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Mag 16 2018

USCIRE DALLA DIPENDENZA ALIMENTARE

L’atto di mangiare è il nostro primo apprendimento: abbiamo appena messo il naso su questo pianeta che subito la mamma ci attacca al seno invitandoci ad assaporare il cibo.

E chi non vi si dedica e col dovuto entusiasmo è spronato a impegnarsi affinché non corra il rischio di morire d’inedia.

Eppure lo spettro della fame non esiste più nei paesi industrializzati.

Al suo posto incombe invece il pericolo dell’obesità.

Le statistiche mediche segnalano con urgenza i danni conseguenti alla sovralimentazione.

Tuttavia nessuno si preoccupa delle patologie legate all’abuso alimentare.

Siamo così convinti della necessità di mangiare più volte al giorno che non riusciamo nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere se le fonti alimentari fossero diverse e i bambini potessero scegliere spontaneamente le modalità nutritive congeniali al loro organismo.

Un mondo migliore presuppone la conoscenza di soluzioni alternative alla bulimia, all’anoressia e all’obesità che ammalano il nostro stile di vita.

Molte ricerche dimostrano che la vitalità e la luce sono i requisiti indispensabili per vivere in buona salute.

Tutti gli alimenti, infatti, possiedono un potere nutrizionale proporzionale alle radiazioni luminose che contengono (Il codice della luce).

Ci sono persone che hanno cambiato il proprio metabolismo e possono alimentarsi esclusivamente di energia (www.breatharianworld.com).

Queste persone non hanno bisogno di mangiare per vivere.

Esistono bambini nati da mamme che si nutrono grazie a una vibrazione luminosa e interiore (PFW 2016 conference).

Questi bambini hanno potuto scegliere quando e cosa mangiare, senza dipendere dal cibo per la loro sopravvivenza.

Andiamo incontro a un mondo dove la sopraffazione legata al piacere del gusto sarà sostituita dalla cooperazione e dal rispetto per tutte le creature.

Un mondo in cui l’empatia, la creatività e l’ascolto di sé modelleranno un sapere nuovo.

E, anche se questa civiltà ci appare ancora lontana e poco credibile, il cambiamento si sta già delineando.

Impercettibilmente, ma inesorabilmente.

La sofferenza psicologica e fisica conseguente alla sovralimentazione diventa ogni giorno più evidente e sempre più persone scelgono la via della consapevolezza e del cambiamento, nonostante il bombardamento mediatico agito dagli interessi economici.

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Una pericolosa bulimia sociale ci rende vittime di una fame insaziabile

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Esiste un mostro invisibile che stimola nella psiche il bisogno di mangiare in continuazione, intrecciando le necessità affettive con le dipendenze alimentari  fino a renderle indistinguibili.

Il primo passo per spingere i bambini a consumare ogni genere di dolcetti, merendine, snack, rompidigiuno, spuntini, stuzzichini… è mescolare le cure materne con il piacere dell’oralità.

Quasi tutti i cuccioli della specie umana nei primi mesi di vita sentono il bisogno di portare il dito in bocca o succhiare una tettarella di gomma.

Questo gesto comune e apparentemente innocente segnala una patologia.

I piccoli dell’uomo imparano molto presto a scambiare il cibo con l’affetto.

Per loro l’amore della mamma passa attraverso l’assunzione degli alimenti e questa sovrapposizione struttura una confusione tra il nutrimento affettivo e l’atto di portare qualcosa alla bocca.

Gli psicologi la chiamano fase orale e spiegano che soltanto dal suo superamento può prendere forma la maturità.

La crescita, infatti, passa attraverso la capacità di riconoscere all’altro una propria autonomia senza per questo aver bisogno di ingoiarlo.

A causa dei ritmi frenetici necessari alla sopravvivenza, sempre più spesso le madri della nostra specie si concedono il piacere di coccolare i figli solo durante il momento del pasto.

Questo trasforma l’atto di mangiare in una ricerca di affetto.

