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Mag 16 2018

USCIRE DALLA DIPENDENZA ALIMENTARE

L’atto di mangiare è il nostro primo apprendimento: abbiamo appena messo il naso su questo pianeta che subito la mamma ci attacca al seno invitandoci ad assaporare il cibo.

E chi non vi si dedica e col dovuto entusiasmo è spronato a impegnarsi affinché non corra il rischio di morire d’inedia.

Eppure lo spettro della fame non esiste più nei paesi industrializzati.

Al suo posto incombe invece il pericolo dell’obesità.

Le statistiche mediche segnalano con urgenza i danni conseguenti alla sovralimentazione.

Tuttavia nessuno si preoccupa delle patologie legate all’abuso alimentare.

Siamo così convinti della necessità di mangiare più volte al giorno che non riusciamo nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere se le fonti alimentari fossero diverse e i bambini potessero scegliere spontaneamente le modalità nutritive congeniali al loro organismo.

Un mondo migliore presuppone la conoscenza di soluzioni alternative alla bulimia, all’anoressia e all’obesità che ammalano il nostro stile di vita.

Molte ricerche dimostrano che la vitalità e la luce sono i requisiti indispensabili per vivere in buona salute.

Tutti gli alimenti, infatti, possiedono un potere nutrizionale proporzionale alle radiazioni luminose che contengono (Il codice della luce).

Ci sono persone che hanno cambiato il proprio metabolismo e possono alimentarsi esclusivamente di energia (www.breatharianworld.com).

Queste persone non hanno bisogno di mangiare per vivere.

Esistono bambini nati da mamme che si nutrono grazie a una vibrazione luminosa e interiore (PFW 2016 conference).

Questi bambini hanno potuto scegliere quando e cosa mangiare, senza dipendere dal cibo per la loro sopravvivenza.

Andiamo incontro a un mondo dove la sopraffazione legata al piacere del gusto sarà sostituita dalla cooperazione e dal rispetto per tutte le creature.

Un mondo in cui l’empatia, la creatività e l’ascolto di sé modelleranno un sapere nuovo.

E, anche se questa civiltà ci appare ancora lontana e poco credibile, il cambiamento si sta già delineando.

Impercettibilmente, ma inesorabilmente.

La sofferenza psicologica e fisica conseguente alla sovralimentazione diventa ogni giorno più evidente e sempre più persone scelgono la via della consapevolezza e del cambiamento, nonostante il bombardamento mediatico agito dagli interessi economici.

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Una pericolosa bulimia sociale ci rende vittime di una fame insaziabile

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Esiste un mostro invisibile che stimola nella psiche il bisogno di mangiare in continuazione, intrecciando le necessità affettive con le dipendenze alimentari  fino a renderle indistinguibili.

Il primo passo per spingere i bambini a consumare ogni genere di dolcetti, merendine, snack, rompidigiuno, spuntini, stuzzichini… è mescolare le cure materne con il piacere dell’oralità.

Quasi tutti i cuccioli della specie umana nei primi mesi di vita sentono il bisogno di portare il dito in bocca o succhiare una tettarella di gomma.

Questo gesto comune e apparentemente innocente segnala una patologia.

I piccoli dell’uomo imparano molto presto a scambiare il cibo con l’affetto.

Per loro l’amore della mamma passa attraverso l’assunzione degli alimenti e questa sovrapposizione struttura una confusione tra il nutrimento affettivo e l’atto di portare qualcosa alla bocca.

Gli psicologi la chiamano fase orale e spiegano che soltanto dal suo superamento può prendere forma la maturità.

La crescita, infatti, passa attraverso la capacità di riconoscere all’altro una propria autonomia senza per questo aver bisogno di ingoiarlo.

A causa dei ritmi frenetici necessari alla sopravvivenza, sempre più spesso le madri della nostra specie si concedono il piacere di coccolare i figli solo durante il momento del pasto.

Questo trasforma l’atto di mangiare in una ricerca di affetto.

Dalla mescolanza tra cibo e intimità prende forma la dipendenza che sta ammalando l’umanità e distruggendo il pianeta.

Si struttura nei primi anni di vita e si mantiene viva grazie al bombardamento pubblicitario indispensabile a raggiungere gli standard di mercato.

Per liberarsi da questa patologia è necessario affrontare le crisi di astinenza che accompagnano l’uscita dalla dipendenza, seguendo un percorso progressivo capace di separare l’amore dalla necessità di sentire lo stomaco pieno.

Solo così può prendere forma una cultura libera dalle bugie dell’economia e dal bisogno compulsivo di sollecitare il senso del gusto.

La fase orale segnala la dipendenza più insidiosa che ci sia.

Si sviluppa nel rapporto intimo che ogni bambino vive con la mamma e si snoda attraverso un percorso di sollecitazioni pubblicitarie, di medicine, di merendine, di ricette e di tradizioni gastronomiche… dando forma a una dipendenza celata dietro la convinzione che mangiare sia indispensabile per vivere.

Di contro:

  • agli innamorati passa l’appetito perché il coinvolgimento affettivo basta da solo ad appagare il bisogno nutrirsi

  • i creativi si dimenticano di mangiare

  • e tutti quelli che sono immersi in un’attività appagante non sentono i sintomi della fame

Alimentarsi da fonti alternative significa cambiare il proprio stile di vita e permettersi il benessere grazie alle scelte di ogni giorno.

Vuol dire trascorrere del tempo all’aria aperta, dare valore al corpo, imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore, riconoscere la connessione che unisce tutte le creature viventi a un ecosistema prezioso per la sopravvivenza.

Conduce a scoprire l’importanza di ogni vita.

Senza gerarchie, senza possesso e senza crudeltà.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova, capace di aprirsi all’energia invisibile che permea la creazione, fino ad accogliere ogni diversità.

Per superare la fase orale è necessario abbandonare l’egocentrismo dell’infanzia e incamminarsi lungo la strada che conduce alla maturità.

Sostituendo il bisogno di portare tutto alla bocca con il piacere della scoperta, della conoscenza e della reciprocità.

È un percorso di crescita interiore che ognuno deve affrontare dentro di sé, trasformando il narcisismo e l’onnipotenza dell’infanzia per incontrare l’amore.

Quello vero.  

Fatto di consapevolezza, di comprensione, di rispetto, di empatia e di solidarietà.

Solo allora la cooperazione prenderà il posto della predazione e la condivisione sostituirà la violenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

Un mondo migliore nasce dal valore che sappiamo riconoscere alla vita.

A ogni vita.

Nessuna esclusa.

Perché il valore che diamo alla vita è quello che intimamente riconosciamo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Apr 28 2018

GLI PSICOFARMACI ALIMENTARI

L’atto di mangiare assolve funzioni diverse da quelle strettamente legate alla sopravvivenza perché l’effetto biochimico degli alimenti si intreccia con i bisogni psicologici dando forma ad una connessione difficile da risolvere.

Quasi tutti i piatti delle tradizioni gastronomiche stimolano nella psiche una pericolosa dipendenza, spingendoci a non poter più fare a meno di quei sapori e dei loro ingredienti.

Il piacere del gusto associato alla soddisfazione dei desideri affettivi esaspera la necessità di mangiare determinati cibi, mentre le reazioni chimiche indotte nel corpo dagli alimenti strutturano una obbligatorietà compulsiva insieme all’impossibilità di rinunciarvi o di ridurre le dosi.

