Tag Archive 'coppia'

Ago 30 2018

RELAZIONI INCESTUOSE

È difficile da credere.

Eppure…

La maggior parte delle relazioni di coppia sono incestuose.

Sì.

Avete letto bene, ho detto proprio: incestuose

Cioè si configurano come relazioni parentali e non coniugali.

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Ma cos’è l’incesto?

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Con il termine incesto (dal latino incestumnon casto, impuro) si intende una corrispondenza sensuale fra individui uniti da un vincolo di consanguineità o di familiarità. 

Secondo l’antropologo finlandese Edvard Westermarck (1862 – 1939) le persone che hanno passato insieme gran parte dell’infanzia provano reciprocamente una naturale repulsione sessuale.

Il tabù dell’incesto sancisce l’impossibilità di vivere una relazione erotica con qualcuno che sentiamo parte della nostra famiglia.

Gli studi antropologici hanno evidenziato come il tabù dell’incesto sia diffuso dappertutto e riguardi culture e gruppi sociali differenti.

Esiste un’incompatibilità tra la sensualità e le relazioni parentali.

Le cure materne o l’essere cresciuti insieme favoriscono l’emergere di rapporti affettivi intimi e profondi ma privi di erotismo.

In altre parole: quando una relazione diventa genitoriale o fraterna, nella psiche scatta qualcosa che la rende antitetica al manifestarsi della sensualità.

Ma torniamo alle relazioni di coppia.

Succede spesso che tra due persone innamorate prendano forma inconsapevolmente dei ruoli parentali invece che coniugali.

Mi riferisco a quelle unioni in cui uno dei partner si pone come genitore dell’altro, accudendolo e soddisfacendone i bisogni in tutto e per tutto.

In questo tipo di relazioni la sessualità si affievolisce fino a sparire, cedendo il posto a un’affettività fatta di condivisione e quotidianità ma priva di attrazione erotica.

Il calo della libido (di cui oggi tanto si discute) trova in queste situazioni una profonda radice.

Accudire il proprio partner come un figlio è un gioco affettivo antitetico al sesso e destinato ad affievolire il coinvolgimento erotico.

L’amore genitoriale coinvolge aspetti dell’affettività diversi dall’amore di coppia e scatena pulsioni opposte alla sensualità.

Eppure…

A livello profondo è proprio questo tipo di amore che molti uomini e donne ricercano nelle relazioni sentimentali.

Nascosto nell’inconscio, il sogno infantile di avere finalmente un genitore senza difetti attende pazientemente il momento della sua realizzazione.

E, spesso, l’amore di coppia sembra essere la compensazione perfetta di quella speranza mai sopita.

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“Voglio qualcuno che mi capisca, che sia capace di riconoscere il mio valore, che mi accetti per quello che sono, che sappia cogliere le mie necessità e i miei desideri anche senza bisogno di parole…”

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Sono queste le aspettative magiche che spingono a sognare un partner, prima ancora che la scintilla dell’amore si sia accesa e una persona in carne e ossa abbia preso forma nella realtà.

Tuttavia, con queste attese andremo incontro al fallimento.

Infatti, la pretesa che lui (o lei) sia capace di soddisfare meravigliosamente ogni nostro bisogno d’amore segnala che sotto sotto stiamo cercando il genitore che ci è mancato nel passato.

E su queste basi, prima o poi, il rapporto sprofonderà nelle sabbie mobili della delusione.

L’amore è qualcosa che succede.

È un sentimento che prescinde dal prendere e, tantomeno, dal pretendere.

Agisce senza il controllo della volontà e ci coinvolge in un sentire profondo, fatto di condivisione e solitudine insieme.

E proprio la solitudine è un ingrediente importante della sensualità.

Infatti, l’amore senza solitudine è: simbiosi.

Ma la simbiosi è naturale soltanto nei primi anni di vita.

Dopo diventa patologica.

Nella maturità, la fusionalità segnala una profonda insicurezza e indica l’incapacità di camminare sulle proprie gambe, cioè di essere adulti.

Tuttavia, solo gli adulti possono avere una relazione di coppia.

I bambini hanno bisogno di vivere rapporti parentali: sbilanciati fisiologicamente e adatti alla loro crescita.

Il desiderio di qualcuno che mi renda felice, segnala che non ho ancora raggiunto la maturità psicologica indispensabile per vivere un rapporto erotico e appagante (e perciò devo ancora imparare a realizzare autonomamente la mia felicità).

Questo significa che la mia relazione, presto o tardi, perderà la magia per scivolare in un’unione di tipo parentale destinata inevitabilmente a finire.

Il rapporto con i genitori, infatti, DEVE essere superato.

Per definizione.

La dipendenza che caratterizza le relazioni con il padre e la madre è funzionale alla crescita e dura solo per un tempo limitato.

Un genitore EFFICACE insegna ai suoi piccoli come volare fuori dal nido.

I cuccioli possono godere di questo rapporto proprio perché crescendo non avranno più bisogno di quelle cure.

La genitorialità è sbilanciata per natura: papà e mamma danno e i figli prendono.

Quando questi ultimi diventeranno genitori, a propria volta daranno ai loro figli…

È una legge biologica e psicologica.

Trasferire questo modello evolutivo dentro un rapporto di coppia significa condannare la relazione a estinguersi e porta con sé incomprensioni e dolore.

La pretesa inconscia di trovare nel partner una compensazione affettiva alle sofferenze vissute durante l’infanzia è un presupposto impossibile per le relazioni coniugali.

L’amore erotico e sensuale ha bisogno di autonomia, mistero e reciprocità.

Non può esistere nello sbilanciamento emotivo che caratterizza i rapporti tra genitori e figli.

Il tabù dell’incesto garantisce il bisogno di vivere l’erotismo dentro una relazione matura, costruita grazie alla consapevolezza della solitudine, sostenuta dalla capacità di mettersi in gioco e concimata con il potere della libertà.

Non c’è posto per l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) arrivato a salvarci dalle rovine dell’infanzia.

Il passato è l’humus in cui sviluppiamo la nostra preziosa unicità.

Ognuno è l’eroe della propria storia e della propria vita.

La sensualità e l’erotismo sono doni che solo gli adulti possono assaporare.

I bambini hanno bisogno di crescere, non sono pronti per la sessualità.

Ed è giusto che sia così.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2018

AMORI SBAGLIATI

Perché mi innamoro sempre della persona sbagliata?

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Facendo il mio mestiere, questa è una domanda che si sente ripetere spesso.

Sembra quasi che un destino maligno si diverta a condurci tra le braccia di chi… non ci merita!

Ma siamo davvero le vittime di amori sbagliati o si tratta, piuttosto, di scelte inconsce?

Sono convinta che tante situazioni poco felici in un primo momento possano apparire così familiari da farci sentire a casa, spingendoci verso l’abbandono e la fiducia tipiche della fanciullezza.

Le nostre parti bambine si aspettano un risarcimento danni per i torti che hanno vissuto nel passato, e coltivano l’illusione che, da grandi, un partner possa compensare quelle sofferenze donando loro l’amore che i genitori non hanno saputo offrire.

Questa visione risente dell’egocentrismo e della dipendenza che caratterizzano i primi anni di vita.

Una volta adulti, infatti, siamo noi stessi a doverci prendere cura del Bambino Interiore, riservandogli le attenzioni e le cure che gli sono mancate.

A prima vista può sembrare un compito impossibile, quasi un film di fantascienza!

Come si fa a tornare indietro nel tempo per coccolare i bimbi che siamo stati?

