Tag Archive 'conformismo'

Feb 02 2018

CRUDELTÀ E APPARTENENZA: il rischio di muoversi in branco

La cronaca è piena di episodi crudeli agiti spesso quando più persone si muovono in branco.

Si tratta di fatti orribili che mostrano una violenza e una cattiveria quasi sempre impensabili per gli stessi individui presi singolarmente, e che ci portano a riflettere sulla perdita della volontà individuale e sul significato delle nostre scelte collettive.

Esiste una sorta di autorità di gruppo che spinge gli individui a uniformarsi alle decisioni della maggioranza.

Il bisogno di appartenenza caratterizza la specie umana e muove inconsciamente le nostre opinioni, trascinandoci a ricercare l’approvazione degli altri.

Da un punto di vista etologico siamo animali sociali e per la nostra specie la condivisione è indispensabile alla sopravvivenza.

Non siamo fatti per vivere in isolamento e la minaccia della solitudine ci terrorizza fino a condurci in direzioni contrarie alla morale.

Ecco perché, a volte, fare parte di un gruppo può generare un’energia che intrappola le persone dentro una eccessiva omogeneità di comportamenti e di pensieri.

Sono state fatte tante ricerche sul conformismo, sul bisogno di aggregazione e sulle interconnessioni che influenzano le scelte individuali in favore di un’omologazione alla maggioranza.

Gli psicologi lo definiscono fantasma di gruppo e si riferiscono a quell’unanimità che trascende le motivazioni di ciascuno e trascina dentro un pensiero unico, condiviso e sostenuto dal bisogno di appartenenza più che dalla logica, dall’etica o dall’evidenza.

Il fantasma di gruppo spiega tanti eventi spaventosi che succedono quando una pluralità di persone prende il sopravvento sull’identità di ciascuno.

Eventi che, in seguito, i singoli partecipanti non sanno spiegare nemmeno a se stessi, e che ci lasciano sconvolti e impotenti davanti alla complessità e all’ignoranza dei nostri vissuti interiori.

Il fantasma di gruppo è un meccanismo psicologico sconosciuto alla maggioranza delle persone, ma abilmente utilizzato dalla pubblicità.

Si tratta di una struttura difensiva che condiziona le nostre scelte quotidiane molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.

L’associazione della violenza al piacere della condivisione del cibo è un esempio eclatante di questo fenomeno e dell’uso che ne viene fatto per sostenere i guadagni dei pochi che gestiscono i molti.

È in conseguenza del fantasma di gruppo che tante persone amorevoli, sensibili e attente ai bisogni degli altri, si trasformano in crudeli aguzzini, acquistando senza nessuno scrupolo ogni genere di cadavere animale, sanguinolento e fatto a pezzi in modi crudeli, come se non fosse mai stato il corpo di qualcuno ma soltanto un oggetto privo di coscienza e di valore.

Il messaggio sbandierato dalle réclame, infatti, è che gli animali siano prodotti di consumo.

Non esseri viventi ma alimenti: privi di volontà, personalità o sensibilità, incapaci di provare emozioni e sofferenza.

La vendita di tanti cibi di uso comune (carne, latte, uova, formaggi…) poggia sull’ignoranza della brutalità che sostiene le scelte alimentari della maggioranza.

La vivisezione, i macelli, gli allevamenti intensivi, i massacri, le torture e le sofferenze inflitte agli animali sono abilmente celate alla vista dei consumatori.  

Al posto della crudeltà e del dolore compaiono le immagini buffe, tenere e piacevoli che ci raccontano una realtà fittizia, tanto simile a quella dei cartoni animati quanto distante dalla verità e dalla violenza con cui ogni giorno vengono condannati a morte milioni di esseri viventi appartenenti alle specie diverse dalla nostra.

Molte persone buone hanno guardato con partecipazione e tenerezza il film Babe, maialino coraggioso” senza fare la connessione tra il salame che farcisce il panino e l’orrore degli allevamenti da cui il piccolo Babe fa di tutto per sfuggire, proprio per evitare di diventare parte del menù di chi guarda il film.