Dalla mescolanza tra cibo e intimità prende forma la dipendenza che sta ammalando l’umanità e distruggendo il pianeta.

Si struttura nei primi anni di vita e si mantiene viva grazie al bombardamento pubblicitario indispensabile a raggiungere gli standard di mercato.

Per liberarsi da questa patologia è necessario affrontare le crisi di astinenza che accompagnano l’uscita dalla dipendenza, seguendo un percorso progressivo capace di separare l’amore dalla necessità di sentire lo stomaco pieno.

Solo così può prendere forma una cultura libera dalle bugie dell’economia e dal bisogno compulsivo di sollecitare il senso del gusto.

La fase orale segnala la dipendenza più insidiosa che ci sia.

Si sviluppa nel rapporto intimo che ogni bambino vive con la mamma e si snoda attraverso un percorso di sollecitazioni pubblicitarie, di medicine, di merendine, di ricette e di tradizioni gastronomiche… dando forma a una dipendenza celata dietro la convinzione che mangiare sia indispensabile per vivere.

Di contro:

  • agli innamorati passa l’appetito perché il coinvolgimento affettivo basta da solo ad appagare il bisogno nutrirsi

  • i creativi si dimenticano di mangiare

  • e tutti quelli che sono immersi in un’attività appagante non sentono i sintomi della fame

Alimentarsi da fonti alternative significa cambiare il proprio stile di vita e permettersi il benessere grazie alle scelte di ogni giorno.

Vuol dire trascorrere del tempo all’aria aperta, dare valore al corpo, imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore, riconoscere la connessione che unisce tutte le creature viventi a un ecosistema prezioso per la sopravvivenza.

Conduce a scoprire l’importanza di ogni vita.

Senza gerarchie, senza possesso e senza crudeltà.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova, capace di aprirsi all’energia invisibile che permea la creazione, fino ad accogliere ogni diversità.

Per superare la fase orale è necessario abbandonare l’egocentrismo dell’infanzia e incamminarsi lungo la strada che conduce alla maturità.

Sostituendo il bisogno di portare tutto alla bocca con il piacere della scoperta, della conoscenza e della reciprocità.

È un percorso di crescita interiore che ognuno deve affrontare dentro di sé, trasformando il narcisismo e l’onnipotenza dell’infanzia per incontrare l’amore.

Quello vero.  

Fatto di consapevolezza, di comprensione, di rispetto, di empatia e di solidarietà.

Solo allora la cooperazione prenderà il posto della predazione e la condivisione sostituirà la violenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

Un mondo migliore nasce dal valore che sappiamo riconoscere alla vita.

A ogni vita.

Nessuna esclusa.

Perché il valore che diamo alla vita è quello che intimamente riconosciamo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Gen 03 2018

I RITUALI ALIMENTARI

Nella nostra frenetica società dei consumi i pasti hanno assunto una funzione rituale, scandiscono i tempi della giornata e spesso sono l’unico momento dedicato a noi stessi e alla famiglia.

Ma cos’è un rituale?

Chiamiamo rituale l’insieme delle norme che regolano una cerimonia sacra.

E nel mondo occidentale mangiare è diventato un evento venerato e idolatrato quanto una celebrazione religiosa.

In ogni famiglia esiste un cerimoniale alimentare che comprende la preparazione, il consumo e la condivisione del cibo.

Si tratta di un rito talmente diffuso e importante da prevedere una o più stanze della casa.

Nelle nostre abitazioni abbiamo:

  • una cucina (o almeno un angolo cottura), indispensabile per la preparazione degli alimenti

  • una sala da pranzo dedicata alla condivisione dei pasti

  • ed infine (ma non meno importante) un gabinetto, necessario all’eliminazione delle scorie

Trascorriamo gran parte della giornata a scegliere i cibi, prepararli, mescolarli, cuocerli, renderli appetitosi, masticarli, ingoiarli, digerirli e ripulire gli ambienti dai residui di tutto questo lavorio.