Eppure…

La maturità si raggiunge quando nel mondo intimo le Parti Adulte decidono di adottare le Parti Infantili, occupandosene con la dedizione che avrebbero voluto ricevere dai genitori.

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“Vorrei accudire il mio Bambino Interiore ma non so come fare.”

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Anche questa è una affermazione che sento ripetere spesso.

Il corpo è uno solo: cresce, cambia e diventa adulto.

Tuttavia nel mondo intimo convivono un’infinità di aspetti differenti.

Nell’inconscio siamo sempre: bambini, adolescenti, adulti, ingenui, saggi, folli, giocosi, ribelli, responsabili, incoscienti…

La vita interiore è composta da un numero illimitato di possibilità che, per vivere una vita soddisfacente, dobbiamo riconoscere e gestire.

Il bambino che siamo stati vive i suoi drammi in un eterno presente e attende che qualcuno si prenda cura di lui.

Da adulti dobbiamo aiutarlo a sentirsi protetto e importante, riconoscendo i traumi e il suo bisogno di giocare, accogliendo l’ingenuità e l’entusiasmo insieme al dolore e alle profondità che lo caratterizzano.

La capacità di osservare le cose da un’angolazione giocosa e innocente è un presupposto della saggezza.

E appartiene all’infanzia.

Prendersi cura del proprio Bambino Interiore significa lasciare il giusto spazio alla sua energia, liberando i doni e la vitalità della fanciullezza insieme all’equilibrio e alla competenza della maturità.

Questo processo di integrazione ci consente di costruire una relazione affettiva scevra dal bisogno di delegare ad altri la risoluzione delle angosce passate e capace di comprendere la fragilità insieme all’autonomia.

Di se stessi e del partner.

Troppo spesso l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) ci stimola a coltivare il sogno di un’unione in grado di sanare miracolosamente le sofferenze del passato esonerandoci dal percorso necessario ad evolvere le parti immature della psiche.

Su questo equivoco nascono tanti amori sbagliati.

Crescono sul presupposto di una compensazione affettiva e coltivano la pretesa di ricevere dall’altro la dedizione che siamo incapaci di darci.

Si tratta di una richiesta che spinge a idealizzare il partner e conduce inevitabilmente alla delusione, con il suo corollario di colpevolizzazioni, recriminazioni e rancori.

Infatti, quando il Bambino Interiore reclama l’amore incondizionato che avrebbe voluto ricevere dai genitori, la scelta ricade inconsciamente su chi sembra poterne compensare le mancanze e che, perciò, ne incarna anche i difetti.

Sono proprio quei difetti che ci fanno sentire a casa creando la magia di tante storie impossibili.

Atteggiamenti e comportamenti così familiari da passare quasi inosservati… diventano presto gli scogli che impediscono l’amore.

Un impulso infantile ci spinge a scegliere chi impersona le qualità idealizzate del genitore che avremmo voluto avere insieme a quelle del genitore che abbiamo realmente avuto.

Tuttavia, ripetere il dramma di un tempo non fa che reiterare lo stesso tragico finale.

Chi meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno per sentirci bene?

Per liberarsi dalle sofferenze antiche è necessario assumersi pienamente la responsabilità di sé, abbracciando il cucciolo interiore con l’amore che avrebbe voluto ricevere, piuttosto che abbandonarlo tra le braccia di un partner nella speranza di poter cambiare il finale della nostra storia passata.

Carla Sale Musio

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Dic 03 2017

PRINCIPI, BAMBINI E DELUSIONI D’AMORE

Allo sguardo infantile, ancora immerso nella Totalità del mondo intrauterino, i genitori appaiono creature simili a Dio: onnipotenti, perfetti e capaci di soddisfare ogni necessità.

Si tratta di un’aspettativa impossibile da realizzare nella realtà.

Tuttavia, nella delicata psiche dei piccoli, trasforma le mancanze di mamma e papà in ingiustizie, traumi e angosce terribili a cui sarà necessario porgere la dovuta riparazione… da grandi.

Infatti, una volta raggiunta la maturità, le parti bambine della personalità ci tireranno la manica, sicure che finalmente saremo noi a prenderci cura di loro nel modo giusto.

Spesso, però, gli adulti che siamo diventati trattano quelle sofferenze con la stessa distratta considerazione vissuta nel passato, costringendo il cucciolo interiore a cercare all’esterno le compensazioni necessarie per sanare le proprie ferite.

Atterriamo nella vita portando con noi la sicurezza di un potere divino pronto a soddisfare ogni nostra esigenza con sollecitudine, e questo ci spinge a credere in una reciprocità affettiva miracolosa e impossibile nella nostra realtà.

Da piccoli e, spesso, anche da grandi, pretendiamo un amore incondizionato, perfettamente sovrapponibile alle esigenze che animano il mondo interiore.

Come se le persone deputate a volerci bene dovessero essere sempre al corrente dei nostri bisogni e pronte a soddisfarli di momento in momento.

Questa aspettativa infantile trasforma l’innamoramento nel sogno di un partner capace di farci raggiungere l’appagamento che è mancato in passato.

È un desiderio inconscio che affonda le proprie radici nel pensiero egocentrico dei bambini e spinge a cercare una compensazione nella relazione di coppia.

Quando non viene riconosciuto, nel tentativo di realizzare la magia affettiva tanto desiderata, perdiamo di vista il significato della reciprocità e smarriamo il percorso di consapevolezza che l’amore porta con sé.

Perché, senza rendercene conto, sovrapponiamo i codici della Totalità (da cui proveniamo) ai limiti della dualità (in cui viviamo), caricando l’oggetto del nostro desiderio di aspettative e significati che trascendono la reciprocità e investono la relazione di un compito impossibile.

Infatti, per sanare il bilancio emotivo rimasto in sospeso e mettere in scena il copione dell’infanzia (trasformando il finale in un happy end) è necessario che il partner di cui ci innamoriamo impersoni le caratteristiche negative dei genitori.

Tanti amori controversi prendono vita dalla familiarità e dall’attrazione per chi incarna qualità e difetti delle persone che più abbiamo amato da bambini, spingendoci a cercare un appagamento miracoloso destinato a deluderci.

L’amore è un sentimento disinteressato che prescinde dalle ingiustizie vissute nel passato.

Incatenarlo ai traumi infantili alimenta la richiesta di una diponibilità affettiva impossibile da raggiungere e impedisce alla crescita emotiva di svilupparsi nella reciprocità.

La cultura romantica coltiva da sempre il mito del Principe Azzurro (e della Principessa Azzurra), idealizzando un rapporto di coppia in cui tutto scorre spontaneamente nella direzione voluta, senza difficoltà e senza responsabilità.

Ma dal punto di vista psicologico questo scenario incantato ci trascina inevitabilmente verso il fallimento.

Un partner scelto con tali criteri, infatti, rievoca emozioni, atteggiamenti e sentimenti sperimentati in famiglia e, se da un lato offre l’occasione per superare le difficoltà di un tempo, dall’altro rischia di imprigionarci dentro un copione ripetitivo e malsano fatto di frustrazioni insormontabili.

È difficile assumersi la responsabilità delle proprie azioni rinunciando a quel risarcimento danni tanto ambito e incentivato dalla letteratura, dalle fiabe e dal mito.

Comprendere i limiti di queste scelte significa accettare che i nostri genitori siano stati carenti, inadeguati e imperfetti.

Non i super eroi che ci saremmo aspettati da bambini, ma persone qualunque: con tante difficoltà e tante incertezze, incapaci di rappresentare nel mondo fisico la Totalità da cui proveniamo.

