Archive for luglio, 2018

Lug 28 2018

UN PERCORSO PER INCONTRARE SE STESSI

Uscire dalla dipendenza alimentare è un cammino di conoscenza.

L’accesso a un diverso modo di nutrirsi segna un’importante trasformazione nella crescita individuale e rivela comprensioni altrimenti inaccessibili.

La maturità è fatta di conquiste successive che sviluppano una crescente abilità nell’accogliere il significato della vita.

Tuttavia, come in ogni rito di passaggio, per conquistare un nuovo stile alimentare è necessario superare delle prove.

Ogni iniziazione, infatti, è correlata a una simbolica morte e rinascita che comprende la fine dell’esistenza su un livello e l’ascensione al livello successivo.

Durante il cambiamento le tappe da attraversare riguardano trasformazioni fisiche, mentali, emotive, psicologiche e spirituali.

Spesso sono impedimenti interiori che, una volta superati, ci guidano alla scoperta di una nuova etica, rivelando una saggezza più rispettosa dell’esistenza.

Nel mio percorso personale e professionale ho individuato sei ostacoli ricorrenti:

  1. lo stomaco vuoto

  2. la memoria cellulare

  3. la paura dell’ignoto

  4. la paura di morire

  5. la paura della leggerezza

  6. la paura della Totalità

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LO STOMACO VUOTO

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Una volta presa la decisione, la sfida più grossa riguarda la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

E mette in luce il gioco socioeconomico volto a tenerci schiavi di una dipendenza nascosta dietro l’alibi della sopravvivenza.

Ci viene insegnato che mangiare è indispensabile per vivere.

Eppure…

Mentre il digiuno è uno strumento fondamentale per ripristinare la salute (gli animali lo utilizzano spontaneamente), la sovralimentazione è la causa più frequente di malattia.

Il bisogno smodato di mangiare è il sintomo di una disfunzione e la conseguenza inevitabile di una mancata accoglienza del valore della vita.

Ciò che cambia durante il percorso verso scelte più sane è il significato attribuito all’esistenza.

E la chiave che permette di accedere a soluzioni non più basate sulla violenza e attente all’energia che permea la creazione è proprio la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

L’ascolto intimo dell’empatia consente di accogliere il dono della vita per condividerlo nel mondo grazie a un atteggiamento riconoscente.

Infatti, quando il benessere si accompagna al dare: comprensione, ascolto, riconoscimento, gratitudine… la pienezza non riguarda più lo stomaco ma il cuore.

Se il cuore è pieno la fame sparisce e la realtà acquista un sapore nuovo.

La capacità di avere lo stomaco vuoto è il primo passo verso un modo di essere rispettoso e attento alla vita.

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LA MEMORIA CELLULARE

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Le nostre cellule mantengono il ricordo delle emozioni che abbiamo vissuto.

Queste memorie condizionano gli atteggiamenti, rendendo difficile l’acquisizione di comportamenti nuovi.

Cambiare vuol dire percorrere una strada solitaria, priva della condivisione con la maggior parte delle persone che ci sono vicine.

La memoria cellulare conserva le sensazioni legate alle tradizioni della nostra famiglia e del nostro paese.

Quando decidiamo di seguire un criterio alimentare diverso dal consueto è importante vivere e condividere emozioni gratificanti, in modo da affiancare ai ricordi antichi, impressi nelle cellule, le nuove competenze.

Un’adeguata programmazione di valori più rispettosi del benessere e della vita sostiene il cambiamento, aiutandoci a vivere le trasformazioni che accompagnano le nuove scelte.

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LA PAURA DELL’IGNOTO

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Cambiare significa abbandonare le certezze per affrontare la novità.

Durante le fasi di progettazione può apparire esaltante vivere esperienze sconosciute.

Tuttavia, nella pratica, insieme all’entusiasmo si attivano tante paure.

Ciò che non conosciamo suscita sospetto e timore.

L’ignoto è guardato con diffidenza e rende difficile portare avanti i progetti.

Nonostante le consuetudini ci tengano intrappolati dentro situazioni invivibili e irte di difficoltà, l’ansia di affrontare la novità paralizza spesso le risorse evolutive creando i presupposti della malattia.

