Mag 13 2016

IO… E IL VOICE DIALOGUE

Published by at 07:32 under Psicologia,Psicoterapia

Nel 2015 ho intrapreso un percorso di crescita personale ispirato ai principi del Voice Dialogue, un metodo di conoscenza di se stessi messo a punto da Hall e Sidra Stone.

I coniugi Stone, affrontando e risolvendo le loro difficoltà di coppia, hanno esplorato l’immensità delle energie che compongono la personalità e gli innumerevoli modi in cui queste possono aggrovigliarsi tra loro, creando i tanti nodi che minano le relazioni affettive.

Il loro cammino di conoscenza interiore mi ha sempre affascinato e, da tempo, accarezzavo l’idea di approfondire gli aspetti intellettuali con una partecipazione attiva e una messa in gioco personale.

Così, ho iniziato a frequentare i corsi del primo e del secondo anno, coinvolgendomi, scoprendomi e riconoscendomi sempre di più.

Per il seminario del quattro maggio, quello su GLI ISTINTI, mi stavo preparando già da diverso tempo.

Ci avevo lavorato in numerosi incontri, facilitati da Caterina Perna, da Roberta Giorgetti Dall’Aglio e da Silvia Pelle, tre delle insegnanti della scuola Innerteam, e avevo conosciuto il mio Sé Sensuale, il mio Sé Creativo, il mio Sé Materno, quello Paterno, la Bambina Insicura e vari altri.

Sapevo che, trattandosi di un corso intensivo, si sarebbe creata l’occasione per un cambiamento profondo, e non volevo lasciarmi sfuggire quella preziosa opportunità.

Col passare dei giorni, però, il pensiero ci girava intorno sempre più spesso e immaginavo me stessa immersa in un potente lavoro emotivo e fisico.

Avrei voluto essere agile e scattante come una tigre, sinuosa e guizzante come un serpente tra le dune e pronta a cogliere i sussurri del pensiero, come la brezza di primavera.

Per migliorare le mie performance fisiche, avevo preso a frequentare la palestra con maggiore assiduità e coltivavo, tra passione e apprensione, il sogno di incontrare finalmente quella me stessa aggressiva e sensuale, capace di sedurre e di combattere con la naturalezza e la spontaneità che mi erano mancate in tutti i miei cinquantotto anni di vita.

Ma, a mano a mano, che la data della partenza si avvicinava, i miei istinti erano sempre più in fermento e, nonostante i Sé Primari distribuissero bacchettate ovunque, nel tentativo di ristabilire l’ordine, qualcosa nelle loro regole sembrava avesse smesso di funzionare come prima.

Convinta di lavorare sul mio Sé Femminile e Seducente, mi ero comprata un paio di zeppe alte e dorate che mi facevano sentire affascinante come una star.

E, nella prima domenica di sole, le indossai, orgogliosa di me stessa e dei miei progressi interiori.

Qualche cosa, però, serpeggiava nell’ombra e si nutriva delle mie intenzioni, a dispetto delle fantasie in cui indugiavo a occhi aperti.

Era qualcosa che della mente non sapeva che farsene.

Un’essenza dimenticata da sempre, come un’impronta sulla sabbia quando sale la marea.

Così quella domenica, mentre risalivo orgogliosa la via Sassari per andare a vedere un film al cinema Greenwich D’Essai, improvvisamente e apparentemente senza motivo, precipitai dalle mie favolose scarpe d’oro e il piede destro, che fino a quel momento si era identificato nel piede delicato e sensuale di una principessa, si trasformò di colpo in un salsicciotto livido e dolorante, impossibile da appoggiare.

Nemmeno su una torretta di cuscini.

Fra sofferenze terribili e tentativi inutili di mostrare indifferenza, mi accertai che non ci fosse nulla di rotto e poi, sicura della mia prestanza, cominciai una riabilitazione casalinga volta a riportarmi in forma smagliante per il giorno della partenza.

Ma niente di quanto avevo previsto sembrava andare per il verso giusto.

Una sorta di maledizione azzannò le mie certezze, lasciando emergere quella bambina handicappata e incapace che per tutta la vita avevo cercato di allontanare.

Fu lei a partire dall’aeroporto di Cagliari Elmas, il quattro maggio del 2016, con il volo delle 10,15 diretto a Roma Fiumicino.

La donna agile e scattante rimase a casa.