Questa verità disincantata evidenzia gli scenari infantili mettendo in luce imperfezioni e limiti.

Il partner che scegliamo (proprio come noi e come i nostri genitori) è una persona impegnata a combattere la difficile battaglia per la realizzazione di sé e non l’eroe che il destino ci ha mandato per salvarci da una fanciullezza infelice.

Cambiare il finale della nostra infanzia non è possibile: nessuno nel presente potrà salvarci dal passato.

La musica familiare delle reminiscenze infantili va ascoltata, danzata, compresa e gestita dentro noi stessi.

Proiettarla su di un partner idealizzato crea non pochi fraintendimenti, alimentando nella psiche le fantasie delle parti immature.

Non serve cercare qualcuno che si prenda cura dei bambini che siamo stati.

Occorre invece che i nostri sé adulti si rivolgano con amore al mondo infantile e finalmente regalino al cucciolo interiore la dedizione necessaria per crescere.

Nessuno meglio di noi può sapere di cosa ha bisogno e quando.

Soddisfare autonomamente i sogni del passato significa prendere in adozione quel bambino sperduto che ancora vive dentro noi stessi, permettendogli di raccontarci la sua sofferenza senza sfuggirla (come hanno fatto gli adulti di un tempo) e senza delegare ad altri il compito di occuparsene.

Solo così diventa possibile andare incontro all’Amore.

Quello vero.

Quello che non dipende dalla reciprocità dell’altro ma dal piacere di donarsi.

Senza pretendere.

Quando offriamo a noi stessi un ascolto disinteressato e pieno di attenzioni possiamo vivere la reciprocità anche nelle relazioni con gli altri. 

L’amore prende forma nel mondo intimo e poi si avventura nella vita.

Non per cercare un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra ma per colorare la nostra esistenza del suo profondo significato.

Carla Sale Musio

leggi anche:

TUTTA COLPA DEI MIEI GENITORI!

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Lug 15 2017

ANIME GEMELLE & GENITORI IMPERFETTI

I genitori sbagliano.

È un dato di fatto.

Sbagliano anche quando ce la mettono tutta per dare ai figli l’attenzione, la partecipazione, la comprensione e la considerazione, indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

I genitori “sbagliano” perché la vita è un percorso individuale in cui dobbiamo imparare ad accollarci la responsabilità degli eventi che ci succedono.

Anche quando le cause sembrano indipendenti dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

È un discorso difficile da accettare, ma libertà e responsabilità camminano a braccetto.

Non è possibile vivere pienamente l’una senza l’altra.

Ogni volta che ci sentiamo vittime, sacrifichiamo la nostra libertà sull’altare della volontà di qualcun altro.

Quando invece ci assumiamo totalmente la responsabilità delle situazioni, diventiamo padroni della realtà.

In questa chiave, gli errori commessi dai genitori ci guidano a scegliere noi stessi.

Ponendoci davanti a un bivio.

Possiamo delegare le colpe delle nostre difficoltà e diventare vittime di un’educazione sbagliata, oppure possiamo assumerci l’onere della nostra vita e cogliere il messaggio contenuto negli avvenimenti.

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“Mia mamma non mi ha mai abbracciato, era sempre indaffarata con la casa, il lavoro e i problemi di mia nonna e mio nonno. Per me non aveva tempo. Quando, raramente, capitava che stessimo insieme non sapevamo come avvicinarci, lei burbera, severa e arrabbiata e io pronto a recriminare e a chiudermi.”

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Durante un incontro di gruppo, Pietro condivide la propria esperienza.

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“Col tempo, ho imparato a scegliere come interpretare quei fatti. Potevo sentirmi vittima di una madre fredda e assente oppure, grazie alle sue mancanze, potevo scoprire il valore dell’affettività e provare a sperimentare quello che mi era mancato. Un giorno ho deciso di sfidare me stesso e, nonostante l’imbarazzo, ho abbracciato mia madre con l’amore e la tenerezza che avrei voluto ricevere. Lei si è irrigidita, come sempre, ma quando ha visto che non desistevo, è scoppiata a piangere. Abbiamo pianto insieme. È difficile spiegare cosa succede in quei momenti. È stato lì che ho capito che ogni cosa dipende da me.”

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La vita è un’occasione per imparare.

Possiamo subire il peso degli avvenimenti o coglierne la sfida e impersonare il cambiamento suggerito da quegli ostacoli.

Come racconta Pietro, non è facile scorgere il messaggio trasformativo racchiuso nelle ferite dell’infanzia.

Tuttavia, assistere impotenti alle proprie difficoltà è altrettanto doloroso.

Quando siamo bambini, i genitori possiedono un’autorevolezza assoluta e ci aspettiamo da loro: perfezione e accettazione illimitate.

Ai nostri occhi infantili, papà e mamma appaiono dotati di poteri grandissimi e questa fisiologica idealizzazione ci spinge a crederli capaci di risolvere ogni problema.

La crescita ci restituisce il peso delle difficoltà insieme alla possibilità di superarle e, col passare degli anni, l’alone di onnipotenza cede il posto alla consapevolezza dei limiti e delle fragilità di chi ci ha messo al mondo.

In un angolo della psiche, però, la speranza di incontrare qualcuno pronto a donarci l’amore incondizionato e miracoloso che avremmo voluto ricevere da bambini, mantiene intatta la propria vitalità e attende pazientemente l’occasione giusta per manifestarsi.

Prendono forma in questo modo le aspettative magiche sull’anima gemella.

Si alimentano nei miti, nelle favole e nei sogni.

E ignorano la complessità della vita interiore.

Nelle fantasie collettive, infatti, l’anima gemella è gemella soltanto in una reciprocità idealizzata e compiacente, pronta a donare amore, stima e accettazione, ma ignara del disprezzo con cui segretamente trattiamo noi stessi.

Quando incontriamo il partner che ci fa battere il cuore, si riaccende la speranza di ottenere l’amore idealizzato dell’infanzia, e quell’aspettativa prodigiosa intreccia la devozione con la crudeltà, dando vita alle innumerevoli relazioni ambivalenti che popolano la vita di tutti i giorni.

Relazioni di amore e di guerra, di recriminazioni e di dipendenza, di passione e di delusione… prive della considerazione necessaria a comprendere la realtà intima di ciascuno.

Il mondo interiore è fatto di emozioni contrapposte che si riflettono negli occhi dell’altro come in uno specchio.

È lì che il sogno di un amore salvifico e compensatorio riprende vita, allontanandoci dall’ascolto di noi stessi e dalla comprensione della nostra intima poliedricità.

Il partner che scegliamo, infatti, ci porta in dono ciò che abbiamo sempre desiderato ma non abbiamo mai avuto il coraggio di prenderci.

E, come uno specchio, ci costringe a guardare la brutalità con cui trattiamo le parti di noi che, per diventare grandi, abbiamo dovuto rifiutare.

Detto in parole semplici, la nostra anima gemella è gemella anche nei modi che usiamo per criticare noi stessi e ci amerà con l’identica intensità con cui noi ci amiamo.

Nel bene e nel male.

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“Sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini potevano fare tutto ciò che volevano, mentre le donne dovevano servirli e compiacerli. Dentro di me odiavo quell’ingiusta distribuzione del potere, ma avevo imparato a essere una ragazza dolce, accondiscendente e gentile, e a farmi benvolere per la mia disponibilità. Segretamente disprezzavo quel modo di fare e mi giudicavo una vigliacca perché, pur di sentirmi amata, ero disposta a barattare anche la dignità. Mi ci sono voluti molti anni di lavoro personale per accettare le mie responsabilità nell’imbattermi sempre in fidanzati prepotenti e poco affettivi. Oggi so che quel disprezzo funzionava come un radar e richiamava nella mia vita le persone pronte a mostrarmelo con i loro comportamenti.”

