Tag Archive 'alimentazione'

Ott 31 2018

LA DETOX: un cammino di guarigione

Decidere di cambiare il proprio stile alimentare significa affrontare un percorso di disintossicazione che permetta di liberarsi dalle tossine accumulate nel corso degli anni.

Il protrarsi di scelte sbagliate provoca un sovraccarico di sostanze nocive nel corpo, costringendo tutti gli organi a un lavoro logorante per riuscire a gestire i rifiuti.

E purtroppo le nostre abitudini gastronomiche sono spesso basate su piatti poco salutari:

  • le farine formano nell’intestino una sostanza adesiva che ostacola la corretta assimilazione dei cibi. Il loro consumo incolla i villi intestinali impedendo il passaggio dei nutrienti. Questo malassorbimento non permette alla fame di raggiungere il suo sollievo naturale, spingendoci a mangiare sempre di più.

  • prodotti animali provocano una pericolosa acidosi metabolica che danneggia l’organismo causando gravi malattie (per sentirci sani e in forma il PH del sangue deve essere sempre leggermente alcalino e ricco di ossigeno). Durante la digestione, carne, latte, uova, formaggio, salumi, pesce, frutti di mare creano fermentazioni e putrefazioni, causando un aumento della acidità nel sangue. L’acidosi metabolica genera un’alterazione delle funzioni cellulari che ha gravi ripercussioni sulla salute: intossicazione, stanchezza, stati infiammatori, irritabilità, aumento delle tossine e dei radicali liberi, indebolimento del sistema immunitario, intossicazione del fegato e del sistema linfatico, ne sono solo alcuni esempi.

  • i nutrizionisti di tutto il mondo concordano sul fatto che lo zucchero sia la causa di molte problematiche tra cui: obesità, malattie cardiovascolari, diabete, tumori. E non solo quello che aggiungiamo nel caffè o assumiamo con dolci e biscotti, ma anche quello nascosto negli yogurt, nelle bibite gassate, in quelle analcoliche, nei tè freddi e quello che il nostro corpo ricava dalla pasta, dal pane, dai cracker, dalla pizza e dalle farine raffinate. Praticamente, l’ottanta percento di ciò consumiamo abitualmente. L’industria alimentare spende ingenti quantità di denaro nel tentativo di occultare il rapporto fra assunzione di zucchero e malattie. Tuttavia, una mole sempre crescente di ricerche sottolinea che lo zucchero crea dipendenza costringendoci a consumarne sempre di più. Infatti, quando ingeriamo dello zucchero (o i carboidrati ad alto indice glicemico come la pizza, il riso e la pasta) il cervello va incontro a modificazioni uguali a quelle che si verificano dopo l’assunzione di droghe come la morfina o la cocaina. E nel momento in cui smettiamo di assumerlo, siamo costretti ad affrontare vere e proprie crisi di astinenza.

Per ripristinare il funzionamento sano dell’organismo è necessario eliminare la maggior parte dei cibi che consumiamo abitualmente.

Questo significa intraprendere un percorso di disintossicazione per permettere al corpo di liberarsi dalle sostanze tossiche.

La frutta e la verdura sono gli alimenti più idonei a ripristinare il naturale andamento delle funzioni vitali.

Soprattutto quando si possono mangiare crudi.

In natura, infatti, le specie simili all’uomo (gorilla, oranghi, scimpanzé, bonobo) si nutrono di bacche, germogli e foglie verdi, che non consumano in quantità esagerate come facciamo noi, ma gustano fino a quando raggiungono il naturale stop della fame.

Si è visto che queste specie non soffrono di diabete, bulimia, anoressia, obesità e tutte le altre patologie che affliggono la specie umana, perché il contatto con la natura unito a un’alimentazione sana e frugale permette al corpo di mantenere la sua vitalità anche durante la vecchiaia.

Scegliere di abbandonare uno stile alimentare dannoso per la salute significa avviare un processo spontaneo di disintossicazione.

Durante questa depurazione l’organismo si libera dai veleni rilasciando le sostanze tossiche che ha accumulato.

E i vari sintomi sgradevoli (muco, mal di testa, dolori, spossatezza) segnalano che il corpo ha iniziato un processo di guarigione.

È importante comprendere che la mente può giocare brutti scherzi.

La dipendenza, infatti, spinge a ripristinare le abitudini nocive suscitando un desiderio insaziabile dei cibi dannosi cui siamo assuefatti.

Per superare le crisi di astinenza occorre dare ascolto alle parti bulimiche della personalità senza lasciarsi travolgere dai loro bisogni e senza ricadere nelle cattive abitudini.

Un percorso ponderato di cibi di transizione permette di raggiungere in maniera efficace e senza drammi uno stile alimentare improntato al benessere e alla salute.

Evitare i piatti raffinati e malsani (incentivati da un mercato alimentare privo di scrupoli) significa percorrere un cammino di conoscenza e autonomia volto a liberarci dalla dipendenza di cui siamo prigionieri.

La migliore cura per tutte le malattie è l’efficienza del corpo e consiste nel riconquistare uno stile di vita sano e naturale.

Mangiare alimenti freschi, senza elaborate preparazioni gastronomiche, permette di ripristinare le funzioni di autoguarigione dell’organismo e crea le premesse per un diverso modo di vivere: libero dai bisogni indotti da interessi economici poco attenti alla salute e capace di accogliere il valore di ogni vita.

Carla Sale Musio

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Set 29 2018

SI PUÒ VIVERE SENZA UCCIDERE?

La predatorietà ci sembra una componente inscindibile della vita.

Siamo convinti di appartenere a una catena alimentare che intreccia la morte con il cibo e sosteniamo che uccidere per vivere sia la norma della sopravvivenza.

“Mors tua vita mea

Ripetiamo con sussiego, augurandoci che la morte sia sempre quella degli altri e mettendoci in pace la coscienza davanti al massacro che crediamo indispensabile per il nostro sostentamento.

Partendo dall’assunto che qualsiasi organismo è obbligato a mangiare per vivere (e può a sua volta essere mangiato), ai nostri occhi ogni cosa trova collocazione dentro un’interdipendenza la cui regola base è: uccidere e/o essere uccisi.

La visione umana dell’esistenza poggia sul presupposto di una predatorietà ineliminabile.

Tuttavia, se analizziamo con attenzione la catena alimentare scopriamo che l’unico alimento realmente insostituibile è l’energia.

In ultima analisi, infatti, tutte le forme di vita si cibano dell’energia prodotta dagli organismi posti alla base della catena alimentare e chiamati: produttori.

Queste creature sono capaci di convertire le radiazioni solari in glucidi, producendo autonomamente i mattoni energetici indispensabili alla sopravvivenza.

I produttori non hanno bisogno di uccidere per vivere.

Ammazzarsi l’uno con l’altro è la soluzione utilizzata da chi è non è in grado di sintetizzare l’energia in maniera diretta.

Nei piani bassi della catena alimentare, subito dopo i produttori, troviamo le piante (capaci di trasformare la luce e l’acqua in nutrimento), a seguire gli erbivori, poi i carnivori e gli onnivori.

All’apice abbiamo posizionato la nostra specie: la più evoluta e la più intelligente.

Quella che distrugge per divertimento, anche quando la sopravvivenza non rappresenterebbe un problema.

Un patologico narcisismo impedisce agli esseri umani di scorgere il valore delle altre creature, rendendoci impossibile apprendere dai loro stili di vita.

Non ci fermiamo mai a pensare che l’indipendenza dimostrata dai produttori costituisca una preziosa risorsa evolutiva e una capacità da imitare.

Eppure…

Se l’umanità smettesse di uccidere prenderebbe forma un mondo fondato sulla cooperazione e sul riconoscimento dell’unicità di ciascuno.

