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Gen 21 2015

SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

Tante coppie si domandano quanto e quando sia opportuno informare i bambini che la mamma e il papà stanno pensando di separarsi.

In Italia, purtroppo, una visione cattolica della famiglia ha demonizzato la separazione, rendendo drammatico e pieno d’insidie un momento naturale e, spesso, indispensabile nell’evoluzione affettiva. Sia individuale che di coppia.

Gli psicologi, però, ritengono che la separazione sia un momento fondante nella crescita psicologica e un passaggio indispensabile per superare l’egocentrismo e raggiungere la maturità emotiva.

Soltanto chi è capace di affrontare le separazioni, infatti, è in grado di vivere la reciprocità di un rapporto d’amore profondo, disinteressato e privo di egoismi e possessività.

Già Freud, nel saggio “Al di là del principio del piacere“, aveva evidenziato il bisogno, fisiologico nei bambini, di padroneggiare la mancanza dell’oggetto d’amore per superare la simbiosi e raggiungere una sana individualità.

Dalle primissime separazioni tra mamma e bambino, infatti, prendono forma l’io e il tu e scaturisce una reciprocità basata sull’accettazione della diversità, sulla comprensione dei bisogni dell’altro e sullo scambio delle esperienze.

Ogni separazione, perciò, è un’occasione per crescere e porsi in una relazione matura, rispettosa e dialettica. Sia con l’altro che con se stessi.

Spesso, la paura di comunicare ai bambini la decisione di separarsi nasconde il bisogno di trattenere il partner strumentalizzando i figli per mantenere unita la coppia, anche quando, nel matrimonio, i sentimenti tra marito e moglie sono cambiati e la vita coniugale ha trasformato l’amore iniziale in una consuetudine alla convivenza e alla condivisione delle responsabilità.

Separarsi significa, perciò, fare il punto sul proprio cammino, emotivo ed esistenziale, e accettare il cambiamento, non solo dei sentimenti ma anche delle abitudini, delle responsabilità e dello stile di vita.

I bambini vivono con serenità o con terrore questi passaggi evolutivi della famiglia, secondo come mamma e papà li accolgono in se stessi.

Infatti, il mondo emotivo dei genitori impronta di sé quello dei figli, rassicurandoli o spaventandoli, davanti ai cambiamenti importanti della vita.

La nascita di un fratellino, una malattia, la morte di un parente o di un animale, un cambiamento di casa o di scuola, il trasferimento di un genitore in un’altra città… sono tutti momenti impegnativi per la personalità, e l’accoglienza o meno di questi avvenimenti da parte dei figli dipende dal modo in cui i genitori li vivono e, di conseguenza, li propongono.

Mentire ai bambini non serve, aumenta la confusione e genera sfiducia negli adulti e nell’ascolto del proprio mondo interiore.

Serve, invece, armarsi di sincerità e di pazienza per spiegare loro con parole semplici quello che sta avvenendo.

Senza misteri e senza finzioni.

Tutti i bambini sentono i climi emotivi e li interpretano utilizzando gli strumenti cognitivi che possiedono.

L’immagine edulcorata di una famiglia unita nonostante tutto genera nei piccoli una profonda insicurezza perché mette in conflitto la loro intuizione con quanto sostenuto dagli adulti (spesso anche contro qualunque evidenza).

Lo scarto che si crea, tra le percezioni interiori e le affermazioni dei grandi, induce i piccoli a sviluppare un’eccessiva concretezza anestetizzando il mondo emotivo nel tentativo di evitare il conflitto, e lasciandoli confusi sull’interpretazione della realtà e privi della sensibilità necessaria a gestire la complessità dei sentimenti.

Parlare ai propri figli, con onestà e senza imbrogliarli, è la base per sviluppare in loro la fiducia e l’autenticità, e per costruire un dialogo aperto e sincero.

Naturalmente, questo presuppone da parte degli adulti: lealtà, umiltà, responsabilità e rispetto. Insieme alla capacità di non strumentalizzare i piccoli per esorcizzare le ansie abbandoniche dei grandi.

Ognuno dei genitori, naturalmente, descriverà la situazione dal proprio punto di vista, lasciando ai bambini la possibilità di valutare da soli la poliedricità della vita emotiva, insieme allo spazio necessario per esprimere le proprie paure e le proprie riflessioni.

Oltre ad essere informati di quanto succede nella famiglia, infatti, i figli devono avere la possibilità di condividere le proprie opinioni e le proprie emozioni. Positive o negative.

Osservare il modo in cui i genitori gestiscono la fine del loro rapporto di marito e moglie, mantenendo i ruoli genitoriali e la condivisione affettiva che questo comporta, è un grande insegnamento per i figli, che ricevono in dono dei modelli di relazione sui quali, in futuro, calibreranno le proprie scelte di dipendenza, autonomia e libertà.

Quando ci sono dei figli, la famiglia non corrisponde sempre alla convivenza sotto lo stesso tetto e nemmeno all’esclusività dei partner, ma è, invece, il risultato del rispetto reciproco e dell’impegno, preso insieme, di amare e accudire i propri bambini nel loro percorso di crescita.

La scelta di separarsi riguarda soltanto la moglie e il marito.

La mamma e il papà condivideranno per sempre la responsabilità della famiglia che hanno creato, perché saranno per sempre gli unici genitori dei figli avuti insieme.

Anche quando scelgono di separarsi.

Anche quando al loro fianco ci sono altri partner.

Anche quando con questi partner decidono di avere altri figli.

Ciò che è importante per i bambini è essere aiutati a comprendere la complessità del mondo affettivo, non ricevere in dono un modello di unione stereotipato e privo di una reale risonanza interiore.

Carla Sale Musio

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Dic 28 2014

BAMBINI E CREATIVITA’

La parola creatività indica la capacità di guardare le cose in tanti modi diversi, contemporaneamente.

Le persone creative sviluppano una poliedricità che consente di trovare soluzioni nuove, anche davanti a problemi apparentemente irrisolvibili.

La creatività è strettamente legata all’immaginazione e alla fantasia, e si manifesta spontaneamente nella personalità dei bambini ma, con l’ingresso nella scuola dell’obbligo, lo spazio dedicato alle attività spontanee si riduce drasticamente, a favore degli apprendimenti scolastici.

Le ore di lezione, i compiti a casa, la palestra, il catechismo, le attività integrative… lasciano poco tempo all’inventiva dei piccoli, costringendoli a rispettare programmi che altri hanno deciso per loro.