Facciamo a gara nel sollecitare il palato con stuzzichini e gusti sempre diversi.

Amiamo:

  • scambiarci le ricette

  • parlare di cosa abbiamo mangiato

  • programmare quello che mangeremo

  • decidere dove andremo ad assaggiare nuove pietanze

  • pianificare quando capiterà ancora…

E così via, in un’interminabile ricerca di sapori appetitosi, elaborati e stimolanti.

Abbiamo costruito una sacralità alimentare totalmente incentrata sul gusto, al punto che mettere qualcosa in bocca sembra essere l’unico piacere in grado di appagarci davvero.

Una cultura gastronomica, compulsiva e maniacale, ha trasformato l’esistenza in un insaziabile bisogno di nutrirsi.

Così una volta riempita la pancia non resta altro da fare che lavorare per poterla riempire ancora.

E ancora.

E ancora.

È difficile proporre occasioni d’incontro che non prevedano uno scambio di vivande.

I rituali alimentari hanno invaso tutti gli spazi ricreativi, tanto che oggi nemmeno al cinema o a teatro si può evitare di sbocconcellare qualcosa.

Nella borsa bisogna avere almeno una caramella, una liquerizia, una mentina… per scongiurare il pericolo di morire di fame.

Eppure la fame, quella vera, esiste soltanto in rari luoghi del mondo: pochi paesi sottomessi a un potere economico che ha trasformato la nutrizione in uno strumento di sopraffazione (e che approfitta delle popolazioni povere per ingrassare e drogare sempre di più gli abitanti dei paesi ricchi).

Per soddisfare gli interessi economici di quella piccola élite che governa il mondo il cibo è diventato un rituale, con un cerimoniale ben più importante e coinvolgente di qualsiasi celebrazione religiosa.

Un rituale che prevede dedizione, impegno, abnegazione e lavoro.

E che imprigiona dentro una dipendenza difficile da scardinare.

Per liberarsene, infatti, è necessario rinunciare ai ricordi, alle abitudini, alle condivisioni…  e a tutti quei comportamenti indispensabili per sentirsi parte della nostra società.

A causa di tutto questo è difficile modificare le proprie scelte nutrizionali.

I neuroni a specchio, sollecitati dal comportamento delle persone a cui vogliamo bene, spingono verso valutazioni condivise anche se poco salutari.

Il bisogno di appartenenza conduce a cercare nel piatto quello scambio affettivo capace di farci sentire importanti e amati.

Cambiare alimentazione è una sfida, un percorso solitario fatto di scelte impopolari, di ricerche costanti, di sperimentazione e di trasformazioni interiori.

Modificare la propria dieta significa seguire uno stile di vita nuovo e agire un’importante rivoluzione.

Dapprima dentro se stessi.

E poi nei rapporti con gli altri.

È un cambiamento che spaventa e presuppone il coraggio di ascoltare tutte le parti di sé: quelle che amano la trasformazione e quelle che invece vogliono mantenere stabili le abitudini di sempre.

Dentro di noi abbiamo tanti punti di vista in contrasto, portavoce di esigenze diverse e pronti a farsi la guerra pur di raggiungere ognuno i propri obiettivi.

Modificare le scelte alimentari significa comprendere ogni singolo sé e armonizzare le esigenze di tutti, costruendo una democrazia interiore in grado di soppiantare la dittatura che il conformismo impone nella psiche.

È un’impresa ardua.

Occorre rimboccarsi le maniche e sopportare l’incoerenza che caratterizza la vita emotiva.

Solo così diventa possibile superare le paure e costruire uno stile di vita finalmente rispettoso.

Di noi stessi, degli altri e del pianeta.

Un mondo migliore nasce dalle scelte di ogni giorno e si sviluppa nell’attenzione che sappiamo donare alla vita.

Di tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Apr 14 2015

UNIONI IMPOSSIBILI

Quando conosce Carmelo, Laura è reduce da una separazione e poco incline a impegnarsi di nuovo in rapporti troppo coinvolgenti.