E, una volta diventato indispensabile, il cibo, come tutte le droghe, crea l’esigenza di aumentare progressivamente le quantità per ottenere lo stesso effetto stupefacente.

Proprio come gli psicofarmaci, gli alimenti hanno conseguenze sulla psiche, portandoci a non poterne più fare a meno.

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte dietetiche dobbiamo sopportare le crisi di astinenza che inevitabilmente accompagnano l’abbandono di certe sostanze e riabituare progressivamente il nostro corpo a soluzioni più salutari.

Occorre del tempo per superare la fase critica legata alla mancanza di tossicità e poter finalmente godere i vantaggi di un organismo sano.

Spesso la sensazione salutare di leggerezza e di frizzante vitalità ci fa sentire a disagio, come se ci mancasse qualcosa.

Siamo talmente abituati agli effetti nocivi degli alimenti che la salute ritrovata può scatenare una angosciante sensazione di pericolo.

Tutto ciò che non conosciamo mette in allarme e crea uno stato di allerta.

Così, quando usciamo dalla pesantezza indotta dalla digestione di alimenti poco salutari la sensazione di benessere che ne consegue non è familiare.

Anzi!

Sentire lo stomaco vuoto, le percezioni amplificate, vedere i colori più vividi, avere meno bisogno di dormire… sono tutti effetti conseguenti ad una pulizia interiore che non siamo abituati a sperimentare e che ci disorientano.

Emerge il bisogno di costruire nuove consuetudini e nuovi modi di pianificare le giornate per realizzare e sostenere una nuova qualità della vita.

La trasformazione dello stile alimentare ha ripercussioni molto più profonde di quanto si possa immaginare perché coinvolge profondamente l’identità, il valore che diamo a noi stessi , le nostre scelte e il nostro modo di essere.

È importante imparare ad ascoltarsi e individuare i passi necessari al percorso di cambiamento assumendosene in prima persona la responsabilità.

Nessuno può sindacare l’identità di qualcun’altro.

I buoni consigli sono utili e graditi ma l’ultima parola, la scelta determinante, poggia tutta sulle nostre spalle.

In questo modo diventa possibile sperimentare un cambiamento soddisfacente ed efficace.

Finché agiamo perché lo ha detto il medico o qualche altro specialista, non ascoltiamo veramente noi stessi e non permettiamo alla coscienza di esprimere la propria verità.

Ognuno deve trovare l’equilibrio, imparando a gestire il desiderio di mangiare e l’esperienza del piacere (che non è circoscritta al mangiare ma coinvolge la vita nella sua molteplicità).

Procurarsi il piacere con le droghe si rivela sempre una scelta dolorosa e perdente.

E il cibo non sfugge a questa regola.

Finché useremo gli alimenti alla stregua di psicofarmaci indispensabili per sopportare uno stile di vita inadeguato alla sopravvivenza e malsano, andremo incontro a quella grave dipendenza alimentare che sta distruggendo l’umanità insieme al pianeta.

Per costruire un mondo migliore non serve delegare le responsabilità e continuare a sopportare in silenzio la propria insoddisfazione esistenziale.

Serve piuttosto rimboccarsi le maniche e muovere i passi necessari al cambiamento, mettendo al primo posto l’ascolto delle proprie priorità.

Solo così può prendere forma una realtà capace di sostenere l’impatto con la salute.

Nessuno può tollerare il benessere se prima non impara a guardare negli occhi la propria verità.

Qualunque essa sia.

Carla Sale Musio

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Apr 22 2018

La mia intervista su: IL BATTITO ANIMALE

Cari lettori, amici e curiosi, sono emozionata e felice di condividere con voi la mia intervista su:

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IL BATTITO ANIMALE

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divulgazione e diffusione di una cultura per la vita

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Nel corso dell’intervista, curata da Nuccio Salis, espongo il mio pensiero sugli animali, sulla dipendenza alimentare, sulla pace nel mondo e sul valore della cooperazione e del rispetto per tutte le culture, soprattutto quelle delle altre specie.

Per leggerla basta cliccare il link qui sotto:

m.

UNA VITA PER LA VITA

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Empatia, Cooperazione e Creatività nella psicologia vista da Carla Sale Musio

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Mar 22 2018

SCELTE ALIMENTARI E RICORDI D’INFANZIA

Nel momento in cui si prova ad abbandonare la strada battuta delle abitudini alimentari emergono da ogni parte mille difficoltà e, per conquistare il cambiamento desiderato, è necessario attraversare un sentiero irto di pericoli.

Le consuetudini sono difficili da trasformare e ogni cosa sembra cospirare al fine di rendere inamovibile lo status quo.

Improvvisamente:

  • mille ostacoli fanno capolino

  • accadono strane coincidenze a impedire di portare avanti i buoni propositi

  • ci si sente inspiegabilmente giù di tono

  • l’umore vacilla

  • e la determinazione si affievolisce… fino a sparire del tutto

Qualcosa si agita interiormente, segnalando il bisogno di riprendere a mangiare i piatti di sempre, forse poco sani nei valori nutrizionali ma rassicuranti dal punto di vista emotivo.

Davanti alla prospettiva di una dieta diversa, i cibi della tradizione si impongono alla coscienza come la strada maestra per il benessere e, nonostante la consapevolezza della loro nocività, un senso di appagamento e di sollievo accompagna la ripresa della normalità nel menù.

Quasi che modificare la tipologia degli alimenti mettesse a repentaglio la fiducia, compromettendo la capacità di far fronte alle richieste della vita e della salute (magari non quella fisica, ma certamente quella psicologica!).

In fase di progettazione sembrava tutto così facile e, invece, dopo aver fatto il primo passo verso il cambiamento, tante difficoltà insormontabili sbarrano la strada della trasformazione, annientando le buone intenzioni e costringendoci al fallimento.

Allarmati da questa dolorosa incoerenza osserviamo delusi la nostra mancanza di disciplina e, sconfitti nell’amor proprio, riprendiamo a mangiare come sempre.

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Cosa è successo?

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Cosa ha fatto precipitare la decisione di conquistare il benessere e una nuova forma fisica?

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Qualcuno, nascosto nelle segrete dell’inconscio, ha manomesso le nostre scelte attirando come una calamita gli eventi necessari al boicottaggio.

E adesso quel bambino interiore si sfrega le mani soddisfatto.

Non può e non vuole rinunciare ai sapori dell’infanzia, memorie indelebili di un passato sempre vivo nel mondo intimo, strumenti capaci di rievocare ricordi colmi di significato.

Non è possibile avventurarsi verso scelte alimentari diverse da quelle familiari senza rispettare la voce che parla della nostra fanciullezza.

Il cucciolo che siamo stati rivendica il suo diritto a fidarsi degli insegnamenti di mamma e papà, vuole credere nella loro illuminata sapienza anche in campo alimentare, fatica a stare al passo con i tempi e con i cambiamenti.

Per lui la vita è fatta della protezione dei genitori e di un abbandono senza riserve tra le loro braccia possenti.

Anche quando l’adulto che siamo diventati, ha già affrontato i limiti di quella fisiologica dipendenza e oggi percorre sentieri nuovi, in vista di un equilibrio e di una armonia al passo con la complessità della propria vita.

Per ottenere un’efficace trasformazione del menù è indispensabile coinvolgere il bimbo del passato in scelte rispettose delle sue necessità emotive.

Questo non significa continuare a magiare come un tempo.

