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Mar 27 2015

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI

La violenza nasce dalla pretesa di un’arbitraria superiorità e impone una gerarchia in cui chi detiene il potere lo gestisce a proprio vantaggio, a discapito di chi è ritenuto più debole.

La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano la violenza sono l’antitesi della cooperazione, dell’empatia e della fratellanza.

Per questo, chi esercita la violenza è sempre vittima di una patologica incapacità a costruire relazioni basate sull’ascolto, sulla condivisione e sulla reciprocità.

Le persone violente, infatti, nascondono, anche a se stesse, la percezione della propria fragilità e il bisogno interiore di trovare sostegno e conferma negli altri, manifestando un’indifferenza che corrisponde al surgelamento della vita interiore.

Nel tentativo di evitare la dolorosa scoperta della propria debolezza e la complessità del mondo emotivo, queste persone bloccano la crescita psicologica nella fase dell’egocentrismo, inibendo in se stesse lo sviluppo dell’empatia e la possibilità di riconoscere il dolore.

Nel ventre della mamma il cucciolo sente di essere una totalità capace di auto sostentarsi, una monade in cui il sé e il mondo si compenetrano.

Dopo la nascita, i piccoli devono affrontare l’incapacità di badare a se stessi e imparare a gestire sia la dipendenza che l’autonomia.

Al loro sguardo inesperto la realtà appare incomprensibile e piena di pericoli e, per sentirsi al sicuro, cercano rifugio, protezione e aiuto tra le braccia dei genitori.

La violenza sui bambini mina la fiducia istintiva che i più piccini ripongono nella vita e crea i presupposti degli abusi e della prevaricazione.

Infatti, quando sono vittime di un’educazione basata sulla prepotenza e sull’aggressività, i bambini scoprono dolorosamente la propria fragilità e, nel tentativo disperato di sfuggire all’impotenza, identificano se stessi con l’aggressore, riproducendone dentro di sé la forza, e imitandone i comportamenti a mano a mano che diventano adulti.

Quest’assimilazione con chi detiene il potere, perpetua la violenza tramandandola da una generazione all’altra, e annienta nella psiche la dolcezza e la valorizzazione dell’innocenza.

In questo modo, la strada da percorrere per diventare grandi si trasforma in un tentativo strenuo di acquisire potere, per uscire dalla propria dolorosa condizione di debolezza.

E, una volta diventati adulti, porta a manifestare l’autorevolezza con la forza, ostentando il disprezzo per tutto ciò che è considerato fragile o diverso da sé.

Questo percorso patologico verso la conquista di un’arroganza, impropriamente identificata con la maturità, distrugge l’ascolto e la comprensione del mondo interiore.

L’emotività e la sensibilità diventano le stimmate di un’ingenuità vissuta come pericolosa, e perciò da evitare o da combattere.

L’annientamento del mondo interiore e dell’ascolto di sé affonda le sue radici nella demonizzazione della femminilità e nella cultura maschilista.

Nel maschilismo, infatti, la violenza si annida dietro la pretesa di un’indiscutibile superiorità degli uomini sulle donne, sancita in virtù di un principio divino e per questo incontestabile.

In questo modo, la gerarchia e l’oppressione s’intrecciano con la spiritualità, dando vita a una religione dogmatica e fondata sull’assolutismo di un Dio autoritario, discriminante e vendicativo.

Il maschilismo legittima ogni genere di abusi sulle donne, considerate esseri inferiori e portatrici di qualità perverse e peccaminose, e impone ai bambini e alle bambine di seguire tappe di crescita diverse.

Nel ventre materno e subito dopo la nascita, sia i maschietti che le femminucce vivono entrambi un’identificazione con la mamma e con il suo potere nutriente e amorevole ma, diventando grandi, la costruzione dell’identità sessuale imposta dalla cultura maschilista prosegue lungo binari differenti.

Infatti, mentre le bambine sviluppano la propria identità senza modificare l’identificazione materna, i maschi per sentirsi veri uomini devono negare l’identificazione con la madre e rinunciare per sempre alla propria componente femminile.

Lo strappo che questo comporta sulla psiche li costringe a disprezzare le donne, nel tentativo di prendere le distanze dalla femminilità, e costituisce la radice del machismo e della violenza.

Studi etologici e antropologici hanno dimostrato che culture diverse dalla nostra non cadono nelle trappole del maschilismo, ma integrano i valori del femminile nella personalità, senza abiurarli né demonizzarli.

Nel maschilismo tutto ciò che compete alla femminilità: la cura dei piccoli, la ricettività, l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza… è scartato e deriso in nome della virilità, della forza e della ottusa prevaricazione di chi la possiede.

E questa è anche la ragione che spinge gli esseri umani a maltrattare gli animali.

Poiché gli animali nell’immaginario collettivo mantengono anche da adulti l’innocenza, la fragilità e la semplicità dei bambini, diventano le vittime designate di chi, per crescere, ha dovuto uccidere dentro di sé la stessa ingenuità e arrendevolezza.

Il maschilismo proclama un’arbitraria superiorità dell’uomo sulla donna e genera di conseguenza una cultura basata sul disprezzo per tutto ciò che è femminile, interiore, accogliente, ricettivo e creativo.

Il maschilismo è la radice di ogni prevaricazione e la sua diretta conseguenza: il sessismo, esprime la paura di entrare in contatto con i valori della femminilità e con il mondo interiore che la caratterizza.

Machismo, bullismo, nonnismo, sessismo, omofobia, pedofilia, specismo e pedagogia nera, sono tutte conseguenze del maschilismo e dell’affermazione di una superiorità che autorizza la prevaricazione su chi è ritenuto inferiore.

Il maschilismo è una grave patologia dell’eterosessualità, segnala l’uccisione della femminilità all’interno del sé e il bisogno di acquisire l’identità maschile nel disprezzo di tutto ciò che appartiene al mondo femminile, invece che nell’ascolto, nella comprensione e nella partecipazione emotiva.

In questo quadro, l’identificazione con la madre incarna lo spettro della debolezza, diventando un mostro da combattere e da uccidere, dapprima dentro di sé e poi nelle donne, nei bambini, negli omosessuali e negli animali.

Invece di essere la culla di un’identità che si sviluppa progressivamente attraversando la dolcezza interiore del femminile per arrivare alla determinazione e alla volontà del maschile, la prima identificazione con la figura materna diventa l’origine della fragilità e perciò l’antitesi della mascolinità, la debolezza da sottomettere per conquistare la virilità.

La mascolinità ottenuta in questo modo perde i connotati della spiritualità e dell’espressione interiore per trasformarsi nell’esaltazione di una forza brutale, priva d’immedesimazione e di tenerezza.

E chiunque si discosti da questo modello patologico e aggressivo è combattuto ed emarginato, non solo con la violenza ma anche con la derisione, l’umiliazione e l’esclusione.

La legge del padre diventa, così, una dittatura del più forte, il codice che autorizza la prostituzione e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e degli animali, la causa dell’omofobia e la legittimazione delle persecuzioni agite contro chiunque si discosti dalla visione di una sessualità malata di dispotismo.