Di lui la conquistano subito i modi gentili e le attenzioni con cui la fa sentire importante e speciale.

A una a una Laura lascia andare tutte le reticenze, ma il rapporto si rivela presto soffocante e distruttivo.

Dopo i primi momenti di tenerezza, infatti, Carmelo diventa esigente e aggressivo, costringendo Laura a giustificarsi e scusarsi in continuazione.

“Sei in ritardo di cinque minuti!”

“Non voglio che parli al telefono con altri!”

“Lo sai che se mi lasci troppo tempo solo mi costringi a tradirti!”

Col passare del tempo le richieste di Carmelo si fanno sempre più prepotenti e manipolatorie, e Laura sprofonda in una via crucis di umiliazioni e tradimenti.

Dice a se stessa che dovrebbe lasciarlo, ma sente che ormai è diventato impossibile.

I rimproveri e le ritorsioni di Carmelo l’hanno resa insicura e piena di paure.

Le sembra che, senza di lui, la vita perda il suo scopo.

Così, cerca di accontentarlo in tutto pur di evitare gli scontri, che si moltiplicano all’infinito.

Quando decide di chiedere aiuto a uno specialista, vive ormai come una reclusa, in preda all’angoscia di irritare Carmelo e di perdere per sempre i suoi rari gesti di tenerezza.

* * *

La storia di Laura e Carmelo ci racconta un legame che degenera l’amore in una dipendenza talmente distruttiva e invischiante da annientare ogni volontà di cambiamento.

Queste relazioni sono più frequenti di quanto non si creda e nascondono una patologia che lega la vittima al suo carnefice in un rapporto problematico e distruttivo.

Enrico Maria Secci, psicologo e psicoterapeuta, ha raccolto nel libro I narcisisti perversi e le unioni impossibili – la sua esperienza professionale di oltre quindici anni su questa delicata casistica.

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Con l’obiettivo di mettere a fuoco un tema che riguarda tanti rapporti di coppia gli abbiamo rivolto alcune domande.

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Ciao Enrico, nel tuo libro I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi – racconti un modo molto doloroso di volersi bene ed evidenzi come la dipendenza e il narcisismo trasformino l’amore in una patologia.

Ci puoi spiegare in parole semplici che cos’è la dipendenza affettiva e quando un’unione diventa impossibile?

La dipendenza affettiva è quella condizione in cui almeno uno dei partner si sente impossibilitato a condurre un’esistenza autonoma e serena a causa del legame con l’altro, vissuto come assoluto e totalizzante.

La dipendenza affettiva si palesa attraverso sintomi psicologici -di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale- quando i membri della coppia devono separarsi anche per brevi periodi, quando l’instabilità del rapporto è fonte di marcata insoddisfazione o quando uno dei partner sceglie di interrompere la storia.

Ma c’è un caso particolare di dipendenza affettiva, quello in cui l’unione diventa realmente impossibile: quando il partner è un narcisista patologico.

È il tema del mio libro, dove spiego il funzionamento paradossale e patogeno di questi “amori” disfunzionali basati sulla prevaricazione, sulla manipolazione e sul ricatto affettivo.

Hai parlato di narcisismo, quando è patologico e quando è sano?

Il narcisismo non è una patologia, ma un tratto della personalità che descrive l’inclinazione prevalente dell’individuo verso la gratificazione delle proprie pulsioni e del proprio Sé.

In questa accezione, siamo tutti un po’ narcisisti, tutti abbiamo un certo bisogno di appagare le nostre pulsioni, di avere “successo”, di sentirci amati e desiderati. Non c’è niente di male, anzi. Il narcisismo sano è spesso la leva motivazionale della creatività, della perseveranza ed è facilmente riconoscibile in chi, in effetti, nella vita raggiunge obiettivi notevoli.

