Archive for Aprile, 2018

Apr 28 2018

GLI PSICOFARMACI ALIMENTARI

L’atto di mangiare assolve funzioni diverse da quelle strettamente legate alla sopravvivenza perché l’effetto biochimico degli alimenti si intreccia con i bisogni psicologici dando forma ad una connessione difficile da risolvere.

Quasi tutti i piatti delle tradizioni gastronomiche stimolano nella psiche una pericolosa dipendenza, spingendoci a non poter più fare a meno di quei sapori e dei loro ingredienti.

Il piacere del gusto associato alla soddisfazione dei desideri affettivi esaspera la necessità di mangiare determinati cibi, mentre le reazioni chimiche indotte nel corpo dagli alimenti strutturano una obbligatorietà compulsiva insieme all’impossibilità di rinunciarvi o di ridurre le dosi.

E, una volta diventato indispensabile, il cibo, come tutte le droghe, crea l’esigenza di aumentare progressivamente le quantità per ottenere lo stesso effetto stupefacente.

Proprio come gli psicofarmaci, gli alimenti hanno conseguenze sulla psiche, portandoci a non poterne più fare a meno.

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte dietetiche dobbiamo sopportare le crisi di astinenza che inevitabilmente accompagnano l’abbandono di certe sostanze e riabituare progressivamente il nostro corpo a soluzioni più salutari.

Occorre del tempo per superare la fase critica legata alla mancanza di tossicità e poter finalmente godere i vantaggi di un organismo sano.

Spesso la sensazione salutare di leggerezza e di frizzante vitalità ci fa sentire a disagio, come se ci mancasse qualcosa.

Siamo talmente abituati agli effetti nocivi degli alimenti che la salute ritrovata può scatenare una angosciante sensazione di pericolo.

Tutto ciò che non conosciamo mette in allarme e crea uno stato di allerta.

Così, quando usciamo dalla pesantezza indotta dalla digestione di alimenti poco salutari la sensazione di benessere che ne consegue non è familiare.

Anzi!

Sentire lo stomaco vuoto, le percezioni amplificate, vedere i colori più vividi, avere meno bisogno di dormire… sono tutti effetti conseguenti ad una pulizia interiore che non siamo abituati a sperimentare e che ci disorientano.

Emerge il bisogno di costruire nuove consuetudini e nuovi modi di pianificare le giornate per realizzare e sostenere una nuova qualità della vita.

La trasformazione dello stile alimentare ha ripercussioni molto più profonde di quanto si possa immaginare perché coinvolge profondamente l’identità, il valore che diamo a noi stessi , le nostre scelte e il nostro modo di essere.

È importante imparare ad ascoltarsi e individuare i passi necessari al percorso di cambiamento assumendosene in prima persona la responsabilità.

Nessuno può sindacare l’identità di qualcun’altro.

I buoni consigli sono utili e graditi ma l’ultima parola, la scelta determinante, poggia tutta sulle nostre spalle.

In questo modo diventa possibile sperimentare un cambiamento soddisfacente ed efficace.

Finché agiamo perché lo ha detto il medico o qualche altro specialista, non ascoltiamo veramente noi stessi e non permettiamo alla coscienza di esprimere la propria verità.

Ognuno deve trovare l’equilibrio, imparando a gestire il desiderio di mangiare e l’esperienza del piacere (che non è circoscritta al mangiare ma coinvolge la vita nella sua molteplicità).

Procurarsi il piacere con le droghe si rivela sempre una scelta dolorosa e perdente.

E il cibo non sfugge a questa regola.

Finché useremo gli alimenti alla stregua di psicofarmaci indispensabili per sopportare uno stile di vita inadeguato alla sopravvivenza e malsano, andremo incontro a quella grave dipendenza alimentare che sta distruggendo l’umanità insieme al pianeta.

Per costruire un mondo migliore non serve delegare le responsabilità e continuare a sopportare in silenzio la propria insoddisfazione esistenziale.

Serve piuttosto rimboccarsi le maniche e muovere i passi necessari al cambiamento, mettendo al primo posto l’ascolto delle proprie priorità.

Solo così può prendere forma una realtà capace di sostenere l’impatto con la salute.

Nessuno può tollerare il benessere se prima non impara a guardare negli occhi la propria verità.

Qualunque essa sia.

