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Giu 24 2019

GENITORI, FIGLI, EGOCENTRISMO E FISICA QUANTISTICA

La psicologia ci insegna che i bambini: più sono piccoli e più sono egocentrici.

Atterrano nella vita ancora immersi nella conoscenza dell’Infinito.

E in quello spazio immateriale (da cui provengono) non esistono l’io e il tu, la dualità e la separazione ma tutto è sempre Tutto.

È difficile abituarsi a vivere nel mondo delle polarità e imparare a gestire gli opposti: il bene e il male dentro di sé.

Occorre una esistenza intera (e forse anche più di una…).

Nella Totalità della coscienza non ci sono confini e chi ancora si muove immerso in quella sapienza originaria fatica a comprendere l’identità, la responsabilità, la gestione di sé, il desiderio, l’attesa e la fatica di procurarsi le cose.

Ecco perché i bambini sono egocentrici.

Nel mondo prima della nascita ogni realtà esiste SEMPRE e non c’è bisogno di cercarla o chiederla.

Ogni cosa è a disposizione.

Senza distinzione, senza separazione, senza tempo.

In quel luogo privo di coordinate fisiche non ci sono buoni e cattivi, giusto e sbagliato, mancanza, distanza, dolore o delusione.

È una scoperta lacerante quella che ci aspetta quando arriviamo in questa realtà materiale.

Per comprendere appieno l’immensità della coscienza è necessario sperimentarla da tutti i punti di vista.

E per ottenere questo la Totalità si parcellizza.

Cioè acquisisce tante identità, ognuna in relazione con le altre componenti del Tutto.

Per conoscere ogni aspetto di sé l’Infinito ha bisogno di frammentarsi.

Difficile parlarne senza deformare la percezione.

Difficile capirlo e capirsi.

Le parole sono scatole piccole per contenere ciò che non ha confini.

Eppure…

I bambini arrivano nella vita ancora immersi in quella dimensione originaria fatta di onnipotenza, onniscienza, immediatezza e trascendenza.

Il tutto e il nulla per loro sono presenti, reali e pieni di significato.

Imparare a muoversi nel corpo e utilizzare le leggi della fisicità è difficile.

Istintivamente cercano il potere che caratterizza la completezza e lo identificano nelle persone che li accudiscono.

Ai loro occhi ancora aperti sull’immensità il principio onnipotente prende forma nelle persone che li accudiscono e queste diventano il punto di riferimento, la guida, i depositari del sapere e della verità.

Nel mondo della polarità questo passaggio è fisiologico e necessario a creare l’attaccamento, la relazione e la possibilità di far convivere la dimensione affettiva con quella materiale.

Quando i genitori sono a conoscenza dei meccanismi che determinano la dipendenza infantile possono aiutare i loro figli a conciliare le leggi dell’Infinito con quelle della parcellizzazione, permettendo ai piccoli di sviluppare un sano senso di responsabilità verso se stessi (e verso ogni altra creatura).

Quando invece i genitori pretendono di incarnare la divinità, nel mondo infantile la comprensione della materialità si fonde con l’onnipotenza che appartiene alla Totalità, deformando la percezione della realtà e provocando pericolose idealizzazioni.

Aspettarsi che i genitori possiedano un potere divino dà origine alla maggior parte della sofferenza che esiste nel mondo.

I cuccioli sono naturalmente portati a credere in un principio magico capace di soddisfare ogni loro necessità.

E su questa aspettativa miracolosa e impossibile basano la comprensione degli avvenimenti.

Sono convinti che i genitori conoscano tutte le loro esigenze e sappiano sempre soddisfarle.

Si aspettano che papà e mamma portino avanti il compito di aiutarli a crescere come se fosse l’unico e il più grande dovere della loro vita.

Questo in parte è vero: i piccoli dipendono dagli adulti e senza il loro supporto non potrebbero vivere.

Tuttavia, da qui a credere nell’onnipotenza dei genitori ce ne passa!

Gli adulti sono persone che a loro volta stanno imparando a vivere, bambini cresciuti in mezzo a tante difficoltà e tante sofferenze.

Esiste una catena di inconsapevolezza che si tramanda da una generazione all’altra e riguarda la percezione della Totalità.

Pensare che i bambini siano degli adulti in miniatura ha creato innumerevoli fraintendimenti e provocato altrettanto dolore.

Per realizzare un mondo a misura dei più piccini è necessario comprendere i codici dell’Infinito e ricordarsi che la psiche infantile arriva nella fisicità ancora immersa in quelle verità.

La mancata comprensione di questo principio genera una sequenza di aspettative e delusioni senza soluzione di continuità:

  • I genitori pretendono di incarnare una saggezza e una sapienza impossibili da raggiungere nel mondo della dualità;

  • I bambini sollecitano una disponibilità e un’onniscienza che gli adulti non possiedono.

Manca un dialogo aperto e sincero sulle diverse acquisizioni della personalità (matura e immatura), un confronto onesto che consenta ai più grandi di condividere le incertezze e l’imperfezione lasciando ai piccoli il tempo e il compito di assimilare tutta la complessità della vita.

Ognuno è responsabile di se stesso e delle proprie azioni.

La sensibilità dei bambini si deve abituare all’impatto con l’identità e con la separazione che caratterizzano l’esperienza fisica.

Gli adulti hanno il compito di proteggerli e aiutarli… senza erigersi a depositari del sapere.

Accollandosi il peso della propria incapacità.

Rispettare le fragilità di ogni generazione permette di costruire un mondo basato sull’accoglienza delle tante dimensioni della coscienza e restituisce a tutti il valore e la profondità della vita.

In questa chiave il successo non è il conseguimento di status sociali stabiliti da altri ma l’ascolto di sé e della propria intima verità.

Come insegna la fisica moderna: la vita è il percorso che consente di essere onda e particella insieme, materiale e immateriale, identità e infinito, Tutto e tutti… contemporaneamente.