Gli spartiacque tra il narcisismo sano e patologico sono essenzialmente due:

1) l’utilizzo opportunistico e spregiudicato dell’altro per appagare se stessi, ovvero il ricorso alla manipolazione e all’inganno;

2) l’incapacità di impegnarsi in modo autentico in una relazione amorosa, incapacità data dalla compromissione della funzione empatica nel narcisismo patologico.

Vuol dire che il narcisista sano riesce a “mettersi nei panni dell’altro”, a “connettersi” emotivamente con l’altro e identificare correttamente le altrui emozioni, mentre il narciso perverso manca, in parte o del tutto, di questa qualità.

Come si riconoscono i narcisisti perversi?

Semplifico perché la risposta richiederebbe molto spazio … infatti ci ho scritto su un intero libro! …

Direi che il narcisista perverso ha almeno tre caratteristiche, che cominciano tutte per “i”: è incostante, è inattendibile, è ingannatore.

È incostante perché va e viene dalla relazione quando gli pare e piace e perché alterna, in modo apparentemente imprevedibile, momenti di estremo coinvolgimento emotivo a momenti di totale rifiuto ed estraneità rispetto al/alla partner.

È inattendibile perché vive in un mondo psicologico fatto di conflitti interni e di contraddizioni tali che ogni suo impegno o promessa quando non fallisce si rivela un bluff o diventa un tradimento.

È ingannatore perché mente. Mente anche su cose su cui potrebbe essere sincero allo scopo, per lo più inconscio, di dominare la realtà, di poterla trasformare e imporla all’altro secondo il proprio vantaggio.

Che differenza c’è tra l’amore e la dipendenza affettiva?

Anais Nin, la scrittrice francese, traccia questa differenza in modo lapidario ed efficacissimo. Dice: “la dipendenza non produce amore“. Punto e basta.

Come psicoterapeuta sono profondamente d’accordo.

Dipendenza e amore costituiscono polarità opposte: l’amore è un sentimento che promuove l’autonomia, l’auto-realizzazione, l’autenticità e il rispetto; la dipendenza, invece, si basa sulla sottomissione, sull’auto-sacrificio, sull’insincerità e sulla prevaricazione.

Inoltre, dove c’è amore ci sono serenità e salute mentale, mentre nelle relazioni dipendenti irrompono sempre il sintomo psichico o psico-somatico e una forte conflittualità.

Uno dei primi passi per “guarire” è imparare a chiamare i sentimenti col loro nome e a non confondere l’amore con la dipendenza.

Coppia in crisi, coppia perfetta e modelli indotti. Ci puoi dire qualcosa?

La coppia perfetta non esiste. È a partire da questa consapevolezza che le persone riescono a costruire legami stabili e soddisfacenti.

Paradossalmente, sono proprio gli individui che hanno interiorizzato modelli e aspettative rigide sull’amore e sulla coppia a incontrare più ostacoli nella vita sentimentale.

Nell’ambito della dipendenza affettiva questo è particolarmente evidente: le vittime idealizzano il/la partner e la relazione allo scopo di realizzare una fiaba d’amore. Il bisogno di affermare un modello di coppia immaginato come quello “giusto” diventa più forte della realtà. Le coppie veramente infelici sono quelle per cui l’evidenza dei fatti non conta.

Quali sono le caratteristiche di una relazione sana?

Una relazione può definirsi “sana” quando è funzionale alla salute mentale e al benessere dei membri della coppia.

È “sana” una relazione da cui i singoli si sentono migliorati a vicenda, una relazione che favorisce un senso di protezione e di stabilità reciproci, una relazione che abbia una progettualità condivisa.

Infine, una relazione davvero sana è flessibile ed equilibrata, ovvero è in grado di mutare il proprio stato in base ai cambiamenti che inevitabilmente intervengono nel suo ciclo di vita e in quello degli individui da cui dipende.

Ho parlato di questo nel libro precedente, Gli uomini amano poco. Amore, coppia, dipendenza che, dopo varie ristampe, oggi è disponibile anche in formato ebook.