Forti della propria superiorità e legittimati nella violenza, gli uomini sono autorizzati ad appropriarsi del potere generativo delle donne, garantendosi una sorta d’immortalità con la certezza della propria progenie.

In questo modo esorcizzano il mistero femminile della nascita e della morte, evitando le dimensioni interiori della coscienza.

All’origine dei meccanismi patologici sottesi dal maschilismo, infatti, si nasconde la paura del potere procreativo, l’unico capace di generare la vita.

La violenza sulle donne, sui bambini, sugli omosessuali e sugli animali, fa parte di una perversione dell’eterosessualità e segnala una patologia gravissima chiamata, appunto, maschilismo.

Una patologia che impedisce la comprensione del mondo interiore e l’espressione dei valori della femminilità, negando l’accesso alla creatività e alla spiritualità.

Curare questa patologia è il compito che tutti, uomini e donne, devono assolvere per costruire un mondo privo di violenza e di abusi.

Accogliere il femminile dentro di sé, infatti, permette alla sensibilità di ritrovare il giusto riconoscimento nella psiche e porta al raggiungimento di una società libera da condizionamenti sessuali.

Una società la cui forza sia la capacità di amare e non di sopraffare, e dove la creatività sia l’unica arma in grado di vincere senza bisogno di competizioni e gerarchie.

Una società in cui il vantaggio di tutti sia il vantaggio di ognuno, perché il Tutto e il singolo sono sempre anche la stessa cosa.

Come nel grembo della mamma.

Carla Sale Musio

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Mar 21 2015

DALLA TOTALITA’ ALL’IO: identità, autostima e pericoli della pedagogia nera

Durante la vita intrauterina i bambini sperimentano una profonda simbiosi, in cui la madre e il proprio sé sono vissuti come se fossero un’unica cosa.

Nei nove mesi della gravidanza, infatti, non si è ancora formata l’identità, necessaria a leggere gli eventi come qualcosa di diverso e separato.

Nella pancia della mamma esiste il Tutto.

E nel Tutto non ci sono individualità.

Solo diventando grandi possiamo riconoscere nel grembo di una donna incinta una nuova piccola esistenza, ma questa interpretazione è molto lontana dalla percezione del nascituro che, al contrario, sente di essere immerso in una Totalità che lo avvolge e che è contemporaneamente il mondo e lui stesso.

Per il bambino non ancora nato l’identità è imprendibile e la vita è qualcosa che lo accoglie, lo contiene, lo protegge e lo manifesta.

Con il parto, però, la completezza intrauterina va in pezzi.

La nascita distrugge l’unità originaria, disintegrando il mondo e l’identità che, fino a poco prima, avevano fatto sentire il bambino forte e al sicuro.

Separato per sempre dalla Totalità, il neonato si ritrova spaesato e solo, privo di quell’abbraccio caldo e avvolgente che era abituato ad avere intorno, e in cui si riconosceva.

Ma, proprio in virtù di quell’originaria competenza, ogni bambino, atterrando da questa parte dell’esistenza, ricompone istintivamente l’unità fra se stesso e le cose.

Forte dell’esperienza vissuta durante la gravidanza, il neonato è convinto di muoversi in una realtà fondamentalmente protettiva e buona, pronta ad accoglierlo e a sostenerlo, senza riserve.

Per lui ogni evento ruota intorno ai suoi bisogni, proprio come quando si trovava ancora immerso nel liquido amniotico.

Scoprire la propria individualità, è un percorso lungo, fatto di comprensioni e apprendimenti successivi.

Un percorso che smussa progressivamente l’egocentrismo, spontaneo e naturale nei piccoli, fino a creare empatia e reciprocità nelle relazioni.

Il rapporto con la mamma e con il papà è fondamentale per il raggiungimento di un’identità separata e per l’acquisizione di una sana autostima (indispensabile a esprimere i talenti personali).

I genitori, infatti, sostituiscono, nella comprensione del bambino, quella Totalità che precede la nascita, diventando il riferimento che consente all’IO di strutturare l’individualità e al TU di prendere forma nelle relazioni.

Inizialmente i piccoli sono convinti che esista un’appartenenza fra se stessi e gli altri, e confidano fiduciosi nell’assoluta bontà di chi si prende cura di loro.

La scoperta della dualità e della diversità fra il proprio sé e il resto del mondo, è un’acquisizione progressiva e, spesso, un trauma difficile da tollerare e da gestire.

E’ compito dei genitori condurre il bambino a distinguere se stesso dalla realtà circostante, fino a comprendere la poliedricità della vita.

Ogni neonato, scopre pian piano la distanza che lo separa dalle cose e dagli altri, imparando a colmarla grazie alla profondità del legame che lo unisce alla mamma e al papà.

In un primo momento i genitori sono per lui una sorta di Divinità Onnipotente, dispensatrice del bene o del male e in grado di gestire le sorti del mondo.

Il loro amore e il loro sostegno permettono il formarsi di una visione positiva di sé e della vita, mentre la loro indifferenza o, peggio, il loro disprezzo, portano il bimbo a sentirsi immeritevole e cattivo.

E’ in questo quadro che la pedagogia assume rilevanza ai fini del raggiungimento di un profondo senso di appartenenza alla vita e nella costruzione di un mondo a misura umana, cioè basato sull’accoglienza, sulla comprensione e sulla condivisione.

Uno stile educativo coercitivo, incapace di tenere conto del sistema emotivo infantile, genera danni irreversibili nella psiche e produce una società arrogante e violenta.

Educare deriva dal latino educare e significa letteralmente: far emergere ciò che sta dentro, cioè permettere alle capacità individuali di manifestarsi, a vantaggio di chi le possiede e della comunità.

Aiutare i bambini a esprimere le proprie risorse dovrebbe essere il compito principale dei genitori, e di tutti quelli che si occupano dell’infanzia.

Purtroppo, ancora oggi, viviamo immersi in una pedagogia basata prevalentemente sui divieti e sulla disciplina, e priva della necessaria attenzione per la delicata sensibilità infantile.

Certo, imparare a rispettare le regole è un’acquisizione della maturità.

Ma le regole devono essere condivise e accettate con senso critico e con responsabilità, non subite passivamente perché imposte da un potere assoluto e incontestabile.

L’educazione dovrebbe essere: partecipazione e ascolto del mondo emotivo.

Infatti, solo dalla comprensione delle emozioni può prendere forma una società che non discrimina, capace di accogliere e valorizzare le peculiarità di ciascuno.

Per fare questo è indispensabile che gli adulti per primi si mettano in gioco, abbandonando le pretese di superiorità e imparando a gestire la propria fragilità e vulnerabilità.

Quando i grandi possono costruire con i piccoli una relazione di reciprocità, il rispetto diventa una componente inscindibile delle relazioni, e la sua diretta conseguenza è la condivisione delle  responsabilità.

Di se stessi e del mondo in cui si vive.

I bambini imparano soprattutto dall’esempio di chi si occupa di loro.

Una pedagogia autoritaria e basata sulla pretesa che gli adulti abbiano sempre ragione, istiga alla prepotenza e al sopruso, e genera un mondo fondato sulla violenza.

Prendersi cura con pazienza e con dolcezza delle proprie parti infantili, aiuta i grandi a comprendere i piccoli, e permette di creare armonia e unità nella società.