Occorre permettergli di partecipare alle decisioni adulte, contrattando con lui le diverse strategie alimentari e rispettando la sua visione della vita: fiduciosa e appassionata insieme.

I bambini hanno bisogno di sperimentare il piacere.

E il piacere è fatto di appagamento, soddisfazione, godimento, pienezza, entusiasmo e allegria.

Nella nostra cultura l’atto di mangiare assolve spesso tutte queste funzioni e, a mano a mano che diventiamo grandi, finisce per essere l’unica fonte di benessere nella quotidianità delle cose improrogabili da assolvere.

Quando questo succede, un cambiamento nelle scelte nutritive diventa impossibile.

Per modificare le preferenze di sempre, infatti, bisogna preventivare l’astinenza che accompagna l’abbandono della tossicità alimentare, e sostituire l’appagamento legato al cibo con altri momenti altrettanto gratificanti.

È questo il passaggio più difficile da attuare, perché i piaceri non legati al cibo nella nostra cultura sono demonizzati ed evitati scaramanticamente, quasi che contattarli bastasse per attirare la sciagura.

Credo che una visione della sofferenza come indispensabile percorso di crescita sia il retaggio di un cattolicesimo superstizioso e pernicioso.

Tuttavia, non si può non tenerne conto quando si elabora una diversa impostazione alimentare, altrimenti il bambino che vive in noi impegnerà tutte le sue risorse nel boicottaggio dei nuovi programmi.

Quel piccolino, infatti, è portavoce di un’esigenza indispensabile alla sopravvivenza: il bisogno di provare piacere, senza il quale la vita stessa è compromessa e si trasforma in un carico di doveri senza senso.

Tante malattie fisiche e psichiche affondano le radici in uno stile di vita che ha inibito il piacere, e il cui antidoto è l’esperienza di un appagamento profondo, fatto di amore, realizzazione, creatività, positività, curiosità e abbandono… tutto insieme.

Questo magico mix è l’elisir di lunga vita cui attingere nei momenti di cambiamento, per evitare il fallimento e l’emergere di una pericolosa sensazione d’impotenza.

Quando stabiliamo di agire una diversa strategia alimentare, l’esperienza del piacere deve ampliarsi, spostandosi dal cibo per coinvolgere anche altri settori della vita.

Non perché il cibo non sia un piacere, ma perché il piacere non deve essere limitato al cibo.

Cambiare alimentazione significa portare la propria attenzione sull’appagamento e sul benessere che circola (o non circola) nella nostra esistenza, ed effettuare un check up completo di questi valori prima di intraprendere qualsiasi modifica relativa al menù.

Se nella giornata l’atto di mangiare detiene il primato del piacere un cambiamento di alimentazione è impossibile.

E, per poter realizzare una diversa modalità alimentare, occorre dare spazio a nuove occasioni di appagamento: effettuando scelte capaci di permettere al bambino che siamo stati di esprimere se stesso liberando la creatività, l’amore, la positività, la curiosità e l’abbandono.

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STORIE DI CAMBIAMENTO E DI PIACERE

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Maria porta avanti una quotidianità affollata di impegni inderogabili.

Tutto deve essere fatto presto e bene!

Senza concessioni all’indulgenza e senza cedere al desiderio di prendersi una pausa.

A fermare la sua corsa kamikaze ci pensa un sospetto diabete che la costringe a occuparsi della salute e a fare scelte più attente ai suoi bisogni profondi.

La paura la spinge a cercare un supporto psicologico e Maria scopre con disappunto di aver escluso se stessa dalla sua vita.

Nelle sue giornate tutti hanno la precedenza.

E per fermare questo meccanismo letale qualcuno, dentro di lei, ha dovuto manomettere la salute. 

Davanti allo sguardo stupito di Maria si apre un mondo nuovo, fatto di scelte alimentari più oculate ma anche di amore per la vita e per l’ambiente.

Un contatto diverso con la propria realtà la costringe a fare lunghe passeggiate nel silenzio della natura.

In quei momenti emerge un piacere profondo, fatto di intimità e di contatto con le energie sottili che permeano gli spazi verdi e il mare.

Oggi Maria non mangia più come un tempo e il suo percorso l’ha condotta dal diabete… al fruttarismo.

Per raggiungere questo risultato ha dovuto modificare tante abitudini e organizzare le sue giornate in modo che il tempo da trascorrere in mezzo alla natura occupi uno spazio importante.

Ogni giorno.

* * *

Alberto era un bambino solitario innamorato dei pastelli e delle immagini colorate stampate sui libri di favole.

Il suo sogno era fare l’illustratore da grande, ma la morte prematura del papà lo ha costretto a lavorare presto dimenticando i progetti infantili.

L’amore per gli animali, però, non lo abbandona mai e, quando scopre le torture che vengono loro inflitte per trasformarli nel pasto dell’uomo, decide di cancellare dalla sua alimentazione ogni prodotto che non sia vegetale.

Tuttavia, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e Alberto ricade spesso in un consumo smodato e compulsivo proprio di quegli alimenti crudeli e poco etici che vorrebbe eliminare dalla dieta.

Deluso da se stesso chiede aiuto a un nutrizionista che lo invita a prendersi cura anche delle sue parti infantili: riscoprendo il piacere del disegno e i sogni coltivati tanto tempo fa.

Un libro confezionato a mano per i suoi bambini, un corso di acquarello e tante filastrocche buffe illustrate per gioco e per passione… nasce così un hobby capace di calmare la fame nervosa e di sostenere Alberto nel suo nuovo stile alimentare volto al rispetto per la vita.

La vita di tante creature innocenti a cui dedica i suoi lavori grafici.

Inutile dire che il piacere del cibo ha ceduto un po’ di spazio al piacere del gioco, mentre la disciplina e la volontà hanno finalmente potuto fare il resto.

* * *

Barbara lavora in una fabbrica di tessuti e la sua giornata è scandita dai turni e dall’impegno che dedica alla casa, al marito, ai parenti e agli amici.

È una ragazza sensibile, sempre pronta a farsi in quattro per tutti, tanto da diventare spesso il punto di riferimento delle persone che le stanno intorno: ognuno la cerca per avere un consiglio o più semplicemente per ricevere il suo ascolto premuroso e partecipe.

Spinta da questa centralità si decide a partecipare a un percorso di studi per ottenere il titolo di counselor.

Prima la formazione, poi il tirocinio, gli esami, il titolo e l’inizio di una nuova attività, questa volta scelta per passione e non per il bisogno urgente di rendersi indipendente.

Nel tempo, la nuova professione le permetterà di lasciare la fabbrica, trasformando le sue capacità di aiuto in un lavoro vero.

Oggi Barbara condivide uno studio insieme ad altre figure professionali e si mantiene grazie ai proventi della nuova occupazione.

Ma ciò che ancora non finisce di sorprenderla è stata la scomparsa di quei chili di troppo apparsi quando aveva cominciato a lavorare in fabbrica e dileguatisi misteriosamente insieme alla decisione di dare a se stessa una nuova possibilità professionale.

Carla Sale Musio

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Feb 27 2018

IL SAPERE DEGLI ANIMALI: autenticità e civiltà

Gli animali possiedono una conoscenza molto diversa dalla nostra.

Per loro la parola d’ordine è autenticità e i sentimenti sono al primo posto nella comunicazione.

Ciò che vivono non lo nascondo e non lo giudicano.

Lo accolgono.

E si comportano di conseguenza.