Carla Sale Musio

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Mag 18 2019

I BISOGNI E LE ASPETTATIVE DEI BAMBINI

I bambini arrivano dal mondo dell’infinito, dal Tutto che dà forma alla Vita.

E portano con sé quella percezione di pienezza che caratterizza le dimensioni interiori della coscienza.

La nascita li costringe bruscamente a fare i conti con la parcellizzazione dell’esistenza.

Dall’immensità devono spostarsi nella dualità, imparando a distinguere l’io dal tu: gli opposti che modellano le cose così come le sperimentiamo su questo piano di realtà.

In loro è ancora presente l’idea di una Onnipotenza cui nulla è precluso.

Questa visione imbevuta di Totalità condiziona la comprensione rendendoli fiduciosi nell’esistenza di Qualcuno in grado di prendersi cura di ogni loro necessità: Totalmente e Perfettamente.

Qualcuno capace di anticiparne i bisogni, di assisterli nelle difficoltà e di lasciarli liberi al momento opportuno.

Qualcuno pronto a intervenire e a farsi da parte a seconda delle circostanze.

Qualcuno disposto a sacrificarsi per il loro benessere e a gioire di tutti i loro successi.

Qualcuno più forte, più grande e più saggio ma anche umile, discreto e rispettoso.

Poi identificano questo Qualcuno con le persone che si prendono cura di loro.

E perciò solitamente con i genitori.

Dalla sovrapposizione dei codici della coscienza infinita con quelli della coscienza parcellizzata prende forma la maggior parte della sofferenza psicologica e del dolore che esiste nel mondo.

La coscienza, infatti, si estende su dimensioni differenti: materiali e immateriali.

Nel mondo immateriale della Totalità, dei sentimenti e dell’intimità con se stessi non ci sono confini, spazio, tempo e polarità.

Tutto esiste in un eterno sempre.

Difficile da tollerare per la mente razionale.

Nel mondo materiale (che di solito chiamiamo realtà) le cose hanno un opposto e si definiscono in base all’individualità che ne traccia i contorni rendendole diverse le une dalle altre.

Qui troviamo il desiderio, l’attesa, la distanza, la fatica e il piacere.

Per i bambini passare dalla dimensione infinita a quella materiale non è facile.

La loro psiche ancora immatura tende a sovrapporre i codici dell’una sull’altra, creando spesso confusione e dolore.

Soltanto negli ultimi decenni la psicologia e la pedagogia hanno evidenziato le caratteristiche del mondo infantile, sottolineando come i più piccini non siano adulti in miniatura ma persone con un’espressione emotiva diversa, bisognose di attenzioni e cure in armonia con il percorso della crescita.

I piccoli hanno desideri e aspettative differenti da quelle dei grandi.

Devono scoprire come funziona questa dimensione materiale e abituarsi a vivere nella dualità, conciliando il bene e il male e imparando a gestirli in se stessi.

In questo percorso di apprendimento mamma e papà hanno il compito di aiutarli a esplorare e armonizzare le tante sfaccettature della vita.

Ma cosa succede davanti all’aspettativa magica che i bambini nutrono nei loro confronti?

Come reagiscono gli adulti all’attesa infantile della loro Onnipotenza?

La lusinga è difficile da gestire.

Sentiamo il bisogno di rispondere adeguatamente alle aspettative dei nostri figli e cerchiamo di incarnare la perfezione e le capacità che loro cercano in noi.

È difficile ammettere la fragilità, le paure, l’insicurezza e quella sensazione di impotenza che accompagna il compito dei genitori.

Troppo spesso evitiamo di riconoscere i nostri sbagli e coltiviamo la pretesa di un’onniscienza impossibile da raggiungere.

Tuttavia, nascondere l’incapacità dietro una maschera di sicumera impedisce la costruzione di una relazione adeguata tra adulti e bambini.

E genera incomprensioni e sofferenza.

Fingere di essere ciò che non siamo ci rende ancora più fragili e permette ai piccoli di credere in un aiuto esterno miracoloso e fuorviante.

La crescita passa attraverso una progressiva assunzione di responsabilità e una presa in carico di se stessi e del mondo.

Solo una profonda conoscenza di sé permette di vivere relazioni sane, appropriate e durature.

Infatti, la condivisione e l’accettazione degli altri prendono forma dall’ascolto delle rispettive verità.

In quella pluralità di vedute senza giudizio e senza censure si costruiscono la fratellanza, la cooperazione e l’accoglienza di ogni forma di vita.

I piccoli hanno bisogno di comprendere la complessità e la frammentazione che caratterizza il mondo in cui viviamo.

Arrivano da un’immensità di cui portano ancora i codici nel cuore.

E il compito dei genitori è quello di aiutarli a fare esperienza di sé e della propria intima verità.

Un compito che abbiamo disatteso troppo spesso con noi stessi e per questo non riusciamo a porgere ai nostri figli.

Crediamo impropriamente che la vita sia contenuta tutta nella concretezza e trascuriamo la conoscenza dell’immaterialità che ci caratterizza e appartiene al mondo dei sentimenti.

Questo rende difficile comprendere la psiche dei bambini e accogliere il dono della loro fragilità senza lasciarsi sedurre da quell’Onnipotenza che si aspettano da noi.

I cuccioli hanno bisogno di adulti capaci di umiltà.

Perché devono assumersi la responsabilità di se stessi per imparare a muoversi in questa dimensione.

La soggettività è difficile da tollerare e da gestire e il bisogno di ricevere amore spinge a conformarsi a modelli preformati da altri.

I genitori fanno fatica a seguire i giovani senza erigersi a unici depositari della conoscenza.

Sono ancora bambini anche gli adulti.

E spesso le parti infantili spingono a cercare nei figli le gratificazioni necessarie a risolvere un’infanzia difficile.

