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Giu 22 2014

RICORDI SENZA IMMAGINI

Quando parliamo di ricordi, generalmente intendiamo quegli eventi della nostra vita passata che ci tornano alla mente ogni tanto, un po’ come se stessimo sfogliando un album di fotografie riposto in fondo all’anima.

Di solito sono immagini e scene che ci hanno colpito per la loro carica emotiva, o che invece sono state così abituali da imprimersi nella mente in maniera indelebile, senza che lo scorrere del tempo potesse cancellarle.

Quando si attivano queste memorie, ne percepiamo i colori, i suoni, gli odori e riviviamo le sensazioni di una volta, come se tutto stesse avvenendo proprio nell’istante presente.

Nell’inconscio, infatti, ogni cosa mantiene intatta la stessa vitalità, fuori dal tempo.

Ma i ricordi non sono sempre costituiti da immagini fotografiche e scene in movimento, a volte possono riguardare soltanto sensazioni, prive di riferimenti e di ambientazione.

Se gli avvenimenti sono accaduti in un periodo in cui la memoria cognitiva non si era ancora formata o quando si tratta di eventi traumatici, il corpo mantiene delle memorie sensoriali, fatte di stati d’animo e di emozioni fisiche, senza rappresentazioni visive.

Tanto più i ricordi sono lontani nel tempo, tanto più sono vuoti di riferimenti scenografici e, per questo, diventa difficile collocarli nella cronologia della nostra vita.

Spesso, questi flashback fatti soltanto di sensazioni ed emozioni, non vengono nemmeno riconosciuti come ricordi perché avulsi dalla comprensione del contesto in cui si sono svolti.

Si tratta di vissuti carichi di sensazioni fisiche ed emotive, che permeano la coscienza senza darci la possibilità di collocarli nel passato, perché, essendo privi di immagini, non ci segnalano gli eventi cui si riferiscono.

L’afflusso di queste memorie, perciò, spinge chi le vive ad attribuirne il significato al momento presente, perché la mancanza di scene visive, chiaramente riconducibili al passato, rende difficile identificarle come ricordi.

Così, di solito, le interpretiamo come se fossero stati d’animo attuali e questo crea dei pericolosi fraintendimenti.

E’ molto diverso, infatti, ricordare un’emozione passata sapendo che appartiene alla nostra storia o vivere un sentimento con la convinzione che, invece, sia la conseguenza di quanto sta accadendo nel presente.

Quando s’intraprende un percorso di cambiamento (in psicoterapia, lavorando con il bambino che siamo stati, grazie a delle letture particolari, modificando i comportamenti in seguito a una decisione interiore, ecc.) succede spesso che affiorino questi ricordi (della primissima infanzia, di traumi o di vite precedenti) e che, imprevedibilmente, invadano la coscienza facendoci sperimentare di nuovo e con grande intensità, le emozioni di un tempo.

Quest’afflusso di percezioni ha la funzione di liberare le cariche energetiche intrappolate nel corpo, permettendo alla vitalità di riprendere a fluire liberamente e riscattando i vissuti passati dalla censura e dall’anestesia emotiva attuata per non soffrire.

Il riemergere di queste sensazioni remote permette di riconoscere i momenti importanti della nostra storia, consentendoci di superare i traumi e di archiviarli, collocandoli al posto giusto nella sequenza degli avvenimenti.

Ma, se non ci rendiamo conto che si tratta di ricordi e li scambiamo per emozioni del presente, agganciamo quegli stati d’animo agli avvenimenti che stiamo vivendo confondendo le sensazioni di un tempo con i sentimenti di oggi, e perdendo l’opportunità di riconoscerle, di archiviarle e di superare il dolore che esse contengono.

Sovrapponendo le emozioni antiche alla realtà attuale, finiamo per rimproverarci a causa di un’incomprensibile emotività, senza riconoscere il riferimento al passato e il tentativo di superamento e di trasformazione che questi ricordi senza immagini ci offrono.

I fatti del presente, infatti, rievocano le situazioni passate in cui quei sentimenti si sono manifestati, rimandandoci indietro nel tempo per aiutarci a riordinare la nostra storia in funzione del cambiamento che stiamo attraversando.

E’ molto importante rendesi conto che non tutte le emozioni che viviamo in un determinato momento appartengono necessariamente al presente.

A volte queste possono essere la conseguenza di uno sblocco emotivo che, se non viene adeguatamente compreso, perde, purtroppo, la sua funzione riequilibrante ed energetica, privandoci di una preziosa opportunità di rimarginare le ferite del passato. 

* * *

Daniele ha intrapreso un percorso di psicoterapia perché vuole cambiare l’eccessiva disponibilità che lo porta ad accondiscendere alle richieste degli altri anche quando avrebbe bisogno di pensare a se stesso.

