi affinché non corra il rischio di morire d’inedia.

Eppure lo spettro della fame non esiste più nei paesi industrializzati.

Al suo posto incombe invece il pericolo dell’obesità.

Le statistiche mediche segnalano con urgenza i danni conseguenti alla sovralimentazione.

Tuttavia nessuno si preoccupa delle patologie legate all’abuso alimentare.

Siamo così convinti della necessità di mangiare più volte al giorno che non riusciamo nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere se le fonti alimentari fossero diverse e i bambini potessero scegliere spontaneamente le modalità nutritive congeniali al loro organismo.

Un mondo migliore presuppone la conoscenza di soluzioni alternative alla bulimia, all’anoressia e all’obesità che ammalano il nostro stile di vita.

Molte ricerche dimostrano che la vitalità e la luce sono i requisiti indispensabili per vivere in buona salute.

Tutti gli alimenti, infatti, possiedono un potere nutrizionale proporzionale alle radiazioni luminose che contengono (Il codice della luce).

Ci sono persone che hanno cambiato il proprio metabolismo e possono alimentarsi esclusivamente di energia (www.breatharianworld.com).

Queste persone non hanno bisogno di mangiare per vivere.

Esistono bambini nati da mamme che si nutrono grazie a una vibrazione luminosa e interiore (PFW 2016 conference).

Questi bambini hanno potuto scegliere quando e cosa mangiare, senza dipendere dal cibo per la loro sopravvivenza.

Andiamo incontro a un mondo dove la sopraffazione legata al piacere del gusto sarà sostituita dalla cooperazione e dal rispetto per tutte le creature.

Un mondo in cui l’empatia, la creatività e l’ascolto di sé modelleranno un sapere nuovo.

E, anche se questa civiltà ci appare ancora lontana e poco credibile, il cambiamento si sta già delineando.

Impercettibilmente, ma inesorabilmente.

La sofferenza psicologica e fisica conseguente alla sovralimentazione diventa ogni giorno più evidente e sempre più persone scelgono la via della consapevolezza e del cambiamento, nonostante il bombardamento mediatico agito dagli interessi economici.

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Una pericolosa bulimia sociale ci rende vittime di una fame insaziabile

.

Esiste un mostro invisibile che stimola nella psiche il bisogno di mangiare in continuazione, intrecciando le necessità affettive con le dipendenze alimentari  fino a renderle indistinguibili.

Il primo passo per spingere i bambini a consumare ogni genere di dolcetti, merendine, snack, rompidigiuno, spuntini, stuzzichini… è mescolare le cure materne con il piacere dell’oralità.

Quasi tutti i cuccioli della specie umana nei primi mesi di vita sentono il bisogno di portare il dito in bocca o succhiare una tettarella di gomma.

Questo gesto comune e apparentemente innocente segnala una patologia.

I piccoli dell’uomo imparano molto presto a scambiare il cibo con l’affetto.

Per loro l’amore della mamma passa attraverso l’assunzione degli alimenti e questa sovrapposizione struttura una confusione tra il nutrimento affettivo e l’atto di portare qualcosa alla bocca.

Gli psicologi la chiamano fase orale e spiegano che soltanto dal suo superamento può prendere forma la maturità.

La crescita, infatti, passa attraverso la capacità di riconoscere all’altro una propria autonomia senza per questo aver bisogno di ingoiarlo.

A causa dei ritmi frenetici necessari alla sopravvivenza, sempre più spesso le madri della nostra specie si concedono il piacere di coccolare i figli solo durante il momento del pasto.

Questo trasforma l’atto di mangiare in una ricerca di affetto.

Dalla mescolanza tra cibo e intimità prende forma la dipendenza che sta ammalando l’umanità e distruggendo il pianeta.

Si struttura nei primi anni di vita e si mantiene viva grazie al bombardamento pubblicitario indispensabile a raggiungere gli standard di mercato.

Per liberarsi da questa patologia è necessario affrontare le crisi di astinenza che accompagnano l’uscita dalla dipendenza, seguendo un percorso progressivo capace di separare l’amore dalla necessità di sentire lo stomaco pieno.

Solo così può prendere forma una cultura libera dalle bugie dell’economia e dal bisogno compulsivo di sollecitare il senso del gusto.

La fase orale segnala la dipendenza più insidiosa che ci sia.

Si sviluppa nel rapporto intimo che ogni bambino vive con la mamma e si snoda attraverso un percorso di sollecitazioni pubblicitarie, di medicine, di merendine, di ricette e di tradizioni gastronomiche… dando forma a una dipendenza celata dietro la convinzione che mangiare sia indispensabile per vivere.