E’ vero che il bisogno di ritrovare la Totalità perduta, spinge i bambini a identificare la divinità negli adulti che si prendono cura di loro, ma questo potere dovrebbe essere accolto solo provvisoriamente e restituito ai piccoli man mano che imparano a gestire le differenze fra se stessi e gli altri.

L’accoglienza di ogni diversità, dapprima in sé e poi nel mondo, è l’unico presupposto capace di fermare la violenza che affligge la nostra società, l’unico strumento in grado di permettere alla sensibilità e alla creatività di regalarci soluzioni nuove e migliori.

Per noi e per i nostri figli.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA NERA

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ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

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Gen 21 2015

SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

Tante coppie si domandano quanto e quando sia opportuno informare i bambini che la mamma e il papà stanno pensando di separarsi.

In Italia, purtroppo, una visione cattolica della famiglia ha demonizzato la separazione, rendendo drammatico e pieno d’insidie un momento naturale e, spesso, indispensabile nell’evoluzione affettiva. Sia individuale che di coppia.

Gli psicologi, però, ritengono che la separazione sia un momento fondante nella crescita psicologica e un passaggio indispensabile per superare l’egocentrismo e raggiungere la maturità emotiva.

Soltanto chi è capace di affrontare le separazioni, infatti, è in grado di vivere la reciprocità di un rapporto d’amore profondo, disinteressato e privo di egoismi e possessività.

Già Freud, nel saggio “Al di là del principio del piacere“, aveva evidenziato il bisogno, fisiologico nei bambini, di padroneggiare la mancanza dell’oggetto d’amore per superare la simbiosi e raggiungere una sana individualità.

Dalle primissime separazioni tra mamma e bambino, infatti, prendono forma l’io e il tu e scaturisce una reciprocità basata sull’accettazione della diversità, sulla comprensione dei bisogni dell’altro e sullo scambio delle esperienze.

Ogni separazione, perciò, è un’occasione per crescere e porsi in una relazione matura, rispettosa e dialettica. Sia con l’altro che con se stessi.

Spesso, la paura di comunicare ai bambini la decisione di separarsi nasconde il bisogno di trattenere il partner strumentalizzando i figli per mantenere unita la coppia, anche quando, nel matrimonio, i sentimenti tra marito e moglie sono cambiati e la vita coniugale ha trasformato l’amore iniziale in una consuetudine alla convivenza e alla condivisione delle responsabilità.

Separarsi significa, perciò, fare il punto sul proprio cammino, emotivo ed esistenziale, e accettare il cambiamento, non solo dei sentimenti ma anche delle abitudini, delle responsabilità e dello stile di vita.

I bambini vivono con serenità o con terrore questi passaggi evolutivi della famiglia, secondo come mamma e papà li accolgono in se stessi.

Infatti, il mondo emotivo dei genitori impronta di sé quello dei figli, rassicurandoli o spaventandoli, davanti ai cambiamenti importanti della vita.

La nascita di un fratellino, una malattia, la morte di un parente o di un animale, un cambiamento di casa o di scuola, il trasferimento di un genitore in un’altra città… sono tutti momenti impegnativi per la personalità, e l’accoglienza o meno di questi avvenimenti da parte dei figli dipende dal modo in cui i genitori li vivono e, di conseguenza, li propongono.

Mentire ai bambini non serve, aumenta la confusione e genera sfiducia negli adulti e nell’ascolto del proprio mondo interiore.

Serve, invece, armarsi di sincerità e di pazienza per spiegare loro con parole semplici quello che sta avvenendo.

Senza misteri e senza finzioni.

Tutti i bambini sentono i climi emotivi e li interpretano utilizzando gli strumenti cognitivi che possiedono.

L’immagine edulcorata di una famiglia unita nonostante tutto genera nei piccoli una profonda insicurezza perché mette in conflitto la loro intuizione con quanto sostenuto dagli adulti (spesso anche contro qualunque evidenza).

Lo scarto che si crea, tra le percezioni interiori e le affermazioni dei grandi, induce i piccoli a sviluppare un’eccessiva concretezza anestetizzando il mondo emotivo nel tentativo di evitare il conflitto, e lasciandoli confusi sull’interpretazione della realtà e privi della sensibilità necessaria a gestire la complessità dei sentimenti.

Parlare ai propri figli, con onestà e senza imbrogliarli, è la base per sviluppare in loro la fiducia e l’autenticità, e per costruire un dialogo aperto e sincero.

Naturalmente, questo presuppone da parte degli adulti: lealtà, umiltà, responsabilità e rispetto. Insieme alla capacità di non strumentalizzare i piccoli per esorcizzare le ansie abbandoniche dei grandi.

Ognuno dei genitori, naturalmente, descriverà la situazione dal proprio punto di vista, lasciando ai bambini la possibilità di valutare da soli la poliedricità della vita emotiva, insieme allo spazio necessario per esprimere le proprie paure e le proprie riflessioni.

Oltre ad essere informati di quanto succede nella famiglia, infatti, i figli devono avere la possibilità di condividere le proprie opinioni e le proprie emozioni. Positive o negative.

Osservare il modo in cui i genitori gestiscono la fine del loro rapporto di marito e moglie, mantenendo i ruoli genitoriali e la condivisione affettiva che questo comporta, è un grande insegnamento per i figli, che ricevono in dono dei modelli di relazione sui quali, in futuro, calibreranno le proprie scelte di dipendenza, autonomia e libertà.

Quando ci sono dei figli, la famiglia non corrisponde sempre alla convivenza sotto lo stesso tetto e nemmeno all’esclusività dei partner, ma è, invece, il risultato del rispetto reciproco e dell’impegno, preso insieme, di amare e accudire i propri bambini nel loro percorso di crescita.

La scelta di separarsi riguarda soltanto la moglie e il marito.

La mamma e il papà condivideranno per sempre la responsabilità della famiglia che hanno creato, perché saranno per sempre gli unici genitori dei figli avuti insieme.

Anche quando scelgono di separarsi.

Anche quando al loro fianco ci sono altri partner.

Anche quando con questi partner decidono di avere altri figli.

Ciò che è importante per i bambini è essere aiutati a comprendere la complessità del mondo affettivo, non ricevere in dono un modello di unione stereotipato e privo di una reale risonanza interiore.

Carla Sale Musio

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Dic 28 2014

BAMBINI E CREATIVITA’

La parola creatività indica la capacità di guardare le cose in tanti modi diversi, contemporaneamente.

Le persone creative sviluppano una poliedricità che consente di trovare soluzioni nuove, anche davanti a problemi apparentemente irrisolvibili.

La creatività è strettamente legata all’immaginazione e alla fantasia, e si manifesta spontaneamente nella personalità dei bambini ma, con l’ingresso nella scuola dell’obbligo, lo spazio dedicato alle attività spontanee si riduce drasticamente, a favore degli apprendimenti scolastici.

Le ore di lezione, i compiti a casa, la palestra, il catechismo, le attività integrative… lasciano poco tempo all’inventiva dei piccoli, costringendoli a rispettare programmi che altri hanno deciso per loro.

Programmi che li prepareranno ad affrontare con successo il futuro, pensati per aiutarli a crescere, ma che spesso danno poca importanza al bisogno di creare.