Per gli esseri umani, invece, assuefatti alla dissimulazione imposta dalla civiltà, è difficile anche soltanto credere che una cosa simile si possa definire… cultura.

Ciò nonostante, gli specialisti della psiche ritengono che la capacità di esprimere e riconoscere le emozioni sia un segno di intelligenza e di maturità, la definiscono: competenza emotiva e individuano nella sua mancanza un requisito della patologia.

Lo psicologo americano Daniel Goleman è stato il primo a sottolineare il valore di questo tipo di intelligenza, evidenziandone l’aspetto imprescindibile nelle relazioni umane.

“L’intelligenza emotiva coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione, l’abilità di accedere ai sentimenti, l’abilità di capire i vissuti e la conoscenza intima e l’abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita affettiva e intellettuale”

È interessante notare come la capacità di valutare, utilizzare, comprendere e gestire ciò che si agita nel mondo interiore si applichi perfettamente al sapere degli animali mettendo in luce le peculiarità della loro cultura.

Il linguaggio e la comunicazione degli animali, infatti, sono interamente basati sull’espressione delle emozioni.

(Non sorprende che la loro esistenza sia priva di patologie mentali.)

Naturalmente mi riferisco agli animali selvatici, cioè quelli che non vivono a stretto contatto con l’uomo e perciò sono portatori dei propri valori intimi e sociali.

Gli esseri umani, al contrario degli animali, presentano non pochi problemi nella decodifica dei linguaggi emozionali e in loro la distorsione costante della comunicazione affettiva determina un alto tasso di sofferenza psichica. 

Per la nostra specie parlare dei sentimenti è difficile, se non proprio impossibile, e crea spesso vergogna e imbarazzo.

Al punto che consideriamo di serie B chi possiede un sapere totalmente basato sulla partecipazione emotiva.

La condivisione immediata e spontanea dei vissuti interiori ci appare il simbolo di un modo di fare rozzo e bestiale, e per questo, più che un valore, la consideriamo un segno di scarsa intelligenza.

Nei nostri vocabolari, infatti, la parola: “animale” indica l’antitesi della parola: “umanità”.

Ma è proprio vero?

  • Le bestie sono realmente delle creature brutali e prive di sentimenti come le ha dipinte fino ad oggi l’immaginario collettivo?

  • O, piuttosto, abbiamo proiettato su di loro tutti quegli atteggiamenti e comportamenti che ci è difficile riconoscere in noi stessi e che per questo preferiamo collocare all’esterno?

L’immediatezza emotiva ci spaventa e ci mette in difficoltà.

Abbiamo imparato a nascondere la nostra verità e, per sentirci parte di un gruppo, rinunciamo ad ascoltare le tante voci che animano la vita intima.

Siamo convinti che sia meglio zittire quel mormorio interiore in favore di un più rassicurante e anestetizzato conformismo sociale. 

Ma tutto ciò che nascondiamo alla coscienza finiamo per combatterlo fuori, coltivando i pregiudizi e la crudeltà che invece vorremmo eliminare dalla nostra vita.

Nascono così le specie di serie A e quelle di serie B.

Prendono forma da un’arbitraria suddivisione di giusto e sbagliato.

Spaccano il mondo in buoni e cattivi.

I buoni sono le creature “prescelte” da Dio, cioè gli esseri umani.

I cattivi sono tutti gli altri.

Da questa contrapposizione scaturiscono le violenze e le guerre che ammalano la nostra civiltà.

La psiche umana, infatti, non può cancellare da se stessa l’autenticità e, nel tentativo di elevarsi al di sopra della propria realtà, finisce per inseguire un’immagine irraggiungibile e idealizzata.

Questa perdita di contatto con la vita interiore provoca tanta sofferenza e tante distorsioni nelle relazioni, e causa un profondo disprezzo per la sensibilità emotiva e per gli animali.

Una volta catalogate come portatrici di una pericolosa istintualità le bestie perdono, per gli esseri umani, ogni diritto al rispetto e alla reciprocità.

Ma, soprattutto, perdono il riconoscimento della loro cultura.

Sono proprio gli animali, infatti, quelli che ci ricordano con l’esempio delle loro scelte l’importanza dell’ecosistema e il valore della verità, mostrandoci un sapere che non prevede maschere, convenienze o formalità.

La cultura degli animali è una cultura che non ha bisogno di parole perché è in contatto diretto con la Totalità.

Una cultura che non deve nascondere l’autenticità e che sa accogliere con umiltà i propri limiti, forte di una conoscenza che guarda con sincerità la vita intima e l’ambiente a cui appartiene.  

Da sempre la civiltà degli animali regala un insegnamento prezioso alla specie umana, troppo impegnata a fare i conti con la paura di ciò che alberga nel proprio cuore per scorgere la bellezza della verità.

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Feb 02 2018

CRUDELTÀ E APPARTENENZA: il rischio di muoversi in branco

La cronaca è piena di episodi crudeli agiti spesso quando più persone si muovono in branco.

Si tratta di fatti orribili che mostrano una violenza e una cattiveria quasi sempre impensabili per gli stessi individui presi singolarmente, e che ci portano a riflettere sulla perdita della volontà individuale e sul significato delle nostre scelte collettive.

Esiste una sorta di autorità di gruppo che spinge gli individui a uniformarsi alle decisioni della maggioranza.

Il bisogno di appartenenza caratterizza la specie umana e muove inconsciamente le nostre opinioni, trascinandoci a ricercare l’approvazione degli altri.

Da un punto di vista etologico siamo animali sociali e per la nostra specie la condivisione è indispensabile alla sopravvivenza.

Non siamo fatti per vivere in isolamento e la minaccia della solitudine ci terrorizza fino a condurci in direzioni contrarie alla morale.

Ecco perché, a volte, fare parte di un gruppo può generare un’energia che intrappola le persone dentro una eccessiva omogeneità di comportamenti e di pensieri.

Sono state fatte tante ricerche sul conformismo, sul bisogno di aggregazione e sulle interconnessioni che influenzano le scelte individuali in favore di un’omologazione alla maggioranza.

Gli psicologi lo definiscono fantasma di gruppo e si riferiscono a quell’unanimità che trascende le motivazioni di ciascuno e trascina dentro un pensiero unico, condiviso e sostenuto dal bisogno di appartenenza più che dalla logica, dall’etica o dall’evidenza.

Il fantasma di gruppo spiega tanti eventi spaventosi che succedono quando una pluralità di persone prende il sopravvento sull’identità di ciascuno.

Eventi che, in seguito, i singoli partecipanti non sanno spiegare nemmeno a se stessi, e che ci lasciano sconvolti e impotenti davanti alla complessità e all’ignoranza dei nostri vissuti interiori.

Il fantasma di gruppo è un meccanismo psicologico sconosciuto alla maggioranza delle persone, ma abilmente utilizzato dalla pubblicità.

Si tratta di una struttura difensiva che condiziona le nostre scelte quotidiane molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

L’associazione della violenza al piacere della condivisione del cibo è un esempio eclatante di questo fenomeno e dell’uso che ne viene fatto per sostenere i guadagni dei pochi che gestiscono i molti.

È in conseguenza del fantasma di gruppo che tante persone amorevoli, sensibili e attente ai bisogni degli altri, si trasformano in crudeli aguzzini, acquistando senza nessuno scrupolo ogni genere di cadavere animale, sanguinolento e fatto a pezzi in modi crudeli, come se non fosse mai stato il corpo di qualcuno ma soltanto un oggetto privo di coscienza e di valore.