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Mentre racconta le fasi del suo cambiamento interiore, Rossana ha gli occhi lucidi e si commuove ripensando al passato.

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“Mi sembrava impossibile che quella sfilza di storie sentimentali fallite fosse la conseguenza del mio modo di comportarmi con me stessa. Eppure, quando ho cominciato a permettermi una maggiore dignità, quando ho smesso di essere sempre gentile, quando ho lasciato emergere anche la mia irruenza… in quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. Oggi ho una relazione diversa. Ho capito che il potere è un argomento che mi riguarda personalmente e l’abuso che ho vissuto da bambina è un tema da approfondire principalmente dentro di me.”

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I genitori “sbagliano” e con i loro “sbagli” ci costringono a esplorare una realtà interiore che ci riguarda.

Possiamo accettare l’insegnamento della vita e accollarci la profondità di quell’esperienza, oppure possiamo incolparli delle nostre difficoltà e aspettare che un principe azzurro, o una principessa azzurra, arrivi a pagare il conto di quegli errori, alimentando il sogno di un amore incondizionato, senza aver sviluppato dentro di noi la capacità di accoglierlo.

In quest’ultimo caso, la relazione non potrà funzionare e la delusione sarà inevitabile.

Nessuno può vivere un’intensità emotiva, se prima non ha imparato a gestirla dentro di sé.

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Mar 03 2017

PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

“Il mondo è fatto male, c’è troppa corruzione, troppa confusione, troppo opportunismo, troppa falsità…”

L’imperfezione ci rende critici, insofferenti e nervosi.

Vorremmo vivere un’esistenza perfetta in cui regnano la pace, l’amore e il rispetto.

E, quando costatiamo che invece non è così, ci aspettiamo che la vita ci porga delle scuse e ci compensi, ripagando i torti con altrettante opportunità.

Ma come nasce questa pretesa di perfezione?

Dove ha origine il bisogno di vivere un’esistenza facile, nitida, senza fatiche e senza sbavature?

L’equivoco che ci spinge a pretendere più che a dare, è racchiuso nelle impostazioni educative vissute durante l’infanzia.

Atterriamo nella vita portando con noi la certezza che esista un Principio Assoluto capace di farsi carico dei nostri bisogni.

E ci aspettiamo la devozione incondizionata da parte di chi si prende cura di noi.

Poi, quando scopriamo che questa perfezione non esiste, incolpiamo i nostri genitori, sicuri che le loro mancanze siano un affronto che andrà ripagato in qualche modo.

Arriviamo da una dimensione immateriale in cui i codici della Totalità obbediscono a leggi diverse da quelle della fisicità.

E portiamo con noi la certezza che quelle leggi, fatte di onnipresenza, onniscienza, pienezza, interezza e completezza, si applichino anche alla materialità di cui siamo diventati parte.

Forti di una memoria soprannaturale e istintiva, ci aspettiamo che gli adulti impersonino un Potere Divino, capace di assecondare le nostre esigenze.

Ma, nonostante la buona volontà e l’impegno smisurato, nessun genitore potrà mai incarnare quel Principio Assoluto che governa l’immaterialità, fuori dai limiti imposti dallo spazio, dal tempo e dalla dualità in cui ci muoviamo.

In questa nostra dimensione terrena, ciò che rende un genitore competente non è l’onnipotenza ma la possibilità di ammettere le difficoltà e la propria inesperienza.

L’onestà nel riconoscere le mancanze personali è alla base di un rapporto sano e, per raggiungerla, è necessario che mamma e papà abbandonino le vesti della Divinità per indossare quelle dell’umanità, accettando i propri limiti e costruendo le fondamenta di un dialogo che renderà i loro cuccioli migliori, pronti a volare fuori dal nido per confrontarsi con la vita.

Nel mondo fisico, la sicurezza non deriva da modelli di comportamento irreprensibili, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità, misurandosi con l’impegno necessario ad affrontare la realtà.

Avere genitori simili a Dio, rende insicuri, vittime di un confronto impari e sbilanciato in cui il senso d’inadeguatezza si cronicizza nel tempo, facendoci sentire schiavi del giudizio e dell’approvazione degli altri.

L’autostima e l’efficacia personale sono frutto di un’adeguata accettazione delle proprie paure e della volontà necessaria per evolvere i limiti, fino a renderli punti di forza.

La capacità di far fronte alle difficoltà trasforma la vita in un’avventura coinvolgente e appassionante.

Mentre la sensazione d’impotenza che deriva dal raffronto con un’autorità infallibile, annienta la volontà e rende vittime di un potere forte della propria arrogante superiorità.

Una pedagogia nera, vecchia di secoli ma ancora in vita nei metodi educativi che permeano l’educazione moderna, impone al padre e alla madre un’indiscussa superiorità, etichettando le ragioni dei figli come: pretese, capricci, prepotenze, eccetera.

E, quei genitori che non riescono ad adeguarsi al target di perfezione imposto dagli standard pedagogici, pagano il prezzo di un ostracismo sociale e di un’insicurezza interiore, che limita il dialogo e la possibilità di un confronto costruttivo con i figli.

In questo modo, anche chi cerca di costruire un rapporto meno autoritario, finisce per sentirsi inadeguato.

È così che la pretesa di un risarcimento danni s’insinua nella coscienza.

Prende forma dalla rivalsa verso l’autoritarismo subito nell’infanzia e alimenta l’invidia, il rancore, il vittimismo e la paura, occultando il bisogno d’amore e portandoci ad esigere un compenso per le battaglie che è necessario affrontare durante la vita.

Compenso che, nell’immaginario collettivo, giungerà nel momento in cui un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra, faranno la loro comparsa per renderci felici.

Nei sogni coltivati da bambini, saranno proprio loro a donarci, finalmente, tutto l’amore che ci è mancato durante l’infanzia, ripagando le inadeguatezze dei genitori e i torti della vita, grazie a una devozione incondizionata.

Il mito di una relazione perfetta e compensativa prende forma nelle fiabe della tradizione, modellando nel tempo una pretesa illusoria e irraggiungibile.

Nessun rapporto di coppia potrà mai ripagare l’angoscia vissuta durante i primi anni di vita.

Ognuno deve scoprire dentro di sé le risorse necessarie per far fronte al dolore, trasformando la sofferenza in saggezza e sviluppando la capacità di vivere con profondità e creatività.

Il rischio di essere pienamente se stessi fa paura e blocca l’espressione dell’autenticità.

Temiamo di ritrovarci soli, privi del sostegno e del riconoscimento delle persone cui vogliamo bene.

Eppure, nella solitudine e nell’ascolto della nostra interiorità si sviluppa una capacità di amare fatta di comprensione e reciprocità.

L’amore che riceviamo è lo specchio dell’amore che sappiamo dare a noi stessi.

Le relazioni di coppia mettono a fuoco le imperfezioni, spingendoci verso l’evoluzione e il cambiamento.  

Per vivere la vita con pienezza e l’amore con Amore, dobbiamo incontrare noi stessi così intimamente da scoprire che il Principe Azzurro e la Principessa Azzurra siamo proprio noi.

Sono le parti di cui abbiamo più paura.

Quelle che ci portano in dono un nuovo punto di vista e ci regalano il coraggio di cambiare gli schemi limitanti, ancorati alla paura della sofferenza.

