Tag Archive 'altruismo'

Set 02 2017

LA CRUDELE VANITÀ DEI BUONI

La bontà ha tante sfaccettature e talvolta può riservare sorprese poco gradevoli.

Ci sono persone che nel manifestare la devozione finiscono per fare apparire gli altri come dei prepotenti.

I sintomi di questo altruismo (solo apparentemente incondizionato e inconsciamente narcisista) sono:

  • un segreto senso di superiorità nei confronti delle persone amate

  • la convinzione di essere indispensabili

  • autocommiserazione

  • vittimismo

Chi riceve questo tipo di premure vive interiormente una forte ambivalenza sentendosi contemporaneamente:

  • grato… e insofferente

  • importante… e inadeguato

  • amabile… e prepotente

  • desiderato… e insopportabile

Sentirsi amati lenisce la sfiducia nella vita regalandoci nuovi entusiasmi.

Tuttavia, nell’accettare una dedizione totale dovremmo sempre interrogarci sui costi psicologici che questo comporta.

Una bontà orientata a soddisfare soprattutto il bisogno di approvazione di chi la manifesta, infatti, può farci apparire sfruttatori e opportunisti e avere delle ripercussioni poco piacevoli sull’autostima.

Da bambini coltiviamo la speranza di un amore assoluto e perfetto, così onnipotente che nessun genitore riuscirà mai a incarnarlo totalmente.

Ecco perché, quando incontriamo una persona disposta a prendersi cura di noi anche a costo di sacrificare se stessa, le parti infantili della personalità esultano e si profondono in richieste di ogni tipo.

Succede spesso, però, che chi si prodiga senza tutelarsi stia intimamente cercando di convincere se stesso della propria bontà e inconsciamente usi gli altri per assolversi da colpe inconfessabili e rimosse.

In questi casi, la differenza tra il comportamento manifesto e il vissuto interiore suscita emozioni contrastanti di piacere e di rabbia, creando non poche sofferenze sia in chi dà sia in chi riceve.

Viviamo in una cultura che insegna a separare rigidamente il bene dal male, generando nella psiche una pericolosa dicotomia.

Nel mondo interiore, però, esiste la Totalità e bene e male sono facce inseparabili di una stessa medaglia.

Quando l’ascolto delle parti egoiste, prepotenti e aggressive è considerato inaccettabile, siamo costretti a spendere molte energie nel tentativo di preservare l’immagine immacolata cui vorremmo somigliare e, per confermare la nostra bontà, ci impegniamo a manifestare un altruismo impossibile da raggiungere, lamentando in continuazione quel doloroso sfruttamento autoimposto, quasi a rimarcarne il valore.

Sono proprio queste lamentele a far apparire dispotici e avari gli oggetti di quell’amore.

Il desiderio di migliorarsi è lodevole ma, se non rispetta il bisogno di tutelare anche se stessi, fomenta l’ingiustizia e chi è accudito si vedrà cucire addosso le vesti del prepotente mentre chi porge aiuto interpreta compiaciuto il ruolo della vittima.

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STORIE DI BONTÀ E CATTIVERIA

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Fiorella è innamorata di Nicola e desidera essere amata da lui.

Nel tentativo di piacergli, asseconda tutte le sue richieste mostrandosi premurosa, compiacente e pronta a qualunque sacrificio.

È difficile resistere a quell’affascinante mix di seduzione e disponibilità e ben presto tra i due nasce una relazione intima e profonda.

Nicola cerca in tutti i modi di ricambiare la dedizione di Fiorella ma non è disposto a rinunciare totalmente a se stesso per accontentarla.

Fiorella non perde occasione per lamentare tutti i sacrifici che lei, invece, fa per lui e, sentendosi ingiustamente vittima, si chiude sempre più in se stessa.

Il clima tra loro diventa teso.

Fiorella pretende da Nicola la stessa devozione che lei offre senza risparmiarsi.

Nicola sente che per lui non è possibile rinunciare completamente alla sua vita, nemmeno per amore.

Fiorella lo dipinge come un egoista e Nicola, inadeguato e ferito, decide di chiudere la relazione.

* * *

Da piccola, Barbara si è sentita colpevole e sbagliata.

La mamma è morta quando lei aveva solo sei anni e la nonna, con cui è cresciuta, era sempre pronta a rimproverarla facendola sentire pigra, lavativa e opportunista.

Oggi Barbara è sposata e ha un bambino che accontenta in tutto e per tutto, nel timore di fargli vivere le sue stesse sofferenze infantili.

Per dimostrare al mondo di essere una brava mamma, nonostante le accuse della nonna che ancora bruciano dentro, la donna è disposta a fare qualsiasi sacrificio.

Così, chi la conosce non perde occasione di lodare la sua abnegazione e di sottolineare a suo figlio quanto sia capriccioso.

A Barbara dispiace che il bambino sia giudicato viziato e prepotente, ma solo in questo modo riesce a esorcizzare la paura di essere cattiva e il pericolo di non saper amare nessuno, nemmeno suo figlio.

* * *

Fausto è cresciuto in un ambiente molto esigente.

In casa tutto doveva essere fatto alla perfezione e suo padre non perdeva occasione per rimproverarlo chiamandolo: rammollito, fannullone, buono a nulla, incapace… e chi più ne ha più ne metta.