Al desiderio, cioè, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva, facendo emergere, dal nulla, una nuova realtà.

La creatività è una risorsa che, purtroppo, si perde crescendo.

E che da grandi è difficile recuperare, sepolta sotto una valanga di doveri (a cui, senza creatività, è difficile fare fronte efficacemente).

Le attività creative sono uno strumento miracoloso di benessere e di guarigione, una medicina spontanea che la natura ci ha donato per migliorare la vita e superare le difficoltà, trasformandole in opportunità.

Perciò è importante che i bambini siano aiutati a non rinnegare questa loro abilità innata e che, invece, possano esercitarla liberamente, sviluppando la capacità di affrontare gli eventi in modi sempre diversi e utili.

Il gioco creativo è, perciò, un’attività indispensabile per i piccoli (ma anche per i grandi) perché consente di liberare le potenzialità individuali e di prendere confidenza con l’intuizione, amplificando le possibilità di risolvere i problemi.

La creatività, infatti, ci permette di accedere a una fonte magica, nascosta nelle profondità del nostro inconscio, da cui si sprigionano risposte e soluzioni insospettate, senza bisogno di passare per la logica.

Quando possono liberare la fantasia, senza troppe censure da parte degli adulti, i bambini manifestano le loro propensioni creative spontaneamente, sviluppando la capacità di affrontare la vita con fiducia.

Al contrario, quando la creatività è inibita o peggio ridicolizzata, cede il posto al conformismo e alla necessità di ricevere approvazione e stima adattandosi a modelli di comportamento preconfezionati, piuttosto che liberando le risorse individuali.

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Ma cosa bisogna fare per sviluppare la creatività e quali sono i giochi creativi?

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Chiamiamo creative tutte le attività, ludiche e poco strutturate, che permettono di stimolare l’inventiva.

Nei giochi creativi si utilizzano prevalentemente materiali poco dispendiosi e facilmente reperibili, che lasciano aperta la possibilità di interpretare le cose in modi sempre diversi.

Una scatola vuota, ad esempio, può diventare una culla, una casetta, una prigione, un castello… secondo le situazioni che il bambino ha deciso di rappresentare.

Il gioco creativo non prevede l’utilizzo di giocattoli costosi, tende piuttosto al riutilizzo, alla trasformazione e al riciclo, e si basa sulla possibilità di trovare nuovi usi per gli oggetti.

Nelle case dovrebbe esserci una stanza o, almeno, un angolo dedicato alla creatività.

Uno spazio in cui avere sempre a disposizione: colori, stoffe, colla, forbici, cartoncini, nastri, semi, tappi… e tutto ciò che la fantasia può utilizzare per inventare.

Naturalmente la presenza di un adulto, che sostiene e incoraggia la creatività, è un riferimento necessario perché le potenzialità spontanee dei piccoli possano dispiegarsi.

I bambini, infatti, imparano soprattutto grazie all’imitazione e l’esempio dei grandi, unito all’incoraggiamento, è un sostegno imprescindibile per permettere loro di esprimere tutte le proprie peculiarità espressive.

Coltivare la creatività permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

Sviluppa l’autostima e favorisce una sana cooperazione.

Per le persone creative la condivisione, infatti, è un momento importante, che favorisce spontaneamente la fratellanza, rendendo inutili la competizione e la sfida.

Tutti i creativi sostengono che dare forma a qualcosa di nuovo e migliore sia molto più interessante che vincere o sopraffare.

In un mondo psicologicamente sano, l’unica sfida che valga la pena di affrontare è quella con se stessi.

Carla Sale Musio

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Nov 15 2014

BASTA GENITORI MONOBLOCCO!

Nella famiglia del Mulino Bianco le cose si fanno sempre tutti insieme.

Si mangia insieme, si gioca insieme, si parte insieme, si va insieme a trovare i parenti e gli amici, ci si rilassa insieme, ci si diverte insieme… e ci si ritrova insieme ogni volta che gli impegni lo permettono!

Soprattutto nel tempo libero, stare insieme sembra essere l’emblema di un nucleo familiare realizzato e felice.

Ma, da un punto di vista psicologico, muoversi in branco denota una scarsa libertà e un’incapacità a costruire relazioni profonde e individuali.

Per crescere sani e sicuri di sé, i bambini hanno bisogno di vivere uno scambio intimo con ognuno dei membri della famiglia.

E questo deve avvenire sia collettivamente che individualmente.

La famiglia del Mulino Bianco non riceve dagli psicologi una diagnosi favorevole, poiché appare pericolosamente simbiotica e indifferenziata, e perciò incapace di trasmettere sicurezza e autonomia.

Muoversi in gruppo, infatti, può diventare un modo per sfuggire l’intimità e il confronto, evitando di mettersi in gioco in prima persona.

Nelle famiglie capita spesso che il genitore che trascorre più tempo insieme ai figli sia quello che interviene più di frequente nelle relazioni con loro, e questo, purtroppo, impedisce lo strutturarsi di un rapporto profondo e significativo con chi è meno presente.

Anche quando si sta tutti insieme.

E’ vero, i bambini hanno bisogno di sentire che in casa esistono armonia, amore e rispetto.

Ma questo non significa che papà e mamma debbano muoversi costantemente in tandem.

L’accordo è qualcosa che si percepisce nell’emotività che caratterizza le relazioni, e non dipende dalla presenza fisica ma dall’intimità che esiste tra le persone.

Per creare un clima affettivo ricco di considerazione, complicità e fiducia, è indispensabile che ogni membro della famiglia possa vivere dei momenti esclusivi e coinvolgenti con ognuno degli altri.

E, soprattutto, è necessario che i genitori dedichino il loro tempo e la loro attenzione a ogni figlio, singolarmente.

Avere il papà o la mamma tutti per sé, permette al bambino di trovarsi al centro della relazione affettiva, e porta a condividere un linguaggio comune.

Senza bisogno d’intermediari.

Da questa conoscenza intima e personale, nasce uno scambio capace di considerare le esigenze di entrambi, e prende forma il modello su cui i piccoli struttureranno le loro future relazioni affettive.

Avere la possibilità di passare del tempo da soli con la mamma o con il papà è un passaggio importante lungo la strada per diventare grandi.

(Da questo punto di vista, la separazione si rivela spesso un vantaggio per i figli, in quanto permette di avere un rapporto individuale con ognuno dei genitori.)

In questo modo i bambini imparano a conoscere le diversità che caratterizzano padre e madre, e a rapportarsi tenendo conto del carattere e delle propensioni di ciascuno.

Dalla comprensione e dalla accettazione delle differenze individuali prende forma una ricchezza interiore che aiuta a sviluppare potenzialità nuove.

Vivere dei momenti intimi ed esclusivi con ciascuno dei genitori sviluppa la certezza di essere amati e migliora l’autostima, ampliando la possibilità di costruire relazioni profonde e significative.

Carla Sale Musio

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Ott 27 2014

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI GIOCARE

Il gioco è lo strumento con cui i bambini imparano a conoscere il mondo, il mezzo che permette loro di sperimentare la creatività e di esplorare le infinite possibilità della vita.