Uomini e donne amorevoli colmano di attenzioni il proprio cane e il proprio gatto mentre uccidono con indifferenza e crudeltà i cuccioli delle altre specie (agnellini, vitellini, capretti, coniglietti…), creature capaci di provare dolore, entusiasmo, passione, tenerezza, amore e voglia di vivere.

Esseri considerati diversi dal cane e dal gatto di casa solo perché una cultura funzionale agli interessi di mercato ne ha decretato l’utilizzo per fini alimentari, occultandone la sofferenza.

Individui sensibili, attenti al valore della vita e pronti ad insorgere contro chiunque decidesse di maltrattare un cane o un gatto, ignorano la crudeltà nascosta dietro i propri pasti quotidiani.

Così, mentre spendono i loro risparmi per curare il micino randagio trovato agonizzante sulla strada di casa, ammazzano con indifferenza il maialino Babe nel giorno di Natale per festeggiare la famiglia, l’amore e la rinascita.

La nostra cultura gastronomica è un esempio evidente del fantasma di gruppo e di quanto il bisogno di appartenenza spinga ognuno di noi a occultare il dolore inflitto ad altri essere viventi, colpevoli soltanto di un’eccessiva innocenza.

Per sentirsi parte della società in cui viviamo, ognuno ha dovuto nascondere a se stesso la crudeltà delle scelte alimentari, proclamando la liceità dello schiavismo, della brutalità e dello sfruttamento di tanti esseri docili e ingenui.

Svegliarsi da questa anestesia emotiva non è facile.

Occorre affrontare la solitudine e l’emarginazione destinata a chi sceglie di non uniformarsi al branco.

È un percorso riservato a pochi indomiti spiriti liberi, capaci di riconoscere la malvagità nascosta dietro le scelte di ogni giorno e pronti ad ascoltare il cuore anche quando la solitudine incalza.

Staccarsi dal branco e camminare soli significa mantenere il contatto con una profonda verità interiore nel momento in cui il mondo ci deride e ci abbandona.

È una strada fatta di coraggio, di volontà e di amore.

Un amore così profondo da non aver bisogno di conferme e in grado di guardare negli occhi ogni altro essere vivente.

Senza ignoranza.

Senza presunzione.

Senza crudeltà.

Carla Sale Musio

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Set 20 2016

CONFORMISMO O VIOLENZA?

Anche se non ci piace ammetterlo, siamo tutti conformisti.

E imitiamo i modi di vivere e di pensare condivisi dalla maggior parte delle persone con cui veniamo in contatto, prendendoci a modello gli uni con gli altri nel tentativo di sentire un’appartenenza.

Ma che cos’è il conformismo?

Si chiama conformismo la tendenza ad adeguare i propri pensieri, atteggiamenti e comportamenti, a quelli del gruppo.

Il conformismo soddisfa il bisogno di riconoscimento sociale, consolidando i legami e garantendo la protezione del branco.

Il suo opposto, l’anticonformismo, scatena la paura dell’emarginazione e della solitudine che derivano dall’essere considerati diversi.

Il conformismo permea la maggior parte delle nostre scelte e ci fa sentire sicuri, amati e rispettati.

Mentre l’anticonformismo ci costringe a fare i conti con i pericoli che derivano dall’autonomia e, spesso, ha delle ripercussioni sulla fiducia in se stessi, sull’autostima e sul senso di efficacia personale.

Per gli esseri umani vivere senza il riconoscimento degli altri è impossibile.

Dal punto di vista dell’etologia, l’uomo è un animale da branco e privato del sostegno e dell’approvazione del gruppo non può sopravvivere.

Ecco perché ognuno di noi deve fare costantemente i conti col bisogno di ricevere l’accettazione e la stima delle persone cui è legato, e con la paura di essere disprezzato e abbandonato quando le idee che professa non incontrano il consenso degli altri.

Il bisogno di appartenenza sottende la maggior parte delle nostre scelte e spesso ci porta ad adeguarci acriticamente alle soluzioni della maggioranza, inibendo la capacità di valutare obiettivamente le situazioni.