Grazie al lavoro svolto, tante cose stanno cambiando in meglio nella sua vita e oggi è riuscito a interrompere quei circoli viziosi in cui il dare troppo generosamente era soprattutto un tentativo disperato di farsi amare… senza riuscire mai a sentirsi veramente importante per nessuno.

Ultimamente, però, in ufficio vive delle paure inspiegabili e basta che il capo servizio alzi un po’ troppo la voce perché Daniele precipiti nell’angoscia, terrorizzato e impotente, come se da un momento all’altro dovesse succedere una catastrofe.

“In quei momenti mi sento un condannato a morte e non riesco a calmarmi in nessun modo!” dichiara abbattuto, durante una seduta.

“Sono così disperato che, per far cessare lo stato d’ansia, accondiscendo a ogni richiesta, anche quando penso che non siano giuste…”

Osservando con più attenzione quelle reazioni ansiose, emergono i ricordi senza immagini che le sottendono.

Nel tempo e con pazienza, un bambino maltrattato (cancellato dalla memoria per non dover rivivere il suo dolore) racconterà all’uomo di oggi il terrore e la solitudine di un’infanzia carica di castighi, umiliazioni e brutalità, in balia di un padre prepotente e violento e di una madre incapace di reagire.

Ascoltando, accogliendo e comprendendo la paura, il dolore e la solitudine di quel bambino, i ricordi potranno finalmente essere archiviati e Daniele riuscirà a vivere il suo presente, libero dalle angosce che appartengono al passato.

* * *

Simonetta ama partire e di sicuro viaggerebbe molto più spesso se ogni volta non dovesse misurarsi con l’ansia di volare.

Vivendo in Sardegna, per lei è inevitabile salire su un aereo per raggiungere i posti in cui ha deciso di recarsi e per questo, tante volte, rinuncia ai suoi progetti… oppure si costringe ad affrontare la paura del volo, ingurgitando tranquillanti e soffrendo di terribili ansie, non solo durante tutto il tragitto ma anche nei giorni che precedono la partenza.

Nel tentativo di superare questo handicap, si è iscritta a un corso di training autogeno e, durante un esercizio di rilassamento profondo, vede se stessa pietrificata, vittima di una famiglia che boccia ogni tentativo di autonomia sommergendola di divieti, minacce e profezie apocalittiche.

Da quel momento, utilizzando le tecniche di respirazione e di visualizzazione creativa, Simonetta si concentra sul superamento dei timori vissuti durante l’infanzia e sulla possibilità di tollerare la diversità dagli altri membri della sua famiglia.

Così, mentre abbandona progressivamente la devozione infantile che ancora la incatena alle rigide norme genitoriali e impara a sopportare il tanto temuto ruolo della pecora nera, l’ansia di volare si scioglie, liberando finalmente quella sua natura avventurosa e nomade che metteva in allarme la mamma e il papà quando era bambina. 

* * *

Filomena organizza eventi musicali e culturali perciò, per lavoro, deve parlare spesso davanti a un sacco di gente. 

Nonostante sia una donna disinvolta, sicura di sé e abituata a entrare subito in relazione con persone di ogni genere, quando si tratta di salire su un palco e usare il microfono, si sente morire e preferirebbe sparire dentro una voragine piuttosto che affrontare i riflettori e l’uditorio.

Ogni volta per lei è un supplizio e, mentre si sforza di portare avanti il suo intervento nel migliore dei modi, la bocca si prosciuga, la gola si blocca e le parole non riescono più a fluire con la naturalezza di sempre.

Anche se sono soltanto pochi minuti, a lei sembrano un’eternità e vive quei momenti in un profondo stato di angoscia, sentendosi sempre più inadeguata e a disagio.

Nelle sedute di psicoterapia ripercorre all’indietro la storia della sua vita ma i ricordi non rivelano avvenimenti traumatici in grado di giustificare una così grande paura del pubblico.

Nei sogni, però, gli eventi rimossi si raccontano in forma simbolica e lentamente Filomena ritrova il filo che la conduce fuori dal labirinto della paura di parlare in pubblico, mostrandole una bambina derisa dai genitori e umiliata dai fratelli maggiori.

Figlia più piccola di una famiglia numerosa, Filomena ha dovuto combattere per ottenere le attenzioni di una mamma e di un papà sempre indaffarati, e distratti dalle richieste dei suoi fratelli più grandi.

Così, quando finalmente riusciva a conquistare il suo momento di gloria e di protagonismo, l’emozione era talmente grande che spesso finiva per impappinarsi, provocando l’ilarità dei genitori e le prese in giro dei fratelli, che poi si burlavano di lei per giornate intere.