Crescendo, Fausto non è riuscito a misurarsi col mondo e, sentendosi inadeguato a svolgere qualsiasi lavoro, ha scelto una moglie forte, attiva, responsabile e pronta a farsi in quattro per lui e per la loro figlia.

Fausto ha deciso di occuparsi della bambina, rinunciando a qualsiasi autonomia per trasformarsi in un genitore a tempo pieno, perché tra le mura domestiche si sente al sicuro, protetto da una realtà che lo spaventa e percepisce ostile.

Tuttavia, per rassicurare se stesso e vincere la sensazione intima di non valere niente, si lamenta in continuazione criticando la moglie.

“Sei incapace di amare tua figlia!”

“Che cosa faresti senza di me?”

“Sei attaccata ai soldi e alla carriera!”

In questo modo, sentendosi indispensabile e irreprensibile, Fausto rassicura se stesso e nasconde la paura di essere davvero un buono a nulla.

Carla Sale Musio

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INFINITE IDENTITÀ

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Ago 27 2017

CREATIVITÀ E… ALTRUISMO INCOMPRENSIBILE

La grande capacità di comprendere gli altri spinge le Personalità Creative a considerare sempre le esigenze di tutti.

Spesso anche contro il proprio interesse.

E questo costituisce il loro talento meno compreso.

Occorre un’attenta valutazione per cogliere le ragioni cooperative celate dietro le azioni di chi possiede una grande empatia.

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L’ingegnere?

… meglio che faccia la casalinga!

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Quando s’innamora di Luciano, Roberta ha una laurea in ingegneria e una brillante carriera universitaria davanti a sé.

Creativa e piena d’interessi, sa coniugare dolcezza e determinazione in un mix veramente affascinante.

Luciano, folgorato da quella poliedrica intelligenza, le chiede di affrettare i tempi e insieme decidono di sposarsi e mettere su una bella famiglia.

Dopo qualche anno nasce Valeria, poi arriva Romina e infine Stefano.

Per seguire i bambini, Roberta abbandona il lavoro all’università sostituendo le attività creative con le attività domestiche.

Ma in breve tempo il brillante ingegnere si trasforma in una colf sottopagata e brontolona che insegue i figli per fargli fare i compiti e urla davanti a un calzino scompagnato.

“Sono confusa…”

Racconta mortificata e delusa da se stessa.

“I miei bambini sono la mia vita, li amo sopra ogni cosa, ma in famiglia sono diventata una strega cattiva e sembra che nessuno voglia più avermi vicina.”

Una strega che dichiara se stessa?!

È abbastanza inusuale nello studio di uno psicologo.

Perciò decido di non fidarmi troppo di quelle affermazioni.

Nel corso dei colloqui, infatti, emerge una mamma divertente, complice e capace di organizzare giochi, feste e merende non solo per i suoi figli ma anche per i loro amici.

Ma allora?!

Roberta ha mentito?

Quand’è che si presenta la strega?

Come scoprirò durante il percorso terapeutico, la strega appare alla presenza di Luciano.

E con le sue sfuriate e i suoi rimbrotti riesce a sollevarlo dalla paura segreta di non farcela a reggere il ritmo dell’ingegnere, poliedrico e creativo, che ha sposato.

Nascosta dietro la veste da strega, scopro una grande passione.

Per amore di Luciano, Roberta ha occultato le sue qualità professionali e creative.

Abbandonando il lavoro da ingegnere e lasciando alla strega il compito di gestire il ruolo della casalinga, rassicura il marito facendolo sentire costantemente il migliore.

È per merito della strega, infatti, che Luciano (che ha soltanto la licenza media e si è fatto da solo) diventa l’unico ad avere successo professionalmente, economicamente e con i bambini.

Rinunciare a usare molti aspetti di sé è lo stratagemma che Roberta utilizza inconsciamente, per non far pesare al marito il suo titolo di studio, le sue possibilità di guadagno, la sua creatività e la sua empatia.

Quando diventa strega, Roberta perde ogni successo mentre Luciano diventa ricco.

Forse non ricco di titoli… ma, certamente, ricco di possibilità e risorse.

Nel corso della terapia Roberta imparerà a riappropriarsi della carriera professionale e a lasciare che il suo anticonformismo entri a far parte della relazione di coppia.

Solo così il rapporto con i tre figli potrà essere vivificato dai metodi nuovi e originali con cui è solita risolvere i problemi e superare le difficoltà.

Gettata la veste da strega, Roberta potrà permettere alla passione e alla creatività di trasformarla in una sciamana (invece che in una megera) capace di muoversi con maestria tra le tante dimensioni della vita famigliare, lavorativa, sociale e coniugale.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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Apr 13 2016

Come amano i creativi: ALTRUISMO NO STOP

Chi possiede una Personalità Creativa é interessato ai bisogni degli altri, sensibile, accomodante e disposto a sacrificarsi per il bene comune, ma deve stare attento a non lasciarsi trascinare dalle necessità altrui perché, dimenticandosi delle proprie esigenze, sacrifica il suo equilibrio emotivo.

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EMOZIONI PERICOLOSE

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Pietro gestisce una bella palestra nel centro storico della città e conduce una vita ricca di soddisfazioni e di amicizie.

Ma, nonostante i ritmi indaffarati che riempiono le sue giornate, ogni tanto la solitudine gli morsica il cuore e si ritrova a piangere un fiume di lacrime solitarie.

E’ uscito da più di un anno da un rapporto importante e si considera ormai single per vocazione quando, all’età di circa quarant’anni, s’innamora di Simone.