Carla Sale Musio

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Apr 22 2018

La mia intervista su: IL BATTITO ANIMALE

Cari lettori, amici e curiosi, sono emozionata e felice di condividere con voi la mia intervista su:

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IL BATTITO ANIMALE

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divulgazione e diffusione di una cultura per la vita

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Nel corso dell’intervista, curata da Nuccio Salis, espongo il mio pensiero sugli animali, sulla dipendenza alimentare, sulla pace nel mondo e sul valore della cooperazione e del rispetto per tutte le culture, soprattutto quelle delle altre specie.

Per leggerla basta cliccare il link qui sotto:

m.

UNA VITA PER LA VITA

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Empatia, Cooperazione e Creatività nella psicologia vista da Carla Sale Musio

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Apr 16 2018

VIOLENZA E PACE NEL MONDO

Nella nostra cultura la spiritualità e la materialità sono spesso valori contrapposti.

Siamo convinti che le riflessioni spirituali non si accordino con le necessita della vita fisica e in base a questo presupposto confiniamo tutto ciò che riguarda l’immaterialità e il significato dell’esistenza in un angolo della psiche, come se si trattasse di roba per gente che vive con la testa tra le nuvole.

Non ci rendiamo conto che la spiritualità non è un astratto filosofeggiare senza senso ma un modo di essere e di esprimere i propri valori, e rispecchia la capacità di attraversare la vita sentendo vibrare ogni cosa dentro di sé.

Spiritualità, incoerenza e libertà camminano a braccetto dando forma alla nostra unicità e raccontando il valore che diamo all’esistenza.

Svelano la capacità di gestire le contrapposizioni che agitano il mondo interiore.

Mostrano il desiderio di danzare la vita al ritmo di un sentire colmo di intuizione, emozione, fisicità e razionalità… tutto insieme!

Parlano il linguaggio della Totalità.

Il mondo interno è fatto di una molteplicità che contiene ogni cosa assemblando gli opposti in un’unica matrice onnicomprensiva.

Sta a noi riconoscere il valore e i doni di ogni singola parte fino a comporre un puzzle variegato e capace di far convivere ogni colore senza lasciarci trascinare dalle pretese della logica e dalla censura del giudizio.

Abbiamo bisogno di aprirci con fiducia ai paradossi che nascono nel mondo intimo, imparando ad accogliere l’apparente contraddizione che caratterizza i codici dell’infinito.

Solo così è possibile assaporare la pienezza che appartiene alla vita.

Nel tentativo di mantenere la coerenza finiamo spesso per nascondere (anche a noi stessi) quelle parti della personalità che suscitano disapprovazione e non sono conformi al pensiero corrente.

Ma la realtà interiore è composta di infinite possibilità.

La Totalità è la matrice da cui tutti proveniamo e di cui ancora conserviamo il ricordo, nascosto in un angolo della nostra Anima.

Per assaporare la pienezza dell’esistenza (quel senso di soddisfazione che rende bella e appassionante ogni cosa) è necessario permettersi la poliedricità che appartiene alla psiche e accettare l’incoerenza che inevitabilmente caratterizza la convivenza di tanti punti di vista differenti.

La mancata comprensione dell’incoerenza e della sua funzione salutare nella vita intima ha portato a scindere la spiritualità dalla materialità, separando categoricamente il bene dal male e perciò alimentando il giudizio, la censura e la crudeltà.

Questa divisione arbitraria è l’origine di ogni guerra e impedisce di raggiungere una vera comprensione della dimensione fisica, caratterizzata dalla coesistenza di tante distinte individualità.

Vero o falso, giusto o sbagliato, buono o cattivo… sono espressioni diverse di quell’unica realtà onnicomprensiva da cui tutti proveniamo e che portiamo tatuata nel cuore.

Combattere i rappresentanti dell’una o dell’altra fazione scatena la violenza e spezza l’armonia nella psiche generando la maggior parte delle malattie mentali.

Per raggiungere l’equilibrio è necessario accogliere le contraddizioni che appartengono alla vita, imparando ad ascoltare in noi stessi anche le voci che non ci piacciono.

E permettendo alle parti che giudichiamo sbagliate di convivere affianco a quelle che consideriamo giuste.

Da questa apparente schizofrenia interiore prende forma la salute mentale e nascono le fondamenta di un mondo migliore.

La pace infatti è una pace interna che può manifestarsi all’esterno solo dopo essersi consolidata nella psiche.

Imparare a far convivere gli opposti dentro di sé significa istituire la democrazia nel mondo intimo e imparare a osservare la vita con rispetto e con umiltà.

Da questa convivenza possono prendere forma le scelte che non escludono ma arricchiscono, e che ci guidano verso un mondo nuovo.

