Set 27 2014

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

Published by at 07:26 under Psicologia,Psicoterapia

L’antispecismo è una corrente di pensiero che denuncia la violenza e l’immoralità nascoste dietro allo sfruttamento degli animali da parte dell’uomo.

L’approccio antispecista può essere sintetizzato in quattro punti fondamentali:

  • ogni essere senziente possiede dei diritti esistenziali che dovrebbero essere riconosciuti dall’umanità (indipendentemente dal modo di vivere, diverso da quello umano)

  • la capacità di provare piacere e dolore, di manifestare una volontà e di intrattenere rapporti sociali, non sono prerogative esclusive della nostra specie

  • riconoscere l’intelligenza emotiva e sociale delle altre specie animali comporta un cambiamento del loro status etico

  • e, di conseguenza, una trasformazione profonda nei rapporti tra individui umani ed individui non umani

La difesa dei diritti degli animali si contrappone allo specismo che, invece, sostiene la facoltà dell’uomo di usare ogni altra specie vivente per il proprio vantaggio ignorandone la sofferenza e l’abuso in virtù della assoluta e indiscutibile superiorità della specie umana.

L’antispecismo nasce nel XVIII secolo insieme al riconoscimento dei diritti alle donne e agli schiavi, vittime (proprio come gli animali) di sfruttamento e discriminazione, e mette in evidenza che il requisito fondamentale perché un individuo possa essere riconosciuto portatore di diritti è la capacità di provare piacere e dolore.

Nel momento in cui questa condizione è soddisfatta un principio di eguaglianza impone di prendere in considerazione l’interesse a non soffrire e a provare piacere, indipendentemente dalla specie di appartenenza.

La specie umana, infatti, non è l’unica in grado di patire il dolore e la sofferenza.

Nel valutare la gravità dell’atto di sacrificare una vita è indispensabile prescindere da specie, razza e sesso, e guardare, invece, il desiderio di continuare a vivere, la qualità dell’esistenza, ecc.

Come esseri umani siamo responsabili di quello che facciamo ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.

La capacità di riconoscere il dolore e la sofferenza degli altri è il requisito fondamentale della maturità e il presupposto di ogni socializzazione.

Una società evoluta è in grado di considerare le esigenze di tutti, senza emarginare né discriminare nessuno.

Nei secoli lo schiavismo, il razzismo e il maschilismo hanno fondato i loro privilegi sul potere e sulla prevaricazione, e costruito una piramide gerarchica in cui alla sofferenza sono state attribuite gradazioni e valori diversi secondo chi la vive.

La legge del più forte sostiene l’esistenza di un dolore da evitare e di un dolore che, invece, è possibile infliggere impunemente perché riguarda creature considerate inferiori e perciò portatrici di una coscienza e di una sensibilità poco importanti.

Tuttavia, affermare che esistono vite di serie A e vite di serie B significa occultare a se stessi e al mondo che la sofferenza è identica per tutti (a prescindere da chi la sperimenta), negando il diritto al benessere, al piacere e al rispetto della vita, in base a un criterio arbitrario basato sulla prepotenza.

Nei presupposti di questa discriminazione si annida il virus della violenza e prendono forma gli abusi agiti ai danni di chi non può difendersi.

La pedofilia è una delle tante espressioni di questa filosofia crudele ed egocentrica diffusa dappertutto e basata sulla legge del più forte.

I sostenitori della pedofilia affermano che i bambini sono creature inferiori, incapaci di rendersi conto di ciò che vivono e di ciò che provano, e perciò plasmabili senza conseguenze ai fini del piacere degli adulti.

La pedofilia nasce da un codice di comportamento che discrimina e sminuisce la diversità nell’interesse del più grande e del più forte.

(Un codice di comportamento curiosamente identico a quello dello specismo.)

Invece di osservare con attenzione e rispetto la delicata emotività infantile i pedofili approfittano dell’innocenza e della fragilità dei bambini per soddisfare i propri desideri sessuali, violando costantemente i principi di uguaglianza e di libertà in favore di un più vantaggioso ed egoistico presupposto adultocentrico.

In questo modo il piacere erotico degli adulti diventa un diritto che permette l’abuso e lo sfruttamento dei più piccini grazie al fatto che, proprio in quanto piccoli, questi ultimi sono considerati individui di serie B, privi di potere e perciò di scarso valore.

Chi pratica la pedofilia non distingue le peculiarità e il dolore dell’infanzia ma afferma, invece, l’esistenza di una sessualità infantile forgiata a immagine e somiglianza di quella degli adulti, attribuita a creature giudicate poco importanti e quindi non meritevoli di rispetto, tutela e comprensione.

La pedofilia prende forma dagli stessi presupposti filosofici dello specismo e afferma, con la medesima arrogante impunità, il diritto del più forte e la discriminazione della diversità e della debolezza.

I bambini, docili e indifesi, subiscono lo stesso trattamento riservato agli animali, diventando strumenti di piacere nelle mani di chi si autoproclama superiore.

Nei secoli, bambini, donne e animali accomunati dalla stessa fragilità e arrendevolezza sono state le vittime preferite di chi professa: mors tua vita mea, sacrificando il rispetto, la comprensione e la condivisione, al predominio del più forte.

Mentre le donne, però, hanno potuto rivendicare nel tempo il proprio diritto al riconoscimento e all’uguaglianza, gli animali e i bambini, non potendo difendersi autonomamente, subiscono da sempre la prepotenza di chi sfrutta e abusa la loro ingenuità.

I bambini, infatti, possiedono una sensibilità diversa da quella degli adulti e un’emotività immediata e istintiva che li rende fragili e vulnerabili, proprio come gli animali, vittime degli umori e dei desideri di chi possiede armi e strumenti per sottometterli.

Una visione del mondo egocentrica e prepotente colloca l’essere umano adulto al centro dell’universo, legittimando ogni genere di sopruso compiuto nel suo esclusivo interesse.

Combattere la violenza e l’ingiustizia contenute in questa filosofia significa scoprire le radici (poco etiche) che la mantengono in vita e trasformare, dapprima in se stessi e poi nel mondo, i presupposti cruenti nascosti tra le pieghe delle nostre abitudini quotidiane.

C’è un nesso che lega l’antispecismo alla tutela dell’infanzia e al rispetto di chi non può difendersi da solo.

È un filo comune che passa attraverso il riconoscimento delle peculiarità di ciascuno e la capacità di discernere il dolore e la sofferenza in ogni essere vivente.

Per cambiare il mondo non basta denunciare le cose che non vanno scrollando la testa senza modificare i propri comportamenti e, soprattutto, senza individuare le connivenze interiori che perpetuano inconsapevolmente la prepotenza.

La pace deve essere raggiunta dapprima nella propria coscienza perché solo da lì può dispiegarsi anche nell’ambiente circostante.

Sconfiggere la violenza significa scoprire le cause che la alimentano, identificandone i sintomi anche dentro se stessi.

Considerare gli animali creature inferiori al servizio dell’uomo conduce, inevitabilmente, a postulare l’esistenza di esseri poco importanti, vite nate per sottomettersi, destinate a soddisfare i piaceri del più forte.

Vuol dire legittimare lo sfruttamento, aprendo le porte all’indifferenza verso il dolore altrui.

Soltanto riconoscendo la sofferenza anche in chi è diverso per sesso, razza, specie, età o qualsiasi altra cosa, diventa possibile costruire un mondo finalmente rispettoso della vita.

Di tutti.

E non solo di chi comanda.

Carla Sale Musio

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