Quelle immagini rimosse l’aiutano a capire quanto la paura del palcoscenico riapra ogni volta il terribile ricordo delle esperienze vissute da bambina.

Per liberarsi dall’ansia di parlare davanti a tanta gente, Filomena dovrà calarsi proprio in quel passato e incontrare la bambina di allora, per condividere oggi consapevolmente con lei la paura terribile di non essere vista e di sbagliare.

Riordinando le emozioni e archiviando i ricordi al posto giusto, il presente potrà essere soltanto il frutto della sua professionalità e della sua competenza, e non più l’occasione nascosta per dare voce a una bimba terrorizzata all’idea di non avere il diritto di esistere.

Carla Sale Musio

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Apr 15 2014

LA PERSONALITA’ CREATIVA: libertà e complessità interiore

La personalità creativa è quel modo di essere naturale, sano e vibrante di emotività che ognuno di noi porta con sé alla nascita.

Atterriamo nel mondo con una carica innata di empatia e creatività e muoviamo i nostri primi passi spinti dalla curiosità e dal desiderio di incontrare la vita in tutta la sua meravigliosa poliedricità.

La personalità creativa ci rende aperti davanti all’intensità delle emozioni, sensibili e partecipi di tutto ciò che ci circonda, fiduciosi nell’infinità bontà dell’esistenza e desiderosi di dare e ricevere amore.

Ma la capacità di accogliere i sentimenti, la spontaneità dell’intuizione e il potere della creatività, fanno di noi delle creature vulnerabili e impreparate ad affrontare una società che sembra costruita apposta per colpevolizzare ed annientare la sensibilità, la fantasia, l’autenticità e l’empatia.

Appena nati dipendiamo in tutto e per tutto dai nostri genitori e dall’ambiente, e abbiamo bisogno di aiuto per comprendere e mettere in ordine i messaggi emotivi che affollano il nostro mondo interno.

Gli adulti hanno il compito di insegnarci a contenere le emozioni e a gestirne l’intensità senza reprimerle e senza negarle, accogliendone l’energia fino a renderla uno strumento di comprensione e di conoscenza di se stessi e della realtà.

La creatività è la chiave che permette di esprimere questa grande ricchezza interiore, lo scalpello che forgia il nostro peculiare modo di essere, il dono che ci rende unici e speciali e che siamo venuti a condividere con gli altri in questa esperienza di vita.

Purtroppo però, una pedagogia nera basata sul sopruso e sulla prevaricazione impedisce a chi si occupa dell’infanzia, di accogliere e  comprendere i bisogni dei bambini, e trasforma il sostegno (che i grandi dovrebbero offrire ai piccoli) in una dittatura del più forte cui bisogna sottomettersi senza discutere.

Ancora oggi, infatti, sono tanti i grandi pronti a umiliare, prevaricare, deridere, punire, picchiare e sottomettere i piccoli… “per il loro bene”.

Così impariamo a non chiederci più cosa sentiamo davvero, e finiamo per fare soltanto quello che ci è stato detto di fare, anche quando appare ingiusto e privo di significato.

Questo progressivo estraniarsi dalla verità del proprio mondo interiore ed emotivo, porta con sé innumerevoli sofferenze, paure e insicurezze, e fa sì che, nel tentativo di evitare il dolore, si formino delle chiusure nella personalità e nella percezione della realtà.

E’ in seguito a questi traumi che la nostra originaria e naturale personalità creativa si deforma fino ad abiurare se stessa, generando un falso sé protettivo, cioè una personalità di copertura che nasconde le ferite e i tormenti che queste hanno generato.

Il dolore dei bambini è lacerante, senza confini e privo di tempo.

Esiste immutabile in un eterno presente dal quale non è possibile liberarsi senza l’aiuto di un adulto capace di accogliere, senza censurarla, la complessità e l’intensità del mondo interiore.

In assenza di questa presenza soccorrevole e partecipe, la vibrante creatività che caratterizza ogni essere umano si surgela dentro un’armatura di insensibilità che nasconde le possibilità originarie e la verità individuale, obbligandoci a indossare una maschera conforme ai dettami del più forte, pur di ottenere dal mondo quel riconoscimento e quell’amore che abbiamo sentito di non meritare con la nostra spontaneità.

Dall’amputazione e dalla censura della personalità creativa prendono forma le patologie psichiche che ci costringono a vivere una vita non nostra e che, come una corazza indelebile, ci impediscono di raggiungere proprio quell’amore così disperatamente cercato e desiderato.

La maschera del falso sé, infatti, ottiene sempre un consenso incapace di appagare davvero il bisogno di riconoscimento e amore che ci ha spinto a indossarla, perché, con la sua stessa esistenza, conferma l’idea infantile di non meritare altro che disprezzo, rifiuto ed emarginazione.