Nel 1956 lo psicologo polacco Solomon Asch condusse un esperimento molto interessante per valutare quanto la necessità del consenso sociale possa deformare le percezioni e influenzare la valutazione della realtà.

L’esperimento di Asch prevedeva otto soggetti: sette collaboratori dello sperimentatore e uno ignaro della vera natura dell’esperimento.

Tutti i soggetti s’incontravano in un laboratorio, per quello che era stato presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.

Lo sperimentatore mostrava a tutti delle schede su cui erano disegnate in ordine decrescente tre linee di diversa lunghezza, e poi li invitava a confrontare ogni scheda con un’altra dove era disegnata una sola linea, di lunghezza sempre uguale alla prima linea delle altre schede.

Lo sperimentatore domandava ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente e uguale nelle due schede.

Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente sbagliata.

Nella stragrande maggioranza dei casi, il vero soggetto sperimentale, che doveva parlare per ultimo o penultimo, finiva per rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata fornita dalle persone che avevano risposto prima di lui.

Asch verificò che, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva consapevolmente di assumere la stessa posizione esplicitata dalla maggioranza e solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente.

L’esperimento di Asch mostra con chiarezza quanto il bisogno di appartenenza condizioni le decisioni delle persone, portandole ad alterare la propria percezione della realtà pur di omogeneizzarsi alle scelte della maggioranza.

Le ricerche sul conformismo e sul bisogno di riconoscimento sociale ci spiegano perché è così difficile cambiare la società della violenza in cui viviamo.

La sopraffazione è entrata a far parte delle nostre scelte quotidiane e abbandonare il pensiero corrente per seguire vie più etiche e rispettose della vita diventa un’impresa difficilissima per tutti.

Anche per le persone più sensibili.

Nel nostro mondo è considerato normale maltrattare qualsiasi essere giudicato inferiore o di una razza diversa.

Per soddisfare i piaceri del palato non esitiamo ad allevare e uccidere tante specie animali.

La pesca e la caccia sono considerati sport e legittimano l’uccisione in nome del divertimento.

Ma uccidere, proclamando il diritto del più forte, autorizza lo sfruttamento.

Non soltanto degli animali, ma di chiunque sia giudicato debole.

Ecco quindi: il femminicidio, la pedofilia, il bullismo, il nonnismo… e i tanti mali che affliggono una collettività portata ad affermare con leggerezza la liceità della prepotenza.

Un modo di vivere imbrigliato nel bisogno di appartenenza e di omologazione ci intrappola dentro scelte che non siamo più capaci di mettere in discussione, e poiché “si è sempre fatto così” continuiamo a portare avanti un’etica sempre meno etica, assistendo impotenti al dilagare della brutalità.

Per mettere fine a questo stile di vita disumano è indispensabile rendersi conto di quanto il conformismo distorca le percezioni, fino a farci a sorridere davanti al martirio di tante creature colpevoli soltanto della propria debolezza.

Animali, bambini, donne, omosessuali, portatori di handicap… chiunque sia considerato fragile, insolito o semplicemente poco intelligente, finisce nel mirino dell’insensibilità che omologandoci in un modus vivendi stereotipato e indiscutibile ci spinge a ridere della sofferenza, ignorandone le implicazioni morali e sociali.

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STORIE DI CONFORMISMO E CRUDELTÀ

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Lucia si è comprata un pulcino colorato, un piccolo tenero batuffolo azzurro che sembra un piumino da cipria e che se ne va in giro per la casa suscitandole una tenerezza infinita.

Il piccolo cerca la sua protezione e si comporta come se fosse un bambino: la chiama quando vuole mangiare e si rannicchia sulle sue ginocchia quando ha bisogno di dormire.

Lucia lo alleva con amore e con sollecitudine, ma presto la lanugine azzurra cede il posto alle piume, sulla sommità del capo spunta una crestina rossa e il pulcino si trasforma in una gallinella bianca che scorrazza dappertutto chiocciando in continuazione, come se stesse commentando la vita.