Nessuno può colmare le lacune del passato senza attraversare il fuoco del cambiamento e senza rivivere il dolore dell’infanzia.

L’ascolto delle proprie parti infantili permette agli adulti che siamo diventati di prendersi cura dei bambini che siamo stati, accogliendo la vulnerabilità insieme alla forza e dando forma a un amore in grado di offrirsi invece che pretendere.

La maturità non è una presunta asetticità emotiva, ma si rivela nella capacità di far convivere la saggezza con l’ingenuità, la fiducia con la paura, l’incoerenza con il bisogno di uniformità.

Nell’accoglienza della propria multiforme autenticità sono nascoste le chiavi dell’amore e il segreto di una relazione libera da potere e presunzione, pronta ad attraversare la vita nella sua infinità generosità.

Carla Sale Musio

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Feb 06 2016

SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

Dietro il pretesto della tenerezza e della compassione, spesso si nascondono interessi che con l’amore hanno ben poco da spartire.

“Non posso separarmi perché la persona che ho sposato ne soffrirebbe troppo ed io non voglio infliggerle un dolore tanto grande!”

A prima vista queste parole possono sembrare cariche di umanità e di rispetto ma, se leggiamo un po’ più in profondità, scopriamo diversi significati ed emozioni.

La stessa frase, infatti, implicitamente asserisce anche:

“La persona che ho sposato non è capace di badare a se stessa e non sa gestire le proprie emozioni, è emotivamente poco intelligente, dipendente e priva di risorse ma, questa sua invalidante abnegazione, gratifica talmente il mio narcisismo che non voglio privarmene per nessuna ragione al mondo. Perciò, anche se non ricambio la sua dedizione e non vivo più alcun coinvolgimento emotivo o erotico nei suoi confronti, preferisco considerarmi indispensabile piuttosto che mettermi nuovamente in gioco e affrontare una reciprocità affettiva che mi spaventa e che mi farebbe sentire vulnerabile e in difficoltà.”

La codardia emotiva è una delle più spiacevoli verità interiori e, in Italia, la chiesa cattolica, prescrivendo l’indissolubilità del matrimonio, ne coltiva abilmente la permanenza nella psiche, permettendo a tanti timorati di Dio di nascondere la paura della propria debolezza e l’arresto della crescita emotiva dietro un’apparente irreprensibilità coniugale.

L’amore, però, è fatto di rispetto, di fiducia e di autenticità, e ha ben poco a che vedere con l’onnipotenza e il narcisismo che derivano dal sentirsi indispensabili nella vita di un’altra persona.

Anche quando quella persona è la stessa che abbiamo sposato.

Sciogliere il matrimonio vuol dire concedere al partner la stima e la libertà che accordiamo a noi stessi, imparando dall’esperienza coniugale vissuta insieme una nuova possibilità di mettersi in gioco e di voler bene.

Come ho detto altre volte, la separazione è sempre un’occasione per approfondire la propria capacità di amare e comporta una grande maturità affettiva.

Lasciare libero il coniuge di vivere i suoi sentimenti e di decidere autonomamente cosa fare della propria vita, significa affrontare la responsabilità di se stessi senza delegare a nessuno le colpe dell’insoddisfazione e dei fallimenti che fanno da contrappunto al bisogno di cambiare e che sottendono la necessità di separarsi.

Dietro alla sbandierata sollecitudine nei confronti di un coniuge, giudicato incapace di sopravvivere alla fine del matrimonio, di solito si nascondono interessi molto lontani dalla premura e dalla attenzione per le sue difficoltà.

Tra questi, oltre alla paura di affrontare una nuova esperienza affettiva (con il suo corollario di incertezze, vulnerabilità e mareggiate emotive) troviamo tanti bisogni materiali, poco altruistici ed essenzialmente mirati a mantenere stabile il patrimonio dei beni coniugali.

Il matrimonio, infatti, è essenzialmente un contratto legale che penalizza chiunque abbia l’ardire di anteporre i sentimenti agli interessi economici.

Decidere di rinunciare alla casa, alla macchina, al doppio stipendio, alle vacanze, ai viaggi e a tutti i confort che la vita a due rende possibili, è una scelta coraggiosa adatta a pochi irriducibili avventurieri, incapaci di barattare l’autenticità con l’attaccamento alle cose.

Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi, per inseguire la propria verità, è considerato un lusso e, spesso, una follia, da una società in cui le leggi hanno sostituito l’etica mentre la responsabilità individuale annega sotto una marea di prescrizioni religiose, volte a preservare l’obbedienza invece della maturità emotiva.

I regolamenti, i codici e i decreti, hanno obiettivi diversi dalle esigenze psicologiche, e l’empatia, la sincerità e l’amore non trovano sostegno nei contratti e nelle disposizioni religiose.

Sciogliere un matrimonio è un atto legale che modifica gli accordi patrimoniali e obbliga a scelte finanziarie invece che affettive, invitandoci spesso a barattare l’onestà interiore con il benessere garantito dalla comunione dei beni.

Per separarsi è indispensabile rinunciare al proprio tornaconto economico e all’onnipotenza narcisistica, che spinge a credersi insostituibili per il partner, anteponendo l’autenticità e il rispetto di sé e dell’altro, all’approvazione del mondo.

Ci vuole molto coraggio, apertura, incorruttibilità, lealtà e franchezza per scegliere l’amore senza nascondersi e senza incatenare la crescita psicologica dentro i regolamenti e le comodità.

Separazione e codardia emotiva sono percorsi diversi, capolinea opposti lungo il tragitto che dall’opportunismo conduce alla reciprocità e ad un’autentica capacità di amare.

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STORIE DI PAURA E DI CORAGGIO

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Caterina è innamorata di Roberto da quattro anni.

Insieme condividono momenti teneri, viaggi, sogni, ansie, certezze e paure.

La loro storia d’amore potrebbe essere perfetta se Roberto non fosse sposato con un’altra donna e se, invece che parlare spesso di separazione, si decidesse finalmente a compiere il passo decisivo.

Roberto si lamenta con Caterina della sua vita coniugale, che definisce arida e vuota ma, ogni volta, le responsabilità verso sua moglie lo costringono a rimandare il momento di separarsi, in un procrastinare senza fine.

“Per mia moglie io sono un punto di riferimento e una ragione di vita.”

Dichiara a capo chino davanti alle richieste di Caterina.

“Non posso cancellare con un colpo di spugna tutte le sue certezze. L’amore per te è profondo e innegabile ma… sono costretto a vivere con lei!”

* * *

Alberto e Claudia non hanno rapporti sessuali da moltissimo tempo.

Il loro matrimonio è fatto di attenzioni e premure ma l’intimità fisica, è del tutto assente e, dopo anni di tentativi inutili, Alberto ha abbandonato ogni approccio, sentendosi sempre meno attraente e ferito nella sua virilità.

Ultimamente, a complicare le cose ci si è messa anche l’insegnante d’informatica che non nasconde un grande trasporto per lui e non perde occasione per ricordargli che: “Quando i matrimoni non funzionano bisogna chiuderli, senza tergiversare!”

Alberto è lusingato da quelle attenzioni e vorrebbe ricambiare i sentimenti della donna, ma l’insicurezza lo rende timido e pieno di paure.

Da troppo tempo ha rinunciato ad ascoltare i suoi bisogni profondi e il forte desiderio fisico che prova per lei lo spaventa e lo spinge a chiudersi.