Premuroso e sollecito, Simone esprime il suo affetto soprattutto in cucina e imbandisce per lui ogni genere di manicaretti, coccolandolo con i cibi e conquistandolo con i suoi modi materni. 

Infatti, Pietro, che è orfano di entrambi i genitori, nella vita si è dovuto abituare molto presto a cavarsela da solo e trova nelle attenzioni di Simone il rifugio e la protezione che gli mancano da sempre.

Mentre Pietro si lascia conquistare dalle pietanze di Simone; Simone, che pure è affascinato dalla sua poliedrica creatività, appare poco partecipe e distante davanti all’energia degli entusiasmi di Pietro.

Per lui le passioni hanno sempre costituito un rischio da evitare con cura.

La scarsa attenzione di Simone per gli stati d’animo (propri e degli altri) inizialmente rassicura Pietro, a cui sembra di essere protetto anche dall’intensità delle sue stesse emozioni. 

Ma ben presto l’apatia di Simone comincia a farlo sentire insofferente e nervoso e, nel tentativo di coinvolgerlo, Pietro confida a Simone le angosce che a volte lo tormentano nei momenti di solitudine.

Simone, però, evita il dialogo trincerandosi dietro a una prigione di luoghi comuni:

“Stai male? Avanti, non farne un dramma. Tutti hanno i loro problemi.”

“Ti senti solo? Ma cosa dici! Non puoi sentirti solo. Conosci un sacco di gente!”

“Insicuro tu? Dai, non farmi ridere!”

In breve tempo il muro dell’apatia emozionale di Simone rende Pietro insoddisfatto e ansioso.

Simone disprezza sistematicamente i suoi interessi e le sue proposte, vuole soltanto vagabondare per i locali, commentando i vestiti e gli amanti degli altri e lamentandosi per la noia che sembra consumare la sua vita.

Percependo che la monotonia nell’esistenza di Simone è frutto della sua sordità emotiva, Pietro spinge al massimo il volume dei propri sentimenti, diventando sempre più passionale, irascibile, impulsivo e geloso e alimentando in questo modo le critiche e il disprezzo da parte del compagno, in un parossismo di passione e incomprensione cui diventa difficile sottrarsi.

Quando infine approda alla terapia, si sente intrappolato in un circolo vizioso di delusione e dipendenza. 

Piange per un nonnulla, è geloso fino a perdere le staffe e spaccare tutto ciò che gli capita a tiro, implora Simone di vivere con lui ma subito dopo lo supplica di lasciarlo, ha paura degli altri e non riesce più a stare solo.

Vorrebbe allontanarsi da Simone, che giudica troppo diverso e lontano da sé, eppure cerca di smuoverne l’inerzia emozionale amplificando i propri sentimenti in un crescendo che spaventa lui stesso.

Il percorso che affronteremo insieme lo aiuterà a riconoscere dentro di sé l’empatia che muove quei comportamenti esagerati e il dono di impulsività che istintivamente e inconsciamente offre a Simone, nel tentativo di aiutarlo a riprendere contatto con le emozioni rimosse. 

Un dono talmente generoso da minare l’equilibrio emotivo di Pietro e da rendere impossibile proprio quella reciprocità che egli tenta di costruire, inutilmente.

Carla Sale Musio

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Mag 17 2012

EGOISMO malfamato

La parola egoismo indica il bisogno di centrarsi sul proprio ego, per ascoltarne le esigenze e assecondarne le necessità.

Quando siamo bambini questi compiti sono assolti dai nostri genitori, che si preoccupano di rifornirci costantemente della protezione, dell’amore e delle attenzioni indispensabili per vivere.

Con la crescita, impariamo a provvedere da soli a noi stessi e l’egoismo assume un ruolo preminente, diventando una guida preziosa per la sopravvivenza e per la salute mentale.

Nessuno è in grado di sopravvivere autonomamente senza il proprio egoismo.

Tuttavia, “egoismo” è una parola malfamata.

Nell’immaginario collettivo è associata a una personalità avida, prepotente, insensibile e crudele.

Anche la necessità di pensare a se stessi è malfamata.

Il mondo non vuole che ci si concentri troppo su di sé, preferisce che la nostra attenzione sia sempre rivolta all’esterno.

Esiste un sottile condizionamento culturale che ci obbliga a pensare agli altri.

Dobbiamo stare attenti a cosa fanno gli altri. A come si vestono. A cosa pensano. A cosa credono. E, soprattutto, a cosa dicono di noi!

In questo mondo malato di sopraffazione, gli altri sono spesso i nostri carcerieri. Coloro che ci costringono a vivere dentro una prigione di conformismo, condizionando le nostre scelte e i nostri pensieri.

Ma “gli altri” siamo anche noi. Noi che giudichiamo, valutiamo, soppesiamo, critichiamo… gli altri.

L’egoismo, bandito dalla personalità, come un servitore infido e malevolo, ci lascia vuoti di comprensione, di tolleranza e di amore.

La psicologia insegna che non è possibile amare nessuno, se prima non si è capaci di amare se stessi.

E l’egoismo, tanto screditato e denigrato, è lo strumento fondamentale per volersi bene, il radar che orienta i nostri pensieri e le nostre scelte sull’ascolto di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero.

Reprimere il proprio egoismo è psicologicamente pericoloso e impedisce lo sviluppo dei comportamenti altruisti e amorevoli.

