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Mag 12 2019

L’ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico è un sintomo apparentemente pazzo che ci spinge a vivere sensazioni fisiche di morte imminente senza alcun riscontro dal punto di vista medico.

Le persone che ne sono vittime si sentono estraniate dal controllo sulla propria vita, preda di un qualcosa che le lascia impotenti e sole, incapaci anche di spiegare ciò che sta accadendo.

L’attacco di panico è il sintomo del malessere psicologico degli anni duemila (nel novecento c’era la depressione, nell’ottocento c’era l’isteria) e segnala la perdita di contatto con la propria realtà interiore, il mancato ascolto delle paure e dei bisogni profondi.

È un campanello d’allarme che indica la necessità di apportare dei cambiamenti nel proprio stile di vita e ci ricorda in modo criptato che siamo venuti al mondo per dare espressione ai nostri talenti e per donare agli altri la nostra unicità.

L’attacco di panico è un sintomo creativo.

Così creativo che i medici non riescono a definirne una tipicità.

E indica la mancanza di creatività.

Infatti, quando la creatività non trova sbocchi nella quotidianità si esprime nell’unico luogo rimasto a sua disposizione: il corpo.

E lo fa producendo dei sintomi creativi, cioè diversi per ognuno.

La cura di questa problematica non può essere una pillola prescritta dal medico ma passa attraverso l’ascolto del mondo intimo e la ricerca dei propri bisogni inespressi.

Nell’intimità di noi stessi, infatti, coltiviamo il desiderio di manifestare la nostra originalità, ciò che ci rende unici e speciali, diversi da chiunque altro.

Pretendere di livellarci dentro uno stile di vita che non rispecchia le scelte personali soddisfa l’esigenza di ricevere approvazione e stima da parte delle persone a cui vogliamo bene.

Tuttavia, non basta a garantirci la salute e la realizzazione.

Come esseri umani abbiamo bisogno di affiancare all’appartenenza anche l’espressione individuale delle potenzialità che ci caratterizzano.

La diversità non è uno stigma sociale volto a etichettare le persone che non si conformano agli standard condivisi dalla maggioranza.

La diversità è la capacità di interpretare la vita in modi nuovi e serve a permetterci di condividere con gli altri i doni che siamo venuti a portare nel mondo.

Spesso dietro un attacco di panico si nasconde il livellamento della propria autonomia.

E la guarigione arriva nel momento in cui si aprono strade nuove all’espressione di sé.

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STORIE DI PANICO E DI AUTONOMIA

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Marco lavora in una sartoria.

Il lavoro gli piace e, già da tempo, segue alcuni clienti in totale autonomia.

Il datore di lavoro lo stima e si complimenta con lui, lo considera il suo braccio destro e, spesso, gli confida anche le proprie problematiche personali.

Tra i due nasce una profonda amicizia che bypassa la differenza d’età e li spinge a vivere momenti di grande solidarietà.

Ultimamente, però, Marco sente il desiderio di avere uno spazio espressivo solo suo e vorrebbe aprire un proprio atelier.

Tuttavia, il pensiero di deludere l’amico non lavorando più per lui lo porta a rinunciare ai suoi progetti.

Teme di perdere quell’amicizia così bella e costruita con tanta dedizione.

Quando arriva nello studio di uno psicologo il disagio è fortissimo e gli attacchi di panico non gli permettono nemmeno di guidare la macchina, perciò è costretto a farsi accompagnare dai suoi genitori o a uscire di casa diverse ore prima per arrivare in orario utilizzando i mezzi pubblici.

Nel corso dei colloqui emerge il conflitto tra l’autonomia lavorativa tanto ambita e la paura di distruggere un legame affettivo costruito nel tempo. 

Soltanto dopo aver affrontato il proprio bisogno di espressione individuale e aver accettato di mettere a rischio l’amicizia, confidando all’amico i progetti lavorativi, Marco riuscirà a superare quella paura così invalidante da bloccare la sua carriera e la sua vita.

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Sonia convive da diversi anni con il suo compagno.

Nel tempo, però, la loro storia d’amore è diventata una sorta di emergenza emotiva sempre in allarme rosso.

E Sonia si è trasformata nell’infermiera dell’uomo che un tempo le faceva battere il cuore a mille.

Le paure di lui, i turbamenti, le insicurezze… sono l’argomento principale delle loro giornate e la donna nel tentativo di aiutarlo a ritrovare il gusto di vivere rinuncia a tutte le attività.

Ultimamente, però, sente di non farcela più e sogna una casa sua dove potersi dedicare ai tanti interessi che l’appassionano e che in passato hanno reso ricca e appagante la sua vita.

Tuttavia, il solo pensiero della separazione la fa sentire egoista e priva di sensibilità.

Come potrebbe abbandonare il partner con cui fino ad oggi ha condiviso la vita, sapendolo così fragile e bisognoso di lei?

Invano tenta di convincerlo a chiedere aiuto ad uno psicologo, lui non ne vuol sapere.

Gli basta la sicurezza di averla affianco per convincersi che presto tutto si risolverà.

Il tempo passa… e… un giorno dopo l’altro il panico attanaglia la vita di Sonia che, vittima di un’inspiegabile tachicardia parossistica, passa da un medico all’altro senza riuscire a trovare soluzioni.

Quando, infine, approda in terapia racconta di non farcela più: il suo cuore batte all’impazzata, le membra diventano molli, le orecchie ronzano e le sembra di morire da un momento all’altro… senza soluzione di continuità.