Questo circolo vizioso ci allontana sempre più dalla spontaneità e dalla libertà e, dissociando la comprensione di sé dal dolore e dalla verità, impedisce di sviluppare le parti immature della personalità, confinandoci in una ignoranza di noi stessi che genera ulteriore alienazione, chiusura e malattia.

Per superarle e ritrovare la spontaneità, la salute e la libertà, è necessario intraprendere un cammino a ritroso fino a incontrare le parti bambine e rivivere il dolore rimosso e lacerante dell’infanzia, con la consapevolezza dell’adulto.

Nell’inconscio il tempo non esiste e un cucciolo terrorizzato aspetta per l’eternità una presenza amorevole, capace di rassicurarlo e di incoraggiarlo a crescere.

Quando l’adulto di oggi si apre con sincerità al bambino sofferente e spaventato che siamo stati, quel cucciolo incontra finalmente un altro essere capace di dargli l’amore incondizionato di cui ha bisogno per crescere, e il processo di maturazione e di accoglienza di se stessi può finalmente riprendere a scorrere.

Dall’incontro delle parti adulte con le parti bambine della personalità, si sviluppano la maturità interiore e l’armonia nel mondo.

Occorre rivivere la sofferenza lacerante dell’infanzia lasciando che l’energia emotiva (bloccata nel tentativo di evitare l’angoscia) riprenda a fluire.

In questo modo la creatività e la spontaneità si liberano, permettendoci di evolvere gli aspetti immaturi della personalità.

E’ così che i danni di una pedagogia nera possono essere superati.

Solo incontrando la totalità del proprio sé, la personalità creativa può aprirsi all’empatia e alla creatività che la caratterizzano, permettendo il fluire della sensibilità e della libertà, e rivelando, nella saggezza della sua poliedricità, il dono che è venuta a condividere nel mondo:

  • Ognuno è unico e indispensabile alla vita.

  • Si può integrare ogni diversità, senza reprimerla e senza emarginarla.

  • Nella creatività ogni cosa evolve armonicamente in qualcosa di nuovo, diverso e migliore.

  • L’amore non è normale. E’ vero.

Carla Sale Musio

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Mar 12 2013

IL BAMBINO FERITO


“Non fare il bambino, ti comporti come una bambina, sei infantile …”

Quando il nostro lato ‘’bambino’’ si presenta agli altri, attraverso i nostri atteggiamenti, in modo cosí evidente da suscitare tali rimproveri, significa che facciamo parte di una schiera fortunata di persone, poiché abbiamo il problema a portata di mano, affiorante in superficie e quindi sará molto piú facile per noi prendercene cura, se lo vogliamo.

Prendere contatto con il bambino ferito, non amato a sufficenza, arrabbiato, frustrato, abbandonato, non é un compito facile.

Spesso si é rifugiato talmente in profonditá, da creare l’illusione di non esistere, eppure tutti ci portiamo dentro questo bambino con le sue ferite irrisolte. É una situazione assolutamente comune e inevitabile, che ne siamo consapevoli o meno.

Tutti i bambini del mondo, hanno bisogno di amore in una tale misura che risulta umanamente impossibile da soddisfare, anche da parte dei genitori piú consapevoli ed evoluti.

I genitori quasi sempre, in qualitá di esseri umani, hanno a loro volta i propri limiti, per cui mancano di offrire al bambino ció di cui ha bisogno.

Il meccanismo di difesa del bambino, che deve quindi sopravvivere nonostante il dolore, sviluppa immagini e reazioni che vanno a fissarsi in profonditá, dove rimangono fino a che non riusciamo a trovare il sistema per stanarle e scioglierle, per cosí dire.

Nessuno su questa terra é immune da questo fenomeno, che fa parte del compito evolutivo di ogni individuo.

Quando il nostro lato ‘’bambino’’ interferisce nella nostra vita con meccanismi non riconducibili direttamente ad esso, risulta maggiormente difficile il collegamento e quindi il lavoro per risolvere i problemi che entrano nella nostra vita.

Ma possiamo ugualmente individuarne la presenza, tutte le volte che i nostri problemi relazionali, sembrano dipendere dal fatto che non ci sentiamo amati abbastanza, oppure rispettati o riconosciuti.

Questi sono tipici bisogni che il nostro bambino continua a pretendere che vengano soddisfatti dagli altri.

Le nostre reazioni saranno le piú svariate a seconda di come abbiamo interiorizzato il dolore e di come abbiamo costruito la nostra difesa in funzione della nostra caratterologia, ma fino a quando continueremo a pretendere che gli altri debbano cambiare, non ci sará mai uscita, creando di conseguenza i circoli viziosi di cui cadiamo ripetutamente vittime.