Un mondo in cui l’amore sarebbe l’unico alimento indispensabile per sentirsi bene, senza bisogno di guerre, psicofarmaci e medicine.

Uccidere significa affermare la superiorità, la divisione e il sopruso.

Spacca la realtà in fazioni, gerarchie e prepotenza.

E impedisce alla psiche di conoscere la Totalità.

Dividere le cose in buoni e cattivi, giusto o sbagliato, bene e male… vuol dire allontanare ciò che crediamo diverso, disconoscendolo dentro di noi e combattendolo all’esterno come un nemico.

La predatorietà è l’antitesi della comunità, della fratellanza e della solidarietà.

La catena alimentare a cui ci appelliamo per giustificare le crudeltà inflitte alle altre specie al fine di soddisfare i nostri piaceri, non è una struttura circolare dove ognuno mangia l’altro in un continuum potenzialmente infinito.

Al contrario!

Ha una forma piramidale alla cui base sono poste quelle forme di vita che non hanno bisogno di uccidere per garantirsi la sopravvivenza.

Avremmo molto da imparare da questi esseri che conoscono il potere dell’autonomia e si sviluppano nel rispetto di ogni esistenza.

Dovremmo onorarli e apprendere come vivere in armonia con ogni cosa.

Smettere di dare la morte è un passaggio necessario per costruire una società capace di considerare ogni individuo.

Cambiare modo di mangiare significa sostenere un criterio etico, imparando ad accogliere il valore che sta dietro a tutte le cose.

Per riuscirci è necessario sostituire il narcisismo con la fiducia.

Dapprima in se stessi e poi nella vita.

La predatorietà con cui ci rapportiamo al mondo manifesta nella psiche la legge del più forte, finendo per colpire come un bumerang proprio noi stessi e condannandoci a vivere nella paura e nella sofferenza.

Non è possibile stare bene sentendosi minacciati e in pericolo.

La frase “mors tua vita mea” sancisce nell’inconscio il predominio di chi ha più potere, trasformando la quotidianità in un campo di battaglia.

Modificare interiormente la supremazia della prevaricazione è il primo passo per costruire il benessere e la salute.

Per farlo è necessario fermarsi a riflettere su ciò che oggi appare indiscutibile, aprendo la porta a nuove possibilità.

Il bisogno di uccidere per vivere occulta il valore dell’esistenza e trasforma la morte in un’atrocità.

Con cui tutti, prima o poi, dovremo fare i conti.

Imparare dalle specie diverse, riconoscendone la preziosità e le peculiarità, permette alla vita di donarci il suo più profondo significato.

Quando anche ai nostri occhi ogni essere vivente avrà riconquistato il valore della propria unicità, potremo scorgere la dignità e la saggezza in tutto ciò che esiste.

E alimentare il cuore oltreché il corpo.

Carla Sale Musio

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Lug 28 2018

UN PERCORSO PER INCONTRARE SE STESSI

Uscire dalla dipendenza alimentare è un cammino di conoscenza.

L’accesso a un diverso modo di nutrirsi segna un’importante trasformazione nella crescita individuale e rivela comprensioni altrimenti inaccessibili.

La maturità è fatta di conquiste successive che sviluppano una crescente abilità nell’accogliere il significato della vita.

Tuttavia, come in ogni rito di passaggio, per conquistare un nuovo stile alimentare è necessario superare delle prove.

Ogni iniziazione, infatti, è correlata a una simbolica morte e rinascita che comprende la fine dell’esistenza su un livello e l’ascensione al livello successivo.

Durante il cambiamento le tappe da attraversare riguardano trasformazioni fisiche, mentali, emotive, psicologiche e spirituali.

Spesso sono impedimenti interiori che, una volta superati, ci guidano alla scoperta di una nuova etica, rivelando una saggezza più rispettosa dell’esistenza.

Nel mio percorso personale e professionale ho individuato sei ostacoli ricorrenti:

  1. lo stomaco vuoto

  2. la memoria cellulare

  3. la paura dell’ignoto

  4. la paura di morire

  5. la paura della leggerezza

  6. la paura della Totalità

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LO STOMACO VUOTO

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Una volta presa la decisione, la sfida più grossa riguarda la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

E mette in luce il gioco socioeconomico volto a tenerci schiavi di una dipendenza nascosta dietro l’alibi della sopravvivenza.

Ci viene insegnato che mangiare è indispensabile per vivere.

Eppure…

Mentre il digiuno è uno strumento fondamentale per ripristinare la salute (gli animali lo utilizzano spontaneamente), la sovralimentazione è la causa più frequente di malattia.

Il bisogno smodato di mangiare è il sintomo di una disfunzione e la conseguenza inevitabile di una mancata accoglienza del valore della vita.

Ciò che cambia durante il percorso verso scelte più sane è il significato attribuito all’esistenza.

E la chiave che permette di accedere a soluzioni non più basate sulla violenza e attente all’energia che permea la creazione è proprio la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

L’ascolto intimo dell’empatia consente di accogliere il dono della vita per condividerlo nel mondo grazie a un atteggiamento riconoscente.

Infatti, quando il benessere si accompagna al dare: comprensione, ascolto, riconoscimento, gratitudine… la pienezza non riguarda più lo stomaco ma il cuore.

Se il cuore è pieno la fame sparisce e la realtà acquista un sapore nuovo.

La capacità di avere lo stomaco vuoto è il primo passo verso un modo di essere rispettoso e attento alla vita.

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LA MEMORIA CELLULARE

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Le nostre cellule mantengono il ricordo delle emozioni che abbiamo vissuto.

Queste memorie condizionano gli atteggiamenti, rendendo difficile l’acquisizione di comportamenti nuovi.

Cambiare vuol dire percorrere una strada solitaria, priva della condivisione con la maggior parte delle persone che ci sono vicine.

La memoria cellulare conserva le sensazioni legate alle tradizioni della nostra famiglia e del nostro paese.

Quando decidiamo di seguire un criterio alimentare diverso dal consueto è importante vivere e condividere emozioni gratificanti, in modo da affiancare ai ricordi antichi, impressi nelle cellule, le nuove competenze.

Un’adeguata programmazione di valori più rispettosi del benessere e della vita sostiene il cambiamento, aiutandoci a vivere le trasformazioni che accompagnano le nuove scelte.

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LA PAURA DELL’IGNOTO

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Cambiare significa abbandonare le certezze per affrontare la novità.

Durante le fasi di progettazione può apparire esaltante vivere esperienze sconosciute.

Tuttavia, nella pratica, insieme all’entusiasmo si attivano tante paure.

Ciò che non conosciamo suscita sospetto e timore.

L’ignoto è guardato con diffidenza e rende difficile portare avanti i progetti.

Nonostante le consuetudini ci tengano intrappolati dentro situazioni invivibili e irte di difficoltà, l’ansia di affrontare la novità paralizza spesso le risorse evolutive creando i presupposti della malattia.

La paura dell’ignoto affianca la paura della morte e tiene in scacco il desiderio di sperimentare situazioni nuove.

Occorrono forza di volontà e determinazione per abbandonare l’apparente sicurezza che deriva delle abitudini e avventurarsi in territori ancora inesplorati.

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LA PAURA DI MORIRE

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Spesso è la paura di morire il motivo per cui abbandoniamo tutto e torniamo a seguire un’alimentazione sbagliata.

Nella realtà ciò che muore sono le abitudini alimentari malsane, i pregiudizi e il bisogno di uccidere per vivere.

Al loro posto prende forma uno stile di vita armonico e rispettoso delle altre creature.

Tuttavia, la mancanza di approvazione può diventare insopportabile e costringerci ad abbandonare tutto.

Lo spauracchio della morte agisce scatenando insicurezze e paure.