Il messaggio sbandierato dalle réclame, infatti, è che gli animali siano prodotti di consumo.

Non esseri viventi ma alimenti: privi di volontà, personalità o sensibilità, incapaci di provare emozioni e sofferenza.

La vendita di tanti cibi di uso comune (carne, latte, uova, formaggi…) poggia sull’ignoranza della brutalità che sostiene le scelte alimentari della maggioranza.

La vivisezione, i macelli, gli allevamenti intensivi, i massacri, le torture e le sofferenze inflitte agli animali sono abilmente celate alla vista dei consumatori.  

Al posto della crudeltà e del dolore compaiono le immagini buffe, tenere e piacevoli che ci raccontano una realtà fittizia, tanto simile a quella dei cartoni animati quanto distante dalla verità e dalla violenza con cui ogni giorno vengono condannati a morte milioni di esseri viventi appartenenti alle specie diverse dalla nostra.

Molte persone buone hanno guardato con partecipazione e tenerezza il film Babe, maialino coraggioso” senza fare la connessione tra il salame che farcisce il panino e l’orrore degli allevamenti da cui il piccolo Babe fa di tutto per sfuggire, proprio per evitare di diventare parte del menù di chi guarda il film.

Uomini e donne amorevoli colmano di attenzioni il proprio cane e il proprio gatto mentre uccidono con indifferenza e crudeltà i cuccioli delle altre specie (agnellini, vitellini, capretti, coniglietti…), creature capaci di provare dolore, entusiasmo, passione, tenerezza, amore e voglia di vivere.

Esseri considerati diversi dal cane e dal gatto di casa solo perché una cultura funzionale agli interessi di mercato ne ha decretato l’utilizzo per fini alimentari, occultandone la sofferenza.

Individui sensibili, attenti al valore della vita e pronti ad insorgere contro chiunque decidesse di maltrattare un cane o un gatto, ignorano la crudeltà nascosta dietro i propri pasti quotidiani.

Così, mentre spendono i loro risparmi per curare il micino randagio trovato agonizzante sulla strada di casa, ammazzano con indifferenza il maialino Babe nel giorno di Natale per festeggiare la famiglia, l’amore e la rinascita.

La nostra cultura gastronomica è un esempio evidente del fantasma di gruppo e di quanto il bisogno di appartenenza spinga ognuno di noi a occultare il dolore inflitto ad altri essere viventi, colpevoli soltanto di un’eccessiva innocenza.

Per sentirsi parte della società in cui viviamo, ognuno ha dovuto nascondere a se stesso la crudeltà delle scelte alimentari, proclamando la liceità dello schiavismo, della brutalità e dello sfruttamento di tanti esseri docili e ingenui.

Svegliarsi da questa anestesia emotiva non è facile.

Occorre affrontare la solitudine e l’emarginazione destinata a chi sceglie di non uniformarsi al branco.

È un percorso riservato a pochi indomiti spiriti liberi, capaci di riconoscere la malvagità nascosta dietro le scelte di ogni giorno e pronti ad ascoltare il cuore anche quando la solitudine incalza.

Staccarsi dal branco e camminare soli significa mantenere il contatto con una profonda verità interiore nel momento in cui il mondo ci deride e ci abbandona.

È una strada fatta di coraggio, di volontà e di amore.

Un amore così profondo da non aver bisogno di conferme e in grado di guardare negli occhi ogni altro essere vivente.

Senza ignoranza.

Senza presunzione.

Senza crudeltà.

Carla Sale Musio

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Gen 21 2018

PRANZI CONDOMINIALI

Quando decidiamo di modificare le abitudini dietetiche dobbiamo fare i conti con una moltitudine di personalità che convivono nel mondo interiore e che per esprimersi utilizzano il nostro (unico) corpo.

Mettere d’accordo tutti gli aspetti che compongono la psiche è un’impresa  impegnativa.

Tuttavia, dalla riuscita di quell’intesa dipenderà l’esito dei nostri progetti.

Dal punto di vista psicologico il fallimento di un cambiamento nello stile alimentare è la conseguenza dell’ostruzionismo messo in atto da alcune parti della personalità a discapito di altre.

E, per portare avanti con successo un diverso regime nutrizionale, bisogna conquistarsi la cooperazione di tutti.

Alla nascita ognuno di noi possiede innumerevoli sé che (nel tentativo di proteggerci dalle delusioni, dalla solitudine, dall’umiliazione e dalle emozioni sgradevoli che costellano la crescita) si differenziano e acquisiscono un diverso potere nei vissuti interiori.

A seconda del contesto familiare, etnico e sociale in cui siamo cresciuti si sviluppano aspetti differenti delle nostre potenzialità espressive.

Le parti che hanno avuto successo nell’aiutarci a diventare grandi guadagnano una posizione di comando all’interno del mondo intimo e di solito non sono disposte a cedere il primato ottenuto.

Quando decidiamo di intraprendere un percorso di cambiamento, il boicottaggio di queste sub personalità può causare sintomi fisici e psichici talmente dolorosi da costringerci ad abbandonare i buoni propositi pur di evitare le conseguenze del loro sabotaggio.

.

IL MIO PRANZO… CONDOMINIALE!

.

Da parecchi anni studio il Dialogo delle Voci sperimentandolo nella quotidianità e, nel corso del tempo, ho identificato dentro di me cinque sé primari, presenti a ogni pasto.

Immancabilmente.

Per ognuno di loro ho scelto un nome in rima con la qualità che lo caratterizza, in modo da poterli individuare facilmente.

Sono:

  • Gaia la buongustaia

  • Donata l’affamata

  • Ardente l’impaziente

  • Ilaria l’abitudinaria

  • Greta l’asceta

Il delicato equilibrio delle relazioni tra il mio io consapevole e loro costituisce l’ago della bilancia di ogni cambiamento alimentare e comporta un impegno costante per mantenere l’intesa e l’armonia nel condominio della mia psiche.

* * *

Gaia la buongustaia è stata la prima a proporsi durante il percorso di crescita.

Mi è sempre piaciuto assaggiare le specialità delle diverse culture gastronomiche e sono stata una bambina affascinata dai sapori nuovi.

La mamma non faticava a propormi gusti alternativi, anzi!

Doveva fare attenzione al mio desiderio di provare piatti che non erano adatti alla mia età.

I cibi amari, acidi, aspri o piccanti mi hanno sempre divertito e ancora oggi stimolano il mio appetito.

Per Gaia mangiare è un piacere, un dono che la vita ci regala.

È curiosa, pronta ad assaporare le novità.

La sua presenza mi permette di adattarmi in tutte le situazioni conviviali.

* * *

Tuttavia, i problemi son arrivati con la comparsa di Donata l’affamata.

Donata è dotata di un appetito insaziabile, adora la sensazione di avere lo stomaco pieno e ama la sonnolenza che accompagna la digestione dei cibi pesanti e calorici.

Per lei non è importante cosa ma quanto mangiare.

Ha bisogno di sgranocchiare grandi quantità di alimenti e può riempirsi la pancia con sostanze tossiche, senza accusare nessuna conseguenza immediata.

Non sono riuscita a capire se Donata ha guadagnato un posto di rilievo durante il periodo dell’allattamento o se invece derivi da una vita precedente… posso solo affermare che ha sempre fatto parte della mia esistenza e che non è facile gestirla, soprattutto quando si accompagna con Ardente l’impaziente (cioè quasi sempre).