***

Marina ha trent’anni e i suoi genitori sono molto anziani.

Nata a dispetto di una diagnosi di infertilità la giovane donna è il miracolo che ha illuminato la vita di mamma e papà, la figlia amata e desiderata più di ogni altra cosa al mondo.

Marina sa di essere importante per sua famiglia ed è riconoscente ai genitori per tutto l’amore che le hanno donato in quei trenta bellissimi anni.

I suoi bisogni sono sempre stati ascoltati, capiti e soddisfatti; le passioni assecondate; le amicizie accolte.

E quando si è trattato di mettere dei paletti alle sue richieste è stato fatto con dolcezza, per il suo bene o per l’impossibilità materiale di accontentarla.

Insomma, Marina ha vissuto nella famiglia che ogni figlio vorrebbe avere!

E, anche se non ci sono stati dei fratelli, gli amici hanno sempre avuto uno spazio importante, compensando la solitudine e il bisogno di condivisione.

Apparentemente nulla motiva quel panico che la paralizza impedendole di uscire di casa per svolgere il lavoro che ama e che ha scelto con tanta passione: il medico.

Marina si interroga… ma non si spiega cosa non stia funzionando nella sua vita.

E dopo aver consultato decine di colleghi decide finalmente di chiedere aiuto ad un professionista.

Nel corso dei colloqui l’amore prenderà forma e infine svelerà a Marina il conflitto indicibile tra il bisogno di accompagnare i genitori nella vecchiaia e il desiderio di trasferirsi all’estero per proseguire i suoi studi e le sue ricerche.

Difficile ricambiare le cure che ha ricevuto senza tradire il suo impegno per risolvere i problemi che ammalano l’umanità!

Marina vuole bene al mondo e ama i suoi genitori… ma… per superare quei fastidiosi attacchi di panico dovrà fare spazio anche alla sua creatività e all’autonomia che la caratterizza.

Carla Sale Musio

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Ago 03 2014

QUEL PICCOLO PROFESSORE NELLA MENTE…

Un piccolo professore spietato e saccente si annida tra i pensieri combattendo l’entusiasmo, la creatività e il piacere con le armi subdole del dovere, della colpa e del giudizio.

Non è un essere malvagio… è convinto di agire per il nostro bene!

Tuttavia, in nome di un suo indefinibile criterio di obiettività uccide i sogni, le speranze e i desideri, incatenandoci a una vita di sacrifici e rassegnazione.

È un atteggiamento critico che nasce nella psiche in seguito all’educazione ricevuta da bambini e che nel tempo acquisisce una propria autonomia, trasformandosi in un censore interno sempre pronto a ricordarci i limiti, la pochezza e i demeriti che ci caratterizzano.

Quando eravamo piccoli, questo censore interno aveva il compito di rievocare gli insegnamenti dei grandi al momento opportuno.

Allora non si era ancora trasformato nella voce persecutoria di oggi ma era, invece, un alleato che, assistendoci nel complicato mondo degli adulti, ci aiutava a evitare gli errori della spensieratezza, dell’entusiasmo e dell’imprudenza infantile.

Con il tempo, però, si sono perse le tracce di quella sua originaria funzione protettiva e oggi millanta un’autorità priva di riscontri nelle circostanze della vita.

Ciò nonostante, non perde occasione per far sentire la sua presenza critica, ripetendo senza sosta il rosario dei  nostri difetti.

Reali o presunti.

E costringendoci a un continuo mea culpa che annienta l’autostima e soffoca la creatività sotto una coltre di impedimenti catastrofici.

“Quanto sei stupido!”

“Chi credi di essere!”

“Non ce la puoi fare!”

“Lascia perdere!”

“Sei un buono a nulla!”

“Quando gli altri capiranno chi sei, ti abbandoneranno!”

 “Sei ridicolo!”

Eccetera, eccetera…

Tutte le volte che ci lasciamo trasportare da un cambiamento il piccolo censore serpeggia tra i pensieri con il suo repertorio di frasi a effetto e imprigiona l’entusiasmo dentro i limiti angusti imposti della sua antica e ristretta valutazione delle situazioni.

È così che si formano i pensieri ossessivi, la depressione, la scarsa autostima, l’insicurezza, la sfiducia e i blocchi che inibiscono la creatività e la realizzazione personale.

Le esperienze negative dell’infanzia coagulano nella mente una realtà allucinata che anima le paure del passato dentro gli scenari del presente, impedendoci di valutare con obiettività gli avvenimenti.

Spesso, per sfuggire agli ammonimenti di quella voce squalificante, ci sforziamo di non ascoltarla.

Ma, davanti ai tentativi di evitamento, il nostro educatore interno sembra acquistare vigore, bersagliandoci ancora di più con le sue affermazioni distruttive.

Non serve nemmeno compiacerlo rifugiandoci nella passività, nella timidezza o nella solitudine, perché quel chiacchiericcio mentale continua ugualmente a tormentarci con i suoi giudizi negativi, provocando spesso un crollo emotivo ancora peggiore.

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Che fare, quindi, davanti al parlottio interiore che martella i pensieri intrappolandoci dentro una prigione invisibile di autocritiche?

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Per liberarci dall’oppressione del nostro piccolo professore, è indispensabile esaminare l’educazione restrittiva che, nel tempo, ha dato forma alle opinioni persecutorie.