È vero, il legame con sua moglie è privo di erotismo e di passione, ma l’idea di abbandonare la vita coniugale, fatta di ritmi immutabili e prevedibilità, per andare incontro all’incertezza e al tumulto interiore che accompagnano l’amore, lo terrorizza.

Così, con grande determinazione decide di non frequentare più i corsi d’informatica.

“Non posso separarmi.” confessa, scrollando la testa “Mia moglie ne soffrirebbe troppo e non voglio darle un dolore così grande!”

* * *

Quando Francesca conosce Simona, è come se una manciata di sogni colorati la trasportasse dentro un mondo nuovo, fatto di creatività, di entusiasmo e di… passione.

Colta di sorpresa, Francesca è spaventata e incredula di fronte alla scoperta di quei sentimenti per un’altra donna.

Ma, pur sentendosi pazza e incosciente, insegue il filo di un desiderio che diventa sempre più intenso e profondo, fino a costringerla a guardare negli occhi le sue paure e a prendere una decisione. Rimandata per troppo tempo.

Lascerà suo marito, la loro bella casa, il giardino, l’automobile, i viaggi, le vacanze, i regali, le feste, le cene con gli amici e la stima dei parenti.

Non le importa dei soldi, delle comodità e dei vantaggi sociali che derivano dall’aver fatto un buon matrimonio!

Prenderà in affitto una stanza e farà quadrare lo stipendio con la sua voglia di cambiare.

“È il prezzo da pagare per la libertà!” dice a se stessa, mentre cammina mano nella mano con Simona, lasciando che suo marito gestisca come vuole la separazione, le case, le ricchezze e i tanti oggetti acquistati insieme e che, adesso, non le appartengono più.

Carla Sale Musio

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Dic 14 2015

SEPARARSI O ASPETTARE ANCORA?

Procrastinare la separazione serve a nascondere la paura di affrontare un bilancio che, spesso, sembra chiudersi soltanto in perdita.

Un pericoloso vissuto di fallimento, infatti, accompagna la decisione di porre fine al matrimonio, offuscando la crescita affettiva dietro un’interminabile lista di recriminazioni e mancanze.

Proprie o del coniuge.

Liberarsi dalla sensazione di aver sbagliato tutto non è facile.

Occorre una grande capacità introspettiva per gestire l’indipendenza senza colpevolizzare nessuno e senza censurare il cambiamento che, inevitabilmente, ogni separazione porta con sé.

La vita di coppia ci regala consapevolezze nuove, e una diversa maturità affettiva prende forma dallo scambio e dal continuo imparare l’uno dall’altro.

Stare insieme significa crescere insieme, ma non sempre la crescita avanza con lo stesso passo per entrambi e può succedere che, lungo il percorso, il divario diventi incolmabile, costringendo alla scelta di separarsi.

Questo però non vuol dire dover ripartire da zero.

Separarsi non attesta una patologica immaturità affettiva.

Al contrario, significa onorare i frutti del matrimonio, accogliendo con responsabilità la maturità che consegue allo stare insieme e all’avere imparato a volersi bene senza imprigionarsi in un rapporto che implora maggiore autonomia.

L’amore passa attraverso tante esperienze e ognuna ci permette di andare più a fondo nella capacità di condividere e di conoscere l’intimità, nostra e di un’altro essere.

Lungo la strada che dall’egocentrismo conduce alla maturità, la crescita psicologica si misura osservando la capacità di accogliere le diversità (proprie e dell’altro) senza censurarle o demonizzarle.

Questo cammino ci guida ad attraversare la possessività e la gelosia e ci conduce verso una sempre maggiore capacità di amare con disinteresse e generosità.

La separazione rappresenta una tappa fondamentale dello sviluppo emotivo, perché permette all’amore di dispiegarsi anche nel rispetto di quelle differenze che rendono impossibile la prosecuzione della vita insieme.

Ecco perché, per affrontare una separazione, occorre una grande capacità di amare.

Talmente grande da mettere la libertà di entrambi al primo posto, senza soffocare il calore, l’attenzione e la cura, dentro una prigione di obblighi e imposizioni reciproche.

Lasciarsi liberi di essere se stessi è un’importante prova d’amore, soprattutto quando questo significa disfare il progetto di una vita insieme.

Servono: molto coraggio, molta energia e molta amorevolezza.

Il bombardamento religioso della chiesa cattolica, volto a colpevolizzare chi decide di percorrere questa strada, additandolo come peccatore e, perciò, immorale e vizioso, certamente non aiuta a trovare le forze per affrontare i passaggi necessari.

Si è costretti a sopportare la commiserazione e le accuse di tanti credenti, pronti a puntare il dito alla ricerca di un colpevole, e questo rende difficile permettere che le ragioni del cuore guidino la coscienza a fare ciò che invece è più giusto.

Ascoltare la propria saggezza interiore, piuttosto che conformarsi acriticamente ai precetti religiosi, è il primo passo verso l’autonomia.

Per superare la sensazione d’inadeguatezza e i vissuti di fallimento indotti dal contesto sociale, è certamente di aiuto darsi degli obiettivi concreti e pianificare materialmente le tappe del cambiamento.

La concretezza, infatti, permette di rimanere ancorati alla realtà piuttosto che lasciarsi travolgere dai giudizi negativi, sprofondando in quel procrastinare che annebbia la coscienza rendendo difficile ogni decisione.

È utile:

  • consultare un avvocato e comprendere come sia possibile dividere la situazione patrimoniale

  • assicurarsi una fonte di reddito autonoma o procurarsi un lavoro indipendente dal coniuge

  • individuare un luogo dove poter vivere ognuno per conto proprio, senza doversi incontrare ogni giorno

  • crearsi degli interessi nuovi

  • frequentare persone diverse

  • gestire la solitudine senza cercare consensi tra gli amici e i parenti

  • permettersi di assaporare la sensazione di libertà che accompagna la delusione e la tristezza, durante il periodo di cambiamento

Imparare a stare soli con se stessi è il compito più difficile da affrontare, dopo aver trascorso tanto tempo insieme sotto lo stesso tetto.

La paura spinge a sfuggire questa prova, annebbiando la mente con mille pretesti e ingigantendo le difficoltà.

Darsi degli obiettivi pratici aiuta a mantenere il contatto con la razionalità, permettendoci di osservare le cose con meno pathos e più lucidità.

Separarsi è un percorso irto di dubbi e di paure ma, proprio dal superamento di queste insicurezze, può nascere una nuova occasione di esprimere l’amore con saggezza e profondità.

Dalla distanza e dall’autonomia scaturisce la possibilità di ricominciare.

A volte, anche quel matrimonio che sembrava finito.

Carla Sale Musio

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Nov 13 2015

SEPARAZIONE: affrontare il cambiamento interiore

La paura della separazione paralizza la crescita interiore impedendo all’amore di svilupparsi nei modi naturali che gli sono propri.

Troppo spesso confondiamo la possessività con l’affettività, senza renderci conto che l’amore, quello vero, non rivendica diritti, interessi o proprietà, ma conduce a sviluppare le potenzialità interiori seguendo un percorso proprio, che è diverso per tutti.

Questo percorso, a volte, comporta la separazione tra i coniugi.

Amare un’altra persona vuol dire accostarsi alla profondità di un altro essere, scoprirne le peculiarità e condividerne le emozioni.

Ma soprattutto, significa mostrare la propria vulnerabilità e sperimentare modi sempre diversi di osservare la vita, arricchiti dal punto di vista dell’altro e dal desiderio di rinnovarsi per nutrire la relazione.