Personalmente credo che sia meglio conoscere ed affrontare piuttosto che ignorare ed evitare.

Non che la seconda opzione non abbia i suoi vantaggi, ma a mio parere risultano quasi sempre di breve durata e scarsamente evolutivi.

Chi la pensa come me, ha davanti a sé un compito arduo: conoscere e affrontare il proprio bambino interiore.

Non un mostro che sputa fuoco da sette teste, non un folletto maligno che si diverte a interferire nella nostra vita mandando regolarmente all’aria i nostri progetti, non un mondo ostile che sembra coalizzato per farci soffrire, ma semplicemente e profondamente il nostro bambino, rintanato o latente che sia.

Riconoscerlo, accoglierlo, nutrirlo, perdonarlo e farlo crescere fino al punto di scoprire che non ha bisogno di tutto questo amore dagli altri, ma che giá possiede tutto l’amore dentro di sé e che puó invece donarne tanto, senza privarsene perché é una fonte inesauribile.

Benedetta Veroni

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Giu 04 2012

GIORNI NO

Ci sono giorni che ti senti NO.

Giorni che tutto prende una piega storta.

Giorni che, anche pensare, è troppo faticoso.

Giorni in cui la vita sembra una prigione grigia, senza speranze.

Sono quelli i giorni in cui il nostro bimbo interiore ci parla.

Scivola fuori dal carcere, dove noi, normalmente, lo teniamo rinchiuso, e racconta, per un poco, la sua delusione.

Era arrivato nel mondo, pieno di speranze.

Di sogni.

Di desideri.

Di missioni da compiere e di favole da raccontare.

Carico di entusiasmo e di energia.

Pronto ad avventurarsi nella vita, come un esploratore coraggioso.

Felice di conoscere se stesso e di scoprire tutto ciò che gli piace.

Poi, c’è stato il big bang… e ogni cosa è andata in pezzi.

È stato quando, per la prima volta, ha sentito il dolore, l’umiliazione bruciante dell’incomprensione. Quando ha vissuto la solitudine, la delusione, il rifiuto.

“Che brutto è il mondo!” ha pianto disperato.

Mentre scappava via a gambe levate, cercando un nascondiglio dove nessuno potesse più scoprirlo.

E si è rinchiuso dentro se stesso. Giù in fondo all’anima. Proprio in un angolino.

E’ lì che lo abbiamo nascosto, perché non soffrisse ancora quel dolore straziante, quella implacabile disperazione.

E’ lì che abbiamo costruito la sua prigione. Per tenerlo al riparo da altre delusioni.

Gli abbiamo messo addosso così tante maschere di protezione che adesso quasi non ce la fa più!

Scompare, sotto quel nostro coprifuoco.

E noi stessi non siamo più capaci di ritrovarne le tracce.

Oggi… che siamo diventati adulti.

Sappiamo stare al mondo e comportarci com’è opportuno. Siamo capaci di vivere la vita, da soli o in mezzo agli altri.

Il big bang è lontano e, del bambino che siamo stati, non ci ricordiamo nemmeno più.

Acqua passata.

Ora importa il presente.

Costruiamo il futuro.

Un futuro migliore.

Ma il bimbo aspetta ancora.

Nascosto sotto i mille doveri delle nostre quotidiane occupazioni.

Aspetta l’attimo della disattenzione. Il momento di uscire, finalmente! Di avventurarsi di nuovo nella vita.

Ogni tanto succede.

Capita soprattutto quando siamo stanchi.

Quando per un momento abbandoniamo i freni della ragione e concediamo al sentire lo spazio impercettibile dell’intuizione.

In quei momenti, un piccolo desaparecido fa capolino dal buio in cui lo avevamo relegato, per raccontarci la sua vita randagia.

Se non lo allontaniamo e stiamo attenti, possiamo riconoscerne le emozioni.

Ciò che proviamo, le nostre commozioni, sono le sue parole, fatte con il tessuto dell’emotività.

E’ un bimbo fragile, vissuto nel segreto di se stesso, nell’ombra della nostra accettazione.

Cerca quell’attenzione e quell’ascolto che i grandi non gli hanno saputo dare.

Ha bisogno di essere accolto, accettato e amato, così come è. Senza sforzarsi di volerlo cambiare.

Cerca un adulto che possa condividere con lui tutte le brutte emozioni del passato.

Oggi… che siamo diventati grandi, possiamo entrare in contatto con quelle sensazioni vissute da bambini. Senza sfuggirle.

Possiamo accogliere le nostre giornate grigie, perché sono occasioni preziose di ritrovare il cucciolo interiore, la nostra infanzia dimenticata.