E forte del suo piede inappoggiabile e delle sue stampelle barcollanti, si presentò al seminario sugli istinti, poco autonoma, silenziosa, lunatica, solitaria e musona come solo lei riesce ad essere!

Il Sistema Primario, guidato dall’Attivista, dal Perfezionista e dal Gentile (e supervisionato costantemente dal Critico) era su tutte le furie e cominciò una guerra senza esclusione di colpi per rimandarla da dove era venuta.

Ma quella bimbetta inopportuna, tronfia di un potere che aveva scippato in sedute e letture di Voice Dialogue e in interminabili incontri di lavoro sui chakra e sulle energie, se ne stava arroccata nel centro come se fosse l’unica ad avere diritto di parola.

E, facendosi beffe della rabbia e degli insulti del mio agguerrito pool di Sé, pensò bene di aggiungere ai dolori anche un bel raffreddore, che rendeva il naso gocciolante, gli occhi lacrimosi, l’udito scarso e la testa vuota.

Eccola lì!

Finalmente padrona della scena psichica, eretta in tutto il suo lugubre splendore.

Orgogliosa e libera di mostrare se stessa!

“Eccomi qui. Sono io. Guardatemi!”

Affermava soddisfatta, con quel suo atteggiamento dimesso e sofferente.

“Sono quella che non sta bene. Quella che soffre. Quella che non ama parlare. Quella che non sa cosa dire. Quella poco intelligente. Lenta. Malata. Riuscita male.”

Era proprio lei.

Cioè sì.

É innegabile.

Ero proprio io.

La stessa che, in cinquantotto anni, avevo cercato di eliminare dalla mia vita, sforzandomi di essere brillante, adeguata, sicura, rassicurante, cordiale, intelligente… e tutte quelle cose che poi mi portano ad aver bisogno di correre a nascondermi, per allentare lo sforzo di essere la simpatica persona che penso sia migliore di me.

Sì, insomma, adesso lì c’ero io.

Quella che sono solo quando sono sola.

Esibita in tutta la sua indecente incapacità.

Quasi peggio di come l’avevo sempre immaginata.

Ed evitata.

Il mio Sistema Primario ululava di dolore e di rabbia.

In preda al panico, avrebbe speso qualsiasi cifra pur di nascondere quella me stessa impresentabile.

Ma, forte del vantaggio ottenuto, la bambina se ne stava lì.

In silenzio davanti a tutti.

Senza ballare. Senza parlare. Senza disegnare. Senza condividere.

Ostentando la sua presenza inadeguata come fosse un trofeo.

E qualcosa, forse un occhio lontano, osservava la scena del trionfo e della disfatta, senza intervenire, compiacendosi di quell’ardire e anche della sconfitta, quasi che del Sistema Primario che andava in pezzi non gl’importasse niente.

Meno di niente.

L’otto maggio (proprio il giorno della Festa della Mamma) sono tornata a casa così.

Con la Bambina Incapace in bella mostra, esposta tra le valige e le stampelle, e la mutilazione dei Primari che sanguinava tutto il suo ansioso risentimento.

Ininterrottamente.

Pensando di morire ad ogni passo, mi sono trascinata nel viaggio interminabile che da Casa Faustina in Umbria, come un pellegrinaggio sacro, conduce a casa mia in Sardegna.

E ancora osservo la metamorfosi che, dentro il film girato alla rovescia, ha trasformato la farfalla in bruco.

Un bruco magico, capace di strisciare nella memoria e dare voce anche a chi non ha parola.

Sono tornata a casa con la valigia gonfia delle mie insicurezze, come se fosse zeppa di pepite d’oro.

Le guardo una per una, con sospetto, e aspetto che dalle acque smosse dei ricordi emerga quella bimba prepotente e spaventata.

Più che a una tigre somiglia a un dito in bocca.

E mi fa più paura di uno scontro frontale.

Allora cerco di guardarla dal centro, col suo fare deciso e titubante insieme, mentre il gruppo dei Sé che detiene il potere le rovescia addosso una pioggia di insulti e di sberleffi.

Aspetto che la sua anima selvatica si dispieghi e le faccia da ombrello.

Più che un ombrello, però, mi sembra un ombrellone.

E mentre lei scava la sabbia con il suo piede livido e malfermo, io riprendo contatto col mio essere viva.

Inadeguata e sicura.

Proprio in mezzo al pericolo della mia verità.

Carla Sale Musio

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