L’intimità permette di fare nuove scoperte su di sé, aiutandoci ad accogliere la fragilità.

Nostra e del partner.

È un percorso di crescita che passa attraverso un susseguirsi di sfide, fino a raggiungere un’accettazione priva di pretese e di giudizi.

Da quest’apertura incondizionata nasce la possibilità di separarsi e di accogliere se stessi e il coniuge nel proprio bisogno di autonomia.

In Italia la chiesa cattolica, proclamando l’indissolubilità del matrimonio, ha demonizzato la separazione, trasformando un momento delicato e importante della crescita emotiva in una scelta condannata da Dio e perciò destinata a generare dolore e fallimento.

Ma la visione religiosa è molto distante dalla realtà psicologica.

La capacità di separarsi, infatti, è una conquista dell’autonomia, un momento dell’evoluzione affettiva che rende possibile l’Amore con la A maiuscola, libero dai vincoli del possesso e dell’orgoglio e capace di rispetto e comprensione anche nelle divergenze.

La separazione è una tappa fondamentale nella scuola del voler bene perché segnala una reciprocità matura, un dare che non pretende e non possiede ma accoglie e comprende, senza riserve.

Da questa pienezza emotiva nascono quelle che oggi sono chiamate “famiglie allargate”, gruppi di persone unite dal rispetto gli uni per gli altri e capaci di condividere l’amore per i figli e per se stessi, senza possesso e senza pretendere un’uniformità di obiettivi e d’interessi.

Uniformità imposta dal pensiero cattolico a discapito della realizzazione personale e dell’evoluzione affettiva e, psicologicamente, impossibile da raggiungere.

Separarsi e affrontare il cambiamento interiore significa lasciare che l’amore coniugale evolva nella libertà, senza perdere di vista l’impegno preso con i figli e senza abiurare l’amore che unisce nel compito di genitori.

Questa nuova indipendenza è possibile soltanto quando ognuno prende su di sé la responsabilità della propria vita e della propria evoluzione, e smette di delegare al partner le colpe o il fallimento della relazione.

In questa chiave, infatti, non ci sono colpe e nemmeno fallimenti, ma una crescita affettiva che passa attraverso l’emancipazione reciproca.

Ciò che importa non è la continuità della convivenza ma l’evolversi di una relazione che nasce con l’innamoramento e prosegue senza interruzioni verso tappe diverse del volersi bene.

Anche quando la passione si trasforma in una comprensione fatta dell’accettazione delle reciproche divergenze.

L’equilibrio poggia sull’ascolto del proprio mondo emotivo e permette di coltivare nuovi interessi ed entusiasmi.

Consentendo a se stessi di perseguire obiettivi in linea col mondo interno ci si apre al cambiamento, lasciando che la crescita emotiva, un passo dopo l’altro, al raggiungimento di una sempre più profonda capacità di voler bene (sia a noi stessi che alle persone con cui abbiamo percorso un tratto di vita).

Nell’amore i momenti di condivisione si alternano ai momenti di solitudine e insieme danno forma a un sentire sempre più profondo, fino a permettere un’accettazione incondizionata di se stessi, della vita e di chi abbiamo a fianco.

Carla Sale Musio

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Ago 12 2015

SEPARAZIONE E RESPONSABILITÀ

La separazione è un passaggio di crescita, delicato e importantissimo, verso il raggiungimento di una più profonda maturità affettiva.

Sciogliere un matrimonio significa fare i conti con se stessi e con le proprie responsabilità.

Durante la vita coniugale, l’abitudine a condividere ogni scelta conduce facilmente a incolpare il coniuge dei propri fallimenti e delle proprie paure, permettendo all’immagine idealizzata di sé di crescere al riparo da pericolosi confronti con la realtà.

“Se fosse per me… ma la mia metà non è d’accordo!”

Frasi come questa, consentono di non confrontarsi con le scelte e con i bisogni personali e allontanano da un ascolto autentico di se stessi, delegando al partner tutte le responsabilità.

La separazione è un momento insostituibile dell’evoluzione affettiva.

Infatti, la scelta di non condividere insieme l’esistenza, costringe a osservare se stessi con autenticità e a misurarsi anche con gli aspetti meno edificanti del proprio modo di essere.

Chi si separa deve affrontare il fallimento di un progetto di vita insieme.

Un progetto in cui ha creduto fino al punto di vincolarsi legalmente e che, di sicuro, non aveva previsto di dover abbandonare.

Rinunciare alla vita matrimoniale e ritrovarsi improvvisamente single significa esaminare le ragioni che hanno causato la fine del matrimonio, assumendosi l’onere dei propri sbagli e della propria inesperienza.

La capacità di prendere su di sé ogni responsabilità, anche quando le cose che non vanno secondo i nostri piani, determina un’importante crescita psicologica e, paradossalmente, schiude nuovi orizzonti all’amore.

Nei momenti magici dell’innamoramento, infatti, è facile fare progetti e lasciarsi trasportare dall’entusiasmo.

Nelle difficoltà e nella solitudine, invece, emerge l’autenticità delle persone e si fa strada una nuova comprensione di se stessi e degli altri che amplifica la capacità di voler bene.

I fallimenti indicano cosa va migliorato e ci offrono un’occasione preziosa di cambiamento.

Guardare i propri difetti, rinunciando alla pretesa di apparire migliori, è un passaggio difficile che tanti preferiscono nascondere sotto la coltre spessa delle buone ragioni per cui è meglio evitare di sciogliere un matrimonio.

E’ più facile, infatti, lasciare che le abitudini si trascinino un giorno dopo l’altro, piuttosto che affrontare il fallimento dei progetti costruiti insieme.

La religione dà man forte alla paura del cambiamento, sostenendo la rinuncia alla crescita emotiva in favore di una convivenza senza emozione, fatta di abnegazione e sacrificio.

Gli psicologi, invece, affermano che lo sviluppo affettivo non deve bloccarsi e, quando in un rapporto mancano l’intimità e la reciprocità, diventa necessario rimboccarsi le maniche e assecondare la crescita, anche quando questo comporta la fine del matrimonio.

Ciò che è stato unito da Dio non può essere sciolto dagli uomini!”

Affermano con autorità i ministri della Chiesa, ma per gli psicologi sono gli uomini a delegare a Dio tutte le responsabilità, senza doversi caricare il peso delle proprie scelte e dei propri sbagli.

Nella separazione, infatti, le colpe vanno sempre divise a metà e, quando si raggiunge quel punto di non ritorno, nessuno può evitare di guardare le implicazioni personali.

Questo non vuol dire, però, che l’amore sia finito.

L’amore difficilmente finisce, più spesso… cambia!

L’autonomia è un passaggio importante della crescita affettiva.

Quando ci si lascia liberi di imboccare strade diverse, l’abnegazione cede il posto alla comprensione, determinando una competenza affettiva che trasforma il coinvolgimento del passato in considerazione, stima e solidarietà nel presente.

E’ facile amarsi quando si condividono interessi, progetti, idee e passioni.

Ben diversi sono invece gli entusiasmi quando la vita ci chiede di seguire percorsi differenti.

In questi casi il coinvolgimento si trasforma in rispetto, sviluppando la capacità di lasciarsi liberi, piuttosto che costringersi a vivere dentro una reciprocità artificiosa e non condivisa interiormente.

La separazione è quel momento della crescita affettiva in cui l’amore, rinunciando per sempre al possesso, tocca la profondità dell’autonomia, e sviluppa la libertà insieme al rispetto.

Per noi stessi e per chi abbiamo amato.