I vicini di casa scrollano la testa:

“Non è permesso tenere una gallina in un appartamento!”.

Lucia è affezionata a quella presenza allegra che ha chiamato Marì.

I commenti dei parenti e degli amici, però, la portano a sentirsi stupida nel coccolare una gallina come se si trattasse di un cagnolino.

Inutilmente, prova a difendere il proprio diritto di scelta.

Un coro di proteste è pronto a farle notare che le galline sono animali da cortile e non devono vivere in città.

A nulla serviranno i ragionamenti e le argomentazioni con cui la ragazza difende le sue decisioni.

Esasperata, Lucia decide di regalare Marì a un contadino, condannando la gallinella e il suo amore a una fine poco felice.

* * *

Quando Mauro gli rivela i propri sentimenti teneri, Giovanni cade dalle nuvole.

L’ha sempre considerato un amico e adesso scopre che invece si è innamorato di lui.

I compagni del calcetto vedendoli insieme li prendono in giro ridendo e toccandosi il lobo dell’orecchio.

Sul muro degli spogliatoi compare una scritta:

“I recchioni vadano a far la doccia nei bagni delle ragazze!”.

Tanti scherzi innocenti fanno lievitare un’umiliazione che infine diventa insopportabile.

Giovanni preferisce rinunciare all’amicizia piuttosto che sentirsi emarginato.

Non uscirà più con Mauro e per dimostrare a tutti di essere uomo lo prende in giro chiamandolo frocio.

Adesso Giovanni si sente a posto insieme con gli altri.

Anche se, in un angolo del cuore, lo sguardo di Mauro colmo di dolore e delusione non si  cancellarà più.

* * *

Lorenzo grida:

“Non farti battere da quella stupida femmina!”

E Federico a tradimento le fa uno sgambetto, mandandola lunga distesa per terra proprio mentre stava per tirare un goal.

Caterina sente le lacrime bruciarle gli occhi ma fa finta di niente, sa di essere brava e non vuole dare soddisfazione proprio a nessuno.

In fondo al cuore qualcosa brucia.

Non è lo sgambetto e non è la caduta.

É quella “stupida femmina” che fa male dentro, più di qualsiasi offesa.

Perché le femmine devono essere stupide?

Perché non possono giocare a calcio insieme ai maschi?

Perché non possono vincere?

Perché?

Carla Sale Musio

leggi anche:

PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

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Set 25 2013

“SE MI VEDI… ALLORA ESISTO!” Il bisogno di rispecchiamento

Alla nascita il bambino percepisce se stesso e il mondo come un’unica realtà.

I confini che lo separano dalle cose e dagli altri non si sono ancora formati perché, durante la vita intrauterina, la sua realtà è un Tutto indistinto con il corpo della mamma.

Entrambi, madre e bambino, respirano insieme, si nutrono insieme, dormono insieme, sognano insieme, amano insieme, pensano insieme, si emozionano insieme, vivono insieme.

Insieme compongono un’unica totalità che si separerà soltanto al momento della nascita ma che, per il bambino, continuerà a differenziarsi progressivamente durante la crescita.

La sensazione di appartenenza e di unione spinge il neonato a identificarsi con chi lo accudisce e a percepire le emozioni e i bisogni degli altri che gli sono vicini, come se fossero parte di se stesso. Proprio come accadeva durante la gestazione.

La scoperta della propria individualità avviene lentamente e, spesso, può causare sensazioni di dolore, perché i piccoli la percepiscono insieme alla perdita di… qualcosa.

Qualcosa (la simbiosi) che prima era viva e vitale e che invece adesso non funziona più.

La danza delle emozioni e della vita, che per nove mesi ha scandito il ritmo e il significato della loro esistenza, s’infrange contro l’impossibilità di controllare i movimenti e le scelte degli altri e genera un senso di paura e d’impotenza.

Durante tutto il primo anno di vita i momenti di unione e simbiosi si alternano ai momenti di autonomia e solitudine.