* * *

Ardente è arrivata dopo la nascita di mio fratello, quando avevo circa quattro anni, è si è accaparrata il primato nel mondo interiore a causa della sua incrollabile determinazione, qualità che la rende capace di ottenere ciò che vuole in tempi rapidissimi.

La sua insistenza e la sua forza psichica sono proverbiali.

Grazie a lei ho potuto raggiungere importanti obiettivi ma ho anche dovuto fare i conti con un’impulsività che mi ha causato non pochi guai.

Ardente non è strettamente interessata all’alimentazione ma, poiché è impetuosa e passionale, si presenta tutte le volte che sente odore di emozioni intense… e quando c’è Donata la passione è inevitabile!

Ecco perché Donata e Ardente siedono insieme a tavola.

Se per Gaia il cibo è un piacere che va centellinato, assaporato e gustato con calma, per Donata invece si tratta di un’emozione divorante.

E, come si può facilmente immaginare, metterle d’accordo richiede diplomazia e pazienza.

* * *

Ilaria l’abitudinaria adora la stabilità e la rassicurante prevedibilità delle situazioni conosciute.

Le piacciono i sapori di sempre, gli orari regolari e ama mangiare in luoghi consueti, opportuni e prevedibili.

L’avventura e la trasformazione non fanno per lei.

Ilaria contesta ogni progetto di cambiamento e può fomentare la sommossa nella psiche quando decide di allearsi con Donata e con Ardente.

* * *

Infine c’è Greta l’asceta.

Greta è arrivata nella psiche più o meno verso i miei sette anni, nel periodo in cui a scuola era obbligatorio frequentare le lezioni di catechismo, quando l’idea del fioretto e del paradiso avevano ancora un forte impatto su di me.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, ma Greta si è sempre tenuta al passo con le mie ricerche mistiche, cavalcando ogni nuova corrente esoterica con il suo irriducibile spiritualismo.

A Greta piace resistere e controllare gli istinti e ama sentirsi illuminata e sublime grazie alla sua forza di volontà.

Anche lei mi ha permesso di raggiungere traguardi importanti, sostenendomi con la sua disciplina e con la sua determinazione.

Per via dei successi conquistati grazie al suo appoggio, detiene un potere molto grande e tende a spadroneggiare nella psiche.

Greta ritiene che mangiare sia una scelta volgare e poco elegante.

E, se per vivere è proprio necessario alimentarsi… allora è bene farlo in modo riservato e senza indulgervi.

Detesta: le riunioni conviviali, lo scambio delle ricette, gli aperitivi o i pranzi di lavoro, la cucina e la preparazione dei cibi.

Per lei parlare e mangiare sono comportamenti incompatibili.

La sua presenza genera nella psiche un piacevole senso di sazietà e rende superfluo il bisogno di nutrirsi, permettendomi di non aver bisogno di mangiare per tempi molto lunghi (è estremamente pratica durante i viaggi) ma dal punto di vista sociale crea non poche difficoltà.

Greta suscita sempre le ire delle altre quattro signore, dando vita a conflitti IRRISOLVIBILI.

* * *

Ho voluto raccontarvi il mondo variegato e poliedrico che anima le mie scelte alimentari per esporvi più concretamente le difficoltà che accompagnano i cambiamenti.

Ogni sé si fa portavoce di una determinata politica e può allearsi o combattere con gli altri, suscitando non pochi problemi.

Nel mio caso, far convivere le esigenze di Greta l’asceta con quelle di Donata l’affamata è molto impegnativo e quando decido di apportare qualche modifica alla mia alimentazione devo stare attenta a non scontentare nessuna delle due, altrimenti vedrò naufragare miseramente i miei progetti.

Ognuno possiede i propri sé interiori, che sono diversi da quelli di chiunque altro, e per poter agire un cambiamento nella dieta è indispensabile imparare a gestire il proprio condominio delle personalità in modo che nessuna possa boicottare le decisioni prese dall’io consapevole.

L’analisi dei sé e la loro gestione rappresentano un aspetto fondamentale nella scelta di ciò che è necessario mangiare per vivere bene e in salute, e dovrebbero costituire la base di ogni ricerca nutrizionale e dietetica.

Carla Sale Musio

 

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Gen 03 2018

I RITUALI ALIMENTARI

Nella nostra frenetica società dei consumi i pasti hanno assunto una funzione rituale, scandiscono i tempi della giornata e spesso sono l’unico momento dedicato a noi stessi e alla famiglia.

Ma cos’è un rituale?

Chiamiamo rituale l’insieme delle norme che regolano una cerimonia sacra.

E nel mondo occidentale mangiare è diventato un evento venerato e idolatrato quanto una celebrazione religiosa.

In ogni famiglia esiste un cerimoniale alimentare che comprende la preparazione, il consumo e la condivisione del cibo.

Si tratta di un rito talmente diffuso e importante da prevedere una o più stanze della casa.

Nelle nostre abitazioni abbiamo:

  • una cucina (o almeno un angolo cottura), indispensabile per la preparazione degli alimenti

  • una sala da pranzo dedicata alla condivisione dei pasti

  • ed infine (ma non meno importante) un gabinetto, necessario all’eliminazione delle scorie

Trascorriamo gran parte della giornata a scegliere i cibi, prepararli, mescolarli, cuocerli, renderli appetitosi, masticarli, ingoiarli, digerirli e ripulire gli ambienti dai residui di tutto questo lavorio.

Facciamo a gara nel sollecitare il palato con stuzzichini e gusti sempre diversi.

Amiamo:

  • scambiarci le ricette

  • parlare di cosa abbiamo mangiato

  • programmare quello che mangeremo

  • decidere dove andremo ad assaggiare nuove pietanze

  • pianificare quando capiterà ancora…

E così via, in un’interminabile ricerca di sapori appetitosi, elaborati e stimolanti.

Abbiamo costruito una sacralità alimentare totalmente incentrata sul gusto, al punto che mettere qualcosa in bocca sembra essere l’unico piacere in grado di appagarci davvero.

Una cultura gastronomica, compulsiva e maniacale, ha trasformato l’esistenza in un insaziabile bisogno di nutrirsi.

Così una volta riempita la pancia non resta altro da fare che lavorare per poterla riempire ancora.

E ancora.

E ancora.

È difficile proporre occasioni d’incontro che non prevedano uno scambio di vivande.

I rituali alimentari hanno invaso tutti gli spazi ricreativi, tanto che oggi nemmeno al cinema o a teatro si può evitare di sbocconcellare qualcosa.

Nella borsa bisogna avere almeno una caramella, una liquerizia, una mentina… per scongiurare il pericolo di morire di fame.

Eppure la fame, quella vera, esiste soltanto in rari luoghi del mondo: pochi paesi sottomessi a un potere economico che ha trasformato la nutrizione in uno strumento di sopraffazione (e che approfitta delle popolazioni povere per ingrassare e drogare sempre di più gli abitanti dei paesi ricchi).

Per soddisfare gli interessi economici di quella piccola élite che governa il mondo il cibo è diventato un rituale, con un cerimoniale ben più importante e coinvolgente di qualsiasi celebrazione religiosa.

Un rituale che prevede dedizione, impegno, abnegazione e lavoro.

E che imprigiona dentro una dipendenza difficile da scardinare.

Per liberarsene, infatti, è necessario rinunciare ai ricordi, alle abitudini, alle condivisioni…  e a tutti quei comportamenti indispensabili per sentirsi parte della nostra società.

