Apr 19 2016

SI É SEMPRE FATTO COSÌ

Published by at 05:39 under Psicologia,Psicoterapia

Si è sempre fatto così.

E quindi perché cambiare?

La violenza trova un alibi perfetto nelle consuetudini, che con il loro corollario di rituali, cerimonie e protocolli, impongono le leggi della sopraffazione dietro il travestimento innocente dell’abitudine.

Si è sempre fatto così e quindi è normale continuare a farlo, anche se si tratta di atrocità come l’infibulazione, le spose bambine, la lapidazione e altre crudeltà che ai nostri occhi appaiono intollerabili ma che appartengono alle tradizioni dei paesi in cui sono praticate.

Si è sempre fatto così e quindi:

 

“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno!”

“Le punizioni temprano il carattere!”

“La severità fa crescere adulti vincenti!”

 

Si è sempre fatto così e quindi:

 

“Mors tua vita mea!”

“Homo homini lupus!”

“Uccidere fa parte della vita!”

 

Si è sempre fatto così e quindi seguitiamo a perpetuare le nostre usanze innocenti e cariche di arroganza, senza che la coscienza ne riconosca l’aggressività.

È per questo, che continuiamo a mangiare la carne, ignari dei tanti studi che ne dimostrano la pericolosità per la salute.

Ma soprattutto, inconsapevoli della crudeltà e del cinismo con cui brutalizziamo la vita di tante creature docili e miti.

Si è sempre fatto così e quindi regaliamo ai nostri figli i pupazzetti colorati che rappresentano gli animali della fattoria.

Gli stessi animali che poi abusiamo negli allevamenti, per soddisfare il piacere effimero del palato, senza curarci dei maltrattamenti e del dolore.

Si è sempre fatto così e quindi impariamo da piccoli che gli adulti hanno sempre ragione, anche quando puniscono, umiliano e picchiano.

Perché si sa: lo fanno solo per il nostro bene.

Si è sempre fatto così e, da una generazione all’altra, perpetuiamo i principi di un mondo basato sul predominio e sulla prepotenza, trascurando il rispetto, la fratellanza, la solidarietà e l’amore.

Si è sempre fatto così.

Perciò ci sembra logico imbrogliare i bambini e sfruttare gli animali, perché l’innocenza che li accomuna è un valore sconosciuto nella nostra evoluta società dei consumi, in cui contano il guadagno, la competizione e la prepotenza e non c’è posto per la sensibilità, per la conoscenza reciproca e per l’accoglienza della diversità.

Tramandiamo la violenza da una generazione all’altra, attraverso tanti piccoli gesti che ci sembrano normali.

Perché li abbiamo visti compiere sin da quando eravamo bambini e abbiamo imparato a conviverci, dimenticandoci dell’angoscia e della sofferenza.

Nostra e degli altri.

Ci sembra ovvio mangiare la carne di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Ci sembra ovvio dare una sculacciata a un bambino che non ubbidisce.

Ci sembra ovvio non perdere tempo a comprendere le ragioni e il dolore di chi consideriamo diverso.

In questo modo coltiviamo la crudeltà e, senza rendercene conto, incrementiamo le guerre, le stragi, le morti, le malattie e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Si è sempre fatto così.

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INNOCENTI VIOLENZE QUOTIDIANE

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Il venerdì santo, come ogni anno, la nonna va a ritirare l’agnello dal macellaio.

Lo porta a casa ancora vivo, perché dice che così è sicura che sia fresco, e poi incarica noi bambini di prendercene cura.

Possiamo giocarci venerdì e sabato perché domenica mattina la nonna lo cucina.

Qui in paese il pranzo di Pasqua si festeggia sempre con l’agnello.

La nonna dice che bisogna mangiarlo perché è un simbolo di pace.

Ma io piango sempre.

Anche se tutti mi prendono in giro e mi chiamano “femminedda”.

* * *

La zia ha steso le lenzuola fuori dal balcone in modo che tutti vedano che Andrea ha fatto la pipì a letto.

“Sei un piscione!”

Lo canzona arrabbiata, mentre rifà il letto con le lenzuola pulite.

“Devi imparare ad alzarti e andare al gabinetto, quando ti scappa la pipì!”.

Andrea tiene gli occhi bassi per la vergogna e trattiene le lacrime, gli sembra di sentire le risate dei bambini che abitano di fronte.

D’ora in poi si alzerà mille volte, pur di non vivere più quell’umiliazione.

* * *

Angela osserva le scarpe di Babbo Natale.

Sono identiche a quelle di papà.

E anche la voce somiglia molto a quella di papà.

La mamma, però, le ha assicurato che Babbo Natale non è papà, ma un vecchio solitario che porta i giocattoli ai bambini buoni.

Angela sa di non essere stata molto buona, eppure a lei Babbo Natale quest’anno ha portato una bambola grande con tutto il corredino.

Invece a Cecilia, la figlia della colf, ha portato soltanto dei dolcetti con una bambolina piccola piccola, che si è rotta subito.

È un regalo davvero brutto, pensa Angela.

Babbo Natale dev’essere molto vecchio e perciò anche molto distratto, perché Cecilia è una bambina bravissima e sta sempre ferma in un angolo ad aspettare che la mamma finisca di lavorare, senza disturbare nessuno.

* * *

“Alzati e fai sedere papà!”

“Ma c’ero prima io…”

“Non importa, papà è grande e ha più diritto di te di stare seduto in poltrona.”

“Ma può sedersi sull’altra poltrona…”

“Avanti Matteo, smetti di fare lo stupido e alzati! Altrimenti prenderai anche un bello schiaffo!”

“Ma tu e papà dite sempre che chi arriva prima: si prende il posto…”

“Ora questo non c’entra, i bambini devono imparare a rispettare i grandi.”

“Ma perché i grandi non devono rispettare i bambini?”

“Insomma, basta!!! Quante storie! Se non ti alzi subito, vengo lì e te le suono di santa ragione!!!”

Carla Sale Musio

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