Giocando insieme si sviluppano la socializzazione, la condivisione, l’ascolto, la reciprocità e la cooperazione.

Giocare è indispensabile per la salute mentale, per l’equilibrio emotivo, per l’espressione e la realizzazione di sé, e, per questo, dovrebbe essere un’attività privilegiata, tutelata, rispettata e praticata, sia dai grandi che dai piccoli.

Purtroppo, però, i ritmi frenetici della vita quotidiana ci costringono ad azzerare il tempo dedicato al gioco, a vantaggio degli innumerevoli e inderogabili impegni che costellano le nostre giornate.

Così, se durante l’infanzia le attività ludiche sono tollerate, diventando grandi il tempo passato a giocare si trasforma in un optional del tutto facoltativo, senza più nessun riconoscimento del suo indispensabile valore per la salute.

Nella nostra civiltà i momenti liberi dagli impegni diminuiscono sempre di più, e oggi, per giocare, anche ai bambini rimangono soltanto pochi ritagli di tempo, dopo i compiti, il catechismo, le attività integrative… e tutti gli innumerevoli doveri che devono svolgere per tenere il passo con le richieste della vita sociale.

Ma, proprio perché si tratta di ritagli di tempo e non di un tempo dedicato, spesso il gioco si trasforma in un momento di svago solitario e senza amici.

Lo spazio per incontrare gli altri e  coltivare la socializzazione è limitato alle attività organizzate (doposcuola, palestra, musica, inglese…) cui i piccoli sono costretti a partecipare, per istruirsi o per venire incontro alle esigenze lavorative dei genitori.

Considerato impropriamente come una perdita di tempo invece che un’attività indispensabile alla crescita, il tempo passato a giocare è relegato all’ultimo posto nella lista delle priorità formative.

“Prima il dovere e poi il piacere” recita il detto.

E, siccome giocare è certamente un piacere per tutti, grandi e piccini, va praticato con parsimonia, quasi fosse una droga capace di distogliere l’attenzione dalle più importanti attività professionali, scolastiche, educative… eccetera.

Nella società del duemila, l’obiettivo più gettonato è sempre il guadagno, e il gioco, purtroppo, non trova posto tra gli appuntamenti in calendario.

Travolti dalle necessità economiche, non ci fermiamo mai a riflettere che “i soldi non fanno la felicità” e che “è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli”.

Il Regno dei Cieli, infatti, è la conseguenza di una profonda realizzazione personale e della possibilità di esprimere il proprio potenziale interiore, creativo ed emotivo.

Giocando, i bambini (ma anche gli adulti) entrano spesso e con facilità nel Regno dei Cieli, sperimentando nuove possibilità di se stessi e permettendo alla ricchezza interiore di fluire liberamente nella quotidianità.

Giocare insieme consente di sperimentare la reciprocità, la condivisione, la cooperazione e la solidarietà, ma anche il confronto, lo scontro, il combattimento e il conflitto, e porta a costruire relazioni affettive profonde e durature.

Proprio perché condividersi, azzuffarsi, litigare, chiarirsi, riconoscersi e fare la pace, sono momenti significativi della vita e delle relazioni.

Giocare è uno spazio intimo e importante nella realtà dei bambini, li aiuta a crescere e a capirsi, sviluppa l’affettività e la reciprocità.

La nostra società, sempre tesa al profitto e alla competizione, trascura tutto ciò che  fa crescere la sensibilità e la competenza interiore.

I bambini di oggi sanno tante cose e conoscono un mondo variegato e complesso che, fino a qualche tempo fa, era inimmaginabile, ma alla capacità cognitiva non corrisponde, purtroppo, un’adeguata crescita affettiva e lo scarto tra la mente e il cuore genera tante sofferenze psicologiche.

Giocare insieme è una medicina a costo zero.

Previene le malattie e aiuta a costruire una società migliore.

Ma è importante che le attività ludiche ricevano attenzione e riconoscimento da parte degli adulti.

Non serve lasciare pascolare i bambini in gruppi numerosi e scatenati.

Occorre, invece, sottolineare il valore delle relazioni invitando a casa un amico alla volta, e permettendo ai piccoli di giocare insieme, sotto la supervisione attenta e discreta dei grandi.

Gli adulti, con la loro presenza, avvalorano il tempo passato a giocare e sorvegliano gli scambi affettivi tra i bambini, aiutandoli a esprimersi e a condividersi.

Giocare insieme favorisce la fratellanza e sviluppa l’amicizia.

Passare un pomeriggio a casa di un amico è il primo passo fuori dalle mura domestiche e insegna ad affrontare l’autonomia e l’indipendenza in un modo coinvolgente e protetto.

I genitori dovrebbero sempre curare e programmare dei momenti in cui i bambini possano invitare un amico a giocare. E, naturalmente, anche andare a trovarlo. 

Da questi scambi nasce la possibilità di approfondire la conoscenza, si sviluppa la competenza affettiva e prende forma una società basata sull’ascolto, sulla condivisione e sull’integrazione.

(Invece che sulla paura, sulla competizione e sulla sopraffazione).

 Carla Sale Musio

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Lug 04 2014

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

Nella ricetta della felicità l’ingrediente fondamentale è l’amore che riceviamo da bambini.

L’autostima, infatti, affonda le sue radici dentro i legami affettivi vissuti durante l’infanzia.

L’amore che respiriamo da piccoli ci permette di sperimentare la fiducia e la sicurezza, facendoci sentire amati e importanti nella nostra unicità.

Ricevere affetto, approvazione e stima per ciò che siamo (e non in conseguenza delle qualità o dei difetti che abbiamo) alimenta la sicurezza e il valore personale, permettendoci di affrontare gli aspetti immaturi del carattere e stimolando la fiducia necessaria a liberare la curiosità, l’affettività, l’empatia e la creatività.

Per raggiungere la maturità e l’autonomia, i bambini hanno bisogno di essere amati per se stessi, senza ricatti e senza pretese.

L’indipendenza e la libertà, infatti, sono la conseguenza della fiducia nelle proprie risorse e nascono dall’accettazione sperimentata durante i primi anni di vita.

Molte persone, però, coltivano la convinzione che educare significhi abituare i piccoli a seguire un insieme di regole necessarie alla convivenza e al vivere civile, e sacrificano la naturale espressione dell’affetto per paura che questo corrisponda a viziarli.

Dal punto di vista psicologico, invece, è vero proprio il contrario!

I bambini cresciuti nell’amore e nel rispetto saranno adulti capaci di amare e di rispettare, mentre chi diventa grande in mezzo alla prepotenza e alla rigidità manifesterà innumerevoli difficoltà comportamentali e affettive.

Per questo l’educazione dovrebbe sempre mirare a far emergere le potenzialità e la sensibilità, aiutando i più piccini nella scoperta e nell’ascolto delle emozioni.

Proprie e degli altri.

Educare, infatti, significa letteralmente far emergere, permettere a ciò che esiste dentro di essere scoperto e favorire l’espressione delle capacità e delle inclinazioni personali, in modo che queste possano prendere forma nella vita ed essere condivise con gli altri.

L’amore è l’elemento fondamentale di una relazione affettiva capace di sostenere la realizzazione individuale e la possibilità di vivere una vita piena di significato.