Rinunciare al consenso di amici e parenti presuppone una profonda riflessione interiore e un ascolto attento della propria intima verità.

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LA PAURA DELLA LEGGEREZZA

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Quando diminuisce la quantità di cibo che l’organismo è abituato a consumare quotidianamente si sperimenta una leggerezza nuova.

Sembra quasi che il corpo modifichi la propria densità e la forza di gravità agisca diversamente.

Il pensiero diventa veloce, la comprensione limpida, i colori vividi, l’udito pronto, le movenze sciolte… tutte le percezioni si potenziano e i sensi sottili si attivano.

Un’alimentazione sana regala sensazioni nuove e ci avvicina a un mondo altrimenti invisibile.

Aprirsi all’accoglienza di tutte le forme di vita spalanca le porte alla scoperta di nuovi piani dell’esistenza.

Tutto questo può creare un senso di disorientamento e di vertigine.

Non è facile passare dall’intorpidimento causato da una dieta tossica alla scoperta di potenzialità ancora inespresse.

È necessario imparare a leggere la realtà con uno sguardo capace di contenere l’infinito.

Aprirsi alla Totalità significa scoprire una parte di sé in ogni cosa che esiste, rinunciando per sempre ai privilegi e alla prepotenza nella quale siamo cresciuti.

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LA PAURA DELLA TOTALITÀ

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Avvicinarsi all’idea della Totalità significa allontanarci dalle coordinate spazio temporali con cui abbiamo imparato a muoverci nel mondo.

La mente perde la sua sicurezza e ci si ritrova facilmente in un territorio scivoloso dove tutto e il contrario di tutto possiedono il medesimo valore.

Il linguaggio dei paradossi appartiene all’Amore e alla Totalità ma sfugge alla linearità cui siamo abituati, facendoci sentire vittime di una pericolosa schizofrenia.

Tuttavia, il desiderio di raggiungere una comprensione più ampia spinge ad aprirsi all’impossibile guidandoci a contattare una saggezza fatta di intuizioni e basata su una conoscenza soggettiva, empirica e affettiva.

È il linguaggio dell’amore.

Gli animali lo conoscono d’istinto.

Gli esseri umani invece devono misurarsi con la pretesa egocentrica di poter padroneggiare l’esistenza.

Uscire dalla dipendenza dal cibo significa avvicinarsi a una libertà in cui tutto (ma proprio tutto) manifesta il suo valore e il diritto di esistere.

Per superare la paura della Totalità è importante aprirsi a una conoscenza fatta di sensazioni e di acquisizioni interiori, lasciando emergere la propria intima spiritualità.

Carla Sale Musio

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Lug 04 2018

AIUTO… HO LA PANCIA VUOTA!!!

Ci viene fame a intervalli regolari e, mediamente ogni tre ore, sentiamo la necessità di mettere qualcosa sotto i denti.

A prescindere da quanto e da cosa mangiamo.

Gli specialisti della psiche spiegano che l’inconscio ama i rituali e che la mente, per avere il controllo della realtà, ha bisogno di stabilità e di ripetitività.

Ma proprio la ritualità e la ripetitività sono gli ingredienti psicologici che cementano le dipendenze.

Impariamo presto ad associare la sensazione di avere lo stomaco pieno con il rilassamento che deriva dal potersi concedere un break.

Nella nostra società il tempo dedicato a mangiare è quasi sempre l’unico momento di pausa durante la giornata, il pretesto che consente di fermarsi a riprendere fiato.

Questo fa sì che il cibo si carichi di significati che hanno poco a che vedere con la nutrizione e riguardano invece il desiderio di dedicarsi a se stessi.

Un desiderio negato dalle esigenze incalzanti della civiltà del benessere.

Tuttavia, quando il nutrimento serve a compensare i bisogni affettivi si trasforma in qualcosa di molto diverso dalla necessità di preservare la vita.

Sentirsi amati, riconosciuti e valorizzati sono aspetti imprescindibili della salute mentale e, delegarne l’assolvimento all’alimentazione significa trasformare l’oralità in una fonte di appagamento psicologico.

È in questo modo che la pienezza dello stomaco ruba il posto alla pienezza dell’amore, trasformando la nutrizione in una dipendenza da cui è (quasi) impossibile uscire.

La digestione e l’intorpidimento che consegue allo spostamento dell’energia dal cervello alla pancia… diventano segnali associati al benessere emotivo e perciò indispensabili per sentirsi bene.

Ma hanno poco a che fare con la fame e con l’alimentazione.

Quando l’atto di mangiare si trasforma nel canale privilegiato per ricevere affetto, nel mondo interiore si consolida una pericolosa dipendenza dal cibo.

E la scimmia, che colpisce chi decide di cambiare le proprie abitudini alimentari, si fa sentire immediatamente.

Basta pronunciare la parola dieta.

Soltanto il pensiero di ridurre le dosi scatena nella psiche e nel corpo terribili crisi di astinenza.

Nella nostra cultura l’idea di avere la pancia vuota è associata alla sensazione di avere il cuore vuoto e provoca un doloroso stato di angoscia.

Questo spiega come mai ciò che è facilmente digeribile genera spesso un malessere interiore, facendoci sentire abbandonati e soli.

La pesantezza che spesso accompagna la digestione prolunga la possibilità di avere lo stomaco pieno, amplificando la percezione affettiva legata al cibo (quel senso di completezza e benessere che appartiene all’amore).

È un piacere destinato a sparire rapidamente per cedere il posto alla sonnolenza, al torpore e allo stordimento e, tuttavia, conferma la dipendenza alimentare e la reitera.

Nel panorama delle scelte nutritive tante indicazioni salutiste consigliano una disintossicazione a base di liquidi, proprio perché ciò che è fluido attraversa rapidamente il canale digestivo senza appesantire gli organi interni, permettendo al fisico di riprendere immediatamente le proprie attività abituali.

Scegliere esclusivamente cibi liquidi può essere un passaggio importante per liberare i pasti dalla dipendenza affettiva, permettendo al corpo di ricevere il nutrimento in modi salutari.

Eppure…

Chiunque abbia seguito una dieta liquida, anche solo per poco tempo, riferisce di aver provato una forte insoddisfazione insieme all’esigenza di tornare rapidamente a nutrirsi nei modi consueti, certamente più impegnativi per la digestione ma psicologicamente più gratificanti.

Ecco perché le diete sane e corroboranti sono difficili da seguire: non soddisfano i bisogni emotivi nascosti dietro il pretesto dell’alimentazione e scatenano dolorose crisi di astinenza.

Per cambiare le proprie abitudini alimentari è necessario slegare il piacere dell’affettività dal desiderio del cibo.

Finché l’alimentazione rappresenta un surrogato delle esigenze emotive non è possibile modificare la propria dieta senza incappare nello scoraggiamento.

La salute è prima di tutto libertà dalle dipendenze che ammalano il corpo e la psiche.

Un mondo nuovo prende forma grazie alla responsabilità di ciascuno.

Nutrire in modi appropriati il riconoscimento dei sentimenti e la soddisfazione delle necessità affettive è il primo passo verso una società capace di prendersi cura del benessere di tutti.

Non riempiendo la pancia ma colmando adeguatamente il bisogno d’amore.

Carla Sale Musio

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Giu 10 2018

HAI BISOGNO DI MORDERE?

Da bambini portare tutto alla bocca è la modalità conoscitiva per eccellenza.

Un pensiero atavico ci spinge a credere che ingoiando qualcosa possiamo fare nostre le sue qualità.

Così:

  • mangiando un toro si diventa potenti

  • mangiando l’erba si diventa elastici

  • mangiando un serpente si diventa sinuosi e capaci di nascondersi

  • mangiando un pesce scomparirà il mal di mare

Un’idea ancestrale considera lo stomaco alla stregua di un elaboratore dati in grado di distillare nel nostro organismo le virtù e i principi di ciò che ingeriamo.