La paura dell’ignoto affianca la paura della morte e tiene in scacco il desiderio di sperimentare situazioni nuove.

Occorrono forza di volontà e determinazione per abbandonare l’apparente sicurezza che deriva delle abitudini e avventurarsi in territori ancora inesplorati.

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LA PAURA DI MORIRE

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Spesso è la paura di morire il motivo per cui abbandoniamo tutto e torniamo a seguire un’alimentazione sbagliata.

Nella realtà ciò che muore sono le abitudini alimentari malsane, i pregiudizi e il bisogno di uccidere per vivere.

Al loro posto prende forma uno stile di vita armonico e rispettoso delle altre creature.

Tuttavia, la mancanza di approvazione può diventare insopportabile e costringerci ad abbandonare tutto.

Lo spauracchio della morte agisce scatenando insicurezze e paure.

Rinunciare al consenso di amici e parenti presuppone una profonda riflessione interiore e un ascolto attento della propria intima verità.

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LA PAURA DELLA LEGGEREZZA

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Quando diminuisce la quantità di cibo che l’organismo è abituato a consumare quotidianamente si sperimenta una leggerezza nuova.

Sembra quasi che il corpo modifichi la propria densità e la forza di gravità agisca diversamente.

Il pensiero diventa veloce, la comprensione limpida, i colori vividi, l’udito pronto, le movenze sciolte… tutte le percezioni si potenziano e i sensi sottili si attivano.

Un’alimentazione sana regala sensazioni nuove e ci avvicina a un mondo altrimenti invisibile.

Aprirsi all’accoglienza di tutte le forme di vita spalanca le porte alla scoperta di nuovi piani dell’esistenza.

Tutto questo può creare un senso di disorientamento e di vertigine.

Non è facile passare dall’intorpidimento causato da una dieta tossica alla scoperta di potenzialità ancora inespresse.

È necessario imparare a leggere la realtà con uno sguardo capace di contenere l’infinito.

Aprirsi alla Totalità significa scoprire una parte di sé in ogni cosa che esiste, rinunciando per sempre ai privilegi e alla prepotenza nella quale siamo cresciuti.

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LA PAURA DELLA TOTALITÀ

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Avvicinarsi all’idea della Totalità significa allontanarci dalle coordinate spazio temporali con cui abbiamo imparato a muoverci nel mondo.

La mente perde la sua sicurezza e ci si ritrova facilmente in un territorio scivoloso dove tutto e il contrario di tutto possiedono il medesimo valore.

Il linguaggio dei paradossi appartiene all’Amore e alla Totalità ma sfugge alla linearità cui siamo abituati, facendoci sentire vittime di una pericolosa schizofrenia.

Tuttavia, il desiderio di raggiungere una comprensione più ampia spinge ad aprirsi all’impossibile guidandoci a contattare una saggezza fatta di intuizioni e basata su una conoscenza soggettiva, empirica e affettiva.

È il linguaggio dell’amore.

Gli animali lo conoscono d’istinto.

Gli esseri umani invece devono misurarsi con la pretesa egocentrica di poter padroneggiare l’esistenza.

Uscire dalla dipendenza dal cibo significa avvicinarsi a una libertà in cui tutto (ma proprio tutto) manifesta il suo valore e il diritto di esistere.

Per superare la paura della Totalità è importante aprirsi a una conoscenza fatta di sensazioni e di acquisizioni interiori, lasciando emergere la propria intima spiritualità.

Carla Sale Musio

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Lug 22 2018

SPECIE UMANA O DISUMANA?

La razza umana è la razza più crudele e più pericolosa del pianeta.

Convinta del proprio indiscutibile diritto alla supremazia non si cura degli equilibri ecologici e condanna alla distruzione tutto ciò che incontra sul suo cammino.

È così evidente l’abuso fatto dagli esseri umani ai danni di ogni altra creatura vivente che non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne.

Basta guardarsi intorno per vedere in azione la disumanità dell’uomo.

Eppure…

In molti coltivano la certezza che il diritto del più forte sia una legge indiscutibile, senza mai fermarsi a riflettere sull’importanza di valori come l’ascolto, l’accoglienza, la comprensione, il rispetto e la fratellanza con le altre forme di vita.

Un narcisismo patologico e perverso affligge l’umanità rendendoci insensibili davanti al dolore di chi appare diverso.