Di contro:

  • agli innamorati passa l’appetito perché il coinvolgimento affettivo basta da solo ad appagare il bisogno nutrirsi

  • i creativi si dimenticano di mangiare

  • e tutti quelli che sono immersi in un’attività appagante non sentono i sintomi della fame

Alimentarsi da fonti alternative significa cambiare il proprio stile di vita e permettersi il benessere grazie alle scelte di ogni giorno.

Vuol dire trascorrere del tempo all’aria aperta, dare valore al corpo, imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore, riconoscere la connessione che unisce tutte le creature viventi a un ecosistema prezioso per la sopravvivenza.

Conduce a scoprire l’importanza di ogni vita.

Senza gerarchie, senza possesso e senza crudeltà.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova, capace di aprirsi all’energia invisibile che permea la creazione, fino ad accogliere ogni diversità.

Per superare la fase orale è necessario abbandonare l’egocentrismo dell’infanzia e incamminarsi lungo la strada che conduce alla maturità.

Sostituendo il bisogno di portare tutto alla bocca con il piacere della scoperta, della conoscenza e della reciprocità.

È un percorso di crescita interiore che ognuno deve affrontare dentro di sé, trasformando il narcisismo e l’onnipotenza dell’infanzia per incontrare l’amore.

Quello vero.  

Fatto di consapevolezza, di comprensione, di rispetto, di empatia e di solidarietà.

Solo allora la cooperazione prenderà il posto della predazione e la condivisione sostituirà la violenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

Un mondo migliore nasce dal valore che sappiamo riconoscere alla vita.

A ogni vita.

Nessuna esclusa.

Perché il valore che diamo alla vita è quello che intimamente riconosciamo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Apr 28 2018

GLI PSICOFARMACI ALIMENTARI

L’atto di mangiare assolve funzioni diverse da quelle strettamente legate alla sopravvivenza perché l’effetto biochimico degli alimenti si intreccia con i bisogni psicologici dando forma ad una connessione difficile da risolvere.

Quasi tutti i piatti delle tradizioni gastronomiche stimolano nella psiche una pericolosa dipendenza, spingendoci a non poter più fare a meno di quei sapori e dei loro ingredienti.

Il piacere del gusto associato alla soddisfazione dei desideri affettivi esaspera la necessità di mangiare determinati cibi, mentre le reazioni chimiche indotte nel corpo dagli alimenti strutturano una obbligatorietà compulsiva insieme all’impossibilità di rinunciarvi o di ridurre le dosi.

E, una volta diventato indispensabile, il cibo, come tutte le droghe, crea l’esigenza di aumentare progressivamente le quantità per ottenere lo stesso effetto stupefacente.

Proprio come gli psicofarmaci, gli alimenti hanno conseguenze sulla psiche, portandoci a non poterne più fare a meno.

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte dietetiche dobbiamo sopportare le crisi di astinenza che inevitabilmente accompagnano l’abbandono di certe sostanze e riabituare progressivamente il nostro corpo a soluzioni più salutari.

Occorre del tempo per superare la fase critica legata alla mancanza di tossicità e poter finalmente godere i vantaggi di un organismo sano.

Spesso la sensazione salutare di leggerezza e di frizzante vitalità ci fa sentire a disagio, come se ci mancasse qualcosa.

Siamo talmente abituati agli effetti nocivi degli alimenti che la salute ritrovata può scatenare una angosciante sensazione di pericolo.

Tutto ciò che non conosciamo mette in allarme e crea uno stato di allerta.

Così, quando usciamo dalla pesantezza indotta dalla digestione di alimenti poco salutari la sensazione di benessere che ne consegue non è familiare.

Anzi!

Sentire lo stomaco vuoto, le percezioni amplificate, vedere i colori più vividi, avere meno bisogno di dormire… sono tutti effetti conseguenti ad una pulizia interiore che non siamo abituati a sperimentare e che ci disorientano.

Emerge il bisogno di costruire nuove consuetudini e nuovi modi di pianificare le giornate per realizzare e sostenere una nuova qualità della vita.

La trasformazione dello stile alimentare ha ripercussioni molto più profonde di quanto si possa immaginare perché coinvolge profondamente l’identità, il valore che diamo a noi stessi , le nostre scelte e il nostro modo di essere.

È importante imparare ad ascoltarsi e individuare i passi necessari al percorso di cambiamento assumendosene in prima persona la responsabilità.