Nel tuo libro hai spiegato con chiarezza come si rimane intrappolati dentro una relazione emotivamente distruttiva e cosa è necessario fare per uscirne.

C’è anche un questionario che aiuta a valutare se abbiamo affianco un narcisista patologico, ma affronti anche i temi del narcisismo al femminile, quando la “vittima” è un uomo, e parli della dipendenza affettiva nelle relazioni omosessuali. In questi casi ci sono delle differenze?

Il fenomeno delle dipendenza affettive spinge a riflettere sul fatto che nulla come l’amore sia un sentimento che accomuna gli essere umani, al di là del loro orientamento sessuale.

Infatti, come evidenzio nel libro, gli schemi del mal d’amore si ripetono sostanzialmente immutati sia nella relazione eterosessuale che in quella omosessuale con le stesse modalità relazionali, con le stesse fasi e con lo stesso dolore.

Le sole differenze riguardano le manifestazioni sintomatiche.

Gli uomini “vittime” di una narcisista manipolatrice, a differenza delle donne, provano più vergogna, tendono a vivere la dipendenza in silenzio e sono meno propensi a chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta.

Le donne dipendenti sviluppano più facilmente sintomi di carattere ansioso o depressivo, e disturbi alimentari; i maschi mascherano questi vissuti con l’abuso di sostanze, spesso alcol e cannabis, adottando condotte autodistruttive, come correre in auto, e patiscono più facilmente di disordini del sonno e somatizzazioni.

Per le persone omosessuali, invece, la dipendenza affettiva può essere più difficile da affrontare quando, come accade spesso, percepiscono la prospettiva di svincolarsi dal partner come una sconfitta vissuta in una dimensione psico-sociale ristretta e limitata dal pregiudizio.

L’illusione della dipendenza affettiva, specie se attivata dalla manipolazione di un narcisista o di una narcisista, è quella del “grande amore” anche per le persone omosessuali che, a differenza degli eterosessuali, crescono in un vuoto quasi completo di modelli di relazione funzionale e sono costrette a improvvisare un’educazione sentimentale.

Questo può renderle più vulnerabili al “mal d’amore” e produrre un attaccamento eccessivo a partner “sbagliati”.

Dove possiamo acquistare il tuo libro?

I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Sopravvivere alla dipendenza affettiva e ritrovare se stessi – si può agevolmente acquistare in tre modi:

1) mediante ordine online direttamente sullo store dell’editore:

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/saggistica/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili.html

Il link per il formato digitale è

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/didattica-e-formazione/i-narcisisti-perversi-e-le-unioni-impossibili-ebook.html

2) mediante ordine online con una semplice ricerca in tutti gli store online, come Ibs, La Feltrinelli, In Mondadori, Amazon, ecc. Per esempio, su Ibs – Internet Bookshop il libro si trova spesso in promozione con spedizione immediata e il 15% di sconto.

3) ordinarlo presso una delle oltre 4000 librerie fisiche in Italia. Si può trovare il punto vendita più vicino consultando la mappa su questo link: http://youcanprint.it/librerie-in-italia-self-publishing.html

In tutti i casi, il pagamento è sicuro e la spedizione garantita in tempi compresi tra i due e i sette giorni, secondo le disponibilità. 

Nell’edizione digitale, invece, si può scaricare in qualunque store online, compresi Amazon, Kobobooks ed Apple Store.

http://enricomariasecci.blog.tiscali.it

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Feb 08 2014

CIBI METADONE

La dipendenza dal cibo è una delle tossicodipendenze più insidiose e più difficili da vincere.

Il nostro bisogno di mangiare, infatti, è solo apparentemente giustificato dalla necessità di tenerci in vita.

E’ risaputo che nei paesi occidentali si muore soprattutto di obesità, eppure l’idea che saltare anche un solo pasto possa portarci rapidamente all’inedia, giustifica e abilita la compulsione a ingurgitare sempre maggiori quantità di alimenti, senza doversi chiedere quanto sia necessario e salutare tutto questo. 