Infatti, solo riconoscendo le proprie necessità e imparando a soddisfarle è possibile identificarsi negli altri e prestare loro aiuto.

L’egoismo non è l’antitesi dell’altruismo, ma è il basamento da cui prendono vita la comprensione, la generosità, la condivisione.

Preoccuparsi per gli altri trascurando sistematicamente se stessi, nasconde una distorsione dell’egoismo e porta con sé, inevitabilmente, sofferenze e incomprensioni.

L’altruismo patologico è una deformità dell’egoismo e nasce dall’incapacità di provvedere da soli alle proprie necessità.

Chi dà in continuazione agli altri… senza mai pensare a sé, nasconde il bisogno di essere accudito.

E, con il proprio comportamento altruista, mostra ciò che desidera per se stesso (inconsciamente e senza permetterselo).

Il bisogno di dare eccessivamente è una forma patologica dell’altruismo, fa sentire abusati e sfruttati e ci mette in una posizione di superiorità.

“Io sì, che sono bravo e generoso! Gli altri, invece, sono degli incapaci.”

Capita spesso che le persone troppo dedite al prossimo finiscano, prima o poi, per sentirsi sfruttate.

Le circostanze della vita… rispecchiano il mondo interno!

Perciò, chi segretamente sfrutta se stesso finisce per trovarsi in situazioni di sfruttamento.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, osservate il vostro egoismo con maggiore comprensione e tenerezza. E accoglietelo nella vostra personalità.

Nessuno può darvi le cose di cui avete bisogno, se non imparate a darle da soli a voi stessi.

Nessuno vi può amare, se non vi sapete amare.

Nessuno può sorprendervi, se non vi sapete sorprendere.

Nessuno vi può coccolare, se non vi sapete coccolare.

L’egoismo è stato censurato ingiustamente per secoli!

Questo ha portato a una società che sposta all’esterno la propria attenzione e rende le persone insensibili, incapaci di prestare ascolto ai propri bisogni autentici e incapaci di riconoscere quelli degli altri.

La sopraffazione è una conseguenza dell’insensibilità.

E oggigiorno possiamo scorgerla dappertutto.

Non si combatte con la violenza, ma con un atteggiamento amorevole e tenero che deve nascere nel cuore di ciascuno e che prende le mosse dall’ascolto di sé.

Una cultura fondata sulla tolleranza e sull’amore non può essere imposta, nasce dal rispetto e dalla comprensione di tutte le individualità.

Una persona capace di amarsi, sa riconoscere e soddisfare anche le necessità degli altri.

Chi, invece, ha ottuso l’ascolto dei propri bisogni, coltiva segretamente l’insensibilità in se stesso.

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Apr 27 2012

PROTEZIONE & ALTRUISMO PATOLOGICO

Nella prima infanzia, il bisogno di protezione è un vissuto spontaneo, indispensabile alla crescita e allo sviluppo della personalità, e corrisponde al desiderio di sentirsi amati e accuditi dai propri genitori.

Diventando grandi, la necessità di essere protetti cede il posto al bisogno di autonomia, cioè al desiderio di essere indipendenti e capaci di badare a se stessi.

In alcuni adulti, però, il bisogno di protezione non si esaurisce con la crescita e questo causa tante sofferenze emotive.

Infatti, quando questo bisogno non è stato saturato da bambini, la necessità di sentirsi protetti stimola, anche da grandi, il sogno di avere affianco qualcuno capace di risolvere le difficoltà e di colmare magicamente le lacune affettive lasciate dai genitori.

E spinge a vivere relazioni con persone credute (impropriamente) più forti, più capaci e più mature.

Questa esigenza psicologica, solitamente inconscia, riflette il tentativo di compensare nel presente le mancanze del passato e, purtroppo, è destinata a provocare delusioni.

Infatti, una volta superato il periodo infantile, i meccanismi biologici, che favoriscono l’attaccamento ai genitori, vengono meno e l’idealizzazione, necessaria a garantire la sopravvivenza dei cuccioli, trasferita da adulti su figure genitoriali sostitutive, si trasforma in una pericolosa deformazione della realtà.

Una volta cresciuti, gli esseri umani hanno bisogno di soddisfare autonomamente le necessità della vita e devono sperimentare l’indipendenza per potersi sentire realizzati.

Delegare a un altro la soddisfazione dei propri bisogni, materiali o affettivi, porta a svalutare se stessi, mina l’autostima e apre la strada a quel senso di inutilità dell’esistenza che è l’origine della depressione.

Di solito, le personalità creative non cadono in questo errore psicologico, perché la loro natura indipendente le spinge a cercare l’autonomia già da molto piccole.

Per soddisfare indirettamente il loro bisogno di protezione possono manifestare, però, una protettività esagerata.

I creativi, infatti, hanno la capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista e questo li rende molto empatici e portati a immedesimarsi nei vissuti degli altri.

Se, da bambini, si sono sentiti soli, in balia di forze più grandi di loro, incapaci di difendersi e senza nessuno che intervenisse a soccorrerli, sviluppano il desiderio di mettere fine alla sofferenza impedendo il suo esistere ovunque sia.

(Per chi è dotato di empatia, che si tratti della propria sofferenza o di quella di un altro non fa differenza.)

E’ così che si forma un altruismo patologico, cioè una spinta compulsiva e irrefrenabile a prestare aiuto, soprattutto alle persone amate!