Nessuno può sindacare l’identità di qualcun’altro.

I buoni consigli sono utili e graditi ma l’ultima parola, la scelta determinante, poggia tutta sulle nostre spalle.

In questo modo diventa possibile sperimentare un cambiamento soddisfacente ed efficace.

Finché agiamo perché lo ha detto il medico o qualche altro specialista, non ascoltiamo veramente noi stessi e non permettiamo alla coscienza di esprimere la propria verità.

Ognuno deve trovare l’equilibrio, imparando a gestire il desiderio di mangiare e l’esperienza del piacere (che non è circoscritta al mangiare ma coinvolge la vita nella sua molteplicità).

Procurarsi il piacere con le droghe si rivela sempre una scelta dolorosa e perdente.

E il cibo non sfugge a questa regola.

Finché useremo gli alimenti alla stregua di psicofarmaci indispensabili per sopportare uno stile di vita inadeguato alla sopravvivenza e malsano, andremo incontro a quella grave dipendenza alimentare che sta distruggendo l’umanità insieme al pianeta.

Per costruire un mondo migliore non serve delegare le responsabilità e continuare a sopportare in silenzio la propria insoddisfazione esistenziale.

Serve piuttosto rimboccarsi le maniche e muovere i passi necessari al cambiamento, mettendo al primo posto l’ascolto delle proprie priorità.

Solo così può prendere forma una realtà capace di sostenere l’impatto con la salute.

Nessuno può tollerare il benessere se prima non impara a guardare negli occhi la propria verità.

Qualunque essa sia.

Carla Sale Musio

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Apr 22 2018

La mia intervista su: IL BATTITO ANIMALE

Cari lettori, amici e curiosi, sono emozionata e felice di condividere con voi la mia intervista su:

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IL BATTITO ANIMALE

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divulgazione e diffusione di una cultura per la vita

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Nel corso dell’intervista, curata da Nuccio Salis, espongo il mio pensiero sugli animali, sulla dipendenza alimentare, sulla pace nel mondo e sul valore della cooperazione e del rispetto per tutte le culture, soprattutto quelle delle altre specie.

Per leggerla basta cliccare il link qui sotto:

m.

UNA VITA PER LA VITA

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Empatia, Cooperazione e Creatività nella psicologia vista da Carla Sale Musio

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Mar 22 2018

SCELTE ALIMENTARI E RICORDI D’INFANZIA

Nel momento in cui si prova ad abbandonare la strada battuta delle abitudini alimentari emergono da ogni parte mille difficoltà e, per conquistare il cambiamento desiderato, è necessario attraversare un sentiero irto di pericoli.

Le consuetudini sono difficili da trasformare e ogni cosa sembra cospirare al fine di rendere inamovibile lo status quo.

Improvvisamente:

  • mille ostacoli fanno capolino

  • accadono strane coincidenze a impedire di portare avanti i buoni propositi

  • ci si sente inspiegabilmente giù di tono

  • l’umore vacilla

  • e la determinazione si affievolisce… fino a sparire del tutto

Qualcosa si agita interiormente, segnalando il bisogno di riprendere a mangiare i piatti di sempre, forse poco sani nei valori nutrizionali ma rassicuranti dal punto di vista emotivo.

Davanti alla prospettiva di una dieta diversa, i cibi della tradizione si impongono alla coscienza come la strada maestra per il benessere e, nonostante la consapevolezza della loro nocività, un senso di appagamento e di sollievo accompagna la ripresa della normalità nel menù.

Quasi che modificare la tipologia degli alimenti mettesse a repentaglio la fiducia, compromettendo la capacità di far fronte alle richieste della vita e della salute (magari non quella fisica, ma certamente quella psicologica!).

In fase di progettazione sembrava tutto così facile e, invece, dopo aver fatto il primo passo verso il cambiamento, tante difficoltà insormontabili sbarrano la strada della trasformazione, annientando le buone intenzioni e costringendoci al fallimento.

Allarmati da questa dolorosa incoerenza osserviamo delusi la nostra mancanza di disciplina e, sconfitti nell’amor proprio, riprendiamo a mangiare come sempre.

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Cosa è successo?

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Cosa ha fatto precipitare la decisione di conquistare il benessere e una nuova forma fisica?

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Qualcuno, nascosto nelle segrete dell’inconscio, ha manomesso le nostre scelte attirando come una calamita gli eventi necessari al boicottaggio.

E adesso quel bambino interiore si sfrega le mani soddisfatto.