Non è un pensiero logico.

Ha radici antiche.

Esiste nell’inconscio collettivo e viene abilmente sfruttato per venderci prodotti inutili (e spesso tossici) coltivando l’equazione:

.

MANGIARE = ACQUISIRE

.

Acquisire:

  • forza

  • prestanza

  • sicurezza

  • piacere

  • popolarità

  • successo

  • … e così via!

Immagini e slogan pubblicitari fanno leva su questo principio inconscio e potente.

Stimolano il desiderio di possedere qualcosa mettendola in bocca.

Agiscono sulla credenza che l’organismo assimili ciò che inghiottisce per renderlo parte integrante di sé.

Stuzzicano il bisogno di possesso.

Lusingano l’egocentrismo infantile che accompagna il piacere orale.

I cuccioli hanno la necessità di stimolare le gengive.

Massaggiarle è un modo per alleviare il dolore che accompagna la crescita dei primi dentini.

Per loro, conoscere il mondo mettendolo in bocca significa creare le prime relazioni con l’esterno.

Morsicando la vita, i bambini modulano il bisogno di fusione e la scoperta dell’altro.

Esplorano il dentro e il fuori, il pieno e il vuoto, l’io e il tu, la presenza e l’assenza.

Devono abbandonare il piano dell’Infinito da cui provengono per muoversi nelle coordinate della fisicità, imparando ciò che appartiene a una realtà fatta di prima e dopo, vicino e lontano, mancanza e completezza, paura e prepotenza, mio e tuo.

L’egocentrismo li spinge ad addentare l’esistenza per farla diventare una parte di sé.

E quando la fusione non è possibile in loro aiuto arriva il possesso: quel bisogno spasmodico di avere ciò che sfugge, per non perderlo.

Mordere riempie i vuoti dello stomaco e del cuore.

È così che impariamo a conoscere l’avidità, la gelosia, la rabbia, la prepotenza e il dominio.

È così che dimentichiamo la Totalità e perdiamo la sicurezza che deriva dal riconoscere ogni cosa in se stessi.

Mordere calma la paura dell’ignoto, la vergogna della diversità, l’angoscia della solitudine.

E nel tempo si trasforma in un rituale capace di farci sentire uniti.

Uniti nel piacere di condividere il cibo.

Uniti nel piacere di combattere un nemico.

Noi e loro.

Io e gli altri.

I buoni e i cattivi.

Mangiare insieme significa essere parte di un gruppo.

Ci fa sentire meno soli.

.

Chi non mangia in compagnia è un ladro o una spia”

.

Oggi la condivisione del cibo è diventata un cerimoniale indispensabile alla socializzazione, il veicolo privilegiato per dimostrare di volersi bene.

Ma è un volersi bene possessivo.

Discrimina la diversità.

Impone l’appartenenza.

E rende indispensabile l’omologazione.

Pena: l’emarginazione, la derisione e l’abbandono.

Chi lucra sulla vendita del cibo conosce bene i meccanismi psicologici che sottostanno all’alimentazione.

E sfrutta a piene mani i nostri bisogni infantili per tenerci schiavi grazie all’oralità.

Per liberarsi dalla bulimia sociale che rende vittime del bisogno compulsivo di mangiare è necessario superare la fase orale e aprirsi a un’integrità interiore capace di far convivere gli opposti senza giudicarli.

Occorre ricomporre la Totalità dentro di sé arricchendo la conoscenza con l’esperienza dell’individualità.

Significa coltivare la comprensione, la cooperazione, la condivisione, l’ascolto e la solidarietà.

Per tutte le creature.

Per ogni aspetto di se stessi.

Vuol dire costruire un mondo migliore.

Capace di conoscere senza mordere, di amare senza possedere, di integrare senza emarginare e senza distruggere.

Durante l’infanzia il bisogno di portare tutto alla bocca ci aiuta a compiere i primi passi nel mondo della diversità, serve a farci scoprire i mille volti dell’Infinito, ci insegna la ricchezza nascosta nelle identità.

Ma poi è necessario integrare dentro di sé la conoscenza dell’altro, non per averlo inghiottito ma per averlo capito.

Non per chiuderlo nello stomaco ma per aprirsi alle profondità del dialogo.

Non per combatterne le differenze ma per conoscerne le qualità.

Carla Sale Musio

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Mag 16 2018

USCIRE DALLA DIPENDENZA ALIMENTARE

L’atto di mangiare è il nostro primo apprendimento: abbiamo appena messo il naso su questo pianeta che subito la mamma ci attacca al seno invitandoci ad assaporare il cibo.

E chi non vi si dedica e col dovuto entusiasmo è spronato a impegnarsi affinché non corra il rischio di morire d’inedia.

Eppure lo spettro della fame non esiste più nei paesi industrializzati.

Al suo posto incombe invece il pericolo dell’obesità.

Le statistiche mediche segnalano con urgenza i danni conseguenti alla sovralimentazione.

Tuttavia nessuno si preoccupa delle patologie legate all’abuso alimentare.

Siamo così convinti della necessità di mangiare più volte al giorno che non riusciamo nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere se le fonti alimentari fossero diverse e i bambini potessero scegliere spontaneamente le modalità nutritive congeniali al loro organismo.

Un mondo migliore presuppone la conoscenza di soluzioni alternative alla bulimia, all’anoressia e all’obesità che ammalano il nostro stile di vita.

Molte ricerche dimostrano che la vitalità e la luce sono i requisiti indispensabili per vivere in buona salute.

Tutti gli alimenti, infatti, possiedono un potere nutrizionale proporzionale alle radiazioni luminose che contengono (Il codice della luce).

Ci sono persone che hanno cambiato il proprio metabolismo e possono alimentarsi esclusivamente di energia (www.breatharianworld.com).

Queste persone non hanno bisogno di mangiare per vivere.

Esistono bambini nati da mamme che si nutrono grazie a una vibrazione luminosa e interiore (PFW 2016 conference).

Questi bambini hanno potuto scegliere quando e cosa mangiare, senza dipendere dal cibo per la loro sopravvivenza.

Andiamo incontro a un mondo dove la sopraffazione legata al piacere del gusto sarà sostituita dalla cooperazione e dal rispetto per tutte le creature.

Un mondo in cui l’empatia, la creatività e l’ascolto di sé modelleranno un sapere nuovo.

E, anche se questa civiltà ci appare ancora lontana e poco credibile, il cambiamento si sta già delineando.

Impercettibilmente, ma inesorabilmente.

La sofferenza psicologica e fisica conseguente alla sovralimentazione diventa ogni giorno più evidente e sempre più persone scelgono la via della consapevolezza e del cambiamento, nonostante il bombardamento mediatico agito dagli interessi economici.

.

Una pericolosa bulimia sociale ci rende vittime di una fame insaziabile

.

Esiste un mostro invisibile che stimola nella psiche il bisogno di mangiare in continuazione, intrecciando le necessità affettive con le dipendenze alimentari  fino a renderle indistinguibili.

Il primo passo per spingere i bambini a consumare ogni genere di dolcetti, merendine, snack, rompidigiuno, spuntini, stuzzichini… è mescolare le cure materne con il piacere dell’oralità.

Quasi tutti i cuccioli della specie umana nei primi mesi di vita sentono il bisogno di portare il dito in bocca o succhiare una tettarella di gomma.

Questo gesto comune e apparentemente innocente segnala una patologia.

I piccoli dell’uomo imparano molto presto a scambiare il cibo con l’affetto.

Per loro l’amore della mamma passa attraverso l’assunzione degli alimenti e questa sovrapposizione struttura una confusione tra il nutrimento affettivo e l’atto di portare qualcosa alla bocca.