Programmi che li prepareranno ad affrontare con successo il futuro, pensati per aiutarli a crescere, ma che spesso danno poca importanza al bisogno di creare.

Al desiderio, cioè, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva, facendo emergere, dal nulla, una nuova realtà.

La creatività è una risorsa che, purtroppo, si perde crescendo.

E che da grandi è difficile recuperare, sepolta sotto una valanga di doveri (a cui, senza creatività, è difficile fare fronte efficacemente).

Le attività creative sono uno strumento miracoloso di benessere e di guarigione, una medicina spontanea che la natura ci ha donato per migliorare la vita e superare le difficoltà, trasformandole in opportunità.

Perciò è importante che i bambini siano aiutati a non rinnegare questa loro abilità innata e che, invece, possano esercitarla liberamente, sviluppando la capacità di affrontare gli eventi in modi sempre diversi e utili.

Il gioco creativo è, perciò, un’attività indispensabile per i piccoli (ma anche per i grandi) perché consente di liberare le potenzialità individuali e di prendere confidenza con l’intuizione, amplificando le possibilità di risolvere i problemi.

La creatività, infatti, ci permette di accedere a una fonte magica, nascosta nelle profondità del nostro inconscio, da cui si sprigionano risposte e soluzioni insospettate, senza bisogno di passare per la logica.

Quando possono liberare la fantasia, senza troppe censure da parte degli adulti, i bambini manifestano le loro propensioni creative spontaneamente, sviluppando la capacità di affrontare la vita con fiducia.

Al contrario, quando la creatività è inibita o peggio ridicolizzata, cede il posto al conformismo e alla necessità di ricevere approvazione e stima adattandosi a modelli di comportamento preconfezionati, piuttosto che liberando le risorse individuali.

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Ma cosa bisogna fare per sviluppare la creatività e quali sono i giochi creativi?

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Chiamiamo creative tutte le attività, ludiche e poco strutturate, che permettono di stimolare l’inventiva.

Nei giochi creativi si utilizzano prevalentemente materiali poco dispendiosi e facilmente reperibili, che lasciano aperta la possibilità di interpretare le cose in modi sempre diversi.

Una scatola vuota, ad esempio, può diventare una culla, una casetta, una prigione, un castello… secondo le situazioni che il bambino ha deciso di rappresentare.

Il gioco creativo non prevede l’utilizzo di giocattoli costosi, tende piuttosto al riutilizzo, alla trasformazione e al riciclo, e si basa sulla possibilità di trovare nuovi usi per gli oggetti.

Nelle case dovrebbe esserci una stanza o, almeno, un angolo dedicato alla creatività.

Uno spazio in cui avere sempre a disposizione: colori, stoffe, colla, forbici, cartoncini, nastri, semi, tappi… e tutto ciò che la fantasia può utilizzare per inventare.

Naturalmente la presenza di un adulto, che sostiene e incoraggia la creatività, è un riferimento necessario perché le potenzialità spontanee dei piccoli possano dispiegarsi.

I bambini, infatti, imparano soprattutto grazie all’imitazione e l’esempio dei grandi, unito all’incoraggiamento, è un sostegno imprescindibile per permettere loro di esprimere tutte le proprie peculiarità espressive.

Coltivare la creatività permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

Sviluppa l’autostima e favorisce una sana cooperazione.

Per le persone creative la condivisione, infatti, è un momento importante, che favorisce spontaneamente la fratellanza, rendendo inutili la competizione e la sfida.

Tutti i creativi sostengono che dare forma a qualcosa di nuovo e migliore sia molto più interessante che vincere o sopraffare.

In un mondo psicologicamente sano, l’unica sfida che valga la pena di affrontare è quella con se stessi.

Carla Sale Musio

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Nov 15 2014

BASTA GENITORI MONOBLOCCO!

Nella famiglia del Mulino Bianco le cose si fanno sempre tutti insieme.

Si mangia insieme, si gioca insieme, si parte insieme, si va insieme a trovare i parenti e gli amici, ci si rilassa insieme, ci si diverte insieme… e ci si ritrova insieme ogni volta che gli impegni lo permettono!

Soprattutto nel tempo libero, stare insieme sembra essere l’emblema di un nucleo familiare realizzato e felice.

Ma, da un punto di vista psicologico, muoversi in branco denota una scarsa libertà e un’incapacità a costruire relazioni profonde e individuali.

Per crescere sani e sicuri di sé, i bambini hanno bisogno di vivere uno scambio intimo con ognuno dei membri della famiglia.

E questo deve avvenire sia collettivamente che individualmente.

La famiglia del Mulino Bianco non riceve dagli psicologi una diagnosi favorevole, poiché appare pericolosamente simbiotica e indifferenziata, e perciò incapace di trasmettere sicurezza e autonomia.

Muoversi in gruppo, infatti, può diventare un modo per sfuggire l’intimità e il confronto, evitando di mettersi in gioco in prima persona.

Nelle famiglie capita spesso che il genitore che trascorre più tempo insieme ai figli sia quello che interviene più di frequente nelle relazioni con loro, e questo, purtroppo, impedisce lo strutturarsi di un rapporto profondo e significativo con chi è meno presente.

Anche quando si sta tutti insieme.

E’ vero, i bambini hanno bisogno di sentire che in casa esistono armonia, amore e rispetto.

Ma questo non significa che papà e mamma debbano muoversi costantemente in tandem.

L’accordo è qualcosa che si percepisce nell’emotività che caratterizza le relazioni, e non dipende dalla presenza fisica ma dall’intimità che esiste tra le persone.

Per creare un clima affettivo ricco di considerazione, complicità e fiducia, è indispensabile che ogni membro della famiglia possa vivere dei momenti esclusivi e coinvolgenti con ognuno degli altri.

E, soprattutto, è necessario che i genitori dedichino il loro tempo e la loro attenzione a ogni figlio, singolarmente.

Avere il papà o la mamma tutti per sé, permette al bambino di trovarsi al centro della relazione affettiva, e porta a condividere un linguaggio comune.

Senza bisogno d’intermediari.

Da questa conoscenza intima e personale, nasce uno scambio capace di considerare le esigenze di entrambi, e prende forma il modello su cui i piccoli struttureranno le loro future relazioni affettive.

Avere la possibilità di passare del tempo da soli con la mamma o con il papà è un passaggio importante lungo la strada per diventare grandi.