A causa di tutto questo è difficile modificare le proprie scelte nutrizionali.

I neuroni a specchio, sollecitati dal comportamento delle persone a cui vogliamo bene, spingono verso valutazioni condivise anche se poco salutari.

Il bisogno di appartenenza conduce a cercare nel piatto quello scambio affettivo capace di farci sentire importanti e amati.

Cambiare alimentazione è una sfida, un percorso solitario fatto di scelte impopolari, di ricerche costanti, di sperimentazione e di trasformazioni interiori.

Modificare la propria dieta significa seguire uno stile di vita nuovo e agire un’importante rivoluzione.

Dapprima dentro se stessi.

E poi nei rapporti con gli altri.

È un cambiamento che spaventa e presuppone il coraggio di ascoltare tutte le parti di sé: quelle che amano la trasformazione e quelle che invece vogliono mantenere stabili le abitudini di sempre.

Dentro di noi abbiamo tanti punti di vista in contrasto, portavoce di esigenze diverse e pronti a farsi la guerra pur di raggiungere ognuno i propri obiettivi.

Modificare le scelte alimentari significa comprendere ogni singolo sé e armonizzare le esigenze di tutti, costruendo una democrazia interiore in grado di soppiantare la dittatura che il conformismo impone nella psiche.

È un’impresa ardua.

Occorre rimboccarsi le maniche e sopportare l’incoerenza che caratterizza la vita emotiva.

Solo così diventa possibile superare le paure e costruire uno stile di vita finalmente rispettoso.

Di noi stessi, degli altri e del pianeta.

Un mondo migliore nasce dalle scelte di ogni giorno e si sviluppa nell’attenzione che sappiamo donare alla vita.

Di tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Nov 07 2017

VORREI CAMBIARE ALIMENTAZIONE MA…

Cambiare le abitudini alimentari è un’impresa difficile e insidiosa che bisogna programmare con cura per evitare delusioni, ricadute e pericolosi vissuti di impotenza.

Per la specie umana mangiare è un rituale intimo e sacro che affonda le radici nelle tradizioni personali, famigliari e sociali, coinvolgendo il sistema psichico e fisico su diversi livelli contemporaneamente.

Come ci insegna la psicologia, l’infanzia del cucciolo d’uomo è caratterizzata da una fase orale, cioè dalla necessità di esplorare il mondo portando ogni cosa alla bocca.

Nei primi mesi, l’allattamento crea tra la mamma e il bambino un’unione così profonda da sostituire l’appartenenza fusionale che caratterizza la vita intrauterina.

Questa meravigliosa sensazione di amore e appartenenza è comune a tutti i mammiferi ma negli esseri umani si carica di significati che vanno oltre le necessità nutritive e fa sì che l’atto di mangiare si trasformi in un sostituto affettivo, spesso irrinunciabile.

Nella società umana il tempo concesso alle madri per stare con i propri cuccioli è sempre più limitato dagli impegni professionali.

Infatti, se da un lato le pari opportunità hanno permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro, dall’altro hanno penalizzato il tempo dedicato alla maternità, costringendo i più piccini ad adattarsi a uno stile di vita frenetico e costruito sulle esigenze del mercato economico più che sulle relazioni fra genitori e bambini.

Le specie animali diverse dalla nostra non sentono il bisogno di lavorare per vivere.

Lo stile di vita degli animali, legato ai ritmi della natura, permette alle mamme un rapporto intimo e costante con i loro piccoli, dando forma a una relazione fatta di fisicità, di contatto e di appartenenza reciproca, in cui l’allattamento è soltanto un aspetto e, certamente, non il più importante.

Le madri umane, invece, sono sempre di fretta e, nel tentativo spasmodico di conciliare le necessità lavorative con le esigenze della genitorialità, non saturano mai il bisogno fusionale che le unisce ai propri cuccioli.

Questo fa sì che il tempo dedicato alla nutrizione sostituisca progressivamente il desiderio di contatto e di appartenenza, trasformandosi in uno strumento di gratificazione affettiva ben oltre le necessità della sopravvivenza.

È in questo modo che i pasti sono diventati il momento privilegiato di condivisione dell’affetto, sostituendo un’infinità di bisogni relazionali indispensabili alla salute emotiva e fisica degli esseri umani.

Sapori e odori richiamano alla mente situazioni passate, positive o negative, riaccendendo memorie dimenticate da tempo.

E, di sicuro, ognuno di noi potrebbe compilare una lista di cibi talmente evocativi da provocare l’emergere di ricordi, vissuti ed emozioni soltanto assaporando un boccone!

Gusti e aromi imprescindibili costellano la storia di ogni essere umano e vanificano spesso il desiderio di modificare il modo di alimentarsi.

Infatti, quando la condivisione dei pasti prende il posto della condivisione dei sentimenti e del piacere, i momenti dedicati al cibo assumono un valore insostituibile perché creano legami e intimità altrimenti impossibili da realizzare.

La cura prodigata nella preparazione degli alimenti diventa così il canale privilegiato per esprimere l’affetto, consolidare l’appartenenza al gruppo e regalare uno spazio magico di appagamento.

Questo spinge a incanalare la creatività nella ricerca di sapori sempre nuovi, capaci di coinvolgere e sorprendere le persone amate, mentre allenta la spinta verso la realizzazione personale in favore della tradizione e dell’approvazione sociale.

Viviamo nella cultura dell’appetitoso, saporito, stuzzicante, gustoso… e nella ricerca costante di pietanze in grado di stimolare l’appetito consentendoci di assaporare sempre di più i momenti dedicati ai piaceri della tavola.

Ma tutta questa affettività alimentare se da un lato ci consente di sopravvivere in un mondo frenetico e in corsa verso la propria distruzione, dall’altro conduce a una patologica dipendenza dall’ingurgitare quantità spropositate di sostanze spesso tossiche e dannose per la salute.

L’obesità è diventata la normalità e nessuno si sorprende più davanti al proliferare delle intolleranze alimentari, del diabete, del cancro, dell’ipertensione… e di tutte quelle innumerevoli patologie conseguenti a uno smodato consumo di vivande sempre nuove e diverse.

Il gusto è ormai una sorta di divinità onnipotente e magica, capace di trasformare il bisogno di sopravvivenza in un momento ricco di suggestioni emotive, fino a sostituire quella condivisione intima e profonda che caratterizza la relazione tra la mamma e il bambino.

Per non sentirsi soli e calmare l’angoscia, almeno per un po’, basta portare qualcosa alla bocca!

E come per miracolo, nell’intorpidimento languido che accompagna la digestione e sposta le energie dalla mente allo stomaco, il dolore si attenua concedendo una tregua dal ritmo incalzante della nostra civiltà.

Viviamo nella cultura del palato e il sapore ha preso il posto di ogni altro piacere, rimpiazzando l’intimità, la creatività, la curiosità, l’empatia e la condivisione di sé e della propria preziosa unicità.

La realizzazione di una buona cena ha sostituito la realizzazione personale, consentendoci di chiudere la mente e di dimenticare le brutture che ammalano la nostra esistenza.

Cambiare le abitudini alimentari significa perciò cambiare il proprio modo d’intendere la vita e cominciare a costruire alternative nuove per stare insieme (a se stessi e agli altri).

Occorre attuare una rivoluzione nel proprio mondo interiore e nel modo di organizzare le proprie giornate, riservando uno spazio (diverso dal cibo) dedicato al piacere e all’ascolto di sé.