Oggi… che siamo diventati grandi, possiamo tollerare i giorni bui.

Sono momenti di ricongiunzione tra ciò che per paura abbiamo cancellato (il passato) e ciò che con fatica siamo diventati (il presente).

L’energia del bambino è ancora intatta. Pronta per affrontare le prove della vita.

Proprio nei giorni bui emerge alla coscienza, col suo linguaggio fatto di sensazioni.

Non sfuggirle è la chiave che permette di aprire la prigione.

Ritrovare il dolore rimosso è il prezzo necessario a liberare quella forza vitale dal carcere in cui l’abbiamo intrappolata, lo sforzo che ci aiuta ad avere un contatto migliore col mondo e con la nostra vita.

Il bambino interiore è un esserino fragile e, spesso, impresentabile!

Impulsivo, mutevole, sensitivo e poco normale!

Benché imprendibile con i sensi fisici, è una realtà viva e vitale.

Esprime la nostra verità.

Continuare a nasconderlo impoverisce la vita.

Ascoltare i suoi tormenti di clandestino, ci permette di ritrovare il senso dell’esistenza e l’avventura della nostra unicità, apre le porte all’entusiasmo frizzante dei bambini e libera l’intuizione, guidandoci verso nuove e migliori possibilità.

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Apr 04 2012

UN POMERIGGIO CON IL VOSTRO BAMBINO (interiore)

Siamo sempre così indaffarati a rincorrere una vita fatta solo di doveri, che finiamo per dimenticarci della nostra pulsante e preziosa parte creativa, con tutte le gravi conseguenze psicologiche che questa distrazione comporta sulla qualità della nostra esistenza.

Come ho detto altre volte, la creatività non è una generica propensione alla pittura o alla musica, è invece un modo di essere, il nucleo centrale della nostra originalità, la parte più vitale di noi stessi.

La creatività è il ponte che unisce l’esperienza del mondo con il sentire del cuore.

Trascurare la propria parte creativa significa soffrire.

Infatti, la repressione della creatività provoca un crescendo di stati d’ansia (che può arrivare fino all’attacco di panico vero e proprio), perché ci fa perdere il contatto con la nostra unicità e con il significato profondo della vita.

Per questo è così importante esprimerla e coltivarla nella quotidianità.

Durante l’infanzia la creatività è parte integrante della crescita e si esprime nel gioco e nell’apprendimento.

Con l’ingresso a scuola, purtroppo, si perde gran parte della sua vitalità perché i programmi ministeriali sembrano fatti apposta per paralizzarla a vantaggio di un’istruzione nozionistica e stereotipata che favorisce la passività e il conformismo.

Così, una volta diventati grandi, e terminati gli studi, dell’entusiasmo e della fiducia che avevamo da bambini rimane ben poco.

La creatività è l’ingrediente miracoloso che ci permette di sfuggire alla crisi e di reagire al terrorismo psicologico portato avanti dai mass media.

Di questi tempi ce n’è davvero un gran bisogno! Perché costituisce una cura sana, naturale, economica e alla portata di tutti!

“Qual è il problema allora?” direte voi “Basta essere creativi e si risolve tutto!”

Il problema è che per essere creativi bisogna fare cose poco normali.

Infatti, la creatività non è normale per definizione!

Però, fare cose poco normali ci fa sentire strani, diversi e stupidi.

Questo sì che è un problema!


Il senso di stupidità

è il nemico numero uno della creatività!

 

La sensazione di essere stupidi è un vissuto interiore capace di inibire irrimediabilmente gli stimoli creativi e gli impulsi di trasformazione di ciascuno, rendendoci tutti uguali, vittime di un livellamento emotivo, conformi ai modelli di massa, e perciò anche vuoti, privi del nostro carisma naturale, della nostra speciale unicità.

Il senso di stupidità è il nemico numero uno della creatività, il problema che impedisce la sua spontanea espressione nella nostra quotidianità.

Per essere creativi, bisogna superare questo scoglio e permettersi di essere stupidi, cioè ingenui, infantili, fragili, ridicoli.

Occorre tollerare quella sgradevole sensazione di diversità e d’inutilità e lasciare che la nostra parte bambina prenda il sopravvento sull’adulto pieno di doveri e di tristezza che siamo diventati crescendo.

Bisogna sopportare quel brontolio ininterrotto che parla nella testa quando ci permettiamo di fare qualcosa d’inconsueto e lasciamo che il bambino interiore salga per un poco alla ribalta della nostra personalità, gestendola come crede meglio.

Eccovi quindi un esercizio che vi aiuterà a riattivare la vostra creatività assopita e a ricreare un buon contatto con il bambino che siete stati:

  • Prendetevi un pomeriggio per voi e uscite insieme al vostro bambino interiore.