Il bisogno di protezione, in questi casi, si trasforma nel bisogno di proteggere gli altri.

Le personalità creative possono usare le capacità empatiche che possiedono, per colmare il proprio bisogno di protezione insoddisfatto, appagandolo per immedesimazione mentre aiutano il prossimo.

Anche questo tentativo, però, nonostante la sua generosità, si rivela totalmente inadeguato a raggiungere gli scopi che lo determinano.

Infatti, nell’intimo, coloro che si sono sentiti deboli e indifesi durante l’infanzia, rimangono sempre i bambini deprivati che sono stati, e risolvere i problemi altrui, anche se lodevole e altruista, non aiuta a cancellare i propri!

Così, mentre combattono come leoni per tutelare chi amano, queste persone rimangono insicure e fragili quando si tratta di proteggere se stesse.

L’altruismo patologico, originariamente finalizzato a superare la paura e la solitudine vissute da bambini, spinge a donarsi eccessivamente, deprivando se stessi, e rende vulnerabili e insicuri.

Chi lo agisce, purtroppo, non risolve le problematiche infantili e rimane intrappolato in un enigma relazionale irrisolvibile, non riuscendo a decidere se le persone ricambiano il suo amore, oppure cercano soltanto di ottenere protezione e accudimento per se stesse.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, occorre prestare molta attenzione al bisogno di protezione.

E’ vero che da bambini abbiamo creduto in una indiscussa superiorità dei genitori, ritenendoli invincibili, potenti e capaci di mettere fine immediatamente alle nostre difficoltà.

Ma la crescita ci ha costretto a sperimentare che non è affatto così!

Tutti i genitori sono bambini diventati grandi in mezzo alle difficoltà, che cercano di fare quel che possono con ciò che hanno!

I figli imparano dai loro sbagli e costruiscono strategie migliori…

Ognuno di noi è solo davanti alla vita e deve fare i conti con l’incertezza e con la fragilità.

Il bisogno di protezione ci ricorda che abbiamo il dovere di proteggere noi stessi, perché, se non ci proteggiamo da soli, nessuno potrà farlo al posto nostro e perché nessuno meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno e come darcelo!

Rimbocchiamoci le maniche, quindi, e concediamoci le attenzioni di cui abbiamo bisogno, senza aspettare che lo faccia qualcun’altro!

Perché, quando potremo prenderci da soli i permessi necessari per vivere, potremo concedere anche agli altri la stessa indulgente libertà.

E perché, potremo amare, coccolare e proteggere gli altri solo quando avremo imparato ad amare, coccolare e proteggere noi stessi.

Nella responsabilità e nell’autonomia di ciascuno si nasconde il segreto di una vita libera e poggiano le fondamenta di un mondo migliore.

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Feb 24 2012

STORIE DI ORDINARIA SOTTOMISSIONE

Il bisogno di approvazione e di riconoscimento spinge talvolta ad accettare compromessi, che limitano l’identità personale in favore di un’identità sociale, più conforme al modello di personalità che gli altri si aspettano di vedere in noi.

Lo stereotipo del femminile dipinge una creatura dolce e fragile, sempre bisognosa di tutela e di protezione da parte dell’uomo.

Certamente, quest’immagine è molto lontana dalla realtà delle donne di oggi, ma (purtroppo) sopravvive ancora nell’inconscio o nell’immaginario di alcuni insospettabili maschi emancipati e moderni.

Nonostante il femminismo, le pari opportunità e la necessità di aver due stipendi per sostenere una famiglia… ci sono ancora uomini che legano la propria virilità alla realizzazione economica e sociale, finendo per sentirsi poco mascolini di fronte a una figura femminile più affermata di loro.

E’ per questi motivi che alle donne può capitare di fingersi meno di quello che sono o addirittura di limitare la propria realizzazione, per non fare ombra ai maschi importanti della loro vita (mariti, fidanzati, padri, fratelli e via dicendo).

Ragazze, giovani e meno giovani, occultano o minimizzano i propri risultati positivi e si mostrano meno di quello che invece sono, per non creare insicurezza e per non essere allontanate o, peggio, umiliate a causa dei loro successi.

Mostrarsi meno è un meccanismo che, spesso, agisce in modo automatico, senza che ci sia consapevolezza, né una reale volontà, da parte di chi lo mette in atto.

Può bastare uno sguardo, un ascolto mancato o una battuta di troppo, per segnalare la rivalità e spingere una donna intelligente a non condividere più la propria realizzazione o addirittura a reprimerla in se stessa.

Nella mia professione, purtroppo, ho incontrato tante donne meno

Donne che si sforzano di non fare vedere le loro qualità, che adombrano o sminuiscono i propri talenti, che cercano di non irritare con il proprio valore, le persone cui vogliono bene.

Signore e signorine che mostrano di essere meno.

Meno di tutto quello che hanno conquistato al prezzo di fatica e sacrifici.

Meno intelligenti, meno affermate professionalmente, meno abbienti, meno amate, meno sensibili, meno attente, meno… di tutto ciò che sono davvero.

Meno buone e meno brave, pagano il prezzo di un’apparente mediocrità (professionale o affettiva) pur di non affrontare la colpa di essere diverse da come gli altri le hanno immaginate.

Hanno imparato a nascondere se stesse, per sopravvivere in un mondo che ha bisogno di negare l’emotività e la creatività e che ne disconosce costantemente il valore.