(Da questo punto di vista, la separazione si rivela spesso un vantaggio per i figli, in quanto permette di avere un rapporto individuale con ognuno dei genitori.)

In questo modo i bambini imparano a conoscere le diversità che caratterizzano padre e madre, e a rapportarsi tenendo conto del carattere e delle propensioni di ciascuno.

Dalla comprensione e dalla accettazione delle differenze individuali prende forma una ricchezza interiore che aiuta a sviluppare potenzialità nuove.

Vivere dei momenti intimi ed esclusivi con ciascuno dei genitori sviluppa la certezza di essere amati e migliora l’autostima, ampliando la possibilità di costruire relazioni profonde e significative.

Carla Sale Musio

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Ott 27 2014

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI GIOCARE

Il gioco è lo strumento con cui i bambini imparano a conoscere il mondo, il mezzo che permette loro di sperimentare la creatività e di esplorare le infinite possibilità della vita.

Giocando insieme si sviluppano la socializzazione, la condivisione, l’ascolto, la reciprocità e la cooperazione.

Giocare è indispensabile per la salute mentale, per l’equilibrio emotivo, per l’espressione e la realizzazione di sé, e, per questo, dovrebbe essere un’attività privilegiata, tutelata, rispettata e praticata, sia dai grandi che dai piccoli.

Purtroppo, però, i ritmi frenetici della vita quotidiana ci costringono ad azzerare il tempo dedicato al gioco, a vantaggio degli innumerevoli e inderogabili impegni che costellano le nostre giornate.

Così, se durante l’infanzia le attività ludiche sono tollerate, diventando grandi il tempo passato a giocare si trasforma in un optional del tutto facoltativo, senza più nessun riconoscimento del suo indispensabile valore per la salute.

Nella nostra civiltà i momenti liberi dagli impegni diminuiscono sempre di più, e oggi, per giocare, anche ai bambini rimangono soltanto pochi ritagli di tempo, dopo i compiti, il catechismo, le attività integrative… e tutti gli innumerevoli doveri che devono svolgere per tenere il passo con le richieste della vita sociale.

Ma, proprio perché si tratta di ritagli di tempo e non di un tempo dedicato, spesso il gioco si trasforma in un momento di svago solitario e senza amici.

Lo spazio per incontrare gli altri e  coltivare la socializzazione è limitato alle attività organizzate (doposcuola, palestra, musica, inglese…) cui i piccoli sono costretti a partecipare, per istruirsi o per venire incontro alle esigenze lavorative dei genitori.

Considerato impropriamente come una perdita di tempo invece che un’attività indispensabile alla crescita, il tempo passato a giocare è relegato all’ultimo posto nella lista delle priorità formative.

“Prima il dovere e poi il piacere” recita il detto.

E, siccome giocare è certamente un piacere per tutti, grandi e piccini, va praticato con parsimonia, quasi fosse una droga capace di distogliere l’attenzione dalle più importanti attività professionali, scolastiche, educative… eccetera.

Nella società del duemila, l’obiettivo più gettonato è sempre il guadagno, e il gioco, purtroppo, non trova posto tra gli appuntamenti in calendario.

Travolti dalle necessità economiche, non ci fermiamo mai a riflettere che “i soldi non fanno la felicità” e che “è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli”.

Il Regno dei Cieli, infatti, è la conseguenza di una profonda realizzazione personale e della possibilità di esprimere il proprio potenziale interiore, creativo ed emotivo.

Giocando, i bambini (ma anche gli adulti) entrano spesso e con facilità nel Regno dei Cieli, sperimentando nuove possibilità di se stessi e permettendo alla ricchezza interiore di fluire liberamente nella quotidianità.

Giocare insieme consente di sperimentare la reciprocità, la condivisione, la cooperazione e la solidarietà, ma anche il confronto, lo scontro, il combattimento e il conflitto, e porta a costruire relazioni affettive profonde e durature.

Proprio perché condividersi, azzuffarsi, litigare, chiarirsi, riconoscersi e fare la pace, sono momenti significativi della vita e delle relazioni.

Giocare è uno spazio intimo e importante nella realtà dei bambini, li aiuta a crescere e a capirsi, sviluppa l’affettività e la reciprocità.

La nostra società, sempre tesa al profitto e alla competizione, trascura tutto ciò che  fa crescere la sensibilità e la competenza interiore.

I bambini di oggi sanno tante cose e conoscono un mondo variegato e complesso che, fino a qualche tempo fa, era inimmaginabile, ma alla capacità cognitiva non corrisponde, purtroppo, un’adeguata crescita affettiva e lo scarto tra la mente e il cuore genera tante sofferenze psicologiche.

Giocare insieme è una medicina a costo zero.

Previene le malattie e aiuta a costruire una società migliore.

Ma è importante che le attività ludiche ricevano attenzione e riconoscimento da parte degli adulti.

Non serve lasciare pascolare i bambini in gruppi numerosi e scatenati.

Occorre, invece, sottolineare il valore delle relazioni invitando a casa un amico alla volta, e permettendo ai piccoli di giocare insieme, sotto la supervisione attenta e discreta dei grandi.

Gli adulti, con la loro presenza, avvalorano il tempo passato a giocare e sorvegliano gli scambi affettivi tra i bambini, aiutandoli a esprimersi e a condividersi.

Giocare insieme favorisce la fratellanza e sviluppa l’amicizia.

Passare un pomeriggio a casa di un amico è il primo passo fuori dalle mura domestiche e insegna ad affrontare l’autonomia e l’indipendenza in un modo coinvolgente e protetto.

I genitori dovrebbero sempre curare e programmare dei momenti in cui i bambini possano invitare un amico a giocare. E, naturalmente, anche andare a trovarlo. 

Da questi scambi nasce la possibilità di approfondire la conoscenza, si sviluppa la competenza affettiva e prende forma una società basata sull’ascolto, sulla condivisione e sull’integrazione.

(Invece che sulla paura, sulla competizione e sulla sopraffazione).

 Carla Sale Musio

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…VUOI GIOCARE CON ME?

INTELLIGENZA EMOTIVA

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Lug 04 2014

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

Nella ricetta della felicità l’ingrediente fondamentale è l’amore che riceviamo da bambini.

L’autostima, infatti, affonda le sue radici dentro i legami affettivi vissuti durante l’infanzia.