Più che indicare il bisogno di nutrimento, quella che comunemente chiamiamo fame è il segnale di una crisi di astinenza in atto, e i suoi cosiddetti morsi sono di solito spasmi nervosi, cioè spie grazie alle quali l’organismo segnala la mancanza delle sostanze tossiche da cui è dipendente.

Proprio come ogni altra droga, quando si tenta la via della disintossicazione, la tossicodipendenza alimentare genera un corollario di sintomi fisici, mentali ed emotivi, talmente ampio da far naufragare ogni determinazione.

Basta soltanto parlare di limitare le quantità di cibo per sentire immediatamente il desiderio di mettere qualcosa in bocca.

Sembra che anche solo pensare alla dieta possa creare nel corpo uno stato di allarme e di ansia!

Tendiamo perciò a evitare accuratamente l’argomento, riducendolo a una lista di buoni propositi sempre posposti nel tempo.

La pubblicità e i mass media ci bombardano ogni giorno di sollecitazioni nuove per stuzzicare l’appetito e incrementare i guadagni delle industrie alimentari, mentre contemporaneamente incentivano una moda anoressica fatta di ragazze diafane, emaciate e filiformi, a cui diventa impossibile conformarsi senza praticare il digiuno.

Nasce così un conflitto tra i peccati di gola e il bisogno di emulare l’immagine delle modelle esili e patinate, proposte dagli stilisti.

Un conflitto che spinge inevitabilmente a riempirsi ulteriormente di cibo (nel tentativo di dimenticare, almeno per un poco, il disagio della propria diversa conformazione fisica, annegando l’inadeguatezza nel piacere della buona tavola e della compagnia) e che finisce per ingigantire la dipendenza alimentare, in un circolo vizioso senza fine.

“Se mangio ingrasso.

Se ingrasso mi vedo brutta/o.

Più mi vedo brutta/o più sento il bisogno di drogarmi col cibo per sfuggire alla sgradevole sensazione di non andare bene con i miei chili di troppo.

Ma più mangio, più ingrasso.

Più ingrasso più mi vedo brutta/o.”

Eccetera…

Allora provo a mettermi a dieta.

E qui si scatena la peggiore delle frustrazioni perché, dopo aver cercato di limitare il cibo soffrendo terribili crisi di astinenza, e magari aver raggiunto l’agognato peso forma, l’organismo, esasperato dall’astensione forzata che gli è stata imposta, si impegna subito ad accumulare ancora più grasso di prima (per tutelarsi da eventuali carenze future) col risultato di rendere sempre più difficile il dimagrimento, sempre più grande l’insoddisfazione e sempre più vorace la fame nervosa.

Dopo qualche tentativo, la sola parola dieta finisce per scatenare una voglia di mangiare esagerata e compulsiva.

Perciò, terminate le restrizioni e concluso il periodo necessario a dimagrire, il peso perso con tanta fatica si riacquista in men che non si dica!

Insomma, smettere di drogarsi con l’alimentazione è quasi sempre un’impresa impossibile, irta di difficoltà fisiche, psichiche e sociali!  

L’alimentazione tocca corde segrete e delicate, in ciascuno di noi.

Il cibo, più che essere una necessità è un momento di intenso piacere, un rituale intimo, rilassante e privato che ognuno celebra a modo suo e che difficilmente si riesce a cambiare senza tenere conto della dipendenza, fisica e psicologica, che scatena.

Nel mio percorso professionale e nella vita privata, ho lavorato molto sulla necessità di superare le dipendenze alimentari.

Il bisogno compulsivo di mangiare, da soli o in compagnia, mi è sempre apparso un serio problema, diffuso dappertutto, ignorato nella sua gravità ma condiviso e giustificato da innumerevoli occasioni sociali, proprio per evitare di prendere atto della sua reale portata e della sua drammaticità.