Ricondurre quella disapprovazione nel passato, infatti, smorza l’asprezza delle critiche e ridimensiona la valutazione della realtà permettendoci un’interpretazione più adeguata di ciò che succede nel presente.

Ma, soprattutto, è necessario imparare a convivere con quella voce silenziosa e criticona, senza lasciarsi soggiogare dai suoi giudizi negativi e gestendone l’anacronistica superiorità con la fermezza e la tolleranza con cui tratteremmo un vecchio amico brontolone.

Riconoscere il piccolo professore dentro di noi e lasciarlo parlare senza farci condizionare dalle sue critiche aspre permette di creare un dialogo tra il passato e il presente e ridimensiona la funzione castrante di un’educazione eccessivamente rigida, consentendo all’entusiasmo di scorrere libero, senza conseguenze negative.

“Ok, amico, non sei d’accordo. Lo tengo presente ma, nonostante le tue previsioni catastrofiche, io decido ugualmente di seguire il mio pensiero, autorizzandomi ad affrontare le situazioni a modo mio!”

Col tempo la scoperta di nuove possibilità creative ed espressive permette di costruire atteggiamenti più adeguati e meno restrittivi, liberando il nostro piccolo professore interno dal suo compito educativo e consentendogli finalmente di rilassarsi e di prendersi un po’ di riposo. 

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QUANDO IL PICCOLO PROFESSORE È IN AZIONE…

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Franca si sente sempre insicura e, quando conosce delle persone nuove, ha così tanta paura di non piacere e di essere derisa o rifiutata che finisce per emarginarsi da sola, sentendosi sempre più incompresa.

Analizzando la sua storia emerge un’infanzia fatta di doveri e responsabilità, con un papà pronto a sgridarla e a punire ogni sua espressione giocosa in nome dell’ubbidienza, dell’educazione e del rispetto delle regole.

Nel tempo si è formata dentro di lei la sensazione di non andare mai bene e la paura di essere criticata per colpe che non le è possibile prevedere, proprio come quando era bambina.

*  *  *

Antonella ha paura dei ragazzi.

Le piacerebbe stringere amicizia con i suoi compagni di scuola ma una timidezza esagerata prosciuga le parole, lasciandola senza voce e senza argomenti, in preda all’ansia e a una sgradevole sensazione di goffaggine e di stupidità.

Quando era ancora molto piccola ha imparato che gli uomini sono degli ipocriti, opportunisti e interessati al sesso, e che le ragazze non dovrebbero mai fidarsi di loro.

Il papà di Antonella, infatti, è andato via con un’altra donna quando Antonella era ancora in fasce e la mamma l’ha cresciuta da sola, affrontando le critiche della famiglia e dei compaesani, scandalizzati per la sua scelta di mettere al mondo una bambina senza prima essersi sposata.

*  *  *

Renzo ha vissuto l’infanzia all’ombra del fratello maggiore, Sebastiano.

Non c’era giorno che i genitori non esaltassero le virtù di quel figlio così bravo e capace e non invitassero Renzo a imitarne i comportamenti.

A malincuore Renzo ha dovuto indossare i vestiti smessi di Sebastiano, frequentare le palestre e le scuole dove Sebastiano era sempre il migliore, leggere i libri che Sebastiano aveva già letto e giocare con i giocattoli che Sebastiano non usava più.

Crescendo, per non trasformarsi nella fotocopia di suo fratello, ha cercato di ritagliarsi degli spazi tutti suoi ma il pensiero di quei continui confronti lo tortura ancora e, quando si tratta di chiedere qualcosa per sé, Renzo sprofonda nei ricordi sentendosi incapace, goffo e pasticcione proprio come quando era bambino.

Così, si sforza di fare tutto da solo e preferisce rinunciare alle cose piuttosto che affrontare la sensazione insopportabile di dover chiedere aiuto.

 *  *  *

Da bambino Sergio doveva mostrarsi sempre grande e forte perché quando non ci riusciva gli adulti lo deridevano chiamandolo femminuccia e burlandosi di lui.

Oggi Sergio è un omone alto e grosso ma la paura di sembrare una femminuccia, purtroppo, è rimasta viva nel suo cuore e lo spinge a tiranneggiare le donne e la propria sensibilità, costringendolo a cancellare da se stesso ogni traccia di tenerezza per paura di non essere amato.

Carla Sale Musio

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Nov 13 2011

CAMALEONTI per amore…

In alcune situazioni, l’occultamento della personalità creativa può portare alla costruzione di un falso sé normalizzato con cui affrontare la rigidità della vita quotidiana.

Questo falso sé, apparentemente ben adattato, nasconde abilmente (come solo un creativo sa fare) l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Avremo allora un crescendo d’insoddisfazione, irritabilità e vissuti depressivi, fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Un panico senza motivo apparente, perché nascosto dietro un’apparente normalità.

NICOLETTA maltratta solo NICOLETTA

Nicoletta e Guido sono sposati da circa dieci anni.

Insieme hanno avuto due bambine, Silvia e Clara, che oggi hanno cinque e tre anni.

Nicoletta è una mamma coccolosa che passa la maggior parte del suo tempo a casa occupandosi delle bimbe e delle faccende.

Nell’ultimo anno, però, alla famiglia si è aggiunta la nonna, la mamma di Nicoletta, vedova e con problemi di deambulazione.