Soltanto dall’amore, infatti, possono nascere nella personalità la fiducia e la sicurezza necessarie a manifestare la propria unicità, e l’umiltà indispensabile per condividere le proprie potenzialità.

Quando le relazioni educative sono improntate all’amore e all’accettazione, le norme e le regole del vivere insieme diventano una conseguenza dell’empatia, della sensibilità e della conoscenza reciproca, piuttosto che essere principi indiscutibili da rispettare per paura.

Per costruire una società libera dalla violenza, è indispensabile che i bimbi crescano nell’accoglienza, nell’ascolto e nel rispetto della loro personalità.

Ed è soprattutto con il comportamento che i genitori trasmettono ai propri figli i principi e i valori profondi in cui credono.

I bambini imitano gli atteggiamenti che osservano tra le pareti domestiche, e costruiscono la propria personalità riproducendo i gesti e le azioni dei grandi.

Per questo, una famiglia fondata sull’amore, sull’ascolto, sull’accoglienza delle differenze e sull’aiuto reciproco farà crescere degli adulti capaci di voler bene e di accogliere l’individualità di ciascuno senza paura, senza sopraffazione e senza pregiudizi, dando vita a una società in cui la comprensione, la cooperazione e la creatività rappresentano valori fondamentali.

All’opposto, una società violenta prende le mosse dalla prevaricazione agita in casa, a discapito dei deboli e degli indifesi, e si perpetua ricorrendo a regolamenti, divieti e sanzioni, indispensabili per sopperire alla mancanza di responsabilità e alle carenze nello sviluppo interiore.

Una famiglia basata sull’amore è il dono più grande che si possa fare a un bambino… e il presupposto per un mondo migliore!

Poco importano il colore della pelle o il sesso dei genitori, contano invece i valori trasmessi ai piccoli con l’esempio e con i comportamenti.

Valori su cui impercettibilmente, ma inesorabilmente, si modella l’educazione.

In questa chiave, risulta evidente che avere genitori dello stesso sesso o di sesso diverso non cambia il carattere dei piccoli, né cambia i principi che gli adulti trasmettono ai bambini.

Negare alle coppie omosessuali il diritto a formare una famiglia e ad avere dei figli è, purtroppo, ancora oggi, la conseguenza di un pensiero malato di omofobia, la punta dell’iceberg di una patologia che si ostina a considerare l’omosessualità alla stregua di una malattia, invece che una variante naturale e possibile della sessualità.

Il pregiudizio omofobo si trincera dietro la convinzione arbitraria che la coppia omosessuale possa trasmettere valori sbagliati ai propri figli e costituisca un modello familiare scorretto.

Ma quest’affermazione, priva di valore scientifico, potrebbe essere considerata vera soltanto nel caso in cui l’omosessualità fosse una malattia virale o una grave perversione psicologica.

Già dal 1994 il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders  e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dichiarato che l’amore tra persone dello stesso sesso non è una perversione più di quanto non lo sia l’amore tra persone di sesso diverso.

Lo sviluppo dell’orientamento sessuale nei bambini, infatti, avviene secondo una propensione naturale e, con la crescita, si modella sui valori e sui comportamenti dei grandi.

Per diventare adulti emotivamente sani i piccoli devono avere genitori capaci di dare loro affetto, comprensione, accettazione e rispetto.

Valori troppe volte pericolosamente assenti nelle coppie eterosessuali, in cui spesso lo sfruttamento e la violenza, da parte degli uomini sulle donne, costituiscono la normalità, purtroppo, e non l’eccezione.

Ben vengano quindi le coppie omosessuali a sovvertire i ruoli tradizionali di maschio e femmina e a trasformare la violenza eterosessuale agita dagli uomini sulle donne, in una nuova cultura delle pari opportunità.

Che entrambi i genitori siano maschi o femmine o che siano maschi e femmine, non fa differenza sulla capacità di crescere dei bambini sani e felici.

Ciò che conta, invece, è il modo in cui si relazionano tra loro e con i propri figli.

E su questi aspetti, purtroppo, il maschilismo ha rappresentato fino ad oggi una grave patologia dell’eterosessualità.

E’ auspicabile perciò che una ventata di cambiamento rivoluzioni la famiglia tradizionale e che il dibattito sulle coppie omosessuali evidenzi finalmente anche i limiti della famiglia eterosessuale tradizionale, favorendo lo sviluppo di una diversa cultura e di una nuova sensibilità.

Affermare che non è il sesso di mamma e papà a definire una famiglia degna di essere considerata tale, ma la loro maturità affettiva, permette ai bambini di crescere con genitori sempre più capaci di dare loro: amore, considerazione e rispetto, e in grado di condividere una genitorialità che preveda per entrambi i partner le stesse possibilità comportamentali.

In questo modo prende forma una società libera dai ruoli di potere che caratterizzano il maschilismo e aperta all’incontro e alla condivisione, tanto delle mansioni genitoriali che delle responsabilità famigliari.

Non più, quindi, papà assenti e impegnati fuori di casa e mamme costrette a occuparsi da sole delle faccende domestiche e dei bambini (anche quando lavorano e portano uno stipendio pari a quello dei mariti).

Ma una famiglia in cui gli adulti siano capaci di condividere il “fare i genitori” con semplicità e umiltà, piuttosto che rimanere ancorati a una rigida gestione sessista del potere e dei compiti domestici.

Una famiglia senza padri padroni e mamme sottomesse, dove i figli non sono più un possesso dei genitori ma persone dotate di una propria individualità e cresciute nel rispetto, nella condivisione e nell’amore, è il primo passo verso la realizzazione di una società migliore.

Carla Sale Musio

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Feb 14 2014

ANIMALI E BAMBINI

Animali e bambini sono creature semplici, innocenti e fiduciose.

Privi di malizia e di finzioni, hanno un contatto istantaneo con i sentimenti che esprimono in maniera chiara e diretta, senza filtri e senza ipocrisia.

Animali e bambini non nascondono le emozioni.

Soffrono, gioiscono, si entusiasmano, si appassionano, ridono, piangono, hanno paura… sono spontanei, intensi, immediati e sinceri.

Animali e bambini non sanno fingere, non imbrogliano e non mentono. Se non per gioco.

Animali e bambini si riconoscono e si capiscono.

Parlano lo stesso linguaggio fatto di emozioni e di sensazioni.

Animali e bambini subiscono l’autorità dei grandi e si adattano ai loro umori per paura di essere maltrattati.

Animali e bambini sono deboli e indifesi davanti alla violenza, alla prepotenza, alla derisione, all’umiliazione e al sopruso.

Vittime di un mondo costruito sulla negazione della sensibilità, della diversità e della fragilità, per sopravvivere devono censurare la propria realtà e adattarsi a essere quello che non sono.

Animali e bambini non hanno diritti, devono rispettare ma non sono rispettati.

Sono costretti a imparare l’educazione, cioè a non dar fastidio, a comportarsi bene, a stare fermi, a non curiosare, a non fare rumore, a non disturbare.

Animali e bambini sono oggetti di proprietà.

Appartengono a un padrone o a un genitore che può fare di loro ciò che vuole perché, grazie alla razza o all’età, ha acquisito il diritto di educarli, comandarli, sgridarli, punirli, umiliarli, maltrattarli… per il loro bene (o, semplicemente, per il suo).