I pochi coraggiosi che, nonostante tutto, cercano di cambiare il proprio stile alimentare, modificando le abitudini a vantaggio di menù più ecologici e salutari, incontrano spesso l’ironia del mondo e sono costretti a fare i conti con la sensazione di stupidità, di inutilità e di emarginazione che di solito accompagna la diversità.

Socialmente, esiste una sorta di nonnismo alimentare che porta a deridere, insultare, maltrattare ed emarginare, quanti non si conformano alle scelte nutrizionali più diffuse.

Sono convinta che il sadismo con cui tante persone ridicolizzano la scelta vegana dipenda dalla profonda consapevolezza della tossicodipendenza determinata dal cibo, e che la rinuncia a sostanze stimolanti, come la carne, il latte o le uova, evidenzi negli onnivori l’incapacità di liberarsene.

Prova ne sia il fatto che davanti alle intolleranze alimentari (oggi tanto diffuse) quasi tutti, invece, si mostrano dispiaciuti e comprensivi, partecipi della disgrazia toccata in sorte a chi non può più abusare di piatti tossici.

Insomma, scegliere di liberarsi dal bisogno compulsivo di mangiare, per seguire una via alimentare più etica, per dimagrire, per evitare alcune patologie fisiche o semplicemente per sentirsi meglio, è un percorso in salita pieno di difficoltà e di ricadute che è necessario imparare a considerare e ad affrontare per ottenere dei risultati soddisfacenti.

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NUOVI MENU’ E METADONE ALIMENTARE

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Uno strumento utile per superare le crisi di astinenza e avanzare di qualche passo lungo la strada della libertà, sono i cibi metadone.

I cibi metadone sono alimenti simili, negli effetti o nel gusto, ai cibi da cui si è dipendenti ma meno tossici e perciò meno dannosi.

Si usano nella transizione da uno stile alimentare a un altro e servono per rendere meno traumatico e più piacevole il passaggio.

I cibi metadone aiutano ad affrontare le crisi di astinenza durante la disintossicazione e riducono la sofferenza fisica ed emotiva, perché gratificano i bisogni psicologici sottesi dall’atto di mangiare, permettendo di costruire un rituale alimentare nuovo, più adeguato e meno patologico.

I cibi metadone, però, sono sempre estremamente soggettivi e possono variare nel tempo.

Ognuno deve scoprire da sé la propria formula creativa ed efficacemente sostituiva, perché l’atto di mangiare soddisfa bisogni intensi e diversissimi, ed è indispensabile individuare il sapore, la consistenza o la forma, in grado di supplire egregiamente un alimento tossico, gratificando il gusto, il senso di sazietà e i ricordi.

Si deve selezionare una propria combinazione personale, un mix di sensazioni fisiche ed emotive che dovranno essere stimolate dagli alimenti nuovi e diventare quel metadone che permette di superare senza troppa sofferenza il passaggio da uno stile alimentare a un altro.

Se adoro la cioccolata, ad esempio, ma per qualche ragione decido di non mangiarla, posso cominciare a sostituirla con qualcosa che le somiglia molto nell’aspetto e nel gusto pur non avendo gli stessi ingredienti. Per qualcuno potrebbe essere la crema di carrube, per qualcun altro un budino al caramello, per un altro ancora la marmellata di castagne… non c’è una ricetta ma un bisogno di ascoltarsi e di sperimentare.

Una scelta strategica e mirata di cibi metadone consente di ridurre moltissimo la fame nervosa e lascia all’organismo il tempo di abituarsi alla disintossicazione, riducendo l’astinenza da una determinata sostanza.

Individuare i propri cibi metadone e costruire un programma efficace di sostituzioni è il primo passo per il raggiungimento della libertà alimentare.

Consente di non delegare ad altri la responsabilità della propria vita e permette di gestire in prima persona il bisogno di nutrimento, non solo alimentare ma emotivo, creativo e spirituale.

 Carla Sale Musio

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