Accogliere i bisogni dei bambini significa ammettere di non poterli mai soddisfare del tutto, tollerando il peso della propria impotenza.

Il più grande bisogno dei piccoli è comprendere se stessi.

Senza aspettarsi da nessuno la Perfezione che appartiene all’Infinito.

Carla Sale Musio

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Gen 02 2019

IL DOLORE DEI BAMBINI

I bambini possiedono una sensibilità priva di filtri.

In loro la percezione delle emozioni può diventare estremamente dolorosa.

Per sopravvivere all’angoscia la psiche delicata è costretta a utilizzare la rimozione e la proiezione.

  • La rimozione indica la capacità di nascondere alla coscienza le cause di un conflitto considerato irrisolvibile, mantenendo un’illusione di armonia.

  • La proiezione permette di spostare i contenuti interiori intollerabili su quei rappresentanti esterni che ne richiamano le caratteristiche, in modo da occultare le parti di sé giudicate sconvenienti o sgradevoli.

Deformando o celando la percezione della realtà è possibile evitare la consapevolezza dei vissuti sgradevoli e, grazie all’apparente anestesia, il dolore sembra attenuarsi.

Tuttavia, insieme alle sensazioni si perdono anche i ricordi delle sofferenze subite e con essi la possibilità di cambiare.

Così crescendo dimentichiamo la maggior parte delle esperienze infantili e, senza rendercene conto, perpetuiamo la catena di soprusi e ingiustizie che abbiamo patito.

Questi meccanismi di difesa, infatti, se da un lato permettono di occultare la sofferenza dall’altro rendono impossibile l’empatia con chi subisce dolori analoghi a quelli proiettati o rimossi.

In questo modo l’insensibilità si tramanda da una generazione all’altra dando forma a un mondo di indifferenza e di cinismo.

Per realizzare una società a misura d’uomo (e di bambini) è necessario rivivere il dolore del passato accogliendo il bimbo che siamo stati e le sue ferite.

Solo così la sofferenza può trasformarsi in resilienza rivelando una saggezza altrimenti inaccessibile.

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STORIE DI PROIEZIONE E RIMOZIONE

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Matteo è il più grande di sette fratelli.

A lui da bambino è spettato il compito di aiutare papà e mamma nel lavoro e nelle faccende, di dare il buon esempio e di sorvegliare che i piccoli non combinassero guai.

A otto anni era già un ometto con tanti doveri e poco tempo per giocare.

Le responsabilità lo hanno reso affidabile e pronto a porgere aiuto a chi è difficoltà, ma questa sua disponibilità ha richiesto un alto prezzo di sofferenza.

Per crescere ha dovuto rinunciare alla spensieratezza, alla leggerezza e all’intraprendenza di chi si sente libero dal peso delle responsabilità.

Perciò, nonostante il suo cuore d’oro, spesso commenta imbronciato le prodezze dei fratelli, pronto ad additarne l’indipendenza come il più terribile dei peccati.

Sin da quando erano bambini le polemiche tra loro sono sempre state all’ordine del giorno ma, grazie all’insensibilità ottenuta con la rimozione della gelosia e con la proiezione del suo bisogno di autonomia, Matteo può affermare con convinzione:

“Non sono mai stato geloso perché con i mie fratelli siamo sempre andati d’amore e d’accordo.”

* * *

Angela è la più piccola di una famiglia eterogenea, infatti, oltre ai genitori e ai fratelli vivono con loro anche due cugine figlie di una sorella della mamma.

Essendo la più giovane e la più ingenua, Angela è un po’ la mascotte della famiglia e i grandi finiscono sempre per coinvolgerla nei loro giochi, anche quando lei preferirebbe restarsene in disparte.

Durante una delle tante condivisioni forzate le cugine scoprono in un cassetto la sua preziosa collezione di romanzi rosa e… gli scherzi, l’ironia e le burle non si contano!

Angela diventa di fuoco per la vergogna e giura a se stessa che mai più prenderà in mano uno di quei libri.

Oggi a malapena ricorda l’episodio ma, grazie alla rimozione del dolore infantile e alla proiezione del romanticismo, può sostenere con convinzione:

“Non sopporto le persone che si commuovono ai matrimoni. Sono sdolcinate, ridicole e sciocche.”

* * *

Giovanni è stato un bambino sensibile e attento alle emozioni di tutti. 

La mamma ricorda che piangeva con facilità e aveva paura anche della propria ombra.

Il papà, invece, per insegnargli ad affrontare la durezza della vita lo chiudeva  nella cantina, lasciandolo al buio e tremante di angoscia per un tempo che pareva eterno.

È stato un apprendistato duro e doloroso ma, grazie alla rimozione di quella sofferenza e alla proiezione della propria sensibilità, oggi Giovanni può rimanere impassibile davanti a ogni avvenimento.

“Un vero uomo non deve piangere mai!”

Afferma con incrollabile convinzione, dimentico delle sue antiche paure come della sua empatia.

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Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

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Mar 09 2017

NEONATI CREATIVI

I bambini che hanno una Personalità Creativa possiedono un’innata empatia e sono capaci di percepire i climi emotivi già da molto piccoli.

Questi bambini sentono gli stati d’animo degli altri, anche quando non sono ancora in grado di comprendere i propri vissuti e non si sono formati gli strumenti necessari per interpretarli.

L’egocentrismo che caratterizza l’infanzia, li porta a vivere le emozioni di chi li circonda come se fossero proprie e questo può creare confusione nella comprensione delle relazioni.

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UNA PAPPA PERICOLOSA…

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Marco ha soltanto pochi mesi e all’ora della pappa si sveglia in lacrime, in preda ai morsi della fame.

Sentendolo piangere a squarciagola, la sua mamma, Sabina, che stava guardando un film alla televisione, corre a prenderlo in braccio.

Consola Marco con tanti bacetti e con dolcezza lo attacca al seno per dargli la sua poppata.