L’amore che respiriamo da piccoli ci permette di sperimentare la fiducia e la sicurezza, facendoci sentire amati e importanti nella nostra unicità.

Ricevere affetto, approvazione e stima per ciò che siamo (e non in conseguenza delle qualità o dei difetti che abbiamo) alimenta la sicurezza e il valore personale, permettendoci di affrontare gli aspetti immaturi del carattere e stimolando la fiducia necessaria a liberare la curiosità, l’affettività, l’empatia e la creatività.

Per raggiungere la maturità e l’autonomia, i bambini hanno bisogno di essere amati per se stessi, senza ricatti e senza pretese.

L’indipendenza e la libertà, infatti, sono la conseguenza della fiducia nelle proprie risorse e nascono dall’accettazione sperimentata durante i primi anni di vita.

Molte persone, però, coltivano la convinzione che educare significhi abituare i piccoli a seguire un insieme di regole necessarie alla convivenza e al vivere civile, e sacrificano la naturale espressione dell’affetto per paura che questo corrisponda a viziarli.

Dal punto di vista psicologico, invece, è vero proprio il contrario!

I bambini cresciuti nell’amore e nel rispetto saranno adulti capaci di amare e di rispettare, mentre chi diventa grande in mezzo alla prepotenza e alla rigidità manifesterà innumerevoli difficoltà comportamentali e affettive.

Per questo l’educazione dovrebbe sempre mirare a far emergere le potenzialità e la sensibilità, aiutando i più piccini nella scoperta e nell’ascolto delle emozioni.

Proprie e degli altri.

Educare, infatti, significa letteralmente far emergere, permettere a ciò che esiste dentro di essere scoperto e favorire l’espressione delle capacità e delle inclinazioni personali, in modo che queste possano prendere forma nella vita ed essere condivise con gli altri.

L’amore è l’elemento fondamentale di una relazione affettiva capace di sostenere la realizzazione individuale e la possibilità di vivere una vita piena di significato.

Soltanto dall’amore, infatti, possono nascere nella personalità la fiducia e la sicurezza necessarie a manifestare la propria unicità, e l’umiltà indispensabile per condividere le proprie potenzialità.

Quando le relazioni educative sono improntate all’amore e all’accettazione, le norme e le regole del vivere insieme diventano una conseguenza dell’empatia, della sensibilità e della conoscenza reciproca, piuttosto che essere principi indiscutibili da rispettare per paura.

Per costruire una società libera dalla violenza, è indispensabile che i bimbi crescano nell’accoglienza, nell’ascolto e nel rispetto della loro personalità.

Ed è soprattutto con il comportamento che i genitori trasmettono ai propri figli i principi e i valori profondi in cui credono.

I bambini imitano gli atteggiamenti che osservano tra le pareti domestiche, e costruiscono la propria personalità riproducendo i gesti e le azioni dei grandi.

Per questo, una famiglia fondata sull’amore, sull’ascolto, sull’accoglienza delle differenze e sull’aiuto reciproco farà crescere degli adulti capaci di voler bene e di accogliere l’individualità di ciascuno senza paura, senza sopraffazione e senza pregiudizi, dando vita a una società in cui la comprensione, la cooperazione e la creatività rappresentano valori fondamentali.

All’opposto, una società violenta prende le mosse dalla prevaricazione agita in casa, a discapito dei deboli e degli indifesi, e si perpetua ricorrendo a regolamenti, divieti e sanzioni, indispensabili per sopperire alla mancanza di responsabilità e alle carenze nello sviluppo interiore.

Una famiglia basata sull’amore è il dono più grande che si possa fare a un bambino… e il presupposto per un mondo migliore!

Poco importano il colore della pelle o il sesso dei genitori, contano invece i valori trasmessi ai piccoli con l’esempio e con i comportamenti.

Valori su cui impercettibilmente, ma inesorabilmente, si modella l’educazione.

In questa chiave, risulta evidente che avere genitori dello stesso sesso o di sesso diverso non cambia il carattere dei piccoli, né cambia i principi che gli adulti trasmettono ai bambini.

Negare alle coppie omosessuali il diritto a formare una famiglia e ad avere dei figli è, purtroppo, ancora oggi, la conseguenza di un pensiero malato di omofobia, la punta dell’iceberg di una patologia che si ostina a considerare l’omosessualità alla stregua di una malattia, invece che una variante naturale e possibile della sessualità.

Il pregiudizio omofobo si trincera dietro la convinzione arbitraria che la coppia omosessuale possa trasmettere valori sbagliati ai propri figli e costituisca un modello familiare scorretto.

Ma quest’affermazione, priva di valore scientifico, potrebbe essere considerata vera soltanto nel caso in cui l’omosessualità fosse una malattia virale o una grave perversione psicologica.

Già dal 1994 il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders  e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dichiarato che l’amore tra persone dello stesso sesso non è una perversione più di quanto non lo sia l’amore tra persone di sesso diverso.

Lo sviluppo dell’orientamento sessuale nei bambini, infatti, avviene secondo una propensione naturale e, con la crescita, si modella sui valori e sui comportamenti dei grandi.

Per diventare adulti emotivamente sani i piccoli devono avere genitori capaci di dare loro affetto, comprensione, accettazione e rispetto.

Valori troppe volte pericolosamente assenti nelle coppie eterosessuali, in cui spesso lo sfruttamento e la violenza, da parte degli uomini sulle donne, costituiscono la normalità, purtroppo, e non l’eccezione.

Ben vengano quindi le coppie omosessuali a sovvertire i ruoli tradizionali di maschio e femmina e a trasformare la violenza eterosessuale agita dagli uomini sulle donne, in una nuova cultura delle pari opportunità.

Che entrambi i genitori siano maschi o femmine o che siano maschi e femmine, non fa differenza sulla capacità di crescere dei bambini sani e felici.

Ciò che conta, invece, è il modo in cui si relazionano tra loro e con i propri figli.

E su questi aspetti, purtroppo, il maschilismo ha rappresentato fino ad oggi una grave patologia dell’eterosessualità.

E’ auspicabile perciò che una ventata di cambiamento rivoluzioni la famiglia tradizionale e che il dibattito sulle coppie omosessuali evidenzi finalmente anche i limiti della famiglia eterosessuale tradizionale, favorendo lo sviluppo di una diversa cultura e di una nuova sensibilità.