Gli psicologi la chiamano fase orale e spiegano che soltanto dal suo superamento può prendere forma la maturità.

La crescita, infatti, passa attraverso la capacità di riconoscere all’altro una propria autonomia senza per questo aver bisogno di ingoiarlo.

A causa dei ritmi frenetici necessari alla sopravvivenza, sempre più spesso le madri della nostra specie si concedono il piacere di coccolare i figli solo durante il momento del pasto.

Questo trasforma l’atto di mangiare in una ricerca di affetto.

Dalla mescolanza tra cibo e intimità prende forma la dipendenza che sta ammalando l’umanità e distruggendo il pianeta.

Si struttura nei primi anni di vita e si mantiene viva grazie al bombardamento pubblicitario indispensabile a raggiungere gli standard di mercato.

Per liberarsi da questa patologia è necessario affrontare le crisi di astinenza che accompagnano l’uscita dalla dipendenza, seguendo un percorso progressivo capace di separare l’amore dalla necessità di sentire lo stomaco pieno.

Solo così può prendere forma una cultura libera dalle bugie dell’economia e dal bisogno compulsivo di sollecitare il senso del gusto.

La fase orale segnala la dipendenza più insidiosa che ci sia.

Si sviluppa nel rapporto intimo che ogni bambino vive con la mamma e si snoda attraverso un percorso di sollecitazioni pubblicitarie, di medicine, di merendine, di ricette e di tradizioni gastronomiche… dando forma a una dipendenza celata dietro la convinzione che mangiare sia indispensabile per vivere.

Di contro:

  • agli innamorati passa l’appetito perché il coinvolgimento affettivo basta da solo ad appagare il bisogno nutrirsi

  • i creativi si dimenticano di mangiare

  • e tutti quelli che sono immersi in un’attività appagante non sentono i sintomi della fame

Alimentarsi da fonti alternative significa cambiare il proprio stile di vita e permettersi il benessere grazie alle scelte di ogni giorno.

Vuol dire trascorrere del tempo all’aria aperta, dare valore al corpo, imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore, riconoscere la connessione che unisce tutte le creature viventi a un ecosistema prezioso per la sopravvivenza.

Conduce a scoprire l’importanza di ogni vita.

Senza gerarchie, senza possesso e senza crudeltà.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova, capace di aprirsi all’energia invisibile che permea la creazione, fino ad accogliere ogni diversità.

Per superare la fase orale è necessario abbandonare l’egocentrismo dell’infanzia e incamminarsi lungo la strada che conduce alla maturità.

Sostituendo il bisogno di portare tutto alla bocca con il piacere della scoperta, della conoscenza e della reciprocità.

È un percorso di crescita interiore che ognuno deve affrontare dentro di sé, trasformando il narcisismo e l’onnipotenza dell’infanzia per incontrare l’amore.

Quello vero.  

Fatto di consapevolezza, di comprensione, di rispetto, di empatia e di solidarietà.

Solo allora la cooperazione prenderà il posto della predazione e la condivisione sostituirà la violenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

Un mondo migliore nasce dal valore che sappiamo riconoscere alla vita.

A ogni vita.

Nessuna esclusa.

Perché il valore che diamo alla vita è quello che intimamente riconosciamo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Apr 28 2018

GLI PSICOFARMACI ALIMENTARI

L’atto di mangiare assolve funzioni diverse da quelle strettamente legate alla sopravvivenza perché l’effetto biochimico degli alimenti si intreccia con i bisogni psicologici dando forma ad una connessione difficile da risolvere.

Quasi tutti i piatti delle tradizioni gastronomiche stimolano nella psiche una pericolosa dipendenza, spingendoci a non poter più fare a meno di quei sapori e dei loro ingredienti.

Il piacere del gusto associato alla soddisfazione dei desideri affettivi esaspera la necessità di mangiare determinati cibi, mentre le reazioni chimiche indotte nel corpo dagli alimenti strutturano una obbligatorietà compulsiva insieme all’impossibilità di rinunciarvi o di ridurre le dosi.

E, una volta diventato indispensabile, il cibo, come tutte le droghe, crea l’esigenza di aumentare progressivamente le quantità per ottenere lo stesso effetto stupefacente.

Proprio come gli psicofarmaci, gli alimenti hanno conseguenze sulla psiche, portandoci a non poterne più fare a meno.

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte dietetiche dobbiamo sopportare le crisi di astinenza che inevitabilmente accompagnano l’abbandono di certe sostanze e riabituare progressivamente il nostro corpo a soluzioni più salutari.

Occorre del tempo per superare la fase critica legata alla mancanza di tossicità e poter finalmente godere i vantaggi di un organismo sano.

Spesso la sensazione salutare di leggerezza e di frizzante vitalità ci fa sentire a disagio, come se ci mancasse qualcosa.

Siamo talmente abituati agli effetti nocivi degli alimenti che la salute ritrovata può scatenare una angosciante sensazione di pericolo.

Tutto ciò che non conosciamo mette in allarme e crea uno stato di allerta.

Così, quando usciamo dalla pesantezza indotta dalla digestione di alimenti poco salutari la sensazione di benessere che ne consegue non è familiare.

Anzi!

Sentire lo stomaco vuoto, le percezioni amplificate, vedere i colori più vividi, avere meno bisogno di dormire… sono tutti effetti conseguenti ad una pulizia interiore che non siamo abituati a sperimentare e che ci disorientano.

Emerge il bisogno di costruire nuove consuetudini e nuovi modi di pianificare le giornate per realizzare e sostenere una nuova qualità della vita.

La trasformazione dello stile alimentare ha ripercussioni molto più profonde di quanto si possa immaginare perché coinvolge profondamente l’identità, il valore che diamo a noi stessi , le nostre scelte e il nostro modo di essere.

È importante imparare ad ascoltarsi e individuare i passi necessari al percorso di cambiamento assumendosene in prima persona la responsabilità.

Nessuno può sindacare l’identità di qualcun’altro.

I buoni consigli sono utili e graditi ma l’ultima parola, la scelta determinante, poggia tutta sulle nostre spalle.

In questo modo diventa possibile sperimentare un cambiamento soddisfacente ed efficace.

Finché agiamo perché lo ha detto il medico o qualche altro specialista, non ascoltiamo veramente noi stessi e non permettiamo alla coscienza di esprimere la propria verità.

Ognuno deve trovare l’equilibrio, imparando a gestire il desiderio di mangiare e l’esperienza del piacere (che non è circoscritta al mangiare ma coinvolge la vita nella sua molteplicità).

Procurarsi il piacere con le droghe si rivela sempre una scelta dolorosa e perdente.

E il cibo non sfugge a questa regola.

Finché useremo gli alimenti alla stregua di psicofarmaci indispensabili per sopportare uno stile di vita inadeguato alla sopravvivenza e malsano, andremo incontro a quella grave dipendenza alimentare che sta distruggendo l’umanità insieme al pianeta.

Per costruire un mondo migliore non serve delegare le responsabilità e continuare a sopportare in silenzio la propria insoddisfazione esistenziale.

Serve piuttosto rimboccarsi le maniche e muovere i passi necessari al cambiamento, mettendo al primo posto l’ascolto delle proprie priorità.

Solo così può prendere forma una realtà capace di sostenere l’impatto con la salute.

Nessuno può tollerare il benessere se prima non impara a guardare negli occhi la propria verità.

Qualunque essa sia.

Carla Sale Musio

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Mar 22 2018

SCELTE ALIMENTARI E RICORDI D’INFANZIA

Nel momento in cui si prova ad abbandonare la strada battuta delle abitudini alimentari emergono da ogni parte mille difficoltà e, per conquistare il cambiamento desiderato, è necessario attraversare un sentiero irto di pericoli.