Carla Sale Musio

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Mar 03 2015

MARITO E MOGLIE? OGNUNO A CASA SUA

Quando un rapporto di coppia funziona, la tradizione vuole che i partner, presto o tardi, decidano di mettere su casa insieme. 

La convivenza è considerata il fondamento di una buona unione coniugale, la prova del nove per verificare la solidità e la capacità di condividersi.

Scegliendo la coabitazione, infatti, si passa dalla vita da fidanzati alla vita matrimoniale, anche quando i riti (religiosi o legali) non sono stati celebrati.

Ma vivere insieme è davvero un passo indispensabile per cementare l’amore coniugale?

Non tutte le coppie sono d’accordo.

E, se la maggior parte ritiene che la convivenza sia il momento clou di un rapporto amoroso, alcune preferiscono conservare l’autonomia, nonostante il legame, profondo e duraturo, che le unisce.

O, forse, proprio per onorare la loro intimità.

La decisione di vivere in case separate, infatti, oltre a valorizzare il bisogno di libertà di ciascuno, coltiva la freschezza e la reciprocità dell’amore.

Così, mentre la convivenza azzera la privacy tra i coniugi, costringendoli a condividere ogni momento della quotidianità, abitare ciascuno in una casa propria permette di scegliere quando dedicarsi a se stessi e quando incontrare il partner, e fa sì che il tempo della coppia diventi un tempo prezioso, invece che l’inevitabile conseguenza dell’abitare i medesimi spazi.

Vivere in abitazioni separate permette di gestire la casa secondo i propri criteri e il proprio gusto, trasformandola in un luogo personale e intimo, dove isolarsi o accogliere l’altro, senza delegare a nessuno le responsabilità della solitudine o dell’incontro.

A casa propria ognuno è costretto a occuparsi di quanto è indispensabile per la sopravvivenza.

Bisogna fare le pulizie, pagare le bollette, scegliere gli arredi, decidere cosa e quando mangiare, dove e quanto dormire… e diventa impossibile attribuire all’altro l’onere delle proprie scelte di vita.

Ognuno decide per sé.

Non si DEVE fare tutto insieme ma si può scegliere di mangiare insieme, di dormire insieme, di fare l’amore o di incontrare gli amici, rispettando l’individualità e l’autonomia, propria e del partner.

Chi preferisce questo stile di vita, di solito ha già sperimentato la coabitazione e ne ha verificato il limite sulla propria pelle.

Nella convivenza, infatti, un pericoloso annientamento dell’autonomia individuale minaccia costantemente il legame (e la crescita psicologica), rendendo difficile valutare se si sta insieme per amore o per abitudine.

La scelta di abitare in case separate non è, quindi, una scelta di comodo o, peggio, una fuga dall’intimità ma, al contrario, una possibilità, matura e consapevole, di coltivare la reciprocità nel rapporto di coppia, evitando l’evasione dalle responsabilità insieme alle trappole dell’abitudine.

E questo anche quando ci sono dei figli.

I bambini, infatti, vivono con partecipazione e con divertimento la casa del papà e la casa della mamma, e imparano a conoscere modi diversi per fare le cose e affrontare la vita di tutti i giorni.

Proprio come i figli dei genitori separati, anche i figli delle coppie che non vivono insieme conoscono una maggiore ricchezza di possibilità espressive e godono di un rapporto esclusivo sia con la mamma che con il papà.

Liberi dalla pretesa di avere genitori monoblocco, privi di autonomia e di una personale filosofia di vita, questi bambini imparano a comportarsi in modi conformi alle esigenze di ciascuno e acquisiscono, insieme all’unione familiare, anche la libertà e l’indipendenza.

Ciò che cementa una famiglia, infatti, non è la convivenza ma la capacità di volersi bene senza possesso.

Con rispetto, dedizione e reciprocità.

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“OGGI DORMIAMO DA TE O DA ME?”

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Maurizio e Valentina si sono conosciuti da grandi.

Entrambi hanno alle spalle un matrimonio fallito.

Entrambi hanno vissuto con dolore la separazione.

Entrambi hanno dovuto riorganizzarsi una nuova vita, single.

Quando scoprono di essersi innamorati, le ferite del passato sono ancora brucianti e li spingono a una riflessione profonda sul significato dell’amore e della convivenza.

Il desiderio di trascorrere insieme la vita è forte, e l’entusiasmo li sprona a ricominciare tutto da capo… ma la saggezza, maturata con la sofferenza e con l’esperienza, li spinge a compiere una scelta nuova.

Così, dando fondo ai loro risparmi, acquistano due appartamentini adiacenti.

La casa di Maurizio e la casa di Valentina.

Due abitazioni piccole ma essenziali, accoglienti, intime e… ricche di opportunità, proprio come l’amore che li unisce.

In questo modo, ognuno potrà continuare ad assaporare la propria indipendenza insieme alla possibilità di trascorrere il tempo insieme.

E se, in futuro, si stancheranno di quest’autonomia, potranno aprire una porta nel muro di confine tra le case e fondere i due appartamenti in un unico spazio comune.

*  *  *

Quando Cinzia conosce Daniele è reduce da una storia che ha logorato la sua autostima e la sua indipendenza.

Infatti, nel tentativo di essere la ragazza giusta per il suo partner, ha smesso di ascoltare se stessa e i suoi bisogni, sentendosi costantemente inadeguata e sola.

Con Daniele nasce subito un sentimento tenero e coinvolgente ma, per paura di ripetere gli errori del passato, Cinzia mette immediatamente sul piatto il suo bisogno di libertà e di indipendenza.

In cuor suo si aspetta il peggio… ma Daniele è incuriosito dalle sue scelte anticonvenzionali e  si dichiara pronto a mettersi in gioco, nonostante le diversità che esistono tra loro.

Per entrambi la comprensione e la sincerità sono i valori più importanti e, su queste basi, germoglia un amore profondo.

Quando verificano nel tempo la solidità della loro relazione, decidono di mettere su casa insieme.

Naturalmente ognuno la sua.

Così, Daniele acquista un grande appartamento, dove ospitare Cinzia e all’occorrenza anche gli amici.

Cinzia, invece, compra per sé una mansarda, intima e riservata, in cui rifugiarsi quando il bisogno di solitudine si fa sentire.

Insieme selezionano i mobili e gli arredi, e insieme comunicano ai parenti le loro scelte di vita.

Compreso quella di avere un bambino.

Gli amici li osservano sorpresi, ma la complicità che esiste tra loro due non lascia dubbi, e infine anche i più scettici sono costretti ad arrendersi davanti alla profondità dei sentimenti che li uniscono.

*  *  *

Matteo ha due case.

La casa della mamma è a un passo dalla scuola e proprio di fronte a quella del suo compagno di banco.

La casa del papà, invece, è in campagna, in mezzo al verde e con tanti animali.

Il padre e la madre di Matteo hanno deciso di abitare in due case diverse, una in città e una in campagna, perché la mamma ha aperto un negozio di alimenti biologici e il papà invece gestisce un’azienda agricola.

Durante la settimana, capita spesso che il papà venga a trovare la mamma e Matteo, e anche che si fermi a cena o a dormire, mentre nel fine settimana, o quando la scuola è chiusa, Matteo preferisce stare in campagna, dove spesso invita i suoi amici e dove, finalmente, può fare tutte le cose che in città non si possono fare, come arrampicarsi sugli alberi, giocare con la terra, andare in bicicletta, raccogliere bacche, fiori e frutti, costruire casette con rami secchi e pietre, occuparsi degli animali, eccetera…

Carla Sale Musio

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