Affermare che non è il sesso di mamma e papà a definire una famiglia degna di essere considerata tale, ma la loro maturità affettiva, permette ai bambini di crescere con genitori sempre più capaci di dare loro: amore, considerazione e rispetto, e in grado di condividere una genitorialità che preveda per entrambi i partner le stesse possibilità comportamentali.

In questo modo prende forma una società libera dai ruoli di potere che caratterizzano il maschilismo e aperta all’incontro e alla condivisione, tanto delle mansioni genitoriali che delle responsabilità famigliari.

Non più, quindi, papà assenti e impegnati fuori di casa e mamme costrette a occuparsi da sole delle faccende domestiche e dei bambini (anche quando lavorano e portano uno stipendio pari a quello dei mariti).

Ma una famiglia in cui gli adulti siano capaci di condividere il “fare i genitori” con semplicità e umiltà, piuttosto che rimanere ancorati a una rigida gestione sessista del potere e dei compiti domestici.

Una famiglia senza padri padroni e mamme sottomesse, dove i figli non sono più un possesso dei genitori ma persone dotate di una propria individualità e cresciute nel rispetto, nella condivisione e nell’amore, è il primo passo verso la realizzazione di una società migliore.

Carla Sale Musio

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Feb 14 2014

ANIMALI E BAMBINI

Animali e bambini sono creature semplici, innocenti e fiduciose.

Privi di malizia e di finzioni, hanno un contatto istantaneo con i sentimenti che esprimono in maniera chiara e diretta, senza filtri e senza ipocrisia.

Animali e bambini non nascondono le emozioni.

Soffrono, gioiscono, si entusiasmano, si appassionano, ridono, piangono, hanno paura… sono spontanei, intensi, immediati e sinceri.

Animali e bambini non sanno fingere, non imbrogliano e non mentono. Se non per gioco.

Animali e bambini si riconoscono e si capiscono.

Parlano lo stesso linguaggio fatto di emozioni e di sensazioni.

Animali e bambini subiscono l’autorità dei grandi e si adattano ai loro umori per paura di essere maltrattati.

Animali e bambini sono deboli e indifesi davanti alla violenza, alla prepotenza, alla derisione, all’umiliazione e al sopruso.

Vittime di un mondo costruito sulla negazione della sensibilità, della diversità e della fragilità, per sopravvivere devono censurare la propria realtà e adattarsi a essere quello che non sono.

Animali e bambini non hanno diritti, devono rispettare ma non sono rispettati.

Sono costretti a imparare l’educazione, cioè a non dar fastidio, a comportarsi bene, a stare fermi, a non curiosare, a non fare rumore, a non disturbare.

Animali e bambini sono oggetti di proprietà.

Appartengono a un padrone o a un genitore che può fare di loro ciò che vuole perché, grazie alla razza o all’età, ha acquisito il diritto di educarli, comandarli, sgridarli, punirli, umiliarli, maltrattarli… per il loro bene (o, semplicemente, per il suo).

Animali e bambini non hanno tribunali né rappresentanti che non siano quei grandi ai quali sono stati affidati e che possono disporre di loro a piacimento.

Animali e bambini sono scherniti e ridicolizzati, considerati poco intelligenti, inferiori, subordinati e privi di diritti.

Da tutti quelli che hanno ucciso dentro di sé l’istinto e l’infanzia, fino ad annientarne del tutto la memoria.

Animali e bambini subiscono ogni giorno l’omissione della loro verità e del valore della loro vita.

Diventando schiavi dell’uomo (gli animali) e annichilendo se stessi fino a trasformarsi in adulti perfetti, privi di umanità e di sensibilità (i bambini).

Animali e bambini hanno bisogno di persone capaci di riconoscere il dolore e di comprendere il valore della diversità.

Animali e bambini ci ricordano la nostra istintualità e ci mostrano il cucciolo che siamo stati, insegnandoci l’importanza della lealtà, dell’innocenza, della semplicità e dell’autenticità.

Animali e bambini aspettano in silenzio che il mondo li capisca, finalmente!

E si ricordi che la vita è la scoperta della sensibilità, l’accettazione della debolezza, l’espressione dell’empatia e la condivisione dell’amore.

In tutte le sue infinite possibilità.

Animali e bambini sanno d’istinto quello che i grandi non ricordano più.

Piangono soli un dolore che non ha parole e troppe volte uccidono la dignità in se stessi. Per amore.

Carla Sale Musio

 

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Set 04 2013

GENITORI IPERPROTETTIVI E AUTOSTIMA

Proteggere i propri cuccioli è una necessità biologica che appartiene a tutte le specie animali.

La mamma e il papà sentono il bisogno di accudire i piccoli, di curarli, di difenderli e di fare in modo che non accada loro nulla di male.

La naturale e indispensabile protettività genitoriale, però, non deve mai trasformarsi in iperprotettività perché tutelare eccessivamente i figli, inibisce lo sviluppo delle capacità individuali e impedisce il formarsi dell’autostima.

Gli animali lo sanno istintivamente e lasciano che i cuccioli imparino a cavarsela da soli, sorvegliandone i primi passi senza mostrarsi eccessivamente presenti.

Sbagliare fa parte dell’apprendimento necessario alla vita e ognuno deve saper calibrare le proprie forze con gli ostacoli che s’incontrano lungo il percorso della crescita.

Solo così i bambini possono diventare grandi, imparando a badare a se stessi e a far fronte da soli alle proprie necessità.

Noi esseri umani ci lasciamo trasportare spesso dal desiderio di evitare che i nostri figli commettano degli errori e, nel tentativo di tutelarli dalle delusioni e dalle sconfitte, finiamo per creare dei pericolosi contraccolpi psicologici.

L’iperprotettività è una modalità affettiva molto insidiosa, che supera il limite della responsabilità e della difesa dei piccoli, e infonde in chi la subisce un demoralizzante senso d’inefficacia e d’incapacità.

Un pensiero comune ritiene impropriamente che il bravo genitore debba evitare qualsiasi difficoltà alla propria prole.

Questa convinzione nasconde la credenza (infantile) che i genitori possano essere semidei infallibili e onnipotenti, e li priva della loro umanità rendendoli irraggiungibili agli occhi dei figli e stimolando in loro una pericolosa idealizzazione.

Nelle fantasie dei bambini, la mamma e il papà sono simili ai super eroi, creature prive di difetti e pronte a sostenerli adeguatamente in ogni momento della loro crescita.

Nella quotidianità, però, i genitori sono bambini diventati grandi, con tante insicurezze, tante paure, tante difficoltà.