Le consuetudini sono difficili da trasformare e ogni cosa sembra cospirare al fine di rendere inamovibile lo status quo.

Improvvisamente:

  • mille ostacoli fanno capolino

  • accadono strane coincidenze a impedire di portare avanti i buoni propositi

  • ci si sente inspiegabilmente giù di tono

  • l’umore vacilla

  • e la determinazione si affievolisce… fino a sparire del tutto

Qualcosa si agita interiormente, segnalando il bisogno di riprendere a mangiare i piatti di sempre, forse poco sani nei valori nutrizionali ma rassicuranti dal punto di vista emotivo.

Davanti alla prospettiva di una dieta diversa, i cibi della tradizione si impongono alla coscienza come la strada maestra per il benessere e, nonostante la consapevolezza della loro nocività, un senso di appagamento e di sollievo accompagna la ripresa della normalità nel menù.

Quasi che modificare la tipologia degli alimenti mettesse a repentaglio la fiducia, compromettendo la capacità di far fronte alle richieste della vita e della salute (magari non quella fisica, ma certamente quella psicologica!).

In fase di progettazione sembrava tutto così facile e, invece, dopo aver fatto il primo passo verso il cambiamento, tante difficoltà insormontabili sbarrano la strada della trasformazione, annientando le buone intenzioni e costringendoci al fallimento.

Allarmati da questa dolorosa incoerenza osserviamo delusi la nostra mancanza di disciplina e, sconfitti nell’amor proprio, riprendiamo a mangiare come sempre.

.

Cosa è successo?

.

Cosa ha fatto precipitare la decisione di conquistare il benessere e una nuova forma fisica?

.

Qualcuno, nascosto nelle segrete dell’inconscio, ha manomesso le nostre scelte attirando come una calamita gli eventi necessari al boicottaggio.

E adesso quel bambino interiore si sfrega le mani soddisfatto.

Non può e non vuole rinunciare ai sapori dell’infanzia, memorie indelebili di un passato sempre vivo nel mondo intimo, strumenti capaci di rievocare ricordi colmi di significato.

Non è possibile avventurarsi verso scelte alimentari diverse da quelle familiari senza rispettare la voce che parla della nostra fanciullezza.

Il cucciolo che siamo stati rivendica il suo diritto a fidarsi degli insegnamenti di mamma e papà, vuole credere nella loro illuminata sapienza anche in campo alimentare, fatica a stare al passo con i tempi e con i cambiamenti.

Per lui la vita è fatta della protezione dei genitori e di un abbandono senza riserve tra le loro braccia possenti.

Anche quando l’adulto che siamo diventati, ha già affrontato i limiti di quella fisiologica dipendenza e oggi percorre sentieri nuovi, in vista di un equilibrio e di una armonia al passo con la complessità della propria vita.

Per ottenere un’efficace trasformazione del menù è indispensabile coinvolgere il bimbo del passato in scelte rispettose delle sue necessità emotive.

Questo non significa continuare a magiare come un tempo.

Occorre permettergli di partecipare alle decisioni adulte, contrattando con lui le diverse strategie alimentari e rispettando la sua visione della vita: fiduciosa e appassionata insieme.

I bambini hanno bisogno di sperimentare il piacere.

E il piacere è fatto di appagamento, soddisfazione, godimento, pienezza, entusiasmo e allegria.

Nella nostra cultura l’atto di mangiare assolve spesso tutte queste funzioni e, a mano a mano che diventiamo grandi, finisce per essere l’unica fonte di benessere nella quotidianità delle cose improrogabili da assolvere.

Quando questo succede, un cambiamento nelle scelte nutritive diventa impossibile.

Per modificare le preferenze di sempre, infatti, bisogna preventivare l’astinenza che accompagna l’abbandono della tossicità alimentare, e sostituire l’appagamento legato al cibo con altri momenti altrettanto gratificanti.

È questo il passaggio più difficile da attuare, perché i piaceri non legati al cibo nella nostra cultura sono demonizzati ed evitati scaramanticamente, quasi che contattarli bastasse per attirare la sciagura.

Credo che una visione della sofferenza come indispensabile percorso di crescita sia il retaggio di un cattolicesimo superstizioso e pernicioso.

Tuttavia, non si può non tenerne conto quando si elabora una diversa impostazione alimentare, altrimenti il bambino che vive in noi impegnerà tutte le sue risorse nel boicottaggio dei nuovi programmi.

Quel piccolino, infatti, è portavoce di un’esigenza indispensabile alla sopravvivenza: il bisogno di provare piacere, senza il quale la vita stessa è compromessa e si trasforma in un carico di doveri senza senso.

Tante malattie fisiche e psichiche affondano le radici in uno stile di vita che ha inibito il piacere, e il cui antidoto è l’esperienza di un appagamento profondo, fatto di amore, realizzazione, creatività, positività, curiosità e abbandono… tutto insieme.

Questo magico mix è l’elisir di lunga vita cui attingere nei momenti di cambiamento, per evitare il fallimento e l’emergere di una pericolosa sensazione d’impotenza.

Quando stabiliamo di agire una diversa strategia alimentare, l’esperienza del piacere deve ampliarsi, spostandosi dal cibo per coinvolgere anche altri settori della vita.

Non perché il cibo non sia un piacere, ma perché il piacere non deve essere limitato al cibo.

Cambiare alimentazione significa portare la propria attenzione sull’appagamento e sul benessere che circola (o non circola) nella nostra esistenza, ed effettuare un check up completo di questi valori prima di intraprendere qualsiasi modifica relativa al menù.

Se nella giornata l’atto di mangiare detiene il primato del piacere un cambiamento di alimentazione è impossibile.

E, per poter realizzare una diversa modalità alimentare, occorre dare spazio a nuove occasioni di appagamento: effettuando scelte capaci di permettere al bambino che siamo stati di esprimere se stesso liberando la creatività, l’amore, la positività, la curiosità e l’abbandono.

.

STORIE DI CAMBIAMENTO E DI PIACERE

.

Maria porta avanti una quotidianità affollata di impegni inderogabili.

Tutto deve essere fatto presto e bene!

Senza concessioni all’indulgenza e senza cedere al desiderio di prendersi una pausa.

A fermare la sua corsa kamikaze ci pensa un sospetto diabete che la costringe a occuparsi della salute e a fare scelte più attente ai suoi bisogni profondi.

La paura la spinge a cercare un supporto psicologico e Maria scopre con disappunto di aver escluso se stessa dalla sua vita.

Nelle sue giornate tutti hanno la precedenza.

E per fermare questo meccanismo letale qualcuno, dentro di lei, ha dovuto manomettere la salute. 

Davanti allo sguardo stupito di Maria si apre un mondo nuovo, fatto di scelte alimentari più oculate ma anche di amore per la vita e per l’ambiente.

Un contatto diverso con la propria realtà la costringe a fare lunghe passeggiate nel silenzio della natura.

In quei momenti emerge un piacere profondo, fatto di intimità e di contatto con le energie sottili che permeano gli spazi verdi e il mare.

Oggi Maria non mangia più come un tempo e il suo percorso l’ha condotta dal diabete… al fruttarismo.

Per raggiungere questo risultato ha dovuto modificare tante abitudini e organizzare le sue giornate in modo che il tempo da trascorrere in mezzo alla natura occupi uno spazio importante.

Ogni giorno.

* * *

Alberto era un bambino solitario innamorato dei pastelli e delle immagini colorate stampate sui libri di favole.

Il suo sogno era fare l’illustratore da grande, ma la morte prematura del papà lo ha costretto a lavorare presto dimenticando i progetti infantili.