Non può e non vuole rinunciare ai sapori dell’infanzia, memorie indelebili di un passato sempre vivo nel mondo intimo, strumenti capaci di rievocare ricordi colmi di significato.

Non è possibile avventurarsi verso scelte alimentari diverse da quelle familiari senza rispettare la voce che parla della nostra fanciullezza.

Il cucciolo che siamo stati rivendica il suo diritto a fidarsi degli insegnamenti di mamma e papà, vuole credere nella loro illuminata sapienza anche in campo alimentare, fatica a stare al passo con i tempi e con i cambiamenti.

Per lui la vita è fatta della protezione dei genitori e di un abbandono senza riserve tra le loro braccia possenti.

Anche quando l’adulto che siamo diventati, ha già affrontato i limiti di quella fisiologica dipendenza e oggi percorre sentieri nuovi, in vista di un equilibrio e di una armonia al passo con la complessità della propria vita.

Per ottenere un’efficace trasformazione del menù è indispensabile coinvolgere il bimbo del passato in scelte rispettose delle sue necessità emotive.

Questo non significa continuare a magiare come un tempo.

Occorre permettergli di partecipare alle decisioni adulte, contrattando con lui le diverse strategie alimentari e rispettando la sua visione della vita: fiduciosa e appassionata insieme.

I bambini hanno bisogno di sperimentare il piacere.

E il piacere è fatto di appagamento, soddisfazione, godimento, pienezza, entusiasmo e allegria.

Nella nostra cultura l’atto di mangiare assolve spesso tutte queste funzioni e, a mano a mano che diventiamo grandi, finisce per essere l’unica fonte di benessere nella quotidianità delle cose improrogabili da assolvere.

Quando questo succede, un cambiamento nelle scelte nutritive diventa impossibile.

Per modificare le preferenze di sempre, infatti, bisogna preventivare l’astinenza che accompagna l’abbandono della tossicità alimentare, e sostituire l’appagamento legato al cibo con altri momenti altrettanto gratificanti.

È questo il passaggio più difficile da attuare, perché i piaceri non legati al cibo nella nostra cultura sono demonizzati ed evitati scaramanticamente, quasi che contattarli bastasse per attirare la sciagura.

Credo che una visione della sofferenza come indispensabile percorso di crescita sia il retaggio di un cattolicesimo superstizioso e pernicioso.

Tuttavia, non si può non tenerne conto quando si elabora una diversa impostazione alimentare, altrimenti il bambino che vive in noi impegnerà tutte le sue risorse nel boicottaggio dei nuovi programmi.

Quel piccolino, infatti, è portavoce di un’esigenza indispensabile alla sopravvivenza: il bisogno di provare piacere, senza il quale la vita stessa è compromessa e si trasforma in un carico di doveri senza senso.

Tante malattie fisiche e psichiche affondano le radici in uno stile di vita che ha inibito il piacere, e il cui antidoto è l’esperienza di un appagamento profondo, fatto di amore, realizzazione, creatività, positività, curiosità e abbandono… tutto insieme.

Questo magico mix è l’elisir di lunga vita cui attingere nei momenti di cambiamento, per evitare il fallimento e l’emergere di una pericolosa sensazione d’impotenza.

Quando stabiliamo di agire una diversa strategia alimentare, l’esperienza del piacere deve ampliarsi, spostandosi dal cibo per coinvolgere anche altri settori della vita.

Non perché il cibo non sia un piacere, ma perché il piacere non deve essere limitato al cibo.

Cambiare alimentazione significa portare la propria attenzione sull’appagamento e sul benessere che circola (o non circola) nella nostra esistenza, ed effettuare un check up completo di questi valori prima di intraprendere qualsiasi modifica relativa al menù.

Se nella giornata l’atto di mangiare detiene il primato del piacere un cambiamento di alimentazione è impossibile.

E, per poter realizzare una diversa modalità alimentare, occorre dare spazio a nuove occasioni di appagamento: effettuando scelte capaci di permettere al bambino che siamo stati di esprimere se stesso liberando la creatività, l’amore, la positività, la curiosità e l’abbandono.

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STORIE DI CAMBIAMENTO E DI PIACERE

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Maria porta avanti una quotidianità affollata di impegni inderogabili.

Tutto deve essere fatto presto e bene!

Senza concessioni all’indulgenza e senza cedere al desiderio di prendersi una pausa.

A fermare la sua corsa kamikaze ci pensa un sospetto diabete che la costringe a occuparsi della salute e a fare scelte più attente ai suoi bisogni profondi.