Persone che hanno scelto di mettere al mondo dei figli senza sapere come fare i genitori e senza avere la soluzione pronta davanti a tutte le prove della vita.

Fa parte del percorso della crescita scoprire le inevitabili mancanze della mamma e del papà e smettere di aspettarsi da loro prestazioni eccezionali.

La maturità consiste nell’accettazione dell’inadeguatezza dei propri genitori e nel superamento dell’aspettativa infantile di una loro perfezione.

L’esistenza è fatta di prove ed errori, e di esperienze che prendono forma proprio da quegli errori per condurci verso risultati migliori.

Impedire ai propri figli di sbagliare, significa privarli della consapevolezza necessaria a far fronte alla vita e suscita in loro la convinzione di essere incapaci di superare da soli le difficoltà.

I buoni consigli sono una tentazione forte per i genitori, ma spesso impediscono a chi li riceve di sviluppare autonomamente le proprie capacità.

Questo non vuol dire mandare i ragazzi allo sbaraglio, disinteressandosi dei loro problemi.

Al contrario, significa lasciare loro la possibilità di decidere quale strada prendere, anche quando la loro scelta ai nostri occhi non appare la migliore.

La possibilità di sbagliare e di modificare le proprie decisioni, consolida l’autostima e infonde un senso di efficacia, mentre seguire passivamente una via già tracciata da altri, rende timorosi, insicuri e dipendenti.

Mamma e papà dovrebbero tenere a mente queste considerazioni prima di correre in soccorso dei loro bambini, valutando ogni volta l’opportunità del loro aiuto.

La protezione non è l’unica responsabilità che grava sulle spalle dei genitori, va affiancata allo sviluppo di una sana autonomia e indipendenza.

Solo così i cuccioli svilupperanno il coraggio e la determinazione necessaria a superare le difficoltà, imparando a cavalcare la vita.

Anche quando i genitori non ci saranno più.

Carla Sale Musio

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Ago 01 2013

UN WEEKEND SENZA I FIGLI

L’armonia nella coppia è il presupposto su cui si fonda il benessere della famiglia.

Quando il papà e la mamma vanno d’accordo, tutte le cose sembrano andare magicamente per il verso giusto.

Quando invece marito e moglie sono in conflitto, la vita familiare ne risente moltissimo e spesso sono proprio i più piccoli a farne le spese.

Il clima teso, le discussioni e i litigi dei grandi si ripercuotono sul clima familiare e generano irritazione, instabilità e insicurezza.

È facile, allora, che qualcuno dei figli presenti sintomi apparentemente inspiegabili.

Malesseri, ansie, paure o fobie che, impropriamente attribuite alle vicende individuali, segnalano, invece, una disfunzione all’interno del sistema familiare.

In questi casi la cura dei sintomi dovrà comprendere l’intera famiglia, e non soltanto chi si rende inconsciamente portavoce del disagio di tutti.

La fonte di quella sofferenza, infatti, ha le sue radici nelle incomprensioni tra i genitori.

Succede spesso che, dopo la nascita dei figli, marito e moglie sacrifichino la loro intesa sull’altare delle innumerevoli mansioni da sbrigare, ritrovandosi a non avere più tempo da dedicare a se stessi e alla loro intimità.

In questo modo, purtroppo, il sogno di avere una famiglia finisce per trasformarsi nell’incubo di una quotidianità fatta principalmente di doveri e di recriminazioni.

Per ritrovare l’equilibrio e ripristinare l’intesa, i genitori hanno bisogno di spogliarsi delle tante maschere, costruite nel tentativo di far fronte alle difficoltà e di evitare i problemi, e di mostrarsi l’uno all’altro con sincerità e autenticità.

Non sempre questo è facile.

La nudità dell’anima spaventa molto più della nudità del corpo e la vergogna della propria verità spinge a nascondersi dietro un’apparente indifferenza, generando incomprensioni, malumori e solitudine nella coppia.

È importante ritrovare lo scambio, il confronto, la fiducia e la voglia di stare insieme, perché soltanto così è possibile tenere vivo il dialogo  indispensabile all’amore, e dare nuova linfa al rapporto tra marito e moglie.

Ma per far questo è necessario un tempo in cui potersi guardare, raccontare, odiare, amare… senza l’intromissione dei bambini, dei parenti, degli amici e dei tanti impegni che costellano la vita di una famiglia.

Un tempo in cui rivelare all’altro le proprie insicurezze e le proprie paure.

Un tempo in cui stare in silenzio insieme.

Un tempo in cui guardarsi e riconoscersi.

Un tempo in cui capirsi e rispettarsi.

Un tempo per ridecidere la vita insieme.

Un tempo prezioso per ritrovare la complicità e l’entusiasmo, necessari alla vita familiare.

Quando il papà e la mamma si vogliono bene, anche le divergenze tra loro funzionano bene e i figli crescono con più opportunità e meno paure.

Ma, per raggiungere quest’obiettivo, occorre programmare dei momenti in cui i genitori possano stare insieme e coltivare l’intimità.

Un tempo senza i figli. 

E per i figli.

M

UN WEEKEND DA SOLI

M

Un weekend da soli è una buona medicina che aiuta i genitori a coltivare l’armonia insieme e fa crescere felici i bambini.

Troppe volte le mamme e i papà sono portati a credere di dover condividere con i loro figli ogni momento libero, dimenticandosi di essere una coppia, oltre che un padre e una madre.

È vero, la nostra organizzazione quotidiana è piena di cose da fare, il lavoro porta via una gran fetta di tempo e i momenti da trascorrere tutti insieme sono rari e preziosi.

Ma, proprio per i figli, è necessario possedere una buona intesa di coppia, evitando che i bambini si trovino eccessivamente al centro della vita familiare e diventino l’unico fulcro dell’unione tra i genitori.

La responsabilità del rapporto tra la mamma e il papà non può essere messa sulle spalle dei figli.

I piccoli devono sapere che i genitori sono presenti nella loro vita, ma devono anche avere la certezza che il loro rapporto può bastare a se stesso e che non si fonda esclusivamente sulla genitorialità.

Solo così si sentiranno liberi di crescere e di seguire le proprie passioni senza il timore di abbandonare i genitori. 

Partire ogni tanto, da soli, significa rassicurare i figli che la mamma e il papà non hanno sempre bisogno di loro, e fornisce il modello di una coppia che funziona.