  • Portatevi appresso una sua fotografia e, se vi aiuta a mantenere il contatto, osservatela ogni tanto. Soprattutto quando l’adulto parla troppo oppressivamente nella vostra testa.

  • Per lo spazio di almeno due ore permettete alla parte bambina di gestire la vostra vita e lasciatele fare qualcosa che le piace. Potrebbe essere un disegno con i pennarelli, esplorare un parco giochi, una passeggiata in un luogo naturale, l’albero di natale, montare il trenino, dipingere con le mani… cose del genere.

  • Io, però, vi suggerisco di andare con il vostro bambino in un negozio di giocattoli e di invitarlo a scegliersi un regalo.

  • Dategli il tempo di girare tra le vetrine e gli scaffali con i giochi e osservate cosa gli piace, senza intervenire né censurare niente.

  • Sentite le sue emozioni in voi.

  • Fate attenzione perché ci sono i ricordi razionali, di ciò che vi piaceva quando eravate bambini, e ci sono le sensazioni del vostro bambino interiore ora. Non è detto che siano uguali. Potreste scoprire che il vostro bambino interiore è cambiato. Perché, in compagnia dell’adulto che siete diventati, oggi può esprimere qualcosa che quando eravate piccoli non potevate permettervi. Lasciatelo essere com’è, e osservatelo. Ma soprattutto, consentite alle sue emozioni infantili di scorrere nella vostra psiche.

  • Al momento di pagare il giocattolo che avrà scelto, la sensazione di stupidità potrebbe farsi molto forte in voi. Resistete alla tentazione di fare le spallucce, censurare l’esperienza e uscire senza aver comprato niente! Se saprete tollerarla e lo accontenterete, il bambino vi ripagherà, infondendo nella vostra psiche e nella vostra quotidianità il suo entusiasmo e le sue risorse creative.

Passare un pomeriggio in compagnia del vostro bambino interiore è un lavoro molto profondo, che lascia emergere i vissuti emotivi del passato insieme ai vissuti del presente.

La creatività è un processo continuo di trasformazione e cambiamento. Assecondarlo in se stessi significa armonizzare la vita.

Quando permettiamo alla parte bambina di esistere dentro di noi, ci riappropriamo della vitalità e dell’entusiasmo dell’infanzia e ci si aprono molte possibilità nuove.

Fare qualcosa di stupido e di inutile fa parte di questo processo.

Se riuscite a sospendere il giudizio e non vi bloccate, permettete al bambino di donarvi la sua spontaneità e la sua gioia di vivere.

I bambini hanno una conoscenza che gli adulti hanno perso, sono in contatto con il mondo magico dell’istintualità e della sensitività.

Quando vi aprite al suo potere creativo, sospendendo la critica e permettendovi la stupidità, la vita guadagna possibilità nuove e impensate.

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Feb 20 2012

INCONTRARE IL BAMBINO INTERIORE

Tutte le esperienze, le sensazioni e i sentimenti che abbiamo vissuto, sono sempre presenti nel nostro inconscio.

Dentro questo grande e immateriale archivio privato, ogni cosa mantiene immutata la sua freschezza e la sua vitalità, nonostante il tempo che passa.

Finché siamo bambini, l’accesso alle conoscenze interiori è facile e immediato ma, crescendo, le memorie si accumulano, la ragione rivendica la sua leadership e, progressivamente, perdiamo l’abitudine di andare a rovistare in quella soffitta delle consapevolezze passate.

Diventando adulti finiamo per concentrare tutta la nostra attenzione sulla concretezza dei fenomeni fisici e il mondo immateriale, snobbato e ridicolizzato, ci diventa ignoto.

Purtroppo però, allontanandoci dall’impalpabile sapienza dell’inconscio, perdiamo la ricchezza e l’entusiasmo che sono propri dei bambini (e che ci permetterebero di trasformare gli ostacoli in opportunità) e lasciamo che i doveri diventino i nostri unici maestri.

Costretti a confrontarci soltanto con ciò che si può toccare (e possibilmente anche monetizzare) la nostra vita perde di significato.

Le sensazioni, le intuizioni, le emozioni e i ricordi, nella nostra società sono considerati delle cose futili, ingenuità da bambini.

Si deve produrre e comprare, riempire le mancanze con gli oggetti, possedere prodotti che non bastano mai!

Ma il vuoto immateriale dell’amore non si colma con la materialità dell’esistenza. E i farmaci che anestetizzano il cuore, zittiscono soltanto i sintomi senza curare il dolore.

La crisi economica che stiamo attraversando è prima di tutto una crisi della materialità.