Coltiviamo con orgoglio la cultura dell’arroganza e ignoriamo l’esempio di civiltà che ci offrono le altre specie.

Gli animali ci mostrano stili di vita differenti dal nostro e basati su un’integrazione con la natura che noi non conosciamo.

Nei loro saperi è presente un valore profondo fatto di civiltà e di rispetto, di armonia con le altre forme di vita e di umiltà davanti alla morte.

Noi invece chiamiamo intelligenza la capacità di sfruttare e uccidere a piacimento ogni essere vivente.

E ci sentiamo superiori proprio perché promuoviamo senza nessuno scrupolo lo schiavismo delle altre specie.

Non ci sfiora l’idea che la crudeltà con cui infliggiamo tante sofferenze sia invece un segno di inciviltà.

O di malattia.

Abbiamo costruito una diagnostica psichiatrica dettagliata e volta a indicare il disagio mentale di chi non riesce a sostenere l’integrazione e la cooperazione necessarie alla vita.

Tuttavia siamo i primi a mostrare le stigmate di quelle disfunzioni.

Il narcisismo e l’incapacità di costruire relazioni basate sulla reciprocità con le altre forme di vita evidenziano il deficit della nostra intelligenza emotiva e segnalano la patologia piuttosto che la cultura.

L’evoluzione poggia sulla capacità di scambiare i saperi l’uno con l’altro sviluppando la conoscenza grazie al cambiamento.

Tuttavia davanti alle culture differenti dalla nostra erigiamo un muro di arroganza e incomprensione.

Non vediamo che la civiltà sta nella possibilità di vivere senza depredare e senza sfruttare nessuno e che l’umanità è la capacità di aiutarsi l’un l’altro.

Creature come noi: con il nostro stesso desiderio di vivere, con emozioni, speranze, sogni e ambizioni, vengono condannate a subire le peggiori torture in nome di un razzismo che annienta l’intelligenza emotiva e segnala una patologica mancanza di empatia.

È in questo modo che perdiamo il contatto con la vita coltivando in noi stessi i presupposti della follia.

Chi si muove nel rispetto della natura e dell’ambiente armonizzando se stesso con gli equilibri necessari alla creazione ci appare stupido, privo di valore e buono soltanto a soddisfare i nostri bisogni come fosse un oggetto.

Non importa che l’etologia abbia mostrato la presenza di saperi, sentimenti ed emozioni in tutte le altre specie animali.

Non importano le ricerche e lo studio della psicologia.

La nostra intelligenza finisce davanti alla coercizione che imponiamo a cuor leggero convinti di una superiorità arbitraria e patologica.

Lo schiavismo è un comportamento sconosciuto a qualunque altro animale non umano.

Specie più sane della nostra sostengono una cultura del rispetto, adeguando con umiltà le proprie esigenze alla sopravvivenza del pianeta.

L’evoluzione è la capacità di modellare i propri comportamenti per permettere la salute del mondo da cui tutti dipendiamo.

Una capacità sconosciuta alla specie umana: l’unica specie che pretende di sottomettere la natura ai propri voleri annientando se stessa nel degrado che infligge alla vita.

Carla Sale Musio

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ANIMALI, ECOSISTEMI E MALATTIE MENTALI

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Lug 16 2018

CAMMINARE ABBRACCIANDO LA VIOLENZA E L’AMORE

Cerchiamo tutti la pace.

Il problema è che la cerchiamo fuori di noi.

Ci auguriamo che succeda qualcosa in grado di risolvere magicamente le difficoltà, senza per questo sentirci responsabili dei tormenti che affliggono il mondo.

A prima vista sembra impossibile che le radici di ogni guerra si annidino nella vita interiore.

Eppure…

Il seme della brutalità cresce insieme all’amore, e possiede la stessa energia!

Per avere la pace è indispensabile accettare anche la violenza e permetterne la presenza nella psiche.

Quando riconosciamo in noi stessi le parti che più disprezziamo, eliminiamo il razzismo alla radice e creiamo i presupposti per una realtà migliore.

La dualità ci costringe a fare esperienze contrapposte e per evolvere è necessario esplorare la Totalità con coraggio e senza censure.