Consente ai bambini di fare l’esperienza di stare senza genitori per un po’ e di sperimentarsi in situazioni nuove:

  • con la baby sitter…

  • dai nonni…

  • dagli zii con i cuginetti…

  • a casa dell’amico del cuore…

In queste occasioni i bambini passano qualche giorno in famiglie differenti dalla propria e sperimentano  regole e modi diversi di stare insieme, imparando a gestire situazioni nuove e verificando la propria autonomia.

Così mentre la mamma e il papà trascorrono i loro momenti insieme, i piccoli collaudano la propria indipendenza e muovono i primi passi sulla strada del diventare grandi e della libertà.

M

RACCOMANDAZIONI AI GENITORI

 

Se decidete di partire per un weekend da soli:

  • avvertite i bambini un po’ prima, in modo che possano prepararsi psicologicamente alla nuova esperienza

  • ascoltate le loro proteste, se ce ne sono, e spiegate la vostra necessità di stare insieme da soli come fanno gli innamorati”

  • fate in modo che i bambini trascorrano il tempo della vostra assenza in una situazione divertente e piacevole per loro

  • evitate di telefonare in continuazione per sapere come stanno i figli

  • affrontate la vostra ansia nel ritrovarvi soli e cercate di non parlare esclusivamente dei figli

  • accettate le difficoltà che ci possono essere nello stare insieme da soli e provate a parlarne tra di voi con sincerità

  • permettetevi di affrontare i conflitti che esistono nel vostro rapporto

  • godetevi il tempo che vi siete dedicati, senza sentirvi in colpa come se fosse un tempo rubato

Nel corso dell’anno, quattro o più weekend da soli costituiscono una buona terapia di coppia e un buon ricostituente della vita familiare.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro: 

SEPAMARSI

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anche in formato ebook

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Lug 15 2013

NON VOGLIO DIVENTARE GRANDE!

Ci sono delle situazioni in cui diventare grandi può far paura e i bambini, preoccupati all’idea che crescere sia troppo difficile e pericoloso, si rifugiano in atteggiamenti infantili che avevano già superato.

In quei momenti mettono in atto comportamenti regressivi che stimolano i loro ricordi di protezione, fiducia e sicurezza e che li fanno sentire al riparo dalle burrasche della vita.

Generalmente questo succede nelle situazioni difficili:

  • quando nasce un fratellino

  • quando si avventurano per la prima volta da soli nel mondo (a scuola, in viaggio, a casa di amici o parenti, ecc.)

  • quando la famiglia attraversa un momento critico

  • quando muore una persona o un animale caro

  • quando hanno bruciato le tappe della crescita un po’ troppo velocemente e le capacità fisiche e psichiche non sono ancora supportate dalle necessarie acquisizioni emotive

In tutte queste circostanze i bambini sentono la necessità di rifugiarsi nei vissuti ovattati e rassicuranti della primissima infanzia e spesso chiedono ai genitori di comportarsi con loro come quando erano ancora dei lattanti.

Vogliono il biberon, si succhiano il dito, insistono per essere tenuti in braccio, fingono di non saper parlare…

Di solito i genitori rimangono sconcertati davanti a queste richieste e, per paura di boicottare il naturale processo di crescita, tendono a non assecondarle cercando di distrarre i bambini con giochi diversi e più adeguati alla loro età.

In questo modo, però, non rassicurano i bambini che, intuendo la disapprovazione, nascondono i propri bisogni regressivi per concederseli in segreto quando nessuno li vede.

E’ importante sapere che la regressione fa parte della crescita e non sempre è un meccanismo di difesa patologico.

Tutti noi alterniamo momenti di cedimento a momenti di conquista, e passiamo attraverso dei ritorni al passato prima di lanciarci definitivamente in un cambiamento importante.

Capita quando decidiamo di smettere con un’abitudine dannosa, quando vogliamo chiudere una relazione che giudichiamo sbagliata, quando impariamo una lingua straniera, quando pratichiamo una nuova disciplina sportiva…

In tutte queste occasioni, il raggiungimento di una maggiore competenza è preceduto da un momento di confusione e d’incapacità. E’ un po’ come tornare indietro e prendere la rincorsa… per fare un balzo in avanti.

I comportamenti regressivi nei bambini, segnalano il bisogno di protezione e di sicurezza e possono essere uno strumento prezioso per recuperare un’infanzia che è mancata o che è trascorsa troppo in fretta.

Concedere dei momenti di regressione non significa bloccare lo sviluppo evolutivo.

Al contrario, può essere una risorsa per superare una stasi emotiva e riprendere a camminare con sicurezza nella vita.

E’ importante, però, che la regressione sia accettata dai genitori e vissuta insieme ai figli, come se fosse un gioco.

In questo modo si concede ai piccoli uno spazio infantile senza penalizzare la crescita e la maturità.

IL GIOCO DEL NEONATO

“Facciamo finta che tu eri ancora piccolo?”

Il gioco per i bambini è uno strumento naturale di acquisizione e di conoscenza e, in questo caso, permette ai genitori di circoscrivere i comportamenti regressivi in un intervallo di tempo prestabilito.

Nel “gioco del neonato”  la mamma o il papà propongono deliberatamente al bambino un salto nel passato, un ritorno al periodo in cui era ancora in fasce e totalmente dipendente.

In questo gioco ognuno interpreta se stesso nel tempo in cui il bambino era un lattante.

Durante tutta la durata del gioco, il piccolo è trattato come se fosse appena nato: cullato, tenuto in braccio, alimentato con il biberon, messo a dormire nella culla, ecc.

Si ripetono i gesti naturali della primissima infanzia.

L’adulto enfatizza i comportamenti regressivi del bambino, permettendogli di sperimentare una regressione ludica, lecita e condivisa.

E’ importante che i genitori stabiliscano con se stessi il tempo in cui sono disponibili ad assecondare la regressione del bambino e che non prolunghino il gioco oltre quel limite.

Infatti, è essenziale che partecipino al gioco con entusiasmo e senza sentirsi in ansia per i comportamenti infantili del figlio, al contrario devono essere proprio loro a proporglieli.

In questo modo si autorizza la regressione e si circoscrive nel tempo, permettendo al bambino di sperimentarla senza sensi di colpa e senza intaccare la sua maturità.

Una volta che il gioco si conclude, infatti, ognuno riprende i comportamenti abituali e consoni all’età.