“Mamma è una donna intelligentissima e piena di risorse” mi racconta Nicoletta “dopo la morte di papà ha organizzato la sua vita per non pesare su noi sorelle in nessun modo. Ma lo scorso anno ha avuto un incidente che le ha lasciato le gambe quasi completamente bloccate. Per questo, dopo molte insistenze, l’abbiamo convinta a trasferirsi qui. Da sola, in quella sua casa grande e piena di scale, non ce la poteva più fare!”.

Nicoletta ha destinato alla mamma la sua camera dei pasticci.

Il luogo dove inventa di tutto: giochi di stoffa per le bambine, vestiti per sé, regalini per le amiche.

“Ho scelto di non lavorare per potermi dedicare alla famiglia e alle bambine” mi dice “ma sono un animo irrequieto, non mi piace stare con le mani in mano! Ho sempre bisogno di inventare qualcosa. Faccio e disfo. Riciclo tutto.”

L’arrivo della mamma ha messo bruscamente fine agli hobby di Nicoletta.

Un po’ perché non c’è più una stanza dove rinchiudere il disordine (che sempre si accompagna alla creatività).

E un po’ perché non c‘è più il tempo.

La mamma ha bisogno di compagnia e di attenzioni per superare l’avvilimento che consegue all’invalidità.

Nicoletta vuol bene a tutti e cerca di fare il possibile per i suoi familiari: gioca con le bambine, ascolta la mamma, prepara le cose in modo che Guido possa rilassarsi dopo il lavoro.

In sintesi: è una figlia/mamma/moglie perfetta!

Ma allora?

Come mai chiede un appuntamento con lo psicologo?

Perché negli ultimi mesi soffre di attacchi di panico.

Un senso di soffocamento la assale quando meno se lo aspetta. Il cuore salta nel petto. Le orecchie ronzano. Sente che sta per svenire. E deve sdraiarsi fino a che non le passa.

Ma non sempre passa in fretta…

“Oramai sto più sdraiata che in piedi” racconta “la casa è abbandonata. Le bimbe protestano. Guido è stanco. Mamma vuole andarsene per non pesare ulteriormente su di me. E io non so come farmi passare questi malesseri che mi fanno impazzire e che di fisico non hanno niente! Ho fatto tutte le analisi. E’ tutto a posto. Forse sono pazza. Dev’essere così…”

Pazza…?!?

No di sicuro.

Disponibile e generosa…?

Tanto.

Le personalità creative amano tanto.

Danno tanto.

E vivono tanto tutte le cose.

Perché possiedono un sistema emotivo sofisticato e ricco di sfumature.

Talmente ricco che, a volte, le confonde.

Infatti, Nicoletta è confusa tra la testa e il cuore e non sa più cosa vuole davvero.

Con la testa pensa una cosa e con il corpo ne chiede un’altra.

Con la testa:

  • Vuole fare star bene la mamma.
  • Vuole crescere bene le figlie.
  • Vuole bene a Guido (che per via del lavoro non c’è quasi mai).

Vuole tutte queste cose con grande intensità e si dimentica che anche lei è parte della famiglia.

E, proprio come tutti gli altri, ha bisogno di rilassarsi, divertirsi e stare bene.

Con il corpo:

  • Vuole dire basta.
  • Vuole ascoltarsi.
  • Vuole sdraiarsi e pensare un po’ anche a sé.

“Ma per me è importante, soprattutto, che ognuno intorno a me stia bene!” protesta.

“Sì. E, per ottenerlo, devi pensare anche a te!” le spiego.

Non è lecito un amore razzista. Neanche… solamente contro sé stessi.

Il cuore si ribella.

Il corpo protesta.

Per riprendere a stare bene, Nicoletta dovrà imparare a volere anche il suo bene insieme con quello dei suoi cari, e ad amare se stessa con l’intensità con cui ama gli altri.

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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

Chi possiede una personalità creativa è sempre un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

UN FILM DI GUERRA

Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via.

Così, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese.

Però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile,” mi dice, arrabbiandosi con se stesso “forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici, guardando un film reagisce come me. E’ tutto finto, lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Ma la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Il film che ha visto poco tempo fa, è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

E’ un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri. Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute dentro al suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che “… tanto è una finzione cinematografica!”, purtroppo non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

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Ott 07 2011

Le personalità creative: HANNO UN’ECCESSIVA RAZIONALITÀ (a volte)

In alcuni casi, la paura della propria diversità spinge le personalità creative a costruire una forte logica (cioè un forte emisfero sinistro) e a tenere a bada le attività dell’emisfero destro (considerate responsabili di tutte le loro sofferenze) con un’esagerata razionalità.

UN MIRACOLO?!

HO DETTO CHE NON E’ POSSIBILE!


Bruno fa l’agente di commercio.

Il suo lavoro lo porta a essere sempre in viaggio e ad avere contatti con tanta gente.

E’ un uomo attivo, cordiale, spigliato e capace di proporre i prodotti che vende senza stancare o forzare i clienti.

Gli piace viaggiare e gli piace cambiare.

Non si sofferma troppo sul perché delle cose.

Dalla vita ha imparato che è molto più utile rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi quando si presentano.

Ogni tanto però gli succedono dei fatti che lo lasciano senza parole e senza risposte. Qualcosa… che per lui somiglia a un inquietante punto interrogativo!

Sono situazioni che Bruno archivia in un angolo di sé mentre traduce la vita in azioni e conseguenze logiche.

La ragione e la concretezza sono sempre state le sue migliori amiche, le più grandi alleate negli anni della crescita.