Donne capaci di fingersi incapaci, pur di sentirsi amate.

 

DONNE meno…

 

Wanda è un affermato dirigente d’azienda. Guadagna più del marito e può permettersi un tenore di vita agiato. Viene da me per una grave insonnia che la tormenta da qualche tempo.

(Guarda caso… da quando ha ricevuto una proposta di lavoro che la porterebbe a viaggiare spesso in tutto il mondo)

“Il lavoro è interessante, ma non lo posso proprio accettare!” racconta con gli occhi lucidi, cercando di convincere se stessa.

“Mio marito ne morirebbe! Non basta il fatto che guadagno più di lui… dovrei anche partire tutti i mesi e stare via per una settimana. Non se ne parla proprio! Se devo scegliere tra la carriera e il matrimonio, scelgo il secondo. Per me gli affetti sono la cosa più importante nella vita.”

* * *

Lucrezia ha studiato lettere antiche per accontentare i genitori ma il suo sogno sarebbe aprire una pasticceria.

“Adoro fare i dolci! Ma non dolci qualsiasi, dolci particolari e raffinati. Dolci adatti alle occasioni speciali!” mi guarda illuminandosi.

“I dolci sono la mia arte. Quando posso, seguo corsi di alta pasticceria e ultimamente ho preso contatto con i gestori di un locale elegante e molto conosciuto qui in città. I miei capolavori sono piaciuti e così è iniziata la collaborazione: preparo i dolci per le serate a tema!

Questo lavoro mi piace da morire, però devo stare attenta a non farmi sfuggire neanche una parola con papà. L’idea che io possa guadagnare dal mio hobby (come lo definisce lui) lo farebbe andare su tutte le furie!”

* * *

Cristina si è laureata con il massimo dei voti, a distanza di qualche giorno da suo fratello Mauro. Entrambi sono diventati ingegneri ma, mentre Mauro farà una grande festa per celebrare la conclusione dei suoi studi, Cristina non da nessuna importanza alla sua laurea che è passata sotto silenzio con tutti.

“Come mai non farà una festa anche lei?” le domando, sconcertata da tanta disparità di trattamento.

“No, no, dottoressa, mi creda, è meglio di no! Mi sento già abbastanza in colpa, per aver preso un punteggio più alto di mio fratello, se poi mi mettessi anche a festeggiare… diventerebbe proprio un’ostentazione! Preferisco non dare troppa importanza alla mia laurea. Del resto, io ero fuori corso da qualche anno e invece Mauro, che è più piccolo di me, si è laureato rispettando perfettamente i tempi universitari. Il genio negli studi è solo lui!”

* * *

Wanda, Lucrezia, Cristina e tante altre. Donne meno.

Sono capaci di rinunciare al successo, per non ferire.

Sono capaci di mostrarsi ordinarie, per scelta.

Sono capaci di occultare il dolore, e sopportare di non sentirsi amate come sono.

Il cuore compie grandi gesti.

Con noncuranza.

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Dic 15 2011

Perchè è tanto difficile trovare una persona che sappia amarci… così come siamo?

Ecco una domanda che mi sento rivolgere spesso nel corso delle terapie…

La risposta è nascosta in un meccanismo di soccorso che l’inconscio mette in atto (sotto la soglia della nostra consapevolezza) proprio per permetterci di diventare più attenti e responsabili verso noi stessi.

“Ma attenti a cosa?” direte voi “Questo inconscio potrebbe anche essere un po’ meno ermetico!”

Coraggio, non demoralizzatevi. Rimbocchiamoci le maniche, invece, e cerchiamo di conoscere meglio questa struttura enigmatica e protettiva.

Il nostro inconscio è come un servitore che ci aiuta a superare i problemi e che, per evitare di esasperarci con mille domande, prende delle decisioni senza consultare la ragione.

(Forse l’inconscio non ha una grande opinione della ragione… ma questa è un’altra storia e ne parleremo una prossima volta).

Le intenzioni dell’inconscio sono buone. Vuole aiutarci a comprendere quanto è brutto non essere amati per ciò che siamo e fa in modo che noi per primi ci innamoriamo della nostra autenticità.

Quando inciampiamo su una persona che ci delude o che ci fa soffrire… di solito è questo che il nostro fedele servitore sta cercando di farci capire. E lo fa spingendoci dentro una situazione che ci consenta di verificare i limiti del chiedere, pretendere, sfruttare, abusare, umiliare, maltrattare, offendere, calpestare, eccetera, eccetera.

“Ma che bisogno c’è di vivere delle brutte esperienze, per comprendere una cosa tanto ovvia a chiunque?!” mi sembra di sentire già le vostre proteste.

Il bisogno purtroppo c’è, soprattutto se possedete una personalità creativa.

Le persone dotate di empatia, infatti, tendono a immedesimarsi nei vissuti degli altri con grande facilità.

Ne comprendono i bisogni, ne ascoltano le ragioni e cercano in ogni modo di essere per tutti la persona giusta, perché, per chi è empatico, vedere gli altri stare bene è un bisogno fisiologico e insopprimibile, come respirare.

Ma (quasi inevitabilmente) succede che, calandosi nella vita delle persone che amano, le personalità creative si dimenticano di ascoltare se stesse e danno, danno, danno, danno, danno… esageratamente!

Abusano delle loro risorse fino a perdere il contatto con la propria vitalità, i propri bisogni e la propria autonomia.