Animali e bambini non hanno tribunali né rappresentanti che non siano quei grandi ai quali sono stati affidati e che possono disporre di loro a piacimento.

Animali e bambini sono scherniti e ridicolizzati, considerati poco intelligenti, inferiori, subordinati e privi di diritti.

Da tutti quelli che hanno ucciso dentro di sé l’istinto e l’infanzia, fino ad annientarne del tutto la memoria.

Animali e bambini subiscono ogni giorno l’omissione della loro verità e del valore della loro vita.

Diventando schiavi dell’uomo (gli animali) e annichilendo se stessi fino a trasformarsi in adulti perfetti, privi di umanità e di sensibilità (i bambini).

Animali e bambini hanno bisogno di persone capaci di riconoscere il dolore e di comprendere il valore della diversità.

Animali e bambini ci ricordano la nostra istintualità e ci mostrano il cucciolo che siamo stati, insegnandoci l’importanza della lealtà, dell’innocenza, della semplicità e dell’autenticità.

Animali e bambini aspettano in silenzio che il mondo li capisca, finalmente!

E si ricordi che la vita è la scoperta della sensibilità, l’accettazione della debolezza, l’espressione dell’empatia e la condivisione dell’amore.

In tutte le sue infinite possibilità.

Animali e bambini sanno d’istinto quello che i grandi non ricordano più.

Piangono soli un dolore che non ha parole e troppe volte uccidono la dignità in se stessi. Per amore.

Carla Sale Musio

 

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Dic 29 2013

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

È chiamato pedagogia nera uno stile educativo basato sulla sottomissione dei bambini agli adulti, sulla prepotenza del più forte e sull’uso delle punizioni e della durezza come metodi d’insegnamento.

La pedagogia nera fa crescere una società di soldatini accondiscendenti e impassibili, assoggettati ai voleri di un’autorità genitoriale che li sottomette con le minacce e con la paura.

Il conformismo, la dipendenza e l’annientamento della creatività sono le conseguenze più evidenti di questa educazione che castiga l’innocenza proponendo la prepotenza come stile di vita.

Le caratteristiche principali di un insegnamento di questo tipo sono la negazione della sensibilità e della realtà emotiva dei bambini e la colpevolizzazione della loro l’ingenuità e fragilità.

La pedagogia nera coltiva i semi della guerra dell’uomo con i suoi simili e con le altre forme di vita, e crea le premesse per realizzare un mondo in cui l’ostilità, il razzismo e l’olocausto dell’autenticità diventano le dominanti del vivere insieme.

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L’uomo è l’unico animale che maltratta i suoi figli per insegnare loro come si diventa grandi

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Con il pretesto di abituarli alla durezza del mondo, molti adulti trasformano la dipendenza e l’ingenuità dei piccoli in paura e aggressività.

Tutte le specie viventi assistono amorevolmente i loro cuccioli nel periodo della crescita, lasciandoli liberi, una volta diventati adulti, di essere se stessi e affrontare la vita.

Solo la specie umana prolunga la soggezione dei figli ai genitori oltre il raggiungimento della maturità.

L’obbedienza acritica imposta durante l’infanzia, rende i piccoli dell’uomo insicuri e dipendenti, e questo impedisce il raggiungimento di una reale emancipazione.

A causa di un’educazione eccessivamente rigida, l’essere umano finisce per perdere il contatto con la propria empatia e, diventato grande, sacrifica il suo naturale istinto genitoriale sull’altare dell’obbedienza e del rispetto, trasformando l’allevamento dei piccoli in una dittatura in cui ogni reciprocità è censurata.

In questo modo, l’angoscia e la denigrazione della fragilità perpetuano una pedagogia che trasforma l’accudimento dei cuccioli in un sistema di contenzione psicologica.

Da questo sistematico ottundimento della sensibilità e dal disprezzo della debolezza prendono forma lo specismo e l’abuso compiuto dall’uomo sui suoi simili e sulle altre specie viventi.

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I bambini e gli animali parlano lo stesso linguaggio

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Tutti i bambini sono istintivamente attratti dagli animali.

Bambini e animali, infatti, parlano lo stesso linguaggio emotivo e comunicano tra loro in maniera spontanea usando il corpo, il contatto, lo sguardo, il movimento e la telepatia.

Entrambi condividono un rapporto viscerale e immediato con le emozioni, sperimentandole  in tutta la loro intensità.

L’educazione basata sull’autoritarismo, sulle punizioni corporali, sulla vergogna e sulla mortificazione, costringe i piccoli a negare la propria fragilità e a identificarsi con chi detiene il potere, nel tentativo estremo di salvare la dignità e l’autostima.

In questo modo le ragioni del più forte divengono anche “le ragioni” della vittima, e i bambini, una volta adulti, tramandano da una generazione all’altra lo stile educativo appreso dai genitori, condividendone le motivazioni e cancellando dalla memoria il dolore e l’umiliazione vissuti da piccoli.

Per mantenere integra la percezione di sé, tutto ciò che in passato ha provocato sofferenza deve essere rimosso dalla consapevolezza e combattuto all’esterno, come fosse un nemico pericoloso.

Questo meccanismo di difesa, chiamato proiezione, è invece inesistente tra gli animali.

Le altre specie, infatti, mantengono l’ingenuità e l’immediatezza in tutte le età della vita, non avendo bisogno di ricorrere ad artifici psicologici per arginare un dolore conseguente all’educazione.

Il contatto costante con le proprie sensazioni fa sì che la sofferenza degli animali sia intensa, lacerante e straziante.

Come quella dei bambini.

E per questo è ignorata e misconosciuta dagli adulti della specie umana.

Proprio come quella dei bambini.

Gli animali, infatti, non modificano i propri comportamenti istintivi neanche davanti alla minaccia di un potere letale, e così diventano vittime della prepotenza e della derisione dell’uomo, che rivede e combatte nei loro atteggiamenti emotivi e sottomessi i propri bisogni infantili rimossi.

Entrambi, animali e bambini, subiscono la violenza del più forte senza potersi ribellare.

Ma i cuccioli dell’uomo, istigati dalla paura, nel tentativo di mantenere integra la stima di sé finiscono per immedesimarsi con il potere che li sottomette.

Perciò, nonostante le prevaricazioni e l’ingiustizia, crescendo ne acquisiscono le modalità coercitive.

Identificandosi con il più forte i bambini combattono in se stessi la stupidità dell’innocenza, sforzandosi di cancellarne le tracce fino a diventare in tutto e per tutto simili a chi, ai loro occhi, rappresenta l’autorità.

In questo modo gli esseri umani nascondono la debolezza e il dolore dell’infanzia diventando a loro volta dei persecutori e tramandando da una generazione all’altra le stesse modalità educative.

Tutti i bambini vivono i sentimenti con grande intensità e, non riuscendo a decifrare la logica adulta dell’apparire, delle convenienze e della censura della vita interiore,  si sentono attratti dagli animali che invece riconoscono come simili a sè.

Per i piccolissimi, infatti, proprio come per gli animali, vivere ed esprimere un’emozione è un atto unico e immediato, un modo di essere e sperimentare l’esistenza.