Fino a quando cercheremo nel gusto un antidolorifico facile da reperire e gradevole da ingerire, la trappola alimentare ci terrà incatenati dentro una pericolosa dipendenza psichica e fisica.

Perciò affrontare un cambiamento nel modo di nutrirsi vuol dire armarsi di pazienza e affrontare la trasformazione più importante che ci sia.

Quella che veramente consente di cambiare il mondo, perché modifica i presupposti su cui è costruita la nostra società.

Una vita migliore non nasce dall’imposizione di nuove regole comportamentali ma dal progressivo riappropriarsi della libertà e del potere creativo.

Restituire all’alimentazione il suo valore naturale legato soltanto alla sopravvivenza consente di scoprire nuove energie dentro di sé e permette di aprirsi a una nuova umanità, non più schiava degli alimenti ma capace di scegliere di che cosa è davvero necessario cibarsi.

Per stare bene nel corpo, nella mente e nell’anima.

Carla Sale Musio

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Ott 11 2017

VERSO UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE…

Nel periodo dello schiavismo era considerato normale sfruttare, vendere e scambiare uomini e donne per servirsene a piacimento.

Solo nel corso dei secoli è maturata una coscienza capace di rendersi conto che possedere la vita altrui è un atto deprecabile e crudele.

Ai tempi del cannibalismo nutrirsi di carne umana non dava scandalo.

Oggi lo stesso spietato predominio si verifica con gli animali, considerati oggetti al servizio della specie umana e privati di qualsiasi diritto.

La radice di ogni malvagità si annida in una mancanza di empatia che porta a ignorare le sofferenze di un’altra creatura vivente e ad abusarne per il proprio piacere.

Esiste un mercato alimentare che si regge sul consumo di prodotti animali e che ha tutto l’interesse a nascondere la disumanità con cui incrementa i propri guadagni.

I soprusi che patiscono le bestie sono sconosciuti alla maggior parte delle persone e abilmente occultati dietro una facciata spensierata fatta di immagini divertenti e piene di grazia.

I macelli e gli allevamenti intensivi sono nascosti allo sguardo dei più.

I luoghi dell’orrore e della crudeltà non vengono mostrati a chi, altrimenti, potrebbe impietosirsi e smettere di consumare prodotti carichi di sofferenza.

La pubblicità ci racconta un mondo di animali felici, pronti a diventare festosamente il pasto dell’uomo.

Questa mistificazione prende forma già dall’infanzia.

L’informazione dei bambini, grazie ai cartoni animati, ai film, alle fiabe e ai giochi…  racconta la vita delle altre specie a immagine e somiglianza di quella umana.

Sembrerebbe la premessa perfetta per una società amorevole e rispettosa degli animali, tuttavia nasconde abilmente la crudeltà allo sguardo innocente dei piccoli e li conduce inconsapevolmente verso la negazione della propria sensibilità, insegnando una grammatica emotiva distorta.  

I bambini imparano presto a separare il mondo dei sentimenti dall’alimentazione e, grazie agli innumerevoli giochi della fattoria che popolano i negozi di articoli per l’infanzia, scindono l’amore per gli animali dalla nutrizione, sviluppando una patologica mancanza di empatia e creando le basi di tanta sofferenza.

In tutte le fattorie, infatti, non compare mai il mattatoio e nessun gioco fa parola del macellaio.

Al contrario, il contadino è visto come l’amico e il benefattore degli animali e non come colui che li alleva per sfruttarne le risorse e per ucciderli.

Eliminare dalla propria consapevolezza la brutalità di una cultura gastronomica basata sulla sopraffazione e sulla morte significa incentivare il dilagare dell’indifferenza permettendo alla crudeltà di crescere nel mondo.

Le radici della violenza, infatti, vanno cercate in quell’atteggiamento rassegnato o indifferente che ci porta a dire: sono solo animali (come un tempo si diceva: sono solo schiavi, sono solo negri, sono solo donne…) e a preoccuparci esclusivamente di quello che succede dentro al perimetro ristretto del nostro orticello.

Nella rimozione della sensibilità cresce il seme della crudeltà.

La stessa che ci porta a scrollare la testa pieni di orrore quando leggiamo le notizie di cronaca nera o assistiamo impotenti all’ennesimo conflitto militare.

La malvagità non riguarda soltanto alcuni mostri nati con un DNA difettoso e sbagliato, ma è la conseguenza di una cultura che ha cancellato i valori della fratellanza, della reciprocità, della condivisione e del sostegno reciproco.

In quel puntare lo sguardo solo sul lato al sole della medaglia, occultando tutto il resto, si annida il germe della competizione, della rivalità, dell’egoismo e di ogni sopraffazione.

Ecco perché la rivoluzione comincia dentro di sé.

Rompere il muro dell’indifferenza significa permettersi di guardare anche ciò che interiormente fa orrore e assumersi la responsabilità delle proprie scelte quotidiane.

Dietro i pasti che consumiamo abitualmente, infatti, si nasconde una cattiveria di cui non siamo consapevoli e che si ripercuote inevitabilmente sulla qualità della vita di ciascuno.

Non solo perché sostiene l’ignoranza necessaria ai pochi che gestiscono i molti, ma soprattutto perché si fonda su una scissione psichica che nega l’ascolto di sé e l’accudimento della propria emotività.

E questo fa ammalare.

Inevitabilmente.

Infine, ma non meno importante, grazie a quell’indifferenza e alla contraffazione della onestà su ciò che ogni giorno mettiamo in bocca incrementiamo uno stile alimentare sempre più dannoso per la salute: fisica, psichica e spirituale.

Quasi tutti i cibi che consumiamo attualmente, infatti, oltre a essere carichi di prepotenza e di dolore sono anche nocivi per l’organismo e, proprio come tutte le droghe, provocano un bisogno compulsivo di consumarne sempre di più, creando una pericolosa dipendenza fisica e psichica.

Tuttavia, all’atto di mangiare e alla condivisione dei pasti sono associati tanti momenti intimi e amorevoli, tante celebrazioni, commemorazioni ed eventi, che diventa impossibile abbandonare la tossicodipendenza alimentare in favore di uno stile di vita più sano e attento alla natura.

Per costruire un mondo migliore è necessario armarsi di pazienza e accettare, proprio come ogni drogato, che la strada verso la disintossicazione passa attraverso il riconoscimento delle proprie parti dipendenti, insieme alla necessità di non scoraggiarsi davanti alle ricadute (inevitabili), mantenendo salda la rotta verso un nuovo e più gratificante modo di essere e di vivere.

Osservare i lati oscuri della nostra alimentazione è il presupposto più importante per cambiare la società in cui viviamo.

Subito dopo è necessario stabilire quali dovranno essere gli step che portano a riscoprire il valore della sensibilità interiore insieme a un diverso modo di organizzare i pasti, costruendo un percorso di cibi metadone capace di condurci passo passo verso un nuovo stile nutrizionale e di vita.

Tutte le droghe, legali e illegali, fondano la propria forza sulla dipendenza, sul potere aggregante della condivisione rituale e sulla rimozione della capacità di accudire efficacemente se stessi.

Per vivere in una società fondata sul benessere e sull’integrità è necessario coltivare il benessere e l’integrità dentro di sé, eliminando dalla propria vita le tossicità che avvelenano il corpo e le bugie che ammalano la psiche.

Carla Sale Musio

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