Mentre il bimbo succhia avidamente il latte, la donna riprende a seguire la tv.

Marco si sente tranquillo e al sicuro tra le braccia della mamma e Sabina si lascia catturare progressivamente dalla trama del film, vivendo momenti di tensione e di paura durante le scene di pathos.

Contemporaneamente Marco, soddisfatto e felice della pappa, comincia a sentirsi anche teso, impaurito e in pericolo, proprio come se qualcosa di brutto stesse per accadere da un momento all’altro.

Ben presto riprende a piangere ma, questa volta Sabina non ne capisce le ragioni.

Tenta di calmarlo in tutti i modi, senza riuscirci, e diventa sempre più nervosa.

In poco tempo si innesta un circolo vizioso tra mamma e bambino.

Più Sabina si sente incapace di rassicurare Marco, più diventa tesa e nervosa, più Marco percepisce in sé le emozioni della mamma, più diventa nervoso e piange.

Nel bambino, infatti, la coesistenza dei propri sentimenti (protetto, rilassato e al sicuro) con quelli della mamma, che egli vive come suoi (teso, in pericolo, e nervoso), fa nascere uno stato di confusione e di instabilità emotiva che il piccolo manifesta diventando irrequieto.

Questa mescolanza di vissuti, se non viene opportunamente capita e gestita, nel tempo potrà trasformarsi in confusione sulla comprensione dei propri bisogni emotivi.

Solo quando la mamma ritroverà la calma in se stessa, riuscirà finalmente a rassicurare Marco e a tranquillizzarlo.

Carla Sale Musio

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Ott 02 2016

BAMBINI SUPER DOTATI… DI EMPATIA

Quando la capacità empatica dei bambini non viene riconosciuta dagli adulti, si possono creare molte difficoltà durante l’infanzia.

L’attitudine a vivere come propri i sentimenti degli altri fa si che per un bimbo piccolo sia difficile distinguere con chiarezza i propri stati d’animo e bisogni.

Si creano, perciò, delle trappole psicologiche.

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LA MAESTRA HA LA LUNA STORTA

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E’ lunedì mattina.

La maestra Giovanna arriva in classe molto agitata e nervosa perché, durante il tragitto da casa a scuola, ha litigato con il suo fidanzato.

O meglio, non è riuscita a litigare con il suo fidanzato.

La discussione tra i due, infatti, non è finita.

Anzi è appena cominciata.

Ma l’arrivo a scuola ha messo bruscamente fine alle argomentazioni e troncato i discorsi a metà.

La ragazza scende dall’auto sbattendo la portiera e si avvia nell’atrio della scuola, sentendosi bruciare dalla rabbia che non ha potuto sfogare.

Nonostante il turbinio dei sentimenti, s’impone di essere calma e disponibile e, giunta in aula, fa appello a tutta la sua professionalità per cercare di apparire serena.

“I bambini non hanno colpa di nulla e non devono essere coinvolti nella mia vita personale” 

Pensa tra sé, cercando di allontanare le emozioni di poco prima.

Il piccolo Roberto, di sei anni e mezzo, le corre incontro per regalarle, tutto orgoglioso, un grande disegno colorato che ha fatto per lei durante il weekend.

Giovanna lo ammira e lo loda ma, mentre riceve i complimenti, il bimbo comincia a sentirsi agitato e diventa sempre più nervoso.

Torna al banco tutto imbronciato e se la prende con il suo compagno.

Lo provoca e lo infastidisce sino a far scoppiare un bel litigio.

A quel punto la maestra interviene per separare i due bambini e, mentre li sgrida riesce a scaricare anche una parte del suo personale nervosismo di prima.

Poco dopo, mortificato in un angolo del banco, Roberto piange in silenzio e non capisce perché ha finito col prendersi una punizione.

Era arrivato a scuola tutto felice, pronto a fare contenta la maestra ed è riuscito solamente a farla infuriare.

Ciò che Roberto non comprende è quanto la maestra (con una parte di se censurata e rimossa) si sia sentita alleggerita nel potersi arrabbiare almeno un momento.

Era entrata in classe con addosso una gran voglia di urlare e a quel bisogno Roberto è riuscito a dare un po’ di soddisfazione, agendo il suo comportamento disubbidiente.

I bambini con una personalità creativa sentono istintivamente i bisogni degli altri.

Anche quando sono ancora troppo piccoli per capirlo.

Li sentono insieme ai propri, come se fossero i propri, e si comportano di conseguenza.

Cercando il modo di soddisfarli.

Roberto voleva far contenta la maestra ma, sfortunatamente per lui, la maestra quel giorno aveva bisogno di arrabbiarsi.

Perciò Roberto, poteva “accontentarla” permettendole di sfogare il nervosismo che lei aveva dentro e a cui non aveva concesso nessuna espressione.

Spinto dal suo amore, il piccolo ha usato istintivamente (e inconsciamente) le proprie capacità empatiche e, trasformandosi nel “parafulmine” che serviva alla maestra, ha raggiunto il suo scopo.

Solo che adesso si sente confuso, colpevole e cattivo.

Per aiutarlo a stare meglio con se stesso, occorre l’intervento di un adulto capace di riconoscere la sua empatia e di spiegargliela.

Vediamo come.

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A VOLTE, ARRABBIARSI FA BENE

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La maestra Giovanna si avvicina al bambino.

“Grazie Roberto.”

Dice ad alta voce.

“Stamattina venendo a scuola ero nervosa e avevo proprio bisogno di arrabbiarmi. Tu lo hai sentito, anche se non lo sapevi perché io non lo avevo detto a nessuno, e mi hai aiutata a esprimere la mia rabbia. Adesso mi sento meglio. Però mi dispiace che voi due bambini abbiate litigato.”

Poi continua, rivolta alla classe:

“Bambini, non vi capita mai di aver voglia di arrabbiarvi? E cosa fate quando vi succede? Che cosa possiamo fare quando ci sentiamo arrabbiati?”