Da quest’alternanza prenderà forma nel tempo un’identità nuova, separata dal resto del mondo e in grado di compiere autonomamente le proprie scelte.

Ma il ricordo della pienezza vissuta nel passato, la sensazione di completezza e integrità che ha accompagnato l’esperienza intrauterina, resterà impressa per sempre nella nostra psiche, spingendoci a cercare nel mondo il rispecchiamento del nostro esistere.

Hanno origine da quelle primissime esperienze di vita: il bisogno di riconoscimento e di conferme, la necessità di ricevere approvazione e amore dagli altri, il desiderio di condividere la propria verità.

La ricerca della completezza perduta nascendo, ci guida alla ricerca di un armonico “stare bene con gli altri”, in grado di farci sentire parte di un tutto più ampio che ci comprende e che ci definisce.

La nostra naturale creatività ci porta a identificarci nei vissuti delle creature con cui veniamo in contatto, mentre l’empatia ci permette di comprenderne il punto di vista, aiutandoci a riconoscere le uguaglianze o le differenze che ci accomunano o che ci diversificano.

Spesso, però, il desiderio di esplorare stili di vita differenti si scontra con il desiderio di ricevere conferme e di sentirsi parte di una comunità.

Il bisogno di rispecchiamento può renderci dipendenti dal giudizio e dall’accettazione degli altri e, nel tentativo di ricevere approvazione e stima, ci spinge a occultare tutto ciò che riteniamo sgradevole e poco lusinghiero in noi stessi.

Pur di avere dal mondo un giudizio positivo, costruiamo un’identità non vera, intrisa di conformismo, anonimità e omologazione, e cerchiamo di nascondere le nostre debolezze, la vigliaccheria, l’egoismo, la paura, l’avidità… e tutto ciò che avrebbe bisogno di essere migliorato in noi.

In questo modo giudichiamo la nostra verità e ci condanniamo all’inautenticità, provocandoci la sensazione di non andare mai bene, di non essere amati, di non valere niente. 

E facciamo crescere a dismisura l’insicurezza e il bisogno di nasconderci e mascherarci… intrappolandoci dentro un circolo vizioso senza fine.

La personalità creativa ha la capacità di modellare il proprio modo di essere in funzione dell’obiettivo, e può arrivare fino a deformare completamente la propria individualità.

E’ così che prendono vita tante patologie psicologiche.

Nascono dallo snaturamento dell’autenticità interiore e dalla falsificazione che agiamo sui nostri sentimenti per renderli conformi a un modello di comportamento prestabilito e impropriamente ritenuto migliore.

Depressione, ansia, attacchi di panico, fobia sociale… segnalano la perdita di contatto con la realtà interiore e con quel senso di unicità, d’irripetibilità, di autonomia e di libertà che permette alla creatività di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

In questo modo la personalità creativa può diventare creativamente patologica, trasformando se stessa in un camaleonte uguale in tutto e per tutto a chi le sta intorno.

Come uno Zelig mutevole e cangiante, la creatività può indurci a credere autentici sentimenti che invece non ci appartengono e sono solamente il frutto di un conformismo riuscito bene.

Non è facile riconoscere questi meccanismi di falsificazione interiore.

Non sempre è possibile riuscirci da soli.

Per ritrovare la propria integrità bisogna avere il coraggio della sincerità, riportando alla coscienza le debolezze occultate, i difetti inaccettabili, le malformazioni emotive, la nostra intima e pericolosa deformità.

Solo così sarà possibile proseguire lungo il percorso di conoscenza capace di condurci all’espressione della nostra profonda unicità, e riappropriarci di quelle peculiarità creative ed espressive che nascendo siamo venuti a condividere nel mondo.

Abbiamo tutti una personalità creativa capace di realizzare il disegno, unico e speciale, della nostra esistenza, ma per attingere alle sue poliedriche possibilità dobbiamo  avere il coraggio di affrontare quella diversità che, per sentirci amati, abbiamo nascosto in fondo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Nov 17 2011

CREATIVITA’ & CONFORMISMO

 

“Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.”