La paura la spinge a cercare un supporto psicologico e Maria scopre con disappunto di aver escluso se stessa dalla sua vita.

Nelle sue giornate tutti hanno la precedenza.

E per fermare questo meccanismo letale qualcuno, dentro di lei, ha dovuto manomettere la salute. 

Davanti allo sguardo stupito di Maria si apre un mondo nuovo, fatto di scelte alimentari più oculate ma anche di amore per la vita e per l’ambiente.

Un contatto diverso con la propria realtà la costringe a fare lunghe passeggiate nel silenzio della natura.

In quei momenti emerge un piacere profondo, fatto di intimità e di contatto con le energie sottili che permeano gli spazi verdi e il mare.

Oggi Maria non mangia più come un tempo e il suo percorso l’ha condotta dal diabete… al fruttarismo.

Per raggiungere questo risultato ha dovuto modificare tante abitudini e organizzare le sue giornate in modo che il tempo da trascorrere in mezzo alla natura occupi uno spazio importante.

Ogni giorno.

* * *

Alberto era un bambino solitario innamorato dei pastelli e delle immagini colorate stampate sui libri di favole.

Il suo sogno era fare l’illustratore da grande, ma la morte prematura del papà lo ha costretto a lavorare presto dimenticando i progetti infantili.

L’amore per gli animali, però, non lo abbandona mai e, quando scopre le torture che vengono loro inflitte per trasformarli nel pasto dell’uomo, decide di cancellare dalla sua alimentazione ogni prodotto che non sia vegetale.

Tuttavia, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e Alberto ricade spesso in un consumo smodato e compulsivo proprio di quegli alimenti crudeli e poco etici che vorrebbe eliminare dalla dieta.

Deluso da se stesso chiede aiuto a un nutrizionista che lo invita a prendersi cura anche delle sue parti infantili: riscoprendo il piacere del disegno e i sogni coltivati tanto tempo fa.

Un libro confezionato a mano per i suoi bambini, un corso di acquarello e tante filastrocche buffe illustrate per gioco e per passione… nasce così un hobby capace di calmare la fame nervosa e di sostenere Alberto nel suo nuovo stile alimentare volto al rispetto per la vita.

La vita di tante creature innocenti a cui dedica i suoi lavori grafici.

Inutile dire che il piacere del cibo ha ceduto un po’ di spazio al piacere del gioco, mentre la disciplina e la volontà hanno finalmente potuto fare il resto.

* * *

Barbara lavora in una fabbrica di tessuti e la sua giornata è scandita dai turni e dall’impegno che dedica alla casa, al marito, ai parenti e agli amici.

È una ragazza sensibile, sempre pronta a farsi in quattro per tutti, tanto da diventare spesso il punto di riferimento delle persone che le stanno intorno: ognuno la cerca per avere un consiglio o più semplicemente per ricevere il suo ascolto premuroso e partecipe.

Spinta da questa centralità si decide a partecipare a un percorso di studi per ottenere il titolo di counselor.

Prima la formazione, poi il tirocinio, gli esami, il titolo e l’inizio di una nuova attività, questa volta scelta per passione e non per il bisogno urgente di rendersi indipendente.

Nel tempo, la nuova professione le permetterà di lasciare la fabbrica, trasformando le sue capacità di aiuto in un lavoro vero.

Oggi Barbara condivide uno studio insieme ad altre figure professionali e si mantiene grazie ai proventi della nuova occupazione.

Ma ciò che ancora non finisce di sorprenderla è stata la scomparsa di quei chili di troppo apparsi quando aveva cominciato a lavorare in fabbrica e dileguatisi misteriosamente insieme alla decisione di dare a se stessa una nuova possibilità professionale.

Carla Sale Musio

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Feb 27 2018

IL SAPERE DEGLI ANIMALI: autenticità e civiltà

Gli animali possiedono una conoscenza molto diversa dalla nostra.

Per loro la parola d’ordine è autenticità e i sentimenti sono al primo posto nella comunicazione.

Ciò che vivono non lo nascondo e non lo giudicano.

Lo accolgono.

E si comportano di conseguenza.

Per gli esseri umani, invece, assuefatti alla dissimulazione imposta dalla civiltà, è difficile anche soltanto credere che una cosa simile si possa definire… cultura.

Ciò nonostante, gli specialisti della psiche ritengono che la capacità di esprimere e riconoscere le emozioni sia un segno di intelligenza e di maturità, la definiscono: competenza emotiva e individuano nella sua mancanza un requisito della patologia.