A questo punto l’inconscio è costretto a intervenire. Poiché si rende conto che quel donarsi sproporzionato, forse rende felici gli altri ma è ingiusto e crudele verso se stessi.

Incontrare qualcuno che si approfitta di noi e del nostro amore è un campanello d’allarme che segnala il malfunzionamento del nostro altruismo patologico.

Sì, perché, per aiutare gli altri, cari amici A-normali e creativi, finiamo spesso per perdere di vista noi stessi e per trattarci molto male!

Le personalità creative (quasi sempre) sono generose e comprensive con chiunque, tranne che con loro stesse.

Per soddisfare i bisogni di altri, abusano delle proprie risorse, non si ascoltano, non si premiano, non si stimano, non si complimentano mai con se stesse. Se fanno bene qualcosa, non si concedono nessuna considerazione e quando, invece, hanno qualche défaillance si torturano in preda ai sensi di colpa e alle critiche eccessive.

L’inconscio, da bravo servitore, non può permettere che l’altruismo sfrenato ci trascini verso l’autodistruzione e, come un maestro zen, ci mostra i limiti e i pericoli delle crudeltà che perpetriamo contro di noi, facendoci vivere i nostri auto-maltrattamenti riflessi nel comportamento degli altri.

“Vedi?” dice l’inconscio con i fatti “non devi trattarti in questo modo. E’ ingiusto e sbagliato!”.

Quando qualcuno non ci ama nella nostra autenticità e ci maltratta, la soluzione, cari amici lettori e curiosi di questo blog, non è cambiare partner ma cambiare se stessi. Cioè cambiare il modo in cui, nascostamente, ci trattiamo.

Nel segreto dei nostri pensieri, nel privato della nostra anima, se vogliamo essere amati per ciò che siamo… dobbiamo amarci noi, senza pretendere da altri quelle attenzioni che non sappiamo darci.

Cioè dobbiamo essere in grado di volerci bene e curarci proprio come vorremmo essere amati e curati dagli altri.

Abbiamo molto più potere sulla vita di quanto non si creda, perché il nostro inconscio interagisce sempre con la realtà, facendoci trovare al posto giusto nel momento giusto, e ci insegna, concretamente ed empiricamente, a trattarci con rispetto, amore, tenerezza e stima.

Nessuno ci saprà amare, se noi per primi non sapremo amarci.

Perché, alla nascita, siamo stati affidati al nostro cuore e l’amore che riserviamo agli altri è soltanto un riflesso di quello che concediamo a noi stessi.

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Lug 18 2011

Le personalità creative: SONO ALTRUISTE

La grande capacità di comprendere gli altri spinge le personalità creative a considerare sempre l’interesse di tutti, a volte anche contro il loro stesso interesse.

Questo costituisce, probabilmente, il loro talento meno compreso!

Infatti, la generosità che ne guida le azioni non è facilmente intuibile e le motivazioni altruistiche possono non essere immediatamente chiare neanche a loro stessi.

Occorre spesso un’attenta valutazione per cogliere le ragioni cooperative celate dietro le azioni delle personalità creative.

L’ingegnere?


… meglio che faccia la casalinga!!

Quando s’innamora di Luciano, Roberta ha una laurea in ingegneria e una brillante carriera universitaria davanti a sé.

Creativa e piena d’interessi, sa coniugare dolcezza e determinazione in un mix veramente affascinante.

Luciano è incantato da quella poliedrica intelligenza e le chiede di accelerare i tempi del matrimonio.

Così, insieme, decidono di sposarsi e di mettere su una bella famiglia.

Dopo qualche anno nasce Valeria, poi arriva Romina e infine Stefano.

Per seguire meglio i bambini, Roberta abbandona il lavoro all’università e, ben presto, le attività creative cedono il posto alle attività domestiche.

In breve tempo il brillante ingegnere si trasforma in una colf sottopagata e brontolona che insegue i bambini per fare i compiti e urla davanti a un calzino scompagnato.

“Sono confusa e non so neanche perché vengo qua da lei…” mi racconta “I miei bambini sono la mia vita, li amo sopra ogni cosa, però, ormai, per loro sono diventata la strega cattiva e mi sembra che nessuno voglia più avermi vicina.”

Una strega che dichiara se stessa?!

E’ abbastanza inusuale nello studio di uno psicologo… Perciò decido di non fidarmi troppo di quelle affermazioni.

Nel corso dei colloqui, infatti, emerge una mamma divertente, complice e capace di organizzare giochi, feste e merende non solo per i suoi figli ma anche per i loro amici.

Ma allora?!

Roberta ha mentito?

Quand’è che si presenta la strega?

Rifletto tra me, sentendo crescere i sospetti.

Come scoprirò durante il percorso terapeutico, la strega appare alla presenza di Luciano!

E con le sue sfuriate e i suoi rimbrotti riesce a sollevarlo dalla paura segreta di non farcela a reggere il passo dell’ingegnere, poliedrico e creativo, che ha sposato.

E’ così che, nascosta dietro la veste da strega, scopro una grande passione!

Infatti, per amore di Luciano, Roberta ha occultato (anche a se stessa) quasi tutte le sue risorse professionali e creative.

Abbandonando il suo lavoro da ingegnere e lasciando alla strega il compito di gestire il ruolo della casalinga, rassicura il marito facendolo sentire costantemente “il migliore”.