Accettando l’incoerenza che ne consegue e che ci fa sentire vittime di una insopportabile follia.

Ogni giorno ci sforziamo di diventare migliori ma, spesso, per ottenere questo risultato incateniamo nell’inconscio l’energia dell’autoaffermazione (che chiamiamo: aggressività) e nascondiamo (anche a noi stessi) l’odio e l’ostilità che derivano dalla paura di sentirsi calpestati o ignorati.

È difficile accogliere il rancore, l’egoismo, l’orgoglio, la prepotenza, il pregiudizio… soprattutto quando ci riguardano personalmente.

Preferiamo scegliere di essere comprensivi, disponibili, generosi, tolleranti, semplici… e puntiamo la bussola della crescita personale sulle qualità che ci piacerebbe vedere emergere nel mondo.

Le nostre buone intenzioni, però, non bastano a sopprime l’altro polo della dualità.

Il bene resta comunque l’opposto del male.

Il giorno non esiste senza la notte.

La scelta di coltivare un comportamento o un valore non annienta nella coscienza l’esistenza del suo contrario.

E per raggiungere l’armonia occorre aprirsi anche a tutto ciò che non ci piace, tollerando la coesistenza delle polarità dentro se stessi.

La realizzazione personale prende forma dal riconoscimento delle contrapposizioni che animano il mondo interiore e poggia sull’accettazione della loro presenza simultanea nella coscienza.

Questa accoglienza permette di dosare gli ingredienti di ogni azione dando forma a una comunità attenta alle esigenze di tutti.

Un pizzico di sale fa più buona ogni torta.

Così, riconoscere nel mondo interiore la violenza e la guerra insieme all’amore e alla fratellanza è il primo passo per costruire una società migliore.

La parola integrità esprime bene questo concetto.

Integrità è sinonimo di onestà e anche di pienezza.

L’onestà (dapprima con se stessi e poi con gli altri) è il presupposto di una civiltà capace di accogliere senza discriminare.

La pienezza è la conseguenza della ricchezza interiore e l’espressione di una molteplicità di risorse.

L’amore possiede un’energia che si manifesta nella compassione e nella distruzione.

Possiamo scegliere e calibrare i nostri comportamenti solo nella consapevolezza della Totalità che appartiene alla Vita.

Quando escludiamo un polo di quella interezza abbandoniamo le redini del nostro potere personale e rinunciamo ai doni che l’oscurità porta con sé.

Come ho ripetuto tante volte, questo non vuol dire lasciare emergere la brutalità nelle nostre giornate.

Al contrario!

Significa osservarne la pericolosità e gestirne consapevolmente l’energia e l’intensità.

Dalla frammentazione della Totalità in unità contrapposte nascono gli schieramenti, le fazioni, le guerre, la crudeltà e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Dalla ricomposizione di quelle fratture apparentemente insanabili prende forma la possibilità di riconoscere un aspetto di sé in ogni cosa che esiste, restituendo valore e importanza a ogni vita.

Una società evoluta è capace di distinguere il bene dal male senza cancellare gli opposti dalla coscienza.

Ricomporre l’Infinito con consapevolezza restituisce a ogni colore il suo potere, consentendoci di esplorare la realtà senza paure.

Carla Sale Musio

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CAOS INTERIORE & PACE NEL MONDO

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Lug 09 2018

ANIMALI, ECOSISTEMI E MALATTIE MENTALI

L’ecologia è la scienza che si occupa degli ecosistemi, cioè dei rapporti tra gli esseri viventi e l’ambiente.

Si chiama ecosistema l’insieme degli organismi e della materia non vivente che interagiscono tra loro costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico.

Tutte le forme di vita partecipano alla realizzazione dell’ecosistema.

Perciò, chi studia questa materia ritiene che le interazioni fra gli esseri viventi siano importantissime per l’armonia e per la salute del pianeta, e osserva con attenzione la cooperazione tra le creature.

La partecipazione di tutto ciò che esiste ai cicli della vita prende il nome di biodiversità.

Gli ecologisti hanno scoperto che gli ecosistemi regolano il clima, plasmano il suolo, controllano l’erosione, proteggono dalle inondazioni e compiono molte altre attività di qualità inestimabile per la sopravvivenza.