L’amore per gli animali, però, non lo abbandona mai e, quando scopre le torture che vengono loro inflitte per trasformarli nel pasto dell’uomo, decide di cancellare dalla sua alimentazione ogni prodotto che non sia vegetale.

Tuttavia, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e Alberto ricade spesso in un consumo smodato e compulsivo proprio di quegli alimenti crudeli e poco etici che vorrebbe eliminare dalla dieta.

Deluso da se stesso chiede aiuto a un nutrizionista che lo invita a prendersi cura anche delle sue parti infantili: riscoprendo il piacere del disegno e i sogni coltivati tanto tempo fa.

Un libro confezionato a mano per i suoi bambini, un corso di acquarello e tante filastrocche buffe illustrate per gioco e per passione… nasce così un hobby capace di calmare la fame nervosa e di sostenere Alberto nel suo nuovo stile alimentare volto al rispetto per la vita.

La vita di tante creature innocenti a cui dedica i suoi lavori grafici.

Inutile dire che il piacere del cibo ha ceduto un po’ di spazio al piacere del gioco, mentre la disciplina e la volontà hanno finalmente potuto fare il resto.

* * *

Barbara lavora in una fabbrica di tessuti e la sua giornata è scandita dai turni e dall’impegno che dedica alla casa, al marito, ai parenti e agli amici.

È una ragazza sensibile, sempre pronta a farsi in quattro per tutti, tanto da diventare spesso il punto di riferimento delle persone che le stanno intorno: ognuno la cerca per avere un consiglio o più semplicemente per ricevere il suo ascolto premuroso e partecipe.

Spinta da questa centralità si decide a partecipare a un percorso di studi per ottenere il titolo di counselor.

Prima la formazione, poi il tirocinio, gli esami, il titolo e l’inizio di una nuova attività, questa volta scelta per passione e non per il bisogno urgente di rendersi indipendente.

Nel tempo, la nuova professione le permetterà di lasciare la fabbrica, trasformando le sue capacità di aiuto in un lavoro vero.

Oggi Barbara condivide uno studio insieme ad altre figure professionali e si mantiene grazie ai proventi della nuova occupazione.

Ma ciò che ancora non finisce di sorprenderla è stata la scomparsa di quei chili di troppo apparsi quando aveva cominciato a lavorare in fabbrica e dileguatisi misteriosamente insieme alla decisione di dare a se stessa una nuova possibilità professionale.

Carla Sale Musio

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Gen 21 2018

PRANZI CONDOMINIALI

Quando decidiamo di modificare le abitudini dietetiche dobbiamo fare i conti con una moltitudine di personalità che convivono nel mondo interiore e che per esprimersi utilizzano il nostro (unico) corpo.

Mettere d’accordo tutti gli aspetti che compongono la psiche è un’impresa  impegnativa.

Tuttavia, dalla riuscita di quell’intesa dipenderà l’esito dei nostri progetti.

Dal punto di vista psicologico il fallimento di un cambiamento nello stile alimentare è la conseguenza dell’ostruzionismo messo in atto da alcune parti della personalità a discapito di altre.

E, per portare avanti con successo un diverso regime nutrizionale, bisogna conquistarsi la cooperazione di tutti.

Alla nascita ognuno di noi possiede innumerevoli sé che (nel tentativo di proteggerci dalle delusioni, dalla solitudine, dall’umiliazione e dalle emozioni sgradevoli che costellano la crescita) si differenziano e acquisiscono un diverso potere nei vissuti interiori.

A seconda del contesto familiare, etnico e sociale in cui siamo cresciuti si sviluppano aspetti differenti delle nostre potenzialità espressive.

Le parti che hanno avuto successo nell’aiutarci a diventare grandi guadagnano una posizione di comando all’interno del mondo intimo e di solito non sono disposte a cedere il primato ottenuto.

Quando decidiamo di intraprendere un percorso di cambiamento, il boicottaggio di queste sub personalità può causare sintomi fisici e psichici talmente dolorosi da costringerci ad abbandonare i buoni propositi pur di evitare le conseguenze del loro sabotaggio.

.

IL MIO PRANZO… CONDOMINIALE!

.

Da parecchi anni studio il Dialogo delle Voci sperimentandolo nella quotidianità e, nel corso del tempo, ho identificato dentro di me cinque sé primari, presenti a ogni pasto.

Immancabilmente.

Per ognuno di loro ho scelto un nome in rima con la qualità che lo caratterizza, in modo da poterli individuare facilmente.

Sono:

  • Gaia la buongustaia

  • Donata l’affamata

  • Ardente l’impaziente

  • Ilaria l’abitudinaria

  • Greta l’asceta

Il delicato equilibrio delle relazioni tra il mio io consapevole e loro costituisce l’ago della bilancia di ogni cambiamento alimentare e comporta un impegno costante per mantenere l’intesa e l’armonia nel condominio della mia psiche.

* * *

Gaia la buongustaia è stata la prima a proporsi durante il percorso di crescita.

Mi è sempre piaciuto assaggiare le specialità delle diverse culture gastronomiche e sono stata una bambina affascinata dai sapori nuovi.

La mamma non faticava a propormi gusti alternativi, anzi!

Doveva fare attenzione al mio desiderio di provare piatti che non erano adatti alla mia età.

I cibi amari, acidi, aspri o piccanti mi hanno sempre divertito e ancora oggi stimolano il mio appetito.

Per Gaia mangiare è un piacere, un dono che la vita ci regala.

È curiosa, pronta ad assaporare le novità.

La sua presenza mi permette di adattarmi in tutte le situazioni conviviali.

* * *

Tuttavia, i problemi son arrivati con la comparsa di Donata l’affamata.

Donata è dotata di un appetito insaziabile, adora la sensazione di avere lo stomaco pieno e ama la sonnolenza che accompagna la digestione dei cibi pesanti e calorici.

Per lei non è importante cosa ma quanto mangiare.

Ha bisogno di sgranocchiare grandi quantità di alimenti e può riempirsi la pancia con sostanze tossiche, senza accusare nessuna conseguenza immediata.

Non sono riuscita a capire se Donata ha guadagnato un posto di rilievo durante il periodo dell’allattamento o se invece derivi da una vita precedente… posso solo affermare che ha sempre fatto parte della mia esistenza e che non è facile gestirla, soprattutto quando si accompagna con Ardente l’impaziente (cioè quasi sempre).

* * *

Ardente è arrivata dopo la nascita di mio fratello, quando avevo circa quattro anni, è si è accaparrata il primato nel mondo interiore a causa della sua incrollabile determinazione, qualità che la rende capace di ottenere ciò che vuole in tempi rapidissimi.

La sua insistenza e la sua forza psichica sono proverbiali.

Grazie a lei ho potuto raggiungere importanti obiettivi ma ho anche dovuto fare i conti con un’impulsività che mi ha causato non pochi guai.

Ardente non è strettamente interessata all’alimentazione ma, poiché è impetuosa e passionale, si presenta tutte le volte che sente odore di emozioni intense… e quando c’è Donata la passione è inevitabile!

Ecco perché Donata e Ardente siedono insieme a tavola.

Se per Gaia il cibo è un piacere che va centellinato, assaporato e gustato con calma, per Donata invece si tratta di un’emozione divorante.

E, come si può facilmente immaginare, metterle d’accordo richiede diplomazia e pazienza.

* * *

Ilaria l’abitudinaria adora la stabilità e la rassicurante prevedibilità delle situazioni conosciute.

Le piacciono i sapori di sempre, gli orari regolari e ama mangiare in luoghi consueti, opportuni e prevedibili.

L’avventura e la trasformazione non fanno per lei.

Ilaria contesta ogni progetto di cambiamento e può fomentare la sommossa nella psiche quando decide di allearsi con Donata e con Ardente.