Lo psicologo americano Daniel Goleman è stato il primo a sottolineare il valore di questo tipo di intelligenza, evidenziandone l’aspetto imprescindibile nelle relazioni umane.

“L’intelligenza emotiva coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione, l’abilità di accedere ai sentimenti, l’abilità di capire i vissuti e la conoscenza intima e l’abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita affettiva e intellettuale”

È interessante notare come la capacità di valutare, utilizzare, comprendere e gestire ciò che si agita nel mondo interiore si applichi perfettamente al sapere degli animali mettendo in luce le peculiarità della loro cultura.

Il linguaggio e la comunicazione degli animali, infatti, sono interamente basati sull’espressione delle emozioni.

(Non sorprende che la loro esistenza sia priva di patologie mentali.)

Naturalmente mi riferisco agli animali selvatici, cioè quelli che non vivono a stretto contatto con l’uomo e perciò sono portatori dei propri valori intimi e sociali.

Gli esseri umani, al contrario degli animali, presentano non pochi problemi nella decodifica dei linguaggi emozionali e in loro la distorsione costante della comunicazione affettiva determina un alto tasso di sofferenza psichica. 

Per la nostra specie parlare dei sentimenti è difficile, se non proprio impossibile, e crea spesso vergogna e imbarazzo.

Al punto che consideriamo di serie B chi possiede un sapere totalmente basato sulla partecipazione emotiva.

La condivisione immediata e spontanea dei vissuti interiori ci appare il simbolo di un modo di fare rozzo e bestiale, e per questo, più che un valore, la consideriamo un segno di scarsa intelligenza.

Nei nostri vocabolari, infatti, la parola: “animale” indica l’antitesi della parola: “umanità”.

Ma è proprio vero?

  • Le bestie sono realmente delle creature brutali e prive di sentimenti come le ha dipinte fino ad oggi l’immaginario collettivo?

  • O, piuttosto, abbiamo proiettato su di loro tutti quegli atteggiamenti e comportamenti che ci è difficile riconoscere in noi stessi e che per questo preferiamo collocare all’esterno?

L’immediatezza emotiva ci spaventa e ci mette in difficoltà.

Abbiamo imparato a nascondere la nostra verità e, per sentirci parte di un gruppo, rinunciamo ad ascoltare le tante voci che animano la vita intima.

Siamo convinti che sia meglio zittire quel mormorio interiore in favore di un più rassicurante e anestetizzato conformismo sociale. 

Ma tutto ciò che nascondiamo alla coscienza finiamo per combatterlo fuori, coltivando i pregiudizi e la crudeltà che invece vorremmo eliminare dalla nostra vita.

Nascono così le specie di serie A e quelle di serie B.

Prendono forma da un’arbitraria suddivisione di giusto e sbagliato.

Spaccano il mondo in buoni e cattivi.

I buoni sono le creature “prescelte” da Dio, cioè gli esseri umani.

I cattivi sono tutti gli altri.

Da questa contrapposizione scaturiscono le violenze e le guerre che ammalano la nostra civiltà.

La psiche umana, infatti, non può cancellare da se stessa l’autenticità e, nel tentativo di elevarsi al di sopra della propria realtà, finisce per inseguire un’immagine irraggiungibile e idealizzata.

Questa perdita di contatto con la vita interiore provoca tanta sofferenza e tante distorsioni nelle relazioni, e causa un profondo disprezzo per la sensibilità emotiva e per gli animali.

Una volta catalogate come portatrici di una pericolosa istintualità le bestie perdono, per gli esseri umani, ogni diritto al rispetto e alla reciprocità.

Ma, soprattutto, perdono il riconoscimento della loro cultura.

Sono proprio gli animali, infatti, quelli che ci ricordano con l’esempio delle loro scelte l’importanza dell’ecosistema e il valore della verità, mostrandoci un sapere che non prevede maschere, convenienze o formalità.

La cultura degli animali è una cultura che non ha bisogno di parole perché è in contatto diretto con la Totalità.

Una cultura che non deve nascondere l’autenticità e che sa accogliere con umiltà i propri limiti, forte di una conoscenza che guarda con sincerità la vita intima e l’ambiente a cui appartiene.  

Da sempre la civiltà degli animali regala un insegnamento prezioso alla specie umana, troppo impegnata a fare i conti con la paura di ciò che alberga nel proprio cuore per scorgere la bellezza della verità.

Carla Sale Musio

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