I genitori, infatti, hanno dovuto affidarlo, quando era ancora bambino, a una nonna troppo anziana per seguirlo come sarebbe stato necessario.

E Bruno, sensibile, emotivo e timido, ha imparato a cavarsela da solo, tenendo a bada i lati teneri del suo carattere con la forza dell’intelligenza e della volontà.

Quando si risolve a prendere un appuntamento con me, la sua ferrea razionalità vacilla davanti a qualcosa d’inspiegabile successo proprio a lui.

“Stavo nuotando e ho avuto un infarto” racconta “Nessuno mi ha visto e sono rimasto per molto tempo sott’acqua, prima che venissero a tirarmi fuori. I soccorsi sono arrivati dopo.

Dovevo essere già morto o, almeno, con il cervello in pezzi, perché senza ossigeno per più di un certo tempo non si può proprio stare. E invece…” allarga le braccia in un gesto che esprime tutta la sua impotenza a capire “… eccomi qua. Vivo. E con la testa che funziona come prima. Non se lo spiegano neanche i medici. Sono entrato nella casistica delle guarigioni miracolose!”

“Mi sembra un evento degno di essere festeggiato! Perché me lo racconta come se si trattasse di una malattia incurabile?” gli chiedo, colpita dal suo atteggiamento prostrato e avvilito.

“Perché non credo ai miracoli! Non ci ho mai creduto e non voglio farlo adesso. Solo che oggi, alla mia vita nessuno riesce a dare una spiegazione… e io la notte non dormo più e di giorno sono sempre in allarme. Non so cosa fare, per uscirne!”

Lavoriamo insieme, ricostruendo un’esistenza dove per la sensibilità non c’era mai un posto adeguato.

E dai frammenti sparsi, di un cuore giudicato pericoloso, compaiono le tracce di un’insospettabile sensitività.

Tutta la vita di Bruno è costellata di percezioni che hanno poco a che fare con i cinque sensi.

Percezioni che Bruno non ascolta e non condivide con nessuno, perché lo fanno sentire diverso dagli altri.

A-normale.

Una sorta di Angelo Custode sembra aver rimpiazzato l’assenza dei genitori e aiutato il bambino e l’uomo nei momenti di maggiore difficoltà.

“Sono qui per proteggerti” sembra dire ogni volta l’angelo (o chi per lui) a Bruno.

Che ogni volta risponde indispettito: “Non esisti!”

La logica di Bruno si ribella e non ammette ciò che il cuore conosce senza bisogno di tante parole.

Il percorso terapeutico passa attraverso l’esoterapia. La terapia esoterica. Cioè una terapia che, riscoprendo le tracce di un sapere profondo, prova a dare risposte al quesito di tutti i quesiti: perché si vive? E perché si muore?

Ma soprattutto: perché qualche volta non si muore?!?

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Ott 05 2011

Le personalità creative: HANNO BISOGNO DI ISOLARSI

La capacità di spostare il punto di vista stimola una grande disponibilità al cambiamento, ma ha bisogno di alcune attenzioni.

Prima fra tutte, l’esigenza di ritrovarsi.

La necessità di ricordarsi chi sono, dopo aver esplorato altre realtà, spinge le personalità creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente per un certo tempo.

La durata di questi ritiri può variare da alcuni minuti a diversi giorni, e dipende da quanto hanno abbandonato il loro sistema emotivo per dedicarsi ad altro o ad altri.

INTIMITA’ E FUGA

Fabrizio e Valeria stanno insieme da circa due anni.

La loro è una storia tenera e intensa, nata quando erano già grandi e dopo altre relazioni finite male.

Entrambi hanno imparato dalla vita, la tolleranza e la comprensione delle reciproche diversità e abitudini.

Entrambi sono presi da mille interessi e passioni, che non sempre convergono.

Entrambi sanno dimenticare tutto per darsi completamente l’uno all’altra, nel tempo che trascorrono insieme.

Perciò adesso hanno in progetto la convivenza e (forse) anche un figlio, ma qualcosa sembra impedire la realizzazione dei loro piani.

La convivenza è un’idea che attrae e spaventa tutti e due.

Le esperienze precedenti hanno lasciato in loro la paura del fallimento e ce la mettono tutta perché questa volta le cose vadano a buon fine.

Così, hanno deciso di fare le prove generali trascorrendo lunghi periodi insieme.

Una volta a casa di Valeria.

E un’altra da Fabrizio.

Ma quando passano qualche giorno insieme… Fabrizio sente il bisogno di stare solo e trova mille pretesti per sparire.

Non si fa sentire anche per tre o quattro giorni.

“Mi succede soprattutto se abbiamo avuto un’intesa speciale, quando tra noi si crea una grande intimità, fatta di passione ma anche di coccole e momenti dolci. Sembra una maledizione! E non ne capisco le ragioni. Più stiamo bene insieme, più io sento l’impulso di isolarmi.”

Racconta con imbarazzo.

“Stacco il telefono e sparisco. Sembro un pazzo. Sento che devo star solo e non so perché. Voglio bene a Valeria, capisco che questo mio comportamento la ferisce. Ma non so come fare. Il bisogno di solitudine è più forte di me!”

Fabrizio ha una personalità creativa, entra istintivamente nel cuore delle persone a cui vuole bene. Sa leggerne i bisogni e soddisfarli.

L’amore che prova per Valeria lo spinge a essere sempre attento alle sue esigenze e a realizzarne i desideri.