Ecologia, ecosistema, biosfera e biodiversità sono parole importanti perché sottolineano il valore della vita nelle sue molteplici manifestazioni, mettendo in evidenza i collegamenti che ci uniscono ad ogni essere vivente fino a comporre un unico disegno in cui ciascuno costituisce una parte fondamentale.

Le ricerche sull’ambiente sottolineano il rispetto per ogni forma di vita perché tutto, ma proprio tutto, contribuisce al benessere e alla salute e perdere di vista questa circolarità evolutiva conduce inevitabilmente al degrado e alla sofferenza.

Quando gli esseri umani dimenticano il proprio ruolo nell’ecosistema provocano gravi danni e vanno incontro a malattie fisiche e mentali.

Il nostro organismo, infatti, è programmato per svilupparsi in comunità dove l’interazione con le altre forme di vita è un valore indispensabile per la salute.

Nostra e del pianeta.

Gli animali conoscono l’importanza degli ecosistemi e nutrono una profonda fiducia nell’esistenza.

Per questo accolgono gli insegnamenti della natura con umiltà e si sottomettono ai suoi dettami certi che ogni accadimento sia un dono, anche quando appare terribile o ingiusto.

Gli esseri umani, invece, considerano stupide tutte le altre specie e, forti di un’arbitraria superiorità, sfruttano impunemente ciò che li circonda condannando se stessi e il mondo alla sofferenza.

Le bestie sono capaci di vivere in armonia con la natura e possono arrivare anche ad estinguersi quando le condizioni ambientali non rispettano le esigenze del pianeta.

Gli uomini, invece, preferiscono sfruttare ogni cosa a proprio piacimento senza riguardo per gli equilibri ecologici e senza pietà per il dolore che infliggono alle altre creature.

Convinti di essere una razza superiore abbiamo perso l’umiltà necessaria alla cooperazione e mancando di rispetto alla vita tradiamo costantemente noi stessi.

Autorizziamo lo sfruttamento, la prevaricazione, la crudeltà e la violenza e travisiamo il valore di ciò che abbiamo intorno, condannandoci a vivere secondo ritmi che non rispettano le esigenze della vita.

Tuttavia, la paura di finire vittime della prepotenza che imponiamo alle altre specie crea nella psiche un senso di angoscia e produce le patologie mentali chiamate: guerra, usura, sfruttamento, pedofilia, intolleranza, pregiudizio, alienazione, psicosi, attacchi di panico, depressione

Malattie sconosciute alle altre forme di vita.

Il sapere degli animali ci insegna in che modo scelte differenti producano culture differenti in armonia con la natura e con la salute: libere dalla necessità di lavorare, dalla dittatura del denaro, dalle ingiustizie dell’economia e dal bisogno compulsivo di colmare il vuoto che trasforma le nostre giornate in una corsa senza fine e che ci trova impreparati e soli quando arriva il momento della morte.

Le altre forme di vita non hanno le psicopatologie, la psichiatria, gli psicofarmaci, il DSM5, il TSO, le ASL, le CAM, i CPS, le NPI, i PSSP… e tutte le etichette che emarginano come prigioni invisibili chi non riesce a reggere il ritmo incalzante di una società lanciata al galoppo verso la distruzione.

L’ecologia ci aiuta a ritrovare il filo che ci unisce a tutto ciò che esiste e ci ricorda che ogni creatura è unica, importante e speciale.

L’esistenza è un percorso di conoscenza di noi stessi e degli altri.

Ignorare il valore della diversità significa uccidere l’empatia dentro di sé e condannarsi alla sofferenza.

Gli animali lo sanno e con l’esempio delle loro vite ci regalano ogni giorno una lezione profonda e preziosa di civiltà.

Carla Sale Musio

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LA SAGGEZZA DEGLI ANIMALI

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Lug 04 2018

AIUTO… HO LA PANCIA VUOTA!!!

Ci viene fame a intervalli regolari e, mediamente ogni tre ore, sentiamo la necessità di mettere qualcosa sotto i denti.

A prescindere da quanto e da cosa mangiamo.

Gli specialisti della psiche spiegano che l’inconscio ama i rituali e che la mente, per avere il controllo della realtà, ha bisogno di stabilità e di ripetitività.