Carla Sale Musio

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Apr 19 2016

SI É SEMPRE FATTO COSÌ

Si è sempre fatto così.

E quindi perché cambiare?

La violenza trova un alibi perfetto nelle consuetudini che con il loro corollario di rituali, cerimonie e protocolli impongono le leggi della sopraffazione dietro il travestimento innocente dell’abitudine.

Si è sempre fatto così e quindi è normale continuare a farlo.

Anche se si tratta di atrocità come l’infibulazione, le spose bambine, la lapidazione e altre crudeltà che ai nostri occhi appaiono intollerabili ma che appartengono alle tradizioni dei paesi in cui sono praticate.

Si è sempre fatto così e quindi:

 

“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno!”

“Le punizioni temprano il carattere!”

“La severità fa crescere adulti vincenti!”

 

Si è sempre fatto così e quindi:

 

“Mors tua vita mea!”

“Homo homini lupus!”

“Uccidere fa parte della vita!”

 

Si è sempre fatto così e quindi seguitiamo a perpetuare le nostre usanze innocenti e cariche di arroganza, senza che la coscienza ne riconosca l’aggressività.

È per questo che continuiamo a mangiare la carne ignari dei tanti studi che ne dimostrano la pericolosità per la salute.

Ma, soprattutto, inconsapevoli della crudeltà e del cinismo con cui brutalizziamo la vita di tante creature docili e miti.

Si è sempre fatto così e quindi regaliamo ai nostri figli i pupazzetti colorati che rappresentano gli animali della fattoria.

Gli stessi animali che poi abusiamo negli allevamenti per soddisfare il piacere effimero del palato, senza curarci dei maltrattamenti e del dolore.

Si è sempre fatto così e quindi impariamo da piccoli che gli adulti hanno sempre ragione.

Anche quando puniscono, umiliano e picchiano.

Perché si sa: lo fanno solo per il nostro bene.

Si è sempre fatto così e da una generazione all’altra perpetuiamo i principi di un mondo basato sul predominio e sulla prepotenza, trascurando il rispetto, la fratellanza, la solidarietà e l’amore.

Si è sempre fatto così.

Perciò ci sembra logico imbrogliare i bambini e sfruttare gli animali.

Perché l’innocenza che li accomuna è un valore sconosciuto nella nostra evoluta società dei consumi in cui contano il guadagno, la competizione e la prepotenza e non c’è posto per la sensibilità, per la conoscenza reciproca e per l’accoglienza della diversità.

Tramandiamo la violenza da una generazione all’altra, attraverso tanti piccoli gesti che ci sembrano normali.

Perché li abbiamo visti compiere sin da quando eravamo bambini e abbiamo imparato a conviverci, dimenticandoci dell’angoscia e della sofferenza.

Nostra e degli altri.

Ci sembra ovvio mangiare la carne di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Ci sembra ovvio dare una sculacciata a un bambino che non ubbidisce.

Ci sembra ovvio non perdere tempo a comprendere le ragioni e il dolore di chi consideriamo diverso.

In questo modo coltiviamo la crudeltà e senza rendercene conto incrementiamo le guerre, le stragi, le morti, le malattie e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Si è sempre fatto così.

M

INNOCENTI VIOLENZE QUOTIDIANE

M

Il venerdì santo come ogni anno la nonna va a ritirare l’agnello dal macellaio.

Lo porta a casa ancora vivo perché dice che così è sicura che sia fresco.

E poi incarica noi bambini di prendercene cura.

Possiamo giocarci venerdì e sabato perché domenica mattina la nonna lo cucina.

Qui in paese il pranzo di Pasqua si festeggia sempre con l’agnello.

La nonna dice che bisogna mangiarlo perché è un simbolo di pace.

Ma io piango sempre.

Anche se tutti mi prendono in giro e mi chiamano “femminedda”.

* * *

La zia ha steso le lenzuola fuori dal balcone in modo che tutti vedano che Andrea ha fatto la pipì a letto.

“Sei un piscione!”

Lo canzona arrabbiata mentre rifà il letto con le lenzuola pulite.

“Devi imparare ad alzarti e andare al gabinetto quando ti scappa la pipì!”.

Andrea tiene gli occhi bassi per la vergogna e trattiene le lacrime.

Gli sembra di sentire le risate dei bambini che abitano di fronte.

D’ora in poi si alzerà mille volte ogni notte, pur di non vivere più quell’umiliazione.

* * *

Angela osserva le scarpe di Babbo Natale.

Sono identiche a quelle di papà.

E anche la voce somiglia molto a quella di papà.

La mamma, però, le ha assicurato che Babbo Natale non è papà ma un vecchio solitario che porta i giocattoli ai bambini buoni.

Angela sa di non essere stata molto buona.

Eppure a lei Babbo Natale quest’anno ha portato una bambola grande con tutto il corredino.

Invece a Cecilia, la figlia della colf, ha portato soltanto dei dolcetti con una bambolina piccola piccola che si è rotta subito.

“È un regalo davvero brutto.”

Pensa Angela.

Babbo Natale dev’essere molto vecchio e perciò anche molto distratto.

Perché Cecilia è una bambina bravissima e sta sempre ferma in un angolo ad aspettare che la mamma finisca di lavorare, senza disturbare nessuno.

* * *

“Alzati e fai sedere papà!”

“Ma c’ero prima io…”

“Non importa, papà è grande e ha più diritto di te di stare seduto in poltrona.”

“Ma può sedersi sull’altra poltrona…”

“Avanti Matteo, smetti di fare lo stupido e alzati! Altrimenti prenderai anche un bello schiaffo!”

“Ma tu e la mamma dite sempre che chi arriva prima: si prende il posto…”

“Ora questo non c’entra, i bambini devono imparare a rispettare i grandi.”