Quando i piccoli hanno saturato i propri bisogni regressivi, interrompono spontaneamente questo genere di attività e riprendono a usare le capacità della loro età.

“Basta mamma, adesso sono grande!”

“No, dai… questo gioco mi ha stancato.”

“Giochiamo un altro giorno, ora sto disegnando…”

Frasi come queste segnalano che i bisogni regressivi sono stati superati e che la crescita ha ripreso il suo ritmo naturale.

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Lug 09 2013

QUANDO NASCE UN FRATELLINO…

Quando nasce il primo fratellino, il figlio più grande perde il suo ruolo di figlio unico e si trova costretto condividere le attenzioni di mamma e papà (ma anche di nonni, zie, cugini, amici, ecc.) con il nuovo arrivato.

Non sempre questo passaggio è vissuto con facilità … più il bambino è piccolo più la mancanza di centralità è sentita come una perdita o come un abbandono da parte dei genitori, e scatena i drammi dell’antagonismo e della gelosia.

Durante tutto il primo anno di vita ogni bambino ha bisogno di sentirsi unico e centrale nel cuore dei genitori, soprattutto della mamma.

Infatti, dopo il parto, il neonato continua ancora a vivere se stesso insieme al corpo materno, e percepisce sé e la madre come un tutto.

È solo molto lentamente e progressivamente che questo stato fusionale si affievolisce lasciando che la comunicazione sostituisca la simbiosi e che si strutturi il linguaggio.

I bambini molto piccoli interpretano la gravidanza della mamma e la nascita di un altro bambino, come un abbandono ineluttabile, un tradimento che la vita impone loro e contro il quale non è possibile ribellarsi.

Intorno ai quattro o cinque anni, invece, la protesta e la gelosia sono espresse con maggiore disinvoltura e vivacità.

Di solito è solo quando la differenza di età tra i due fratelli supera i sette anni, che il bisogno di essere al centro della scena familiare cede il posto al desiderio d’indipendenza e di autonomia e il nuovo nato può essere accolto senza drammi e senza paure.

Prima dei sette anni, la gelosia verso il fratello minore è inevitabile e può lasciare qualche cicatrice nel mondo interiore.

È vero che spesso sono proprio i bambini a chiedere con insistenza di avere un fratellino o una sorellina, ma il più delle volte questa richiesta esprime il desiderio di un compagno di giochi, qualcuno con cui condividere il divertimento e la scoperta del mondo ma non l’affetto, le attenzioni e le cure dei genitori.

Così quando poi la mamma e il papà tornano a casa stringendo tra le braccia un fagottino tenero e fragile… con cui non è possibile giocare, che non sa parlare, non sa camminare, si fa addosso… e monopolizzare le attenzioni di tutti…be’…la reazione del figlio maggiore è sempre di profonda delusione.

“Com’è possibile che questo piccolo incapace susciti tanta eccitazione e tanto amore?!”

È la domanda che attraversa la mente del primogenito come una dolorosa saetta.

“Devo essere brutto e poco interessante, se mamma e papà hanno voluto lui nonostante ci fossi già io.”

Su queste considerazioni, molto viscerali e poco razionali, prende forma il vissuto di rabbia, inadeguatezza e indegnità che accompagna l’arrivo di un fratellino.

Molti bambini esprimono chiaramente il desiderio di rimandare al mittente il nuovo venuto.

Altri censurano la propria ostilità dietro un comportamento compiacente, nel tentativo di non deludere ulteriormente i genitori.

Altri ancora, imitano il fratello più piccolo, mettendo in atto comportamenti regressivi e rinunciando alle acquisizioni maturate con la crescita.

Ognuno cerca a modo suo di far fronte alla sgradevole sensazione di essere insufficiente per i propri genitori.

La nascita del fratellino è sempre un momento delicato in cui i bambini devono affrontare l’ansia di essere rifiutati, nonostante le attenzioni che i genitori dedicano loro.

Più sono piccoli e più le paure sono grandi e difficili da gestire, perché la razionalità non si è ancora strutturata e i vissuti emotivi occupano la scena psichica con molta intensità.

Per evitare i traumi è importante che i bambini siano preparati al nuovo arrivo e coinvolti in prima persona nelle vicende della famiglia, in modo da limitare l’angoscia di essere dimenticati e messi in disparte.

Non si deve però minimizzare l’inquietudine abbandonica che i piccoli sperimentano (inevitabilmente) nel momento in cui perdono la loro unicità.

Occorre invece prestare ascolto alle proteste e alle paure e permetterne l’espressione senza dare giudizi.

Questo non significa lasciare il figlio piccolo pericolosamente in balia di un fratello maggiore geloso.

Vuol dire, invece, permettere ai sentimenti di esistere (senza essere censurati) e di venire ascoltati nonostante la loro sgradevolezza.

Una buona alfabetizzazione emotiva prevede l’accoglienza anche delle emozioni malfamate (rabbia, odio, invidia, gelosia, ecc.) che così possono evaporare spontaneamente anziché ribollire nell’inconscio.

Quando le emozioni possono essere riconosciute e nominate perdono la loro pericolosità e diventa possibile individuare i modi per disinnescarle senza fare danni.

Il disegno, la drammatizzazione con i pupazzi, il racconto, il gioco dei ruoli… sono tutti modi che aiutano i bambini a gestire gli stati d’animo negativi insegnandogli a comprenderli e superarli senza reprimerli. 

Tutte le emozioni contengono un’energia indispensabile alla crescita e alla realizzazione personale, per questo nessuna andrebbe censurata (nota bene: comprendere e accettare non vuol dire agire).

La possibilità di condividere le emozioni negative senza fare danni, è il primo passo verso un mondo capace di superare il razzismo e la violenza.

Quando ricacciamo nell’inconscio gli stati d’animo che giudichiamo sconvenienti, blocchiamo il percorso di crescita impedendo a noi stessi di affrontarli e di superarli, e rinchiudiamo le nostre potenzialità espressive dentro una prigione di divieti.

Quando invece ci è data la possibilità di condividerli, scopriamo che proprio i nostri difetti sono i passi che ci conducono a diventare migliori e costruiamo le fondamenta della convivenza e della fratellanza.

L’arrivo di un fratellino costringe i bambini a cimentarsi con la condivisione di tutto ciò che possiedono di più caro (l’amore dei genitori), per questo è un momento irto di difficoltà e di paure che impegna sia i genitori che i bambini e pone le basi della fraternità, della solidarietà e della amicizia.

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