Scegliere i comportamenti che ci piacciono, infatti, non significa combattere quello che non ci piace ma permettersi di accogliere la verità in tutte le sue forme, in modo da poter compiere ogni azione senza fomentare la guerra.

La violenza nasce sempre dal tentativo impossibile di eliminare una parte di se stessi.

Nel mondo interiore nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto esiste in un eterno divenire.

Nel fluire di questa molteplicità impariamo il valore della nostra unicità e diamo forma a una realtà basata sulla fratellanza e sul rispetto.

Dapprima dentro noi stessi e poi con tutti gli altri.

Carla Sale Musio

leggi anche:

INCOERENZA

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Apr 09 2018

SINCERITÀ

Nel nostro mondo la sincerità è un valore desueto.

La specie umana predilige l’apparenza e guarda con disprezzo l’autenticità.

Soprattutto quella che interessa le emozioni.

Oggi da noi è di moda l’impassibilità.

E tutto ciò che non le appartiene: lacrime, rabbia, ilarità, nervosismo, ansia, paura… è giudicato poco maturo, inadeguato, sciocco, infantile.

O, addirittura, bestiale.

Le bestie, infatti, sono l’emblema della stupidità, creature nate per soddisfare i bisogni dell’uomo, prive di saggezza e di sensibilità.

Ma proprio quella sensibilità che dovrebbe segnare il confine tra l’umanità e la bestialità è demonizzata in favore di un’asettica mancanza di emozioni.

La maturità per la specie umana è fatta di distacco e indifferenza.

In virtù di questo imprescindibile precetto comportamentale gli animali incarnano ai nostri occhi il prototipo della brutalità.

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Ma è proprio vero?

Empatia e sensibilità sono prerogative della nostra specie?

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Di sicuro le culture degli animali prevedono un’espressione immediata e diretta degli stati d’animo, tuttavia questa sincerità non contempla la brutalità che compenetra la civiltà degli uomini.

La vendetta, le guerre, le armi, lo schiavismo, l’usura, la pedofilia… sono crimini sconosciuti alle altre specie.

Contrariamente a quanto si crede, i saperi diversi dal nostro sono basati su valori fatti di umiltà, onestà e rispetto.

I fautori della superiorità umana additano la voracità che spinge alcuni animali a uccidere per sopravvivere.

Queste persone dimenticano velocemente la crudeltà con cui la nostra specie distrugge il pianeta e la vita.

Guardiamo inorriditi il leone rincorrere e uccidere a morsi la gazzella per cibarsene…

Tuttavia sorridiamo compiaciuti davanti ai pezzi di carne sanguinolenti esposti sui banchi del supermercato, come se la bistecca non fosse il corpo di qualcuno e atterrasse nei nostri piatti alla stregua di un frutto caduto dalla pianta.

E, mentre soppesiamo quelle carni incellofanate sentendoci montare l’acquolina in bocca (ignari dei loro sogni, del loro mondo e della loro cultura) nascondiamo a noi stessi l’angoscia, il dolore e la tortura che quei corpi straziati hanno dovuto sopportare.

La crudeltà appartiene alle bestie.

Si sa.

Ce lo insegnano le favole e anche le religioni.

Noi possediamo una profonda umanità ed una civiltà che ci educa ad allevare creature innocenti per soddisfare il nostro palato.

Da noi la sopravvivenza non è un problema.

Piuttosto è problematica l’obesità.

Consideriamo il piacere del gusto al primo posto nella convivialità e in nome della famiglia e della gola non esitiamo a sacrificare milioni e milioni di vite innocenti.

È grazie a questa nostra civiltà basata sul piacere della gastronomia che veneriamo l’alimentazione come se fosse un Dio, considerando stupide tutte le altre creature viventi.

Così, mentre le specie diverse dalla nostra agiscono l’aggressione necessaria alla loro sopravvivenza, noi stimoliamo in modo abnorme il desiderio del gusto incrementando la violenza insieme a tante altre patologie.

Esclusivamente umane.

La sincerità è un comportamento che caratterizza le bestie.

Noi esseri umani, invece, scegliamo una comunicazione capace di nascondere ciò che si muove nel mondo interiore per mostrare solamente il volto richiesto dalla società.

Nascono così tante malattie sconosciute agli animali, prendono forma dalla spaccatura che divide l’autenticità dalle relazioni, crescono dentro insieme alla finzione indispensabile all’omologazione richiesta per sentirci parte del nostro branco.