“Ma perché i grandi non devono rispettare i bambini?”

“Insomma, basta!!! Quante storie! Se non ti alzi subito, vengo lì e te le suono di santa ragione!!!”

Carla Sale Musio

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DROGHE LEGALI

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Mar 15 2016

MADRI SURROGATE: un amore che fa scandalo

La donna che decide di prestare il proprio corpo per accogliere un bambino non suo e permettere la genitorialità anche a chi, altrimenti, non potrebbe farne esperienza, compie un gesto d’amore tra i più discussi, incompresi e vessati.

Soprattutto in Italia.

Viviamo nella cultura dell’avere, del diritto e del possesso.

Diciamo:

“Mio marito, mia moglie, i miei figli…”

e decretiamo la proprietà, oltre che sugli oggetti, anche sulle persone.

Nella nostra società, basata sul commercio e sul potere, appare assurda l’idea che si possa ricevere nel grembo una piccola vita per poi donarla ai genitori, impossibilitati a concepire.

Come si può portare nel corpo un bambino… per poi lasciarlo tra le braccia di un’altra mamma?!

O, addirittura, di due papà!

Sembra uno strappo inconcepibile!

Per il bambino e per la donna che lo ha partorito.

Tanti anni fa, esistevano delle persone che offrivano il latte del proprio seno, gratuitamente o in cambio di un compenso.

Erano mamme che allattavano il cucciolo di un’altra, quando questa non poteva farlo da sé.

Si chiamavano balie ed erano considerate buone, generose, altruiste e materne.

Anche se ricevevano dei soldi in cambio del loro servizio.

Erano tempi diversi da oggi e a nessuno sarebbe venuto in mente di accusarle di sfruttare la maternità per arricchirsi.

Al contrario, la loro opera era considerata preziosa, perché permetteva ai bambini di crescere sani e alle loro mamme di sentirsi bene, anche quando non erano in grado di allattarli personalmente.

Tra la mamma e la balia si creava un rapporto di solidarietà.

E i piccoli, una volta diventati grandi, le ricordavano con gratitudine e affetto, come fossero delle “seconde mamme” senza il cui aiuto la vita sarebbe stata dura o, forse, impossibile.

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L’allattamento rappresenta un momento indispensabile per lo sviluppo emotivo, perché permette di ricreare quel legame intimo ed esclusivo che ha caratterizzato la vita intrauterina.

Durante le poppate, infatti, il neonato ritrova lo spazio complice vissuto nel grembo e sperimenta di nuovo un’appagante fusionalità.

Anche quando la mamma non è la stessa che lo ha cullato nel ventre per nove mesi.

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Da allora i tempi sono molto cambiati e, oggi, il latte in polvere ha risolto i problemi delle persone che non possono allattare, ma a nessuno verrebbe in mente di incriminare le balie, accusandole di essere state contro natura, interessate, superficiali, calcolatrici, opportuniste, nemiche di se stesse, dei bambini e delle altre donne.

Eppure… la relazione che le balie instauravano con il figlio di un’altra madre era molto simile a quella che, ai nostri giorni, le mamme surrogate vivono col bimbo che portano in grembo al posto dei genitori incapaci di procreare.

Una relazione che per le balie, spesso, durava più di nove mesi e che creava un rapporto intimo e intenso con il neonato, senza per questo offendere la famiglia di appartenenza, ma anzi! Sostenendola e valorizzandola.

Oggi, purtroppo, abbiamo perso il valore della solidarietà e l’etica del guadagno ha sostituito la fratellanza.

Così, un gesto d’amore, in tutto simile a quello delle balie di un tempo, è interpretato come un commercio interessato e privo di generosità.

L’avidità, che caratterizza le scelte dell’economia, ha improntato uno stile di vita sempre più cinico e materialista, occultando il valore altruistico di una maternità senza possesso, dietro l’accusa di opportunismo, superficialità ed egoismo.

Nutrire nel ventre un cucciolo e regalargli la vita, è un atto d’amore indiscutibile.

Soprattutto quando chi lo compie non rivendica la proprietà del nuovo nato, ma permette al calore di una famiglia di dispiegarsi anche nell’amore per un bambino.

Le persone che scelgono di fare del proprio corpo un nido per un pulcino che, altrimenti, non potrebbe nascere, mettono a rischio la propria salute e la propria esistenza per regalare la vita a un altro essere e la gioia di un figlio a chi non può averlo spontaneamente.

Ci vuole molto coraggio, molta generosità e molto amore.

Ma, soprattutto, molta fiducia nella profondità della vita e nella scelta di venire al mondo.

Non ci sarebbero soldi sufficienti, altrimenti, per convincere una persona ad affrontare i rischi e i dolori che accompagnano la gravidanza e il parto.

La decisione di portare dentro di sé una nuova creatura per permetterle di sperimentare l’esistenza su questo nostro piano di realtà, è una scelta che mostra una grande fiducia nel valore della vita e che ci insegna a considerare i figli non come un possesso esclusivo o una proprietà dei genitori, ma come individui venuti a regalarci un’occasione per amare.

Le mamme surrogate sono donne capaci di onorare la vita e di donare anche ad altri genitori la gioia della maternità.

Carla Sale Musio

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FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

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Feb 24 2016

PEDAGOGIA E VIOLENZA

Ci vogliono tre generazioni per creare una società intrisa di violenza.

La violenza, infatti, si alimenta nel conflitto interiore e tracima all’esterno in seguito alla lotta tra giusto e sbagliato, vero o falso, buono o cattivo… che, inevitabilmente, ne consegue.

Il contrasto tra le polarità spinge a proiettare fuori di sé tutto ciò che è stato etichettato come “male”, eliminandolo dal proprio mondo interiore senza assumersene la responsabilità.

Quando la colpa, il giudizio e la critica, prendono piede nella vita emotiva, il sopruso e la distruzione nella società sono garantiti.