Per uscire indenni dai terremoti politici e monetari, è indispensabile recuperare quel contatto interiore che abbiamo perso diventando adulti.

 

TUTTTI GLI ADULTI SONO STATI BAMBINI

 

Il bambino che siamo stati vive, da sempre, nel nostro inconscio.

E aspetta.

Sa che, una volta cresciuti, potremo finalmente prenderci cura di lui.

Diventare grandi ci ha costretto a ignorarlo, perché eravamo troppo impegnati a costruire delle basi solide per la sopravvivenza fisica.

Ma, raggiunta la maturità, trascurare il bambino interiore è una mancanza grave, che limita l’espressione dei talenti e della creatività.

La parte bambina conserva dentro di sé tutti i segreti e le memorie dell’infanzia e, accucciata in un angolo della nostra anima, attende il momento di raccontarsi all’uomo o alla donna che siamo diventati.

Come ci insegna il Piccolo Principe: “Tutti gli adulti sono stati bambini ma, siccome pochi se ne ricordano”, corriamo nella vita sempre più indaffarati e indifferenti a quei richiami che non hanno voce.

Incontrare il bambino interiore vuol dire aprirsi all’ascolto di una parte infantile che conosce il codice immateriale delle emozioni, delle sensazioni e delle intuizioni, e ad un dialogo fatto di stati d’animo più che di parole.

Di solito, in un primo momento, il racconto riguarda la sofferenza e il dolore.

L’infanzia non è il paradiso dorato e idealizzato che gli adulti amano raccontarsi, al contrario, è popolata di momenti bui, carichi di paure e d’inesperienza.

Il nostro bambino ha sofferto i drammi e i traumi che costellano la strada per diventare grandi e tante volte si è sentito solo, senza nessuno con cui piangere e a cui confidare i suoi dispiaceri.

Quando lo avviciniamo dentro noi stessi, incontriamo un cucciolo guardingo e diffidente, poco disposto a credere agli adulti.

Per fare amicizia e aiutarlo ad aprirsi, bisogna avere molta pazienza e rispettare i suoi tempi, dimostrandogli interesse e affetto. Con continuità.

Scegliete una foto di quando eravate piccoli. Possibilmente una in cui ci siete soltanto voi. Mettetela in un punto, dove potete osservarla spesso. E ogni tanto fermatevi a parlare con quel bambino.

Guardatelo negli occhi. Ascoltate i suoi pensieri. Oltrepassate le apparenze, i vestitini della festa, le maniere scherzose. Apritevi al suo cuore.

Ditegli con amore e con sincerità, chiamandolo per nome: “Ti voglio bene.”

E poi abbiate pazienza. E ricominciate tutto daccapo. Perché una volta sola non basta.

Con i bambini ci vuole costanza, tenerezza e dedizione.

Quando il vostro bambino interiore comincerà a fidarsi di voi, per prima cosa vi dirà i suoi tormenti e, come tutti i bambini, lo farà quando lui se la sente (e non quando voi ritenete che sia il momento giusto per farlo).

Può succedere mentre state lavorando, mentre siete soprappensiero, quando parlate con qualcuno… di colpo vi sentite tristi, vi viene voglia di piangere, desiderate stare soli.

Quei sentimenti (poco pertinenti con la situazione che state vivendo) sono il segnale che il vostro bambino ha cominciato a parlarvi e vi sta raccontando le angosce che ha vissuto.

Voi e lui siete un’anima sola e il suo racconto prende forma nelle vostre emozioni. Più che con le immagini, vi parla con le sensazioni.

Se saprete accoglierlo senza dare giudizi e senza allontanarlo, dopo il dolore arriverà l’entusiasmo, a colorare la vostra vita di opportunità.

Il bambino che siete stati non cerca consigli e non vuole maestri per la sua tristezza, ha bisogno soltanto di essere ascoltato, con tenerezza e partecipazione.

Ai bambini non servono lezioni sui sentimenti che sarebbe giusto provare di momento in momento, hanno, invece, bisogno di qualcuno che sia capace di condividere quelle emozioni insieme con loro.

Quando costruite un rapporto con la parte infantile, la vita cambia e si trasforma in meglio.

Ben presto il dolore lascia il posto alla gioia. E la gioia dei piccoli è contagiosa. Riempie di passione. Porta nuove possibilità.

Tutti noi siamo sempre i bambini che eravamo, insieme agli adulti che siamo diventati.

Ascoltare la parte bambina, spinge a fare le cose che piacciono ai bambini.

Compratevi un giocattolo. Attaccate una stellina… lasciate che le parti infantili affianchino la maturità.

Saggezza e ingenuità camminano insieme.

Il cuore non è normale. E’ poliedrico.

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