Vederla felice lo rende felice. Questo per lui è importante.

Ma quando si ritrova solo, si accorge di aver dimenticato se stesso.

L’impulso che lo porta a isolarsi non è un gioco dispettoso, né una paura del confronto o delle responsabilità.

L’isolamento è il modo che ha trovato, istintivamente, per ripristinare l’ascolto di sé.

Comprendere il funzionamento della sua personalità, lo aiuterà a non colpevolizzarsi e a organizzare insieme alla convivenza con Valeria anche la convivenza con se stesso.

Questo non significa sparire senza lasciare tracce. Ma, al contrario, programmare i momenti di solitudine in accordo con la persona amata. Senza falsi misteri e paure immotivate.

Le personalità creative amano in un modo totale e generoso.

E’ per questo che, senza rendersene conto, trascurano i propri bisogni a vantaggio degli altri cui vogliono bene.

Perciò, periodicamente, hanno bisogno di passare del tempo in solitudine.

Il loro modo di essere deve essere compreso, accettato e gestito.

Prima di tutto da loro stessi.

E poi da coloro che hanno intorno.

Per evitare fraintendimenti e incomprensioni ingiustificate.

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Set 30 2011

Le personalità creative: SONO INSICURE

Gestire una molteplicità di sé può portare a sentirsi insicuri e incoerenti e può generare idee di auto svalutazione e bassa autostima.

La plasticità, infatti, non è facile da condividere e, spesso, viene interpretata come incoerenza o mutevolezza del carattere.

Quando non sono capite, le personalità creative possono essere giudicate: dispersive, ipersensibili, insicure, lunatiche o impulsive.

(A volte anche da loro stesse).

Per riconoscere e utilizzare appieno i vantaggi della loro poliedricità, è necessario comprenderne il funzionamento.

A volte, per ripristinare un’adeguata comprensione di sé, è necessario un aiuto psicologico.

MATTEO HA TANTI SE’…

Matteo ha tanti sè.

Si è trasferito in Sardegna per stare vicino alla sua donna, Annalisa, e costruire una vita insieme con lei ma ultimamente si sente insicuro su tutto.

Non sa più quale sia la scelta giusta.

E’ confuso.

Matteo è il figlio più grande di una famiglia numerosa.

Il papà è morto quando lui era ancora molto giovane e la mamma ha sempre contato su di lui.

Quando ha deciso di trasferirsi da Torino a Cagliari, la sua mancanza l’hanno sentita tutti. Amici, mamma e fratelli. Anche quelli ormai grandi e sposati.

La mamma gli telefona ogni giorno.

“Almeno una volta ha bisogno di sentirmi” racconta Matteo “sono il suo psicologo, il suo confessore e il suo antidepressivo!” poi sorride con tenerezza al pensiero dei tanti problemi, spesso inesistenti, della mamma.

“Non vuole farmene una colpa ma il fatto che abbia scelto di vivere qui, non le va giù. Mi giudica sempre troppo impulsivo.”

Matteo è paziente con lei e lo è anche con Annalisa.

“Annalisa vuole che la accompagni dappertutto. Le piace che la aiuti perfino nel lavoro! Fa l’arredatrice e spesso deve viaggiare e scegliere oggetti e mobili per conto dell’azienda dove lavora. Molte volte io non potrei assentarmi e sono costretto a fare i salti mortali pur di accontentarla. Non sempre è possibile…”

La pazienza di Matteo non si limita nemmeno con il suo principale.

“Il capo mi chiede di occuparmi di tutto. Sa che so essere diplomatico e trattare con i colleghi. E finisce che, per accontentare tutti, ci rimetto io!”

Matteo ha una personalità creativa e, per questo, è naturalmente portato a comprendere i bisogni degli altri.

Quando parla al telefono con la mamma, sente il suo dispiacere per la lontananza e si fa in quattro nel cercare di consolarla.

Quando è con Annalisa, capisce il suo entusiasmo e la passione che riversa nelle cose che fa, e sceglie di accompagnarla senza considerare le ripercussioni che quelle partenze improvvise provocano nelle sue attività.

Quando poi è al lavoro, conosce le necessità del caposervizio e dei colleghi e si prodiga per cercare di creare una collaborazione produttiva per tutti.

Ma quando, infine, si ricorda di essere solamente Matteo… be’… allora si sente confuso!

Perché, a forza d’immedesimarsi negli altri, ha perso il contatto con le proprie esigenze.

Così, ogni tanto, ascolta se stesso e… delude tutti, negando di colpo e senza preavviso la disponibilità (tanto naturale da essere scontata e, spesso, pretesa).

Ecco perché è giudicato: lunatico, collerico e prepotente.

Per essere valutato con più generosità e obbiettività da chi gli sta intorno, Matteo dovrà imparare a essere meno brusco e improvviso, quando decide di ascoltarsi e volersi bene.

E costruire un equilibrio nuovo tra i suoi bisogni e le esigenze altrui.

Senza sentirsi in colpa quando pensa a sé.

E senza sentirsi usato quando pensa (troppo) a quelli che ama.

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Set 06 2011

AFFRONTARE LA MORTE CON LA MENTE E CON IL CUORE

Per valutare ciò che ci succede, utilizziamo abitualmente due diverse modalità di conoscenza.

Una è basata sull’utilizzo dei cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione del cuore.

Normalmente integriamo le informazioni che ci arrivano da queste due forme di conoscenza in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Facciamo questo spontaneamente e automaticamente, quasi senza rendercene conto.