Uno stile educativo basato sulle punizioni fisiche e sul ritiro dell’affetto genera sempre la paura e spinge i piccoli a nascondere la spontaneità per ottenere il consenso dei grandi.

Si formano così, nella generazione successiva, quei giovani rispettosi e remissivi, che piacciono tanto alle organizzazioni coercitive e che diventeranno uomini e donne capaci di rinunciare all’autenticità di se stessi per ubbidire alle direttive del più forte.

Una mamma e un papà punitivi fanno crescere adulti disciplinati e ligi al dovere, futuri genitori che, a loro volta, alleveranno figli pronti a spostare al di fuori di sé i vissuti censurati dal sistema educativo, per combatterli all’esterno della propria personalità.

Così, mentre la prima generazione stabilisce la colpa, addossando sui figli il peso di un peccato originale (mai commesso ma, comunque, infamante: “Sei un bambino e devi ubbidire!”), la seconda impara a vergognarsi e a sottomettersi, spostando il conflitto al di fuori di sé e, la terza potrà finalmente perseguitare il male per distruggerlo, attaccando i rappresentanti su cui è stato proiettato.

Per sentirsi buoni e amabili è indispensabile riconoscersi nei principi e nei valori professati dalle persone cui vogliamo bene, primi fra tutti i genitori che, con i loro comportamenti, ci insegnano cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è opportuno e cosa è disdicevole, cosa è sano e cosa è patologico… lasciandoci in eredità il modello di una buona educazione.

Assorbiamo da piccoli l’essenza del bene e del male e, una volta diventati grandi, portiamo avanti le nostre battaglie, dapprima interiori e in seguito esteriori, volte a eliminare dall’esistenza tutto ciò che abbiamo imparato a considerare male, per fare posto a ciò che, invece, riteniamo essere bene.

Da questa lotta tra bene e male, scaturiscono tutte le guerre e tutte le malvagità.

Ogni battaglia combattuta nel mondo è, da principio, una battaglia interiore, volta a preservare l’immagine idealizzata di se stessi, perseguitando al di fuori di sé, chi, per qualche ragione, evoca la memoria di ciò che non approviamo dentro di noi.

Per esempio:

  1. Provo un piacere che giudico sbagliato tutte le volte che guardo la mia vicina di casa.

  2. Penso che un uomo serio non dovrebbe desiderare altra donna che la propria moglie.

  3. Non posso tollerare di avere dei sentimenti che ritengo illeciti.

  4. Perciò rimuovo dalla mia consapevolezza ogni pensiero di quel tipo.

  5. E combatto nel mondo esterno una crociata contro l’adulterio e l’immoralità.

Ancora:

  1. Mi piace mangiare smodatamente per il solo piacere del gusto, incurante delle calorie e della tossicità degli alimenti.

  2. Penso che una persona intelligente dovrebbe nutrirsi con moderazione senza mai diventare dipendente dal cibo.

  3. Giudico sbagliato il mio piacere di nutrirmi senza regole e senza misura.

  4. Perciò proibisco a me stesso di abbuffarmi e rimuovo il desiderio che anima la mia golosità.

  5. Ora posso guardare con disprezzo chi mangia troppo e deridere, senza rimorsi, le persone in sovrappeso, giudicandole ingorde e colpevoli.

Ogni guerra insorta nella vita emotiva si riflette nei comportamenti esteriori e, quando non ce ne assumiamo pienamente la responsabilità, ci spinge a incriminare chiunque incarni l’icona del nostro conflitto.

Per cambiare questo stato di cose e realizzare una società fondata sulla pace e sull’accoglienza di tutte le creature, è indispensabile interrompere il circolo vizioso che fomenta la scontro tra le polarità, individuando le radici inconsce della violenza, fino a comprendere che il male è solamente l’altra faccia del bene.

Combattere il male (con il giudizio, l’ostracismo, la negazione, la rimozione o lo spostamento) porta ad amplificarne il potere e fa crescere l’odio e la persecuzione nella vita di tutti i giorni.

Nel mondo della dualità, schierarsi acriticamente dalla parte del bene conduce inevitabilmente a potenziare il male.

Ogni cosa, infatti, possiede un aspetto complementare e opposto a se stessa perché, nella fisicità in cui viviamo immersi, la polarità è lo strumento che ci permette di circoscrivere la realtà.

Le esperienze, gli eventi, le conoscenze, gli oggetti… possono essere accolti e compresi dalla coscienza soltanto quando esiste il loro contrario.

Il contrasto, infatti, evidenzia le peculiarità dell’esistente, permettendoci di riconoscere e di identificare le cose.

Impariamo a distinguere il bianco solamente perché esiste anche il nero, altrimenti non riusciremmo percepirlo.

Amputare dal nostro mondo interiore ciò che non ci piace, per ammirare un’immagine idealizzata di come vorremo apparire, è un meccanismo di difesa che induce nella psiche una pericolosa deresponsabilizzazione, spostando all’esterno il giudizio, la colpa, il disprezzo e l’ostilità, e impedendoci di riconoscere e far crescere le parti immature di noi stessi.

Combattere il male, proiettandolo fuori di noi, incrementa l’odio, la superficialità e l’aggressività, e genera un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Infatti, il male diventa insostenibile quando si cerca di eliminarlo da sé.

Viceversa, accoglierlo nella coscienza e comprenderlo, senza lasciarsene possedere, schiude prospettive nuove all’interno della psiche, e permette di evitare i conflitti e la brutalità che conseguono al disprezzo e all’emarginazione.

Osservare ciò che si agita nell’inconscio, senza giudicarlo e senza censurarlo, è il primo passo verso una civiltà libera dalle guerre e dalla violenza.

Nel mondo della materialità, ogni cosa vibra nelle polarità che modellano la vita, aiutandoci a riconoscere l’esistenza dall’indistinta immensità del Tutto.