F. Nietzsche

La creatività non è, come si ritiene comunemente, un particolare talento artistico.

La creatività è quella risorsa che permette di scoprire nuove possibilità… un po’ dappertutto.

 

Un creativo può essere una persona che ignora la storia dell’arte e incapace di disegnare. La sua creatività consiste nell’inventare modi diversi e migliori per fare le cose di sempre.

Chi possiede una personalità creativa è spinto da una specie di forza interiore a cambiare spesso.

Perciò quando ha stabilito un certo assetto, avverte un’esigenza insopprimibile a cambiare tutto per crearne un altro diverso e nuovo.

Questo modo di essere e di vivere, basato su frequenti trasformazioni, genera spesso delle incomprensioni tra chi possiede una personalità creativa e le persone che gli vivono accanto e che, invece, interpretano la sua insopprimibile necessità di variare come irrequietezza, instabilità, incoerenza e altre spiacevoli cose del genere.

Per un creativo esprimere la creatività è come per una pianta fare i suoi frutti, una conseguenza naturale della sua stessa esistenza.

Se gli viene impedito di manifestare il suo spontaneo bisogno di creare, rivolgerà contro se stesso la fisiologica propensione al cambiamento e comincerà a produrre sintomi creativi, cioè sintomi difficilmente omologabili.

La creatività è una dote bellissima ma… porta con sé numerose sofferenze.

Diversità, solitudine, incomprensione, ridicolizzazione, emarginazione sono solo le più importanti.

Vediamole una per una:

DIVERSITA’

La creatività spinge a guardare le cose abituali con occhi diversi, in modi nuovi e per questo insoliti.

Spesso ci vuole parecchio tempo perché le novità siano accettate e condivise anche da chi non è creativo e altrettanto portato ad accettare le innovazioni.

Infatti, un bisogno di stabilità e di prevedibilità ci rende sospettosi e diffidenti davanti a quello che ancora non conosciamo.

Spesso chi è creativo può sentirsi solo.

SOLITUDINE

L’originalità e la genialità in un primo momento possono essere marchiate come follia e ritenute sbagliate.

La storia è piena di grandi pensatori diffamati e maltrattati proprio a causa delle loro idee nuove. Uomini e donne considerati innovatori soltanto molti anni più tardi, quando le loro scoperte, finalmente assimilate e condivise, sono diventate più consuete e quindi considerate normali.

Spesso chi è creativo può sentirsi incompreso.

INCOMPRENSIONE

Creatività e normalità sono antitetiche. Ecco perché in un primo momento la creatività può essere additata come anormalità.

Effettivamente la creatività per definizione non può essere normale, nel senso di comune, abituale, scontato.

Creare qualcosa di nuovo significa avventurarsi nell’imprevedibile, dentro cose, pensieri, stati d’animo sconosciuti e per questo poco controllabili.

Cose, pensieri e stati d’animo che, costringendoci a cambiare, sovvertono l’ordine costituito.

Rinunciare alle proprie certezze e abitudini può essere molto faticoso e impopolare.

Spesso chi è creativo può venire ridicolizzato.

RIDICOLIZZAZIONE

L’a-normalità è una caratteristica intrinseca alla creatività, ma a nessuno piace essere considerato anormale. Questa parola è sinonimo di: squilibrato, handicappato, anomalo, pervertito, irregolare, strano, attributi poco desiderabili, usati per schernire ed emarginare piuttosto che nel loro originario significato.

Spesso chi è creativo può essere emarginato.

EMARGINAZIONE

Proporre aspetti diversi e nuovi si scontra con il bisogno conformistico di sentirsi parte di un gruppo.

Le novità e le diversità minano l’appartenenza e per questo sono combattute e allontanate, soprattutto nelle organizzazioni rigide.

Spesso chi è creativo può essere trattato come un diverso.

Per tutti i motivi esposti sin qui, la creatività è una dote bellissima ma molto difficile da gestire.