Cosa succede, però, quando le due modalità si trovano in conflitto?

Vi sarà certamente capitato di provare diffidenza nonostante i modi affabili e gentili di qualcuno.

La percezione interiore vi segnala che qualcosa non va, mentre la percezione esteriore vi mostra che tutto è ok.

Nei casi in cui le informazioni dei sensi e quelle del cuore sono in conflitto, il senso comune tende ad avvalorare la percezione sensoriale a discapito di quella del cuore.

Questo perché abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna verità.

Le chiamiamo impressioni e non vi attribuiamo troppa importanza.

(Almeno finché la vita non ci dimostra con i fatti la loro veridicità.)

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore perché ottiene il suo sapere senza utilizzare la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

È il modo dell’emisfero destro di ottenere le informazioni.

(Ricordate? L’emisfero destro del cervello non ha la sequenza… IL CERVELLO DEI CREATIVI).

Purtroppo il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le impressioni che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico.

Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio negarle, provoca sofferenza e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due cose diverse.

L’amore non è logico ma senza non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti insieme riconoscendo a ciascuno la propria specificità e autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

.

UN LUTTO DI SERIE B

.

Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

“Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!”

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

“Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…”

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

“Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare come una bambina “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…”

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

“Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…”

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato.

Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

“Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavo si veniva a posare sul dito… che bellina! Mi dava tanta gioia!”

Un sorriso fa capolino tra le lacrime mentre Giovanna continua a raccontare.

“In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire la portavamo con noi nella sua gabbietta. Era tenera …”

Riprende a piangere sommessamente.

“Qualche mese fa mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…”

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

“C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…”

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta cercando inutilmente di trattenere il pianto.

“Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…”

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

“O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita… magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene! Io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!”

Mi guarda impotente asciugandosi gli occhi con un fazzoletto di carta ormai a brandelli.

“Eravamo tutto il suo mondo…”

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore passa attraverso l’accettazione di sé e del proprio modo di amare.

“Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!”

Giovanna continua il suo racconto incoraggiata dal mio consenso.

“Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…”

Mi guarda interrogativa in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato deve essere rispettata e condivisa.

Anche se si tratta di qualcuno che appartiene ad una specie diversa.

Il cuore non è normale.

È vero.

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Set 03 2011

Le personalità creative: SONO DISCONTINUE E DISPERSIVE (a volte)

Le personalità creative possiedono una curiosità innata che le rende poliedriche e originali, ma anche tendenzialmente discontinue e dispersive.

Infatti, il bisogno di cambiare si scontra con la costanza necessaria per portare avanti i progetti.

Capita spesso che queste persone inizino le cose con grandissimo impegno, entusiasmo e volontà, ma che, in corso d’opera, si dimentichino dei loro propositi perché distratti da qualche novità altrettanto interessante.

Questo carattere, facile all’entusiasmo e al cambiamento, è spesso giudicato male da chi ha bisogno di abitudini stabili.

Non che le personalità creative non amino le abitudini… ma tra queste c’è anche l’abitudine alla trasformazione!

UNA FAMIGLIA DI AVVOCATI

Eleonora proviene da una famiglia di avvocati.

In casa sua, studiare/laurearsi/lavorare è un trinomio indiscusso e immodificabile.

Perciò, quando decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza non pensando di fare l’avvocato “da grande”, i suoi parenti la scrutano come se fosse un’aliena discesa da Marte.

“Vorrai almeno intraprendere la strada del notariato!” esclamano, guardandola con rimprovero.

Ma a Eleonora l’idea di fare il notaio piace ancora meno…

“Sto pensando di aprire un ristorante vegano” risponde, con un sorriso disarmante, alle facce basite di zii e cugini.

Eleonora ha una personalità creativa e il suo animo libero cavalca facilmente l’onda delle sue passioni.

D’estate, presa la patente nautica, fa lo skipper su una barca a vela.

D’inverno, oltre a studiare, si occupa di ristrutturare la grande casa di famiglia.

I parenti la considerano “un po’ svitata” e la osservano con un misto di disprezzo e commiserazione.

“Certo che, se continui così, non riuscirai mai a laurearti…” borbotta qualcuno.

In effetti, Eleonora fa passare molto tempo tra un esame e l’altro.

La sua vita è piena d’impegni e non ha nessuna fretta di finire l’università.

Non ha deciso cosa farà dopo essersi laureata.

Da me, viene ogni tanto, quando ha bisogno di un supporto.

Il suo vivere controcorrente rispetto a una famiglia tanto tradizionalista, a volte, la fa sentire insicura e teme di sbagliare finendo per scegliere un lavoro poco adatto a sé.

Quando, infine, stabilisce che è arrivato il momento di concludere gli studi, è fuori corso già da un po’.

I cugini hanno finito con l’università e stanno facendo il praticantato.

Informati che Eleonora si è decisa a fare l’avvocato, ridacchiano tra loro.

“Ne devi mangiare ancora di minestra! L’avvocatura richiede impegno, costanza e capacità di adattamento. Una dote, quest’ultima, che tu non possiedi.
Non riuscirai mai a fare la gavetta, seguendo orari, direttive e sbalzi d’umore, nello studio di qualche vecchio avvocato barbogio!”.

Sì, è vero, l’indipendenza a Eleonora non manca ma, per fortuna, nemmeno… il sesto senso!