Ma proprio la ritualità e la ripetitività sono gli ingredienti psicologici che cementano le dipendenze.

Impariamo presto ad associare la sensazione di avere lo stomaco pieno con il rilassamento che deriva dal potersi concedere un break.

Nella nostra società il tempo dedicato a mangiare è quasi sempre l’unico momento di pausa durante la giornata, il pretesto che consente di fermarsi a riprendere fiato.

Questo fa sì che il cibo si carichi di significati che hanno poco a che vedere con la nutrizione e riguardano invece il desiderio di dedicarsi a se stessi.

Un desiderio negato dalle esigenze incalzanti della civiltà del benessere.

Tuttavia, quando il nutrimento serve a compensare i bisogni affettivi si trasforma in qualcosa di molto diverso dalla necessità di preservare la vita.

Sentirsi amati, riconosciuti e valorizzati sono aspetti imprescindibili della salute mentale e, delegarne l’assolvimento all’alimentazione significa trasformare l’oralità in una fonte di appagamento psicologico.

È in questo modo che la pienezza dello stomaco ruba il posto alla pienezza dell’amore, trasformando la nutrizione in una dipendenza da cui è (quasi) impossibile uscire.

La digestione e l’intorpidimento che consegue allo spostamento dell’energia dal cervello alla pancia… diventano segnali associati al benessere emotivo e perciò indispensabili per sentirsi bene.

Ma hanno poco a che fare con la fame e con l’alimentazione.

Quando l’atto di mangiare si trasforma nel canale privilegiato per ricevere affetto, nel mondo interiore si consolida una pericolosa dipendenza dal cibo.

E la scimmia, che colpisce chi decide di cambiare le proprie abitudini alimentari, si fa sentire immediatamente.

Basta pronunciare la parola dieta.

Soltanto il pensiero di ridurre le dosi scatena nella psiche e nel corpo terribili crisi di astinenza.

Nella nostra cultura l’idea di avere la pancia vuota è associata alla sensazione di avere il cuore vuoto e provoca un doloroso stato di angoscia.

Questo spiega come mai ciò che è facilmente digeribile genera spesso un malessere interiore, facendoci sentire abbandonati e soli.

La pesantezza che spesso accompagna la digestione prolunga la possibilità di avere lo stomaco pieno, amplificando la percezione affettiva legata al cibo (quel senso di completezza e benessere che appartiene all’amore).

È un piacere destinato a sparire rapidamente per cedere il posto alla sonnolenza, al torpore e allo stordimento e, tuttavia, conferma la dipendenza alimentare e la reitera.

Nel panorama delle scelte nutritive tante indicazioni salutiste consigliano una disintossicazione a base di liquidi, proprio perché ciò che è fluido attraversa rapidamente il canale digestivo senza appesantire gli organi interni, permettendo al fisico di riprendere immediatamente le proprie attività abituali.

Scegliere esclusivamente cibi liquidi può essere un passaggio importante per liberare i pasti dalla dipendenza affettiva, permettendo al corpo di ricevere il nutrimento in modi salutari.

Eppure…

Chiunque abbia seguito una dieta liquida, anche solo per poco tempo, riferisce di aver provato una forte insoddisfazione insieme all’esigenza di tornare rapidamente a nutrirsi nei modi consueti, certamente più impegnativi per la digestione ma psicologicamente più gratificanti.

Ecco perché le diete sane e corroboranti sono difficili da seguire: non soddisfano i bisogni emotivi nascosti dietro il pretesto dell’alimentazione e scatenano dolorose crisi di astinenza.

Per cambiare le proprie abitudini alimentari è necessario slegare il piacere dell’affettività dal desiderio del cibo.

Finché l’alimentazione rappresenta un surrogato delle esigenze emotive non è possibile modificare la propria dieta senza incappare nello scoraggiamento.

La salute è prima di tutto libertà dalle dipendenze che ammalano il corpo e la psiche.

Un mondo nuovo prende forma grazie alla responsabilità di ciascuno.

Nutrire in modi appropriati il riconoscimento dei sentimenti e la soddisfazione delle necessità affettive è il primo passo verso una società capace di prendersi cura del benessere di tutti.

Non riempiendo la pancia ma colmando adeguatamente il bisogno d’amore.

Carla Sale Musio

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