Chi la possiede, a volte finisce per usarla per nascondersi camaleonticamente (a se stesso e agli altri) perché manifestarla apertamente rischia di incontrare poco favore se non un’aperta emarginazione.

La creatività si scontra con il bisogno di ordine, di stabilità, di prevedibilità, di conformismo e di perfezione.

Soprattutto quando si è bambini , avere una personalità creativa può farci sentire diversi, strani, fuori schema, anomali.

Durante la crescita il bisogno di riconoscimento e approvazione è fortissimo e ci spinge a conformarci ai modelli correnti pur di ottenere l’approvazione.

Le intuizioni creative possono essere considerate stranezze dalla maggioranza delle persone che abbiamo intorno e provocare derisione, emarginazione, incomprensione e solitudine.

 

Ecco perché tante volte creatività, fantasia e originalità sono nascoste dietro un apparente conformismo o una razionalità esagerata.

La creatività è la capacità di staccarsi dal gruppo per camminare con un passo diverso.

Viverla in prima persona vuol dire attraversare la solitudine fino a incontrare un se stesso sconosciuto.

Non sempre è facile.

Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.

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Mag 05 2011

EMOTIVITA’ A-NORMALE

Nel corso dei colloqui psicologici, i pazienti raccontano spesso una sofferenza apparentemente ingiustificata. Parlano di un dolore che si aggiunge e aggrava il dolore considerato “normale”, quello cioè che, inevitabilmente, s’incontra durante la vita. E incolpano di quel dolore “aggiunto” la propria sensibilità, il loro modo di amare.



Questa emotività A-normale costituisce ai loro occhi un fardello inutile ma, a volte, tanto pesante da non riuscire più a muoversi.

UN NORMALE ATTACCO DI PANICO


E’ quello che da un po’ di tempo capita a Laura.

Laura che non esce più da casa e che, per venire in terapia, deve essere sempre accompagnata da qualcuno.

Una ragazza alta, bella e slanciata, consumata dagli attacchi di panico.

Non molto tempo fa era attiva, indipendente, piena d’interessi e di entusiasmo. Oggi è ridotta a una dipendenza dagli altri quasi totale.

Anche lei mi racconta la stessa insopportabile sensibilità.

“Mi commuovo sempre, anche quando non sarebbe opportuno! A casa mi chiamano lacrimuccia…” stringe i pugni, arrabbiata con se stessa e con quell’emotività che la rende oggetto di scherno da parte delle persone a cui vuole bene.

“Voglio cambiare, dottoressa! Mi aiuti. Voglio essere diversa.”

“Come vorrebbe essere?” le chiedo.

“Vorrei essere indifferente, fregarmene di tutti, pensare solo a me stessa e non aver più bisogno di nessuno!” afferma, lo sguardo rivolto in alto a cercare quella se stessa, impossibile e desiderata come se fosse una vincita milionaria al superenalotto.

Per fortuna non esiste una cura in grado di cancellare il cuore!

Sulla base dell’esperienza clinica che ho maturato, credo che i sentimenti, la tenerezza e la cooperazione, siano l’unica medicina capace di curare la sopraffazione che sta avvelenando la nostra “civiltà”.


La sensibilità e l’empatia non sono malattie da curare ma, al contrario, costituiscono una cura per l’indifferenza, il cinismo e l’aridità di cuore (proprio quelle “malattie” che a volte mi viene chiesto di ottenere).

L’affermazione “Voglio essere normale” nasconde una trappola psicologica. Presuppone l’esistenza di uno standard uguale per tutti ed esclude la possibilità di esprimere l’unicità e la creatività che caratterizzano ogni essere.

Secondo la definizione del dizionario Merriam Webster, la salute mentale è “uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno”.

Per raggiungere questo stato è indispensabile esprimere la propria originalità e il proprio potenziale creativo, infatti, è proprio la possibilità di manifestare ciò che siamo quello che ci fa sentire utili, soddisfatti, realizzati e felici.