Per merito della strega Luciano, che ha soltanto la licenza media e che si è fatto tutto da se, diventa l’unico ad avere successo professionalmente, economicamente e con i bambini.

Rinunciare a usare molti aspetti di se stessa è il modo che Roberta ha trovato istintivamente, per non far pesare al marito il suo titolo di studio, le sue possibilità di guadagno, la sua creatività e la sua empatia.

Quando diventa “la strega”, Roberta perde ogni “successo” mentre Luciano diventa ricco.

Forse non ricco di titoli… ma, certamente, ricco di possibilità, empatia, creatività e risorse!

Nel corso della terapia Roberta dovrà riappropriarsi della carriera professionale e lasciare che il suo anticonformismo entri a far parte della relazione di coppia.

Solo così il rapporto con i tre figli potrà essere vivificato dai metodi nuovi e originali con cui è solita risolvere i problemi e superare le difficoltà.

Gettata la veste da strega e ritrovata quella da sposa, Roberta dovrà lasciare che la passione e la creatività la trasformino in uno “sciamano” (invece che in una megera) capace di muoversi con maestria tra le tante dimensioni della vita familiare, lavorativa, sociale e coniugale.

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Lug 01 2011

Le personalità creative: SONO EMPATICHE

La capacità di ascoltare, comprendere e condividere i sentimenti, sviluppa l’altruismo e l’emotività.

Chi possiede una personalità creativa é interessato ai bisogni degli altri, sensibile, accomodante e disposto a sacrificarsi per il bene comune, ma deve stare attento a non lasciarsi trascinare dalle necessità altrui perché, dimenticandosi dei propri bisogni, sacrifica il suo equilibrio emotivo.

Pietro e Simone: emozioni pericolose!


Pietro gestisce una bella palestra nel centro storico della città e conduce una vita ricca di soddisfazioni e di amicizie. Ma, nonostante i ritmi indaffarati che riempiono le sue giornate, ogni tanto la solitudine gli morsica il cuore e si ritrova a piangere un fiume di lacrime solitarie.

E’ uscito da più di un anno da un rapporto importante e si considera ormai single per vocazione quando, all’età di circa quarant’anni, s’innamora di Simone.

Premuroso e sollecito, Simone esprime il suo affetto soprattutto in cucina e imbandisce per lui ogni genere di manicaretti, coccolandolo con i cibi e conquistandolo con i suoi modi materni.

Infatti, Pietro, che è orfano di entrambi i genitori, nella vita si è dovuto abituare molto presto a cavarsela da solo e trova nelle attenzioni di Simone il rifugio e la protezione che gli mancano da sempre.

Mentre Pietro si lascia conquistare dalle pietanze di Simone; Simone, che pure è affascinato dalla sua poliedrica creatività, appare poco partecipe e distante davanti all’energia degli entusiasmi di Pietro.

Per lui le passioni hanno sempre costituito un rischio da evitare con cura.

La scarsa attenzione di Simone per gli stati d’animo (propri e degli altri) inizialmente rassicura Pietro, a cui sembra di essere protetto anche dall’intensità delle sue stesse emozioni.

Ma ben presto l’apatia di Simone comincia a farlo sentire insofferente e nervoso e, nel tentativo di coinvolgerlo, Pietro confida a Simone le angosce che a volte lo tormentano nei momenti di solitudine.

Simone, però, evita il dialogo trincerandosi dietro a una prigione di luoghi comuni:

“Stai male? Avanti, non farne un dramma. Tutti hanno i loro problemi.”

“Ti senti solo? Ma cosa dici! Non puoi sentirti solo. Conosci un sacco di gente!”

“Insicuro tu? Dai, non farmi ridere!”

In breve tempo il muro dell’apatia emozionale di Simone rende Pietro insoddisfatto e ansioso.

Simone disprezza sistematicamente i suoi interessi e le sue proposte, vuole soltanto vagabondare per i locali, commentando i vestiti e gli amanti degli altri e lamentandosi per la noia che sembra consumare la sua vita.

Percependo che la monotonia nell’esistenza di Simone è frutto della sua sordità emotiva, Pietro spinge al massimo il volume dei propri sentimenti, diventando sempre più passionale, irascibile, impulsivo e geloso e alimentando in questo modo le critiche e il disprezzo da parte del compagno, in un parossismo di passione e incomprensione cui diventa difficile sottrarsi.

Quando infine approda alla terapia, si sente intrappolato in un circolo vizioso di delusione e dipendenza.

Piange per un nonnulla, è geloso fino a perdere le staffe e spaccare tutto ciò che gli capita a tiro, implora Simone di vivere con lui ma subito dopo lo supplica di lasciarlo, ha paura degli altri e non riesce più a stare solo.

Vorrebbe allontanarsi da Simone, che giudica troppo diverso e lontano da sé, eppure cerca di smuoverne l’inerzia emozionale amplificando i propri sentimenti in un crescendo che spaventa lui stesso.

Il percorso che affronteremo insieme lo aiuterà a riconoscere dentro di sé l’empatia che muove quei comportamenti esagerati e il dono di impulsività che istintivamente e inconsciamente offre a Simone, nel tentativo di aiutarlo a riprendere contatto con le emozioni rimosse.

Un dono talmente generoso da minare l’equilibrio emotivo di Pietro e da rendere impossibile proprio quella reciprocità che egli tenta di costruire, inutilmente.

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