Abbiamo tante sfumature diverse che, di momento in momento, ci consentono di scegliere ciò che ci piace e ciò che, invece, ci disgusta, ma questa scelta diventa uno strumento di crescita solo quando ce ne assumiamo tutta la responsabilità, accogliendo dentro di noi l’intera tavolozza dei colori con cui dipingiamo l’esistenza.

Bene e male disegnano verità relative, legate al punto di vista da cui si osserva la vita.

Nella realtà interiore esistono infinite possibilità espressive e ognuna porta in dono alla coscienza la sua profondità e la sua saggezza.

Anche quelle che non ci piacciono e che ci fanno vergognare.

A vergognarsi, infatti, è soltanto un aspetto della Totalità di noi stessi.

Osservare questa Totalità con rispetto, attenzione e sincerità, è il primo passo per costruire quella democrazia interiore che genera il mondo dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà che tutti auspichiamo.

Un mondo finalmente libero dai soprusi e dalla prepotenza, dove sia possibile cogliere il valore della poliedricità senza identificarsi e senza emarginarne nessuno, ma cavalcando gli opposti e modulandone le risorse, per vivere in armonia con se stessi e con gli altri.

Carla Sale Musio

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DEMOCRAZIA INTERIORE

ADULTOCENTRISMO

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Mag 19 2015

FACCIAMO FINTA DI AMARCI… PER I FIGLI

Quando nel matrimonio l’amore finisce, alcune coppie, piuttosto che affrontare la separazione, preferiscono fingere un’apparente normalità familiare, col pretesto di non far soffrire i bambini.

In questi casi, simulando un coinvolgimento che non esiste più, papà e mamma si comportano  come se le cose tra loro non fossero cambiate.

Anche quando la vita li ha portati a vivere relazioni nuove con altri partner.

Spaventati all’idea di affrontare il cambiamento interiore con sincerità e umiltà, preferiscono imbrogliare i propri figli, dissimulando la mancanza di reciprocità dietro una quotidianità artefatta e priva di onestà.

Credo che niente possa essere più crudele e gravido di conseguenze negative che mistificare il coinvolgimento emotivo e ingannare i bambini, abusando della loro ingenuità.

I piccoli hanno bisogno di aiuto per decifrare il complicato mondo delle emozioni, e i genitori sono le persone più indicate per insegnargli a gestire la sensibilità, dando un nome ai sentimenti quando si presentano.

Ma per far questo, i grandi devono lavorare costantemente su se stessi, ascoltando il proprio mondo interno e traducendolo in parole, con sincerità.

Più che di modelli di comportamento irreprensibili, i bambini hanno bisogno di autenticità.

Spiegare con termini semplici cosa si agita nel nostro cuore, li aiuta a riconoscere le maree emotive, senza spaventarsi e senza sfuggirle.

E questo è l’insegnamento più importante che i genitori possano dare ai propri figli.

Crescendo, i piccoli troveranno da soli le soluzioni per assecondare la propria evoluzione, cavalcando i cambiamenti che l’esistenza ci costringe ad affrontare.

Ciò che serve ai bambini non sono degli esempi di comportamento preconfezionati e artefatti, ma l’autenticità necessaria a non tradire se stessi davanti alle difficoltà.

E questo papà e mamma possono insegnarlo soltanto con l’esempio della propria vita e delle proprie scelte.

E’ qualcosa che si respira nell’aria, non la conseguenza di teorie o mistificazioni.

Fingere un’armonia e una vita di coppia che non esistono più, significa trasmettere ai bimbi che l’apparenza è più importante della verità e che le emozioni possono essere censurate con un atto di volontà.

In questo modo nella personalità prende forma un falso sé, funzionale a tenere sotto controllo la paura del cambiamento, una sorta di maschera che incatena la vita a un’armatura di comportamenti privi di verità.

I bambini sentono che qualcosa non torna e che il quadretto idilliaco della famiglia felice manca di trasparenza e di autenticità.

Lo avvertono con una sorta di radar interiore strettamente intrecciato alla loro empatia e alla loro sensibilità.

Ma sono costretti ad abiurare queste percezioni, per credere a ciò che vedono invece che a ciò che sentono.

In questo modo si crea una frattura tra le percezioni e i comportamenti, che blocca il contatto con il mondo interiore generando un pericoloso ottundimento emotivo.

Un sapere empatico e intuitivo deve cedere il posto alla finzione sbandierata dai genitori, e questo costringe a screditare l’ascolto di sé, nel tentativo di conciliare ciò che si sente dentro con ciò che, invece, si DEVE credere.

Per paura di rivelare la propria verità e vedere andare in frantumi il progetto di una vita insieme, i genitori, inconsapevolmente, creano ai bambini un grave danno psicologico.

Infatti, imponendo ai propri figli la realtà che avrebbero voluto offrirgli, al posto della realtà che invece stanno vivendo, generano una confusione nella comprensione delle relazioni, proprie e degli altri.

Confusione della quale i figli inevitabilmente pagheranno il prezzo, quando si troveranno ad affrontare la propria vita di coppia.

La famiglia è un legame che unisce le persone a prescindere dalla loro volontà, non scaturisce dai contratti ed esiste indipendentemente dalle nuove relazioni che possono coinvolgere la mamma e il papà quando l’amore tra loro finisce.

Avere dei figli insieme significa essere una famiglia per sempre, perché per sempre i genitori condivideranno l’affetto verso la propria prole.

Ma questo non significa che la mamma e il papà debbano amarsi per sempre.

Può succedere che una madre e un padre s’innamorino di altre persone e costruiscano con loro altre famiglie.

L’amore non ha limiti ed è capace di compiere miracoli, ma è indispensabile attraversare con coraggio il percorso di crescita lungo il quale ci conduce.

Anche quando si snoda lungo strade impreviste.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro: 

SEPAMARSI

linee guida per una separazione amorevole

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