La cultura delle altre specie non scinde il messaggio dal suo contenuto, non parla una lingua diversa da ciò che suggerisce il cuore.

Le bestie sono incapaci di mentire e preferiscono subire la prepotenza dell’uomo piuttosto che usare la simulazione a proprio vantaggio.

Nel mondo degli animali:

  • non è prevista la menzogna e non esistono malattie psichiche perché non è possibile nascondere la verità tra ciò che succede dentro e ciò che invece si manifesta fuori

  • l’autenticità è un valore imprescindibile

  • il linguaggio è quello delle emozioni

  • la cultura riguarda la relazione con se stessi e con le altre specie viventi

  • la vita è fatta dell’equilibrio che si raggiunge con l’ecosistema

Nel nostro mondo invece ci sono tanti livelli e tanti discorsi volti a occultare la verità e soprattutto il dolore.

Ma i vissuti indicibili premono dentro fino a soffocare l’espressione della propria individualità.

E, mentre ci sforziamo di diventare parte di un branco a cui chiediamo ardentemente l’approvazione, perdiamo il contatto con la nostra profondità finendo per sentirci sempre più soli.

È questo il prezzo che la civiltà umana richiede in cambio dell’appartenenza, insegnandoci ad abbandonare noi stessi per paura di essere abbandonati.

Carla Sale Musio

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Apr 03 2018

I CAPELLI

Si erano conosciuti da bambini.

Abitavano a due portoni di distanza, stessa scuola elementare e le loro famiglie che si frequentavano la domenica.

Poi l’adolescenza, le prime attrazioni nel guardarsi diversi, l’incertezza del proprio aspetto, la timidezza potente e il rossore sulle guance.

Infine, diventarono consapevoli che quello era proprio amore.

*** *** ***

Siete troppo giovani, dicevano le famiglie di entrambi, dovete conoscere la vita, ma a loro non importava.

La vita volevano conoscerla insieme e pensavano a sposarsi.

Sentivano che avrebbero percorso la strada, scoprendo la direzione giusta.

O tornando indietro e cercando altre vie, se avessero intrapreso quelle sbagliate.

Avevano trovato l’altra metà della mela, come taluni dicono.

Ed erano felici, sotto lo sguardo incredulo di tanti.

Poi il matrimonio, la casa, il lavoro e raccontarsi la giornata, al rientro la sera.

Si ascoltavano, si consigliavano: mai una notte che andassero a dormire senza appianare gli screzi, senza scusarsi a vicenda, se un atteggiamento dell’altro li avesse feriti.

E poi l’amore: trascinante, commovente, che ogni volta li lasciava muti e da cui riemergevano come naufraghi, aggrappandosi l’uno all’altra, stupiti di esistere.

*** *** ***

Un matrimonio lungo, ma nessun figlio.

Un cane e una gatta da accudire, cresciuti insieme e senza astio.

I due animali dormivano nello stesso divano, infossato dal peso del cane e lacerato dalle unghie feline.

Quando, dopo una vita lunga e placida, si addormentarono per sempre, il cane e la gatta ebbero due fosse vicine in giardino ed una pianta di ulivo a unirli con le sue radici.

I due coniugi li piansero come figli e non si curarono di chi diceva che quelli erano solo animali: certo che le bestie muoiono, non si sapeva?  Lacrime sprecate.

*** *** ***

Erano ormai vecchi.

Una notte lui sentì che il respiro gli mancava: chiamò affannato la moglie e davanti al viso esangue di lei, cominciò a salutarla.

Parlava male, smozzicava parole, ma voleva dirle ancora quanto l’avesse amata.

Lei cercò di rasserenarlo, ma si sentiva spezzare.

E fu guardandola che lui capì di non voler morire.

Forse c’era ancora tempo, pensò, forse poteva restare.

Disperato, abbracciò il corpo di lei e le strinse i capelli con forza.

Li aveva sempre trovati bellissimi e quasi glieli strappò, sentendosi portare via.

Ma la donna gli si aggrappava addosso, incurante del dolore.

Allora il corpo di lei divenne àncora, argine potente, baluardo roccioso, i capelli  come lacci robusti, a cui lui si afferrava sconvolto.

*** *** ***

Fu una lotta violenta, loro due a fermare la morte.

Poi, d’improvviso una calma serena, come quando cala il vento dopo la burrasca. Allora si guardarono increduli e respirarono forte, lui ancora stretto alla donna.

Nei loro sguardi estenuati, tutto lo stupore di esistere ancora.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com del 28/3/2018 n°. 81514

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