Come afferma Bruno Munari: “Una persona creativa è una persona felice”, mentre chi non può esprimere la propria peculiare verità e originalità è una persona che inevitabilmente soffre, non sentendosi realizzata.

La creatività non può essere “normale”, può solo essere originale, diversa, nuova.


La “normalizzazione delle emozioni” costituisce una violenza agita a discapito della salute mentale e del benessere psicologico.

Non ci sono emozioni normali ed emozioni anormali, ci sono modi di sentire diversi per ciascuno di noi e ogni sentimento ha diritto di accettazione e di esistenza.

Per questo, cercare di raggiungere la normalità è, a mio parere, una patologia, una prigione mentale costruita intorno al proprio modo di amare.

In nome della “normalità” imbavagliamo e leghiamo la sensibilità e la creatività e troppo spesso finiamo per rinunciare alla nostra verità.

Il cuore non è normale.
E’ vero.


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Apr 26 2011

DEPRESSIONE: un tentativo sano di ritrovare se stessi

Il nostro frenetico stile di vita ci spinge sempre di più all’apparire, ad aderire a modelli preconfezionati, piuttosto che a riconoscere la nostra autenticità.

In questo triste scenario anche le emozioni, purtroppo, devono presentarsi nel modo giusto per potersi adattare alle varie occasioni.


Così, di volta in volta, DOBBIAMO essere:

  • Allegri e pieni di entusiasmoquando siamo in vacanza.

  • Concentrati, propositivi e instancabiliquando lavoriamo.

  • Capaci di accontentarci, collaborativi e pazientiquando lavoriamo (soprattutto se siamo femmine).

  • Calmi, sereni e posatiquando discutiamo.

  • Riflessivi” quando prendiamo le decisioni.

  • Felici e colmi d’amore per tuttiin tutte le ricorrenze familiari (escluso i funerali) (soprattutto il giorno di Natale).

  • Pronti a ricominciare con entusiasmoquando abbiamo fallito.

  • Forti e capaci di reagire con tenaciadavanti alle malattie, anche gravi.

  • Soddisfatti comunque vadanelle competizioni (soprattutto quando perdiamo).

  • Umili e rispettosi anche davanti alla prepotenza degli altriquando siamo più giovani.

  • Pronti a lasciar correrepur di salvare le apparenze.

  • Pronti a tuttoquando si tratta di fare carriera (soprattutto se siamo maschi).

Chi non riesce a provare i sentimenti conformi alle circostanze secondo le richieste sociali, deve fare i conti con un senso d’inadeguatezza, di anormalità e, pur di sentirsi normale, finisce per nascondere la propria sensibilità sotto la maschera delle emozioni prescritte.

A volte, tutto ciò che rimane percepibile è solamente un senso di disagio o di malessere, senza nessuna causa apparente.



Attutire questa pressione emotiva stereotipata, rimanendo in silenzio con se stessi (quel non avere voglia di fare nulla, oggi così temuto) è il modo più naturale di ripristinare un ascolto profondo di sé e delle proprie reali esperienze, quando la corsa al conseguimento di tutti gli status impedisce il contatto con i bisogni e con i valori di ciascuno.

In questa chiave, la de-pressione costituisce un tentativo estremo per de-pressare la girandola vorticosa delle emozioni prescritte dalla corsa al raggiungimento dei beni materiali, un modo per interrompere lo sforzo innaturale del dover essere e per ripristinare l’ascolto sano dei propri bisogni e delle proprie emozioni.



Essere depressi significa, allora, non aver più voglia di giocare quei giochi sociali che non ci appartengono e lasciare che dalla totale assenza di emozioni, dal vuoto interiore che fa tanta paura, emerga il significato profondo della vita, il senso che ritrova le chiavi della propria esistenza.

Fuori dal consumismo e dai raggiungimenti materiali, lontana dal giudizio e dal conformismo, la nostra anima osserva il mondo e, seduta sul bordo della vita, aspetta che il silenzio interiore le permetta finalmente di esprimere se stessa.

Libera da falsi bisogni.

Autentica.

Nella sua essenziale verità.

Da sempre.



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