Soltanto crescendo i cuccioli dell’uomo forzeranno il loro sistema emotivo fino a scindere la sensibilità interiore dagli atteggiamenti esteriori, sviluppando comportamenti più mediati e artefatti e, perciò, socialmente più accettabili.

Sia i bambini molto piccoli che gli animali, condividono una spontaneità che li rende vulnerabili e soggetti alla prepotenza del più forte.

Negli animali questa caratteristica non si perde.

Mai.

Nemmeno con la crescita.

Nella specie umana, invece, l’ascolto profondo e immediato del mondo emotivo scompare progressivamente, per cedere il posto a un più maturo falso sé, in grado di nascondere gli stati d’animo inappropriati al contesto sociale.

La capacità di censurare i sentimenti trasformandoli in concetti privi di emotività è una prerogativa dell’umanità.

Gli animali non deformano la propria interiorità, e il loro stile comunicativo è sempre basato sulla sincerità e sull’immediatezza emotiva.

Questo diverso modo di gestire le emozioni, è la radice del razzismo e dello sfruttamento agito dall’uomo sulle altre specie viventi.

Per mantenere l’impassibilità e il distacco, infatti, gli esseri umani devono chiudersi sempre di più all’ascolto delle emozioni ed evitare ogni empatia con ciò che potrebbe richiamarne la memoria.

L’occultamento della sensibilità e la conseguente perdita dell’autenticità, sono le cause dell’incapacità umana nel comprendere e rispettare gli altri animali.

Poichè gli animali non perdono mai il contatto con il mondo emotivo e sensitivo l’uomo li maltratta e li disprezza, proprio come maltratta e disprezza le parti emotive e sensitive dentro di sé.

La pedagogia nera è la causa dell’insensibilità che ha snaturato gli esseri umani dalla propria ricchezza interiore imprigionandoli dentro una gabbia d’indifferenza.

I suoi criteri educativi generano un mondo popolato da automi pronti a combattere negli altri la sensibilità e la debolezza e a sottomettersi passivamente all’autorità del più forte.

Per uscire da questo pericoloso automatismo pedagogico e liberarsi dalla prigione del falso sé, è indispensabile cambiare il  rapporto educativo con i bambini e sostituire alla prepotenza e alla coercizione, la comprensione e la condivisione della fragilità e l’ascolto delle emozioni.

Soltanto dalla capacità di sostenere la propria vitalità emotiva e dall’accettazione del dolore e della debolezza, può prendere forma un mondo migliore, capace di accogliere senza emarginare.

Il rispetto di tutte le razze e di ogni diversità, è la conseguenza di un profondo cambiamento interiore e nasce dall’ascolto del proprio cuore e dall’accettazione della complessità che caratterizza la vita emotiva.

Degli uomini come degli animali.

Una collettività senza sentimenti conduce alla violenza e alla legge feroce del più forte.

Soltanto una società capace di riconoscere il valore della sensibilità e in grado di rispettare la debolezza, potrà aprirsi alla considerazione e all’accoglienza di tutte le emozioni e di tutte le culture.

A chiunque appartengano.

Carla Sale Musio

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Set 04 2013

GENITORI IPERPROTETTIVI E AUTOSTIMA

Proteggere i propri cuccioli è una necessità biologica che appartiene a tutte le specie animali.

La mamma e il papà sentono il bisogno di accudire i piccoli, di curarli, di difenderli e di fare in modo che non accada loro nulla di male.

La naturale e indispensabile protettività genitoriale, però, non deve mai trasformarsi in iperprotettività perché tutelare eccessivamente i figli, inibisce lo sviluppo delle capacità individuali e impedisce il formarsi dell’autostima.

Gli animali lo sanno istintivamente e lasciano che i cuccioli imparino a cavarsela da soli, sorvegliandone i primi passi senza mostrarsi eccessivamente presenti.

Sbagliare fa parte dell’apprendimento necessario alla vita e ognuno deve saper calibrare le proprie forze con gli ostacoli che s’incontrano lungo il percorso della crescita.

Solo così i bambini possono diventare grandi, imparando a badare a se stessi e a far fronte da soli alle proprie necessità.

Noi esseri umani ci lasciamo trasportare spesso dal desiderio di evitare che i nostri figli commettano degli errori e, nel tentativo di tutelarli dalle delusioni e dalle sconfitte, finiamo per creare dei pericolosi contraccolpi psicologici.

L’iperprotettività è una modalità affettiva molto insidiosa, che supera il limite della responsabilità e della difesa dei piccoli, e infonde in chi la subisce un demoralizzante senso d’inefficacia e d’incapacità.

Un pensiero comune ritiene impropriamente che il bravo genitore debba evitare qualsiasi difficoltà alla propria prole.

Questa convinzione nasconde la credenza (infantile) che i genitori possano essere semidei infallibili e onnipotenti, e li priva della loro umanità rendendoli irraggiungibili agli occhi dei figli e stimolando in loro una pericolosa idealizzazione.

Nelle fantasie dei bambini, la mamma e il papà sono simili ai super eroi, creature prive di difetti e pronte a sostenerli adeguatamente in ogni momento della loro crescita.

Nella quotidianità, però, i genitori sono bambini diventati grandi, con tante insicurezze, tante paure, tante difficoltà.

Persone che hanno scelto di mettere al mondo dei figli senza sapere come fare i genitori e senza avere la soluzione pronta davanti a tutte le prove della vita.

Fa parte del percorso della crescita scoprire le inevitabili mancanze della mamma e del papà e smettere di aspettarsi da loro prestazioni eccezionali.

La maturità consiste nell’accettazione dell’inadeguatezza dei propri genitori e nel superamento dell’aspettativa infantile di una loro perfezione.

L’esistenza è fatta di prove ed errori, e di esperienze che prendono forma proprio da quegli errori per condurci verso risultati migliori.

Impedire ai propri figli di sbagliare, significa privarli della consapevolezza necessaria a far fronte alla vita e suscita in loro la convinzione di essere incapaci di superare da soli le difficoltà.

I buoni consigli sono una tentazione forte per i genitori, ma spesso impediscono a chi li riceve di sviluppare autonomamente le proprie capacità.

Questo non vuol dire mandare i ragazzi allo sbaraglio, disinteressandosi dei loro problemi.

Al contrario, significa lasciare loro la possibilità di decidere quale strada prendere, anche quando la loro scelta ai nostri occhi non appare la migliore.

La possibilità di sbagliare e di modificare le proprie decisioni, consolida l’autostima e infonde un senso di efficacia, mentre seguire passivamente una via già tracciata da altri, rende timorosi, insicuri e dipendenti.

Mamma e papà dovrebbero tenere a mente queste considerazioni prima di correre in soccorso dei loro bambini, valutando ogni volta l’opportunità del loro aiuto.

La protezione non è l’unica responsabilità che grava sulle spalle dei genitori, va affiancata allo sviluppo di una sana autonomia e indipendenza.

Solo così i cuccioli svilupperanno il coraggio e la determinazione necessaria a superare le difficoltà, imparando a cavalcare la vita.

Anche quando i genitori non ci saranno più.

Carla Sale Musio

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