* * *

Infine c’è Greta l’asceta.

Greta è arrivata nella psiche più o meno verso i miei sette anni, nel periodo in cui a scuola era obbligatorio frequentare le lezioni di catechismo, quando l’idea del fioretto e del paradiso avevano ancora un forte impatto su di me.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, ma Greta si è sempre tenuta al passo con le mie ricerche mistiche, cavalcando ogni nuova corrente esoterica con il suo irriducibile spiritualismo.

A Greta piace resistere e controllare gli istinti e ama sentirsi illuminata e sublime grazie alla sua forza di volontà.

Anche lei mi ha permesso di raggiungere traguardi importanti, sostenendomi con la sua disciplina e con la sua determinazione.

Per via dei successi conquistati grazie al suo appoggio, detiene un potere molto grande e tende a spadroneggiare nella psiche.

Greta ritiene che mangiare sia una scelta volgare e poco elegante.

E, se per vivere è proprio necessario alimentarsi… allora è bene farlo in modo riservato e senza indulgervi.

Detesta: le riunioni conviviali, lo scambio delle ricette, gli aperitivi o i pranzi di lavoro, la cucina e la preparazione dei cibi.

Per lei parlare e mangiare sono comportamenti incompatibili.

La sua presenza genera nella psiche un piacevole senso di sazietà e rende superfluo il bisogno di nutrirsi, permettendomi di non aver bisogno di mangiare per tempi molto lunghi (è estremamente pratica durante i viaggi) ma dal punto di vista sociale crea non poche difficoltà.

Greta suscita sempre le ire delle altre quattro signore, dando vita a conflitti IRRISOLVIBILI.

* * *

Ho voluto raccontarvi il mondo variegato e poliedrico che anima le mie scelte alimentari per esporvi più concretamente le difficoltà che accompagnano i cambiamenti.

Ogni sé si fa portavoce di una determinata politica e può allearsi o combattere con gli altri, suscitando non pochi problemi.

Nel mio caso, far convivere le esigenze di Greta l’asceta con quelle di Donata l’affamata è molto impegnativo e quando decido di apportare qualche modifica alla mia alimentazione devo stare attenta a non scontentare nessuna delle due, altrimenti vedrò naufragare miseramente i miei progetti.

Ognuno possiede i propri sé interiori, che sono diversi da quelli di chiunque altro, e per poter agire un cambiamento nella dieta è indispensabile imparare a gestire il proprio condominio delle personalità in modo che nessuna possa boicottare le decisioni prese dall’io consapevole.

L’analisi dei sé e la loro gestione rappresentano un aspetto fondamentale nella scelta di ciò che è necessario mangiare per vivere bene e in salute, e dovrebbero costituire la base di ogni ricerca nutrizionale e dietetica.

Carla Sale Musio

 

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Gen 03 2018

I RITUALI ALIMENTARI

Nella nostra frenetica società dei consumi i pasti hanno assunto una funzione rituale, scandiscono i tempi della giornata e spesso sono l’unico momento dedicato a noi stessi e alla famiglia.

Ma cos’è un rituale?

Chiamiamo rituale l’insieme delle norme che regolano una cerimonia sacra.

E nel mondo occidentale mangiare è diventato un evento venerato e idolatrato quanto una celebrazione religiosa.

In ogni famiglia esiste un cerimoniale alimentare che comprende la preparazione, il consumo e la condivisione del cibo.

Si tratta di un rito talmente diffuso e importante da prevedere una o più stanze della casa.

Nelle nostre abitazioni abbiamo:

  • una cucina (o almeno un angolo cottura), indispensabile per la preparazione degli alimenti

  • una sala da pranzo dedicata alla condivisione dei pasti

  • ed infine (ma non meno importante) un gabinetto, necessario all’eliminazione delle scorie

Trascorriamo gran parte della giornata a scegliere i cibi, prepararli, mescolarli, cuocerli, renderli appetitosi, masticarli, ingoiarli, digerirli e ripulire gli ambienti dai residui di tutto questo lavorio.

Facciamo a gara nel sollecitare il palato con stuzzichini e gusti sempre diversi.

Amiamo:

  • scambiarci le ricette

  • parlare di cosa abbiamo mangiato

  • programmare quello che mangeremo

  • decidere dove andremo ad assaggiare nuove pietanze

  • pianificare quando capiterà ancora…

E così via, in un’interminabile ricerca di sapori appetitosi, elaborati e stimolanti.

Abbiamo costruito una sacralità alimentare totalmente incentrata sul gusto, al punto che mettere qualcosa in bocca sembra essere l’unico piacere in grado di appagarci davvero.

Una cultura gastronomica, compulsiva e maniacale, ha trasformato l’esistenza in un insaziabile bisogno di nutrirsi.

Così una volta riempita la pancia non resta altro da fare che lavorare per poterla riempire ancora.

E ancora.

E ancora.

È difficile proporre occasioni d’incontro che non prevedano uno scambio di vivande.

I rituali alimentari hanno invaso tutti gli spazi ricreativi, tanto che oggi nemmeno al cinema o a teatro si può evitare di sbocconcellare qualcosa.

Nella borsa bisogna avere almeno una caramella, una liquerizia, una mentina… per scongiurare il pericolo di morire di fame.

Eppure la fame, quella vera, esiste soltanto in rari luoghi del mondo: pochi paesi sottomessi a un potere economico che ha trasformato la nutrizione in uno strumento di sopraffazione (e che approfitta delle popolazioni povere per ingrassare e drogare sempre di più gli abitanti dei paesi ricchi).

Per soddisfare gli interessi economici di quella piccola élite che governa il mondo il cibo è diventato un rituale, con un cerimoniale ben più importante e coinvolgente di qualsiasi celebrazione religiosa.

Un rituale che prevede dedizione, impegno, abnegazione e lavoro.

E che imprigiona dentro una dipendenza difficile da scardinare.

Per liberarsene, infatti, è necessario rinunciare ai ricordi, alle abitudini, alle condivisioni…  e a tutti quei comportamenti indispensabili per sentirsi parte della nostra società.

A causa di tutto questo è difficile modificare le proprie scelte nutrizionali.

I neuroni a specchio, sollecitati dal comportamento delle persone a cui vogliamo bene, spingono verso valutazioni condivise anche se poco salutari.

Il bisogno di appartenenza conduce a cercare nel piatto quello scambio affettivo capace di farci sentire importanti e amati.

Cambiare alimentazione è una sfida, un percorso solitario fatto di scelte impopolari, di ricerche costanti, di sperimentazione e di trasformazioni interiori.

Modificare la propria dieta significa seguire uno stile di vita nuovo e agire un’importante rivoluzione.

Dapprima dentro se stessi.

E poi nei rapporti con gli altri.

È un cambiamento che spaventa e presuppone il coraggio di ascoltare tutte le parti di sé: quelle che amano la trasformazione e quelle che invece vogliono mantenere stabili le abitudini di sempre.

Dentro di noi abbiamo tanti punti di vista in contrasto, portavoce di esigenze diverse e pronti a farsi la guerra pur di raggiungere ognuno i propri obiettivi.

Modificare le scelte alimentari significa comprendere ogni singolo sé e armonizzare le esigenze di tutti, costruendo una democrazia interiore in grado di soppiantare la dittatura che il conformismo impone nella psiche.

È un’impresa ardua.

Occorre rimboccarsi le maniche e sopportare l’incoerenza che caratterizza la vita emotiva.

Solo così diventa possibile superare le paure e costruire uno stile di vita finalmente rispettoso.

Di noi stessi, degli altri e del pianeta.

Un mondo migliore nasce dalle scelte di ogni giorno e si sviluppa nell’attenzione che sappiamo donare alla vita.

Di tutte le creature.

Carla Sale Musio

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