Un radar interiore la guida, attraverso una serie di coincidenze, fino all’avvocato giusto con cui seguire il praticantato perfetto per lei.

Lo studio è quello dell’avvocato Fiorella G.

Una giovane donna con la quale nasce subito una profonda amicizia.

“Con Fiorella ci capiamo al volo” mi racconta entusiasta Eleonora in uno degli ultimi incontri “e riusciamo a organizzare il lavoro in modo produttivo, efficace e divertente.”

L’apparente discontinuità… infine si è trasformata in un vantaggio!

Focalizzando le energie su molteplici attività, Eleonora è riuscita a ottimizzare le sue risorse creative in una sinergia, dove un progetto non è zavorra per l’altro, ma anzi!!!!

Il gioco e gli interessi sviluppati “perdendo tempo con l’università”, le hanno permesso di rifiutare la “paghetta” di un avvocato babbione, e di entrare a Palazzo con i mezzi dei grandi e la curiosità dei piccoli.

Ma soprattutto con la variegatissima rete di conoscenze acquisita durante il suo bizzarro percorso… dove l’amicizia, la stima e il rispetto hanno fatto nascere mille contatti per potenziali clienti e valide collaborazioni con altri professionisti.

Ancora oggi, a distanza di anni, Eleonora e Fiorella lavorano insieme.

Eleonora è un avvocato conosciuto, stimato e molto richiesto.

P.S.: Solo i parenti non riescono a spiegarsi le ragioni del suo successo.

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Ago 26 2011

Le personalità creative: HANNO UN RADAR INCONSCIO

Le personalità creative sono dotate di una sorta di radar inconscio.

Captano gli stati d’animo degli altri.

Anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Questo fenomeno avviene in loro spontaneamente e involontariamente, spesso anche senza che se ne rendano conto.

Può succedere che si sentano “male”, “a disagio” o “tristi” senza nessun motivo; perché, inconsapevolmente, stanno sentendo “il male”, “il disagio” o “la tristezza” di qualcun altro.

Non sanno come fanno… però succede!

Matteo e la zia Caterina

Matteo proviene da una famiglia in cui le guerre, le fazioni e gli schieramenti sono all’ordine del giorno. Tra i suoi parenti si può convivere e non parlarsi, anche per anni.

Questo modo rigido di gestire i rapporti affettivi non gli è mai piaciuto (anche se spesso ha dovuto subirlo) e in se stesso l’ha combattuto permettendosi un’emotività e una tenerezza che dalle mura familiari è sempre stata bandita.

Quando arriva alla soglia dei trent’anni, decide di rompere il muro di disprezzo e di silenzio che separa la sua famiglia da quella della zia Caterina.

La zia più anziana della famiglia paterna.

Quella che lo faceva giocare quando era ancora un bambino.

Nonostante le comunicazioni tra le famiglie siano state chiuse moltissimi anni fa, dopo terribili discussioni colme di accuse, Matteo conserva di lei un ricordo dolce di gelati mangiati insieme nei pomeriggi d’estate e di giochi con la terra bagnata.

Per questo, decide di trasgredire le severe norme familiari e una sera, senza preavvisare nessuno, si reca a farle visita.

In preda allo sbigottimento, la zia Caterina lo accoglie sulla porta, indecisa se invitarlo a entrare o cacciarlo via come un venditore inopportuno.

Passano insieme una buona mezz’ora…

In piedi.

Davanti alla porta.

Poi la zia si arrende all’affettività di Matteo e lo invita a entrare.

Quando ritorna a casa, Matteo è soddisfatto della visita e della missione trasgressiva appena compiuta ma, nei giorni successivi, diventa inspiegabilmente nervoso e triste, alternando momenti di solitudine e isolamento a momenti di sconforto in cui un senso d’inutilità della vita prende il sopravvento sul suo abituale buon umore.

In preda alla preoccupazione mi confida la paura di essere caduto in depressione senza nessun motivo apparente.

Nei sogni, però, la verità si mostra con maggiore chiarezza e ciò che insieme mettiamo in luce è che il malessere che lo attanaglia… non è il suo!

Matteo sente, come se fossero suoi, il dolore e la rabbia della zia Caterina che, dopo l’intermezzo di quella sua visita inaspettata, ha ripreso lo stato d’animo di sempre, fatto di livore e risentimento verso il fratello, il padre di Matteo, e verso tutti i suoi familiari.

Matteo, che è riuscito a ricreare con lei, per il breve tempo di quell’incontro, il legame che in passato era esistito tra loro, purtroppo, ne ha come “assorbito” la negatività.

Per questo, adesso il suo radar interiore capta la rabbia e la solitudine della zia che, interpretando male quel gesto di avvicinamento, si sente vittima di una congiura agita ai suoi danni proprio dallo stesso Matteo.

Insieme lavoriamo per ridistribuire gli stati d’animo:

  • quello di Matteo, fatto di una grande delusione per l’incomprensione e il fraintendimento da parte della zia.

  • quello della zia, carico dell’impossibilità di lasciare spazio ai sentimenti teneri e al dolore che inevitabilmente consegue alle separazioni familiari. La rabbia e il risentimento, infatti, spesso costituiscono un anestetico “naturale”.

Rendersi conto che alcuni dei suoi vissuti “non sono i suoi”, ma riflettono il disagio della zia intrappolata dentro le rigide regole della famiglia, permetterà a Matteo di recuperare la propositività e il suo